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Domande dai lettori - Con quale frequenza va celebrata la "Cena del Signore"?

Si tratta di una celebrazione annuale?
Buongiorno,
seguo con attenzione il suo sito e devo dire in tutta onestà che mi sembra ben fatto. Esegesi bibliche equilibrate e non dogmatiche, che analizzano e confrontano tutte le principali traduzioni, complimenti. Vorrei se possibile avere una sua analisi intorno al passo
biblico di Luca 22:19,20. La mia domanda è molto semplice: il ricordare l'ultima cena di Cristo, deve essere fatto una volta
all'anno, come insegnano i Testimoni di Geova, oppure come sembrerebbe indicare la Didake, ogni volta che i discepoli di Gesù si riuniscono? Grazie sin d'ora, e complimenti ancora per il sito. Carlo.
 
Il passo biblico che interessa è il seguente:
Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: ‘Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi’”. – Lc 22:19,20.
   La domanda fa riferimento alla frase di Yeshùa: “Fate questo in memoria di me”, ed è posta per cercare di capire con quale frequenza i credenti dovrebbero ricordare il sacrificio di Yeshùa prendendo il pane e il vino.
   La frase, nell’originale greco, suona così: τοῦτο ποιεῖτε εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν (tùto poièite èis ten emèn anàmnesin), che letteralmente significa: “Questo fate verso la mia memoria”. Detto in maniera migliore in italiano: Fatelo [rivolti] alla mia memoria. Tuttavia, questa istruzione è generica: “Fate questo”, ma non dice quando e con che frequenza. Già da qui, però, si comprende - proprio perché l’istruzione è generica – che va fatto in generale, non in momenti particolari.
   L’apostolo Paolo fa luce sulla maniera di rispettare il comando di Yeshùa quando scrive:
Ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso, che il Signore Gesù nella notte in cui stava per essere consegnato prese un pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo significa il mio corpo che è a vostro favore. Continuate a far questo in ricordo di me’. E fece similmente riguardo al calice, dopo aver preso il pasto serale, dicendo: ‘Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue. Continuate a far questo, ogni volta che ne berrete, in ricordo di me’. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi”. – 1Cor 11:23-26, TNM.
   In questa traduzione occorre precisare alcune cose. La traduzione “continuate a far questo in ricordo di me” è una libera traduzione. Il greco ha esattamente la stessa identica frase di Yeshùa: τοῦτο ποιεῖτε εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν (tùto poièite èis ten emèn anàmnesin). Ora, il verbo “fate” (ποιεῖτε, poièite) è all’imperativo presente, non all’indicativo, per cui non può essere tradotto “continuate a far questo”, ma deve essere tradotto “fate questo”. Tuttavia, sebbene non corretta grammaticalmente, la traduzione continuate a fare” è in armonia con quanto aveva detto Yeshùa: “Fate” in senso generico. È anche in armonia con quanto ricorda Paolo, tanto più che Paolo aggiunge: “ogni volta che”.
   Il punto importante sta proprio in quel “ogni volta che”. Occorre analizzare bene il testo greco:
τοῦτο ποιεῖτε, ὁσάκιςἐὰν πίνητε εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν
tùto poièite, osàkis eàn pìnete èis ten emèn anamnesi
questo fate, ogni voltase beviate verso la mia memoria
- V. 25.
ὁσάκις γὰρ ἐὰν ἐσθίητε τὸν ἄρτον τοῦτον καὶ τὸ ποτήριον πίνητε
osàkis gar eàn esthìete ton àrton kài to potorio pìnete
ogni volta infatti se mangiate il pane questo e il calice beviate
- V. 26.
   Mentre l’avverbio ὁσάκις (osàkis) significa “ogni volta”, quando questo è seguito dalla particella ἐὰν (eàn) - che in genