Il problema dei rapporti tra Sacra Scrittura e Scienza, considerato ormai risolto (per i cattolici e per molti protestanti) è tuttora un problema assai vivo per i fondamentalisti. Va quindi sottoposto ad un breve esame. Dopo una rapidissima storia del problema, saranno prese in considerazione alcune obiezioni alla Bibbia - falsamente opposte in nome della scienza - per giungere poi alla conclusione che non vi può essere opposizione tra Bibbia e scienza in quanto esse sono su due piani diversi che non si possono né armonizzare, né contraddire.
Breve storia del problema
Sino a Galileo. Nei primi secoli della Chiesa predominò il sistema aristotelico-tolemaico, che si raffigurava l'universo come un insieme di sfere (i sette pianeti con il sole, la luna e le stelle) rotanti secondo orbite fisse intorno alla terra immobile. Il sistema tolemaico, suggerito da Aristotele, era stato perfezionato dall'astronomo egizio Tolomeo (90-168 E. V.) che tra il 142 e il 146 scrisse il suo libro Mégiste suntaxis; fu noto con il nome di Almagesto, datogli dagli arabi. Esso ci presenta la descrizione dell'universo quale era ammesso non solo da Dante, ma anche da Shakespeare.
Al di sopra di questi elementi mobili dominava – secondo quello che si pensava allora - il cielo empireo, immobile al pari della terra e ritenuto sede di Dio. Gli scrittori ecclesiastici ed i teologi del periodo scolastico interpretarono la Bibbia secondo tale sistema, ritenuto un dato scientifico indiscusso ed indiscutibile. Da qui le opposizioni create dai teologi e dai filosofi al tentativo di altri studiosi desiderosi di sostituire al tolemaico il sistema copernicano, secondo il quale sarebbe stata la terra a roteare attorno al sole, anziché il sole attorno alla terra.
In questo periodo solo Agostino ebbe delle idee veramente geniali, che però non furono sfruttate né da lui (si veda il suo De Genesi ad litteram) né dai suoi successori, almeno per lungo tempo. Egli scrisse: “Va detto che . . . lo Spirito Santo non intendeva insegnare agli uomini la costituzione intima delle cose . . . la quale del resto non aveva alcuna utilità per la salvezza [Noluisse ista docere homines nulli saluti profectura]” (Agostino, De Genesi ad Litteram 2,9 20 PL 34,270; “Non si legge nel Vangelo che il Signore abbia detto: Mando il Paracleto per insegnarvi il corso del sole o della luna. Il Signore voleva fare dei cristiani non degli scienziati [Christianos facere volebat non mathematicos]” (Agostino, De actis cum Felice Manich. 1,10 PL 42,525; “È cosa brutta e dannosa e da evitarsi con ogni cura che un infedele, sentendo un cristiano parlare di queste cose con la pretesa di sostenerle con le Sacre Lettere, possa credere che egli vaneggi, a tal punto da non riuscire a trattenere il riso. Peggio ancora sarebbe se non si ridesse di uno che vaneggia, ma che coloro i quali sono al di fuori credessero che i nostri autori abbiano avuto simili idee e vengano così tacciati di ignoranti e respinti proprio da coloro che noi ci preoccupiamo di salvare” (Agostino, De Genesi ad Litteram 1,39).
La Scrittura non fa altro che esprimersi nel modo con cui i nostri sensi vedono le cose. Forse che anche noi non diciamo che il sole sorge e tramonta? Astronomi e meteorologi usano lo stesso linguaggio. “Perché la Scrittura dovrebbe parlare in modo diverso dal nostro?” (Agostino, Contra Faustum 13,7 PL 42,5.6).
Nei secoli 11° e 12°, in nome della fede e della teologia, si oppose la religione alla filosofia e alle scienze profane. Michele di Corbeil, tra il 1100 ed il 1110 dichiarava inutile l'applicarsi alla filosofia: “Inutilis inquisitio studium philosophiae”. Questo atteggiamento oscurantista riaffiora anche oggi, nel 21° secolo, presso molte correnti religiose. Ad esempio, in una pubblicazione dei Testimoni di Geova si legge: “Molti giovani cristiani hanno deciso di non andare all’università. Molti riscontrano che l’addestramento offerto nelle congregazioni dei testimoni di Geova - in particolare la settimanale Scuola di Ministero Teocratico - li pone in netto vantaggio quando si tratta di trovar lavoro. Pur non possedendo una laurea, questi giovani imparano ad essere equilibrati, esperti nell’arte di esprimersi, e abbastanza capaci di assolvere responsabilità” (I giovani chiedono… Risposte pratiche alle loro domande, pagg. 178-179, sottotitolo “Alternative all’istruzione universitaria”. Qui si una usa sottile astuzia: “Molti giovani cristiani hanno deciso di non andare all’università” (Ibidem), ma in verità non è una libera decisione ma un condizionamento (cfr. il sottotitolo); l’alternativa, poi, all’università sarebbe una adunanza settimanale di meno di un’ora in cui tutti (scolarizzati o no) si cimentano in prove di “oratoria”). Vantare questa cosetta al di sopra dell’Università è solo ridicolo.
Per Bonaventura, scienze profane e filosofiche valevano solo in quanto stavano al servizio della teologia. Persino Ruggero Bacone – cultore di scienze profane – diceva che la filosofia per se stessa non ha alcuna utilità.
Nelle Costituzioni domenicane, risalenti al 1228, fu proibito ai frati di leggere i libri dei gentili e dei filosofi, pur essendo talora lecito sfogliarli: “Non imparino le scienze profane e neppure le arti liberali, se non ne ottengono licenza dal Maestro generale”. Dal capitolo generale di Montpellier risulta che tali norme erano ancora in vigore nel 1277.
Tommaso d'Aquino (secolo 13°) volle separare la fede dalla scienza e dalla filosofia. Secondo lui le opinioni filosofiche non vanno né asserite né negate per ragioni di fede (Tommaso d'Aquino, Opusc. 10, qu 18), perché fede e filosofia valutano le realtà cosmiche sotto due aspetti diversi: “Il filosofo studia quel che conviene ad esse secondo la loro natura, come nel fuoco il salire in alto, il teologo invece ne studia il loro rapporto con Dio, come l'essere creato da Dio, l'essere a lui sottoposto e simili altri aspetti. Non si può dunque attribuire all'imperfezione dell'insegnamento di fede la trascuratezza di molte proprietà degli esseri, come la conformazione del cielo e la quantità del moto”. - Tommaso d'Aquino, Contra gentes 2,4.
Puramente casuale, nella Bibbia, è l'esistenza di passi che interessano la scienza. Qualcuno leggendo in Genesi che Dio separò le acque dalle acque potrebbe vedervi l'opinione di Talete (filosofo greco di Mileto, capo della scuola ionica, morto nel 548 a. E. V.) secondo cui all'origine degli esseri sta l'acqua, ma questa sarebbe una valutazione superficiale, perché Mosè “esprime solo ciò che appare ai sensi” e che è l'unico modo con cui si può parlare ai semplici”. - Tommaso d'Aquino, Summa Theologica 1,9.68 a 3; cf. anche qu. 70, a. 1 ad 3; in Iob 26, q. 65-74; Contra gentes 2,15-38.
La valutazione tolemaica del cielo empireo immobile, delle stelle e del sole che si muovono, della terra immobile, centro dell'universo, dominò per tutto il Medio Evo. Tutto si cercava di spiegare in tal modo: anche l'accelerazione di gravità si attribuiva al piacere sempre più vivo che provavano le cose nell'accostarsi al centro dell'universo dove si trovava il loro riposo. Fu soltanto con Galileo che questa concezione cominciò a cambiare.
Il processo a Galileo. Nel 15° secolo il cardinale Cusano (morto nel 1464) avanzò per la prima volta l'opinione che anche la terra si muovesse, non essendovi nell'universo alcun epicentro, sicché tutti i pianeti roteano attorno a una propria sfera. Le teorie del cardinale Cusano (cosi detto perché oriundo di Cuse, Treviri) – il cui vero nome era Nicola Griffi – furono sostenute in varie opere, tra cui il De docta ignoranzia, Idiota.
Dopo di lui il canonico Copernico (1473-1543) precisò questa idea in un'opera postuma, dove propose come ipotesi una soluzione assai più semplice del sistema cosmico: la terra rotea su se stessa in un giorno e si sposta attorno al sole durante un anno; anche i pianeti circolano attorno allo stesso astro in un tempo più o meno lungo (Copernico, De revolutionibus orbium cielistium, Norimberga 1543, con il nome dell'autore e la dedica a Paolo III). Vi si diceva anche che la terra è solo centro di gravitazione e di rotazione della luna. Come per un’esercitazione matematica, dimostrò che tale ipotesi era ben più semplice della complicata teoria tolemaica. I papi all'inizio non vi trovarono nulla di reprensibile, in quanto le nuove idee erano presentate come semplici "ipotesi" e non come fatti assolutamente veri. Ancora oggi molte idee hanno libera cittadinanza nel cattolicesimo per la semplice ragione che si danno per pura ipotesi, anziché essere presentate come una realtà indiscussa.
Toccava a Galileo, circa un secolo dopo, rimettere il problema sul tappeto. Era questi un illustre matematico, nato a Pisa nel 1564, che dal 1592 insegnò dalla cattedra universitaria di Padova. Convertitosi verso il 1604 alla teoria copernicana, ne trovò la conferma esaminando il cielo con il cannocchiale da lui inventato nel 1609. Le fasi del pianeta Venere erano chiaramente spiegabili con il suo spostamento attorno al sole; anche Giove e i suoi satelliti erano guidati da un identico movimento. Per analogia lo stesso doveva accadere per la terra e il suo satellite lunare (accanto ad argomenti così solidi e decisivi, Galileo ne aggiunse altri poco efficaci, come le maree che egli attribuiva a perturbazioni dovute al movimento della terra, mentre provengono dall’attrazione lunare). Nel 1611, quando si recò a Roma, Galileo provocò una commozione generale: prelati e principi facevano a gara per esaminare personalmente il telescopio da lui creato ed osservare le strane macchie solari che vi si percepivano. L'invidia suscitata dai suoi onori, l'acredine dei filosofi e degli scienziati che vedevano combattute con grande superiorità le loro idee, provocarono aspre polemiche e contese. Galileo ebbe il difetto di presentare le sue tesi non come semplici ipotesi, bensì come una realtà scientificamente acquisita. La fama molto popolare di Galileo rendeva i risultati del suo studio assai più accolti che non la semplice ipotesi di un Copernico, noto solo nel campo scientifico. L'opposizione più fondamentale prima ancora che dai teologi, derivava dalla scienza del tempo che pensava potersi fondare sull'immediata evidenza dei sensi, argomento che aveva un enorme influsso su quanti non erano in grado di afferrare le ragioni di Copernico e di Galileo.
Anche il cardinale Bellarmino nella conclusione alla sua lettera a P. Foscarini scriveva: “Quanto al sole e alla terra, nessun savio è che abbia bisogno di correggere l'errore, perché chiaramente sperimenta che la terra sta ferma e che l'occhio non si inganna quando giudica che la luna e le stelle si muovono. E questo basti per hora” (Ibidem pag. 116). Si deve pure aggiungere che la connessione tra questa dottrina con la filosofia aristotelica, divenuta serva della teologia, rendeva assai pericolosa l'opposizione alle idee scientifiche soggiacenti, in quanto si temeva in tal modo che per colpa sua l'intera dottrina cattolica (poggiante su Aristotele) dovesse cadere come contraccolpo. Si trattava quindi di una collusione tra il metodo aristotelico, assai empirico, e il metodo scientifico sperimentale.
Galileo fu quindi accusato di essere in contrasto con la Bibbia sostenitrice, secondo gli avversari, della teoria tolemaica. Al che Galileo rispondeva con una valutazione biblica precorritrice dei tempi e che ora è ammessa come dottrina comune e che presentò in due lettere inviate una a O. Benedetto Castelli (1613), che lo aveva accusato di contraddire la Bibbia, e l'altra alla granduchessa Cristina di Lorena (1615). Nella prima diceva che la Scrittura in materia scientifica si esprime secondo le apparenze; nella seconda osservava: “Dal Verbo divino procede di pari non solo la Scrittura, ma anche la natura”. Tuttavia la Scrittura – sosteneva Galileo - non ha scopo scientifico, bensì spirituale: non vuole insegnarci il corso delle stelle, ma ciò che riguarda “il culto di Dio e la salute delle anime”. A tale proposito citava un detto di Baronio, e cioè “che è intenzione dello Spirito Santo d'insegnarci [nella Scrittura] come si vadia [=vada] al cielo, non come vadia il cielo”.
Galileo osserva pure che “gli agiografi si accomodano alla capacità del volgo, che è assai rozzo e indisciplinato”. Raccomanda perciò di prendere le espressioni scientifiche in senso figurato, altrimenti ne verrebbero fuori “non solo contraddizioni e proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie e bestemmie ancora”. Nella Scrittura” – continua Galileo - “si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma sono poste in cotal guisa per accomodarsi all'incapacità del volgo” . - A. Favaro, Le opere di Galileo Galilei, Firenze 1895, pagg. 307,348; la lettera si legge in Galileo, Opera, ed. Nazionale, vol V, Firenze, pag. 307 (quella al Castelli a pag. 279).
Galileo afferma che nei rapporti degli uomini con uomini e di Dio con gli uomini esistono “due linguaggi fra loro radicalmente diversi: quello ordinario, con tutte le imprecisioni e incongruenze, e quello scientifico rigoroso ed esattissimo. L'infinita sapienza di Dio, pur conoscendo perfettamente entrambi, sapeva molto bene – quando dettò le Sacre Scritture – che, per farsi comprendere dall'uditorio cui si rivolgeva, avrebbe dovuto usare il linguaggio ordinario che è l'unico inteso dall'uomo comune. Perciò essa suggerì di scrivere che il sole gira intorno alla terra. Nella scienza, invece, noi abbiamo il dovere di fare uso del secondo tipo di linguaggio – quello rigoroso ed esattissimo – che è caratteristico del discorso scientifico. Quindi non possiamo più accogliere come valida l'anzidetta affermazione, malgrado che sia contenuta nella Bibbia”. - L. Geymonat, nel suo magistrale libro su Galileo, Torino, pagg. 125 e sgg.; su Galileo cfr. Enrico Genovesi , Processi contro Galileo, Ceschina, Milano.
La condanna del 1616. Il Santo Uffizio, proprio per l'opposizione al metodo sperimentale che sembrava minare tutto il sapere filosofico e teologico medioevale poggiato su Aristotele, nel decreto del 24 febbraio 1616, asserì che non si poteva affatto sostenere l'eliocentrismo (il sole al centro) o mettere in dubbio che la terra, priva di ogni movimento sia di rotazione che di rivoluzione, sia il centro dell'universo. Ciò era, infatti, asserito (secondo loro) dalla Bibbia, che tra l'altro fa parlare Giosuè dicendo: “Fèrmati, o sole!”, il che significherebbe che è appunto il sole a roteare attorno alla terra e non la terra attorno al sole. Papa Paolo V fece perciò promettere allo scienziato di abbandonare le sue opinioni e di non difenderle in alcun modo con scritti o con discorsi.
Il processo del 1633. Galileo tornò a Firenze, dove si era frattanto stabilito. Seguirono sedici anni di relativa tranquillità e di feconde ricerche scientifiche, interrotte solo dalla polemica con il gesuita Grassi che, per aver acremente confutata la teoria copernicana (Orazio Grassi pubblicò il suo Libra Astronomica a Perugia nel 1623 sotto lo pseudonimo Sarsi Sigensano), si vide attaccato da Galileo nel suo volume Il Saggiatore, dedicato a Urbano VIII e stampato con tanto di approvazione ecclesiastica (Il Saggiatore, volume in 54 capitoli, apparso con tanto di imprimatur, fu dedicato a Papa Urbano VIII, appena elevato al soglio pontificio e con il quale anni prima il Galileo era stato in ottimi rapporti di cordialità. Tuttavia un suo viaggio a Roma gli mostrò che anche il nuovo Papa, pur promettendogli benefìci ecclesiali, non era favorevole alle idee copernicane).
Incoraggiato dal silenzio della Chiesa, Galileo si dedicò per anni ad una nuova opera (Il Dialogo), in cui nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, proponendo indeterminatamente le ragioni filosofiche e naturali, tanto per l'una quanto per l'altra parte. Tale opera apparve a Firenze nell'anno 1632 con l'imprimatur del Papa, dietro giudizio del domenicano Riccardi (l'opera di Galileo, Il Dialogo, doveva apparire a Roma, ma date le titubanze del Maestro del Sacro Palazzo Niccolò Riccardi, fu pubblicato a Firenze con dedica al granduca e con l'imprimatur del vicereggente di Roma, del Maestro dei SS. Palazzi, dell'Inquisitore di Firenze, del Vicario generale di Firenze e del governo granducale). L'opera provocò a Roma una reazione violenta e Galileo fu subito accusato di quattro colpe fondamentali:
a) Diffusione di idee eretiche, perché contrarie alla Bibbia.
b) Violazione del decreto del 1616 che gli imponeva di non toccare più tale argomento.
c) L'approvazione ecclesiastica era stata carpita fraudolentemente. Il Riccardi era infatti ignaro della proibizione
personale rivolta a Galileo e per di più aveva suggerito alcune correzioni per meglio sottolineare che le
affermazioni in favore dell'eliocentrismo erano solo un'ipotesi non ancora scientificamente dimostrata. Tale
suggerimento non era stato accolto nella pubblicazione che si era attuata senza tenere conto degli emendamenti
proposti.
d) Galileo metteva in bocca a Simplicio, il più goffo degli interlocutori, proprio le parole con cui l'allora regnante
papa Barberini difendeva il sistema tolemaico.
La congregazione del Santo Uffizio nel 1633 fece venire nuovamente a Roma Galileo. Padre Maculano, commissario del Santo Uffizio lo consigliò di dichiararsi colpevole di trasgressione del decreto del 1616 e di aver dato troppo peso alle tesi copernicane, della qual cosa ora intimamente si rammaricava. Lo scienziato seguì invece una tattica sbagliata, dicendo di non aver mai ritenuta certo in cuor suo il sistema di Copernico e d'aver anzi scritto Il Dialogo proprio per difendere la tradizionale teoria di Tolomeo. I giudici non si lasciarono convincere, lo minacciarono di ricorrere alla tortura per indagare meglio la verità del suo pensiero (pare tuttavia che essa non sia mai stata eseguita sullo scienziato ormai troppo vecchio e ammalato) e poi ne esigettero l'abiura e, data l'età e l'infermità, lo condannarono al carcere perpetuo (anziché alla morte sul rogo).
L'abiura ebbe luogo il 22 giugno 1633 nella grande aula del convegno domenicano alla Minerva, e il carcere venne dallo stesso Papa Urbano VIII commutato in confino, prima nella villa dei Medici al Pincio e poi nella sede arcivescovile di Siena, e da ultimo nella Villa del Gioiello, proprietà dello stesso Galileo, presso S. Matteo di Arcetri, dove lo scienziato si spense nel 1642.
Gli errori del Magistero ecclesiastico. Vari sono i torti che si possono attribuire ai teologi nel loro comportamento con Galileo Galilei. Eccone i principali:
1. Agire contro la coscienza. Si deve anzitutto biasimare il fatto che la Chiesa obbligò Galileo ad andare contro coscienza. Il Santo Uffizio lo costrinse a sottoscrivere un'abiura in cui egli condannò una teoria che intimamente riteneva vera. Lo obbligò quindi al controsenso di biasimare all'esterno un’idea che nel suo intimo considerava scientificamente dimostrata. Dice la leggenda che il Galileo, subito dopo aver abiurata la dottrina copernicana, asserisse della terra: “Eppur si muove!”. Si tratta di pura leggenda, ma ha il merito di mettere a fuoco il dissidio interiore di questo scienziato costretto a condannare come erronea una teoria che per lui era vera. Si tratta quindi di uno dei molti casi di violazione di coscienza e di costrizione mentale, propria dei governi assoluti (solo con il Concilio Vaticano II si ristabilì il diritto alla propria libertà anche su questo punto). Questo tipo di grave colpa è tuttora presente presso diverse sette “cristiane” che, più di tutto, temono e puniscono severamente le libertà di pensiero (da esse definite “apostasia”).
2. Intralcio al progresso scientifico. Si deve biasimare anche il fatto che la condanna di Galileo fu per lungo tempo un intralcio al progresso scientifico. I teologi forse risponderebbero che Galileo e gli altri scienziati furono pur sempre liberi di dedicarsi ad altri problemi scientifici. Ma è pur vero che la decisione romana pesò a lungo sulle ricerche dei dotti nel campo specifico del movimento della terra.
3. Un laico ha ragione sui dotti del tempo. A rigor di logica va ammesso che la cosiddetta infallibilità della Chiesa e del Papa, oggi non è in questione. Si trattava in realtà di una condanna compiuta dal Santo Uffizio, il quale, pur essendo approvato dal papa, non è mai infallibile. Il papa nel caso specifico non intervenne ex cathedra, ossia con tutto il peso della sua autorità quale capo della Chiesa intera. Gli interventi personali dei papi Paolo V e Urbano VIII furono solo dei decreti disciplinari e non dogmatici: nel 1616 fu imposto a Galileo di tacere e nel 1633 di subire una pena e di abiurare ritirando dalla circolazione la sua opera, Il Dialogo. Non è quindi il caso di parlare di decisioni infallibili. È tuttavia insostenibile la scusa cattolica che si trattasse di un problema scientifico e non teologico. La condanna non verteva tanto sul fatto scientifico se sia il sole o la terra a muoversi, ma sul dato teologico, ovvero se tale questione fosse “in armonia o in contrasto con la Bibbia”. La dottrina copernicana era quindi considerata eretica, perché combattuta dalla Bibbia o, meglio, dalla loro interpretazione della Bibbia. Si pensava che la Bibbia dovesse intendersi in senso tolemaico. Pur ammettendo che la scienza non aveva ancora dimostrato il movimento della terra, si deve tuttavia riconoscere che l'uomo di scienza (Galileo) ne seppe più degli specialisti di teologia nel campo specifico dell'interpretazione biblica. Ciò anche se Keplero, contemporaneo del Galileo, aveva già trovato nel 1604 e nel 1618 le sue note leggi. Infatti, occorreva attendere la loro maturazione da parte di Newton, nella seconda metà del 17° secolo, perché la nuova astronomia copernicana apparisse una sintesi coerente e decisiva della realtà (fu nel 1687 che Newton pubblicò i suoi Principi matematici e filosofici, nei quali diede la dimostrazione più completa ed esauriente del sistema copernicano).
Quei teologi cattolici erano di fronte ad un problema esegetico e non scientifico: La Bibbia difende il sistema tolemaico oppure no? La Bibbia si può accordare anche con il movimento della terra? La Bibbia proibisce di sostenere che il sole si muove oppure no? I teologi, in base alla loro interpretazione Bibbia, sostenevano l'obbligo di aderire al sistema tolemaico (il sistema copernicano nel 24 febbraio 1616 fu dichiarato dai teologi romani “assurdo, falso in filosofia, formalmente eretico perché contraddicente espressamente più testi della Sacra Scrittura secondo il loro senso proprio e l’interpretazione dei Padri e dei Dottori”). Galileo, al contrario, propugnava il sistema copernicano. I teologi asserivano che nel caso presente la Bibbia andava intesa alla lettera, mentre Galileo diceva che nel campo scientifico la parola di Dio si adegua alle apparenze e parla secondo il modo con cui le cose esteriori appaiono agli occhi del comune uomo della strada, senza affatto insegnare la realtà scientifica. Galileo aveva ragione, i teologi al contrario sbagliarono, papa compreso.
Non è forse tale fatto una dimostrazione convincente che anche un semplice fedele può capire la Bibbia meglio di teologi qualificati? Per quale motivo ciò che si è attuato nel caso di Galileo non potrebbe avverarsi anche oggi? Perché dei semplici credenti e studiosi della parola di Dio non potrebbero avere ragione contro forzate interpretazioni, spesso dovute al desiderio di difendere posizioni dottrinali acquisitedalla classe religiosa dirigente? Ecco perché, allora, molte religioni “cristiane” incoraggiano a studiare la Bibbia, purché ci si lasci guidare dalle spiegazioni di un comitato o corpo direttivo ritenuto l’unico canale divino capace di interpretare la Bibbia.
Dopo Galileo. Il metodo sperimentale fece sorgere quattro correnti di pensiero che meritano di essere ricordate:
a) Opposizione alla scienza: era propria di chi voleva chiudere gli occhi di fronte alla verità asserita dalla scienza.
b) Opposizione alla Bibbia con l'entusiastica accettazione di ogni novità. La Bibbia viene ridotta ad un semplice racconto mitico pieno di errori scientifici, e quindi non ispirato.
c) Illusione di coloro che pretesero di concordare Bibbia e scienza.
d) Sganciamento della Bibbia – opera teologica – dalla scienza: questa studia solo le cause seconde visibili e le leggi della natura, mentre la Bibbia presenta in Dio la loro causa prima.
Gli epigoni del sistema tolemaico. Il sistema tolemaico continuò a conservare a lungo il predominio presso i teologi, cosicché le nuove idee furono riprovate anche da Lutero e da Melantone. Il primo, ad esempio, così diceva di Copernico: “Quel pazzo vuole capovolgere l'arte dell'astronomia; ma come dice la Sacra Scrittura, Giosuè ha fermato il sole e non la terra”. Nonostante le idee di Galileo si andassero sempre più imponendo, alcuni teologi continuarono ad opporvisi accanitamente. L'università di Tubinga perseguitò il protestante Johannes Keplero (1571-1630), le cui scoperte riguardanti i movimenti dei pianeti confutavano la visione tolemaica del mondo. Costretto a praticare l'astrologia per campare, dovette assistere al processo di stregoneria al quale fu sottoposta anche la sua stessa vecchia madre. Anche Suarez, teologo di valore, con argomenti che oggi sono ridicoli, si applicò a condannare il sistema copernicano: “Il cielo, sede dei beati, dev'essere immobile; quivi sta pure il Cristo che 'siede alla destra di Dio Padre'. Ora come potrebbe ‘sedere’ se fosse trascinato da moto perpetuo? Non avrebbe i piedi fissi in una parte del cielo determinata, ma sotto di essi il cielo scorrerebbe senza posa; oppure Cristo sarebbe di continuo trasportato insieme con il cielo” (il suo commento a Genesi - che dura per ben 170 pagine - si trova nel vol. III dell'edizione di Parigi, Opera Omnia, 1856; vi è anche lo sbaglio di localizzare il cielo in una regione dell'universo, e di metterlo in connessione con la terra). Questa stupidità sostenuta dal teologo Suarez oggi fa sorridere, ma le sciocchezze sono proferite anche in oggi, nel 21° secolo. Ad esempio, si può leggere: “Il corpo delle persone spirituali (Dio, Cristo, gli angeli) è glorioso” (Perspicacia nella Studio delle Scritture Vol. 1, pag. 576, voce “Corpo”). Non c’è dubbio alcuno che esistano corpi spirituali e che questi siano gloriosi (1Cor 15:40,42-44,47-50). Ma attribuire a Dio un corpo è, oltre che blasfemo, sciocco. “Chi ha costruito tutte le cose è Dio” (Eb 3:4, TNM). “Tutte le cose” include tutto, ogni creazione. Sia Yeshùa che gli angeli fanno parte della creazione di Dio. Tutto il reame spirituale, il mondo invisibile, fa parte della sua creazione. Dio non può essere parte di questa creazione, dato che ne è il creatore. “I cieli, sì, il cielo dei cieli, essi stessi non ti possono contenere” (1Re 8:27, TNM). Come potrebbe mai Dio avere un “corpo spirituale” all’interno dei cieli, se pure invisibili? “A Geova tuo Dio appartengono i cieli, sì, i cieli dei cieli” (Dt 10:14, TNM); “Tu solo sei Geova; tu stesso hai fatto i cieli, [sì], il cielo dei cieli, e tutto il loro esercito“. - Nee 9:6, TNM.
Secondo il francese Victor de Bonald (secolo 19°), che razza di supremazia avrebbe l'uomo, qualora gli angeli del cielo vedessero “colui che ne è il capolavoro e il re non nell'atteggiamento maestoso e grave di un principe in mezzo ai suoi sudditi, ma preso in un vortice, intento a far capriole e piroette senza fine davanti al sole e alle stelle immobili?”; “Noi che possediamo dei dogmi che ci offrono tutte le spiegazioni, avremo facoltà di non consultare [questi volumi dei geologi]. Rileggiamo il racconto di Mosè, opponiamolo con fiducia a tutte le teorie moderne. Così la rivelazione sarà il nostro punto di partenza, la base della discussione geologica, confesseremo essere persino inconcepibile il presentarne un'altra . . . I libri sacri saranno il crogiuolo con il quale si saggeranno con severità i sistemi geologici”. - Victor de Bonald, Moïse et les géologues modernes ou Le recit de la Génèse comparé aux théories nouvelles des savants, Seguin, Avignon 1835.
Siamo al tempo di Cesare Cremonina (collega del Galileo all'Università di Padova, celebre filosofo che riceveva uno stipendio doppio rispetto a Galilei e che morì nel 1631), che si rifiutava di usare il cannocchiale per paura di dovere rinunciare alle proprie teorie. E siamo al tempo di J. de Maistre (pensatore originale e profondo della Savoia, esiliato; prima aderente alla rivoluzione, poi contrario; visse a San Pietroburgo e morì a Torino nel 1821), che biasimava il programma scientifico russo perché ammetteva l'esposizione di diverse teorie sull'origine del mondo. “Qui vi è” – diceva – “del superfluo e del pericoloso. Basta la Genesi per conoscere com'è cominciato il mondo”.
Le leggi di Keplero, l'attrazione di Newton “sono cose che non meritano la minima attenzione” – diceva Filippo Anfossi – “a fronte di tante e così chiare espressioni delle Scritture, che asseriscono costantemente il moto del sole e l'immobilità della terra, senza asserire mai il contrario una volta sola” (così nel 1822 Filippo Anfossi, citato da L. Geymonat, Galileo Galilei, Torino, pag. 85, n. 1).
L'unico posto dove si ammise il libero accesso delle nuove teorie e dove il cambiamento scientifico avvenne senza traumi visibili, fu l'Inghilterra: quivi il nuovo pensiero godette l'alto patronato sia della Chiesa che dello stato. I. Newton, i cui Principia Mathematica (1687) raccoglievano in un sistema organico tutte le scoperte fino allora fatte, fu ricompensato con la nomina a Master of the Mint (Direttore della Zecca). Per lui le scoperte del secolo erano una conferma del Salmo 19:1: “I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l'opera delle sue mani”. Ma altrove, nella Germania occidentale, sino ad alcuni anni fa (e tuttora presso alcuni gruppi fondamentalisti americani) si discusse assai vivacemente il problema della creazione: “I fondamentalisti difesero il racconto biblico della creazione dal punto di vista scientifico. Non è difficile immaginare quale ne sia stato il risultato. Non si poteva offrire allo stato ateo migliori argomenti contro la chiesa e la fede. Forse nessuno gli ha reso facile la lotta contro la chiesa e la Bibbia quanto questa gente che, per di più, si riteneva fedelissima alla Bibbia”. - Willi Marxen.
Altri non cedettero più alla Bibbia, ritenuta parto di pura fantasia e d’ignoranza. È più o meno quanto affermò il prof. Adriano Buzzati Traverso, scrivendo che vi sono opposizioni tra il racconto biblico e le conoscenze scientifiche moderne. Conseguentemente s’imporrebbe la scelta tra la verità dogmatica immutabile presentata dalla Bibbia e quella scientifica, mutevole e progressiva. Ecco – secondo questi “modernisti” - la semplicistica e arcaica cosmologia biblica: la terra immobile (sulla base del mal compreso passo di 1Cron 16:30), giace come un disco sulle acque del grande oceano (l’abisso di Gn 49:25; Sl 24:2; Es 20:30), fissato su colonne (1Sam 2:8) senza che ne possa venire smossa (Sl 104:5). Sopra il suo firmamento starebbe un'enorme distesa d'acqua che scende sulla terra in forma di pioggia attraverso delle grate (cateratte) che si aprono e si chiudono al volere di Dio (Gn 7:11;8:2; Sl 148:4; Gb 37:18). Come la terra sarebbe il centro dell'universo, così la Palestina sarebbe l'ombelico della terra (Ez 5:5;38:12; cfr. Gdc 9:37). Era abitudine degli antichi considerare la loro città il centro della terra, così Delfi per i greci e Roma per i latini (secondo la Mishnà, trattato Jomâ 546, nel tempio di Gerusalemme vi era una pietra detta "fondamentale" perché attorno ad essa sarebbe stato creato il mondo (sic); secondo le leggende medievali Yeshùa sul palo sarebbe al centro dell'universo, e il sangue che scendeva avrebbe bagnato il cranio di Adamo, il primo uomo).
Ecco dunque cosa accade quando si legge la Bibbia alla lettera.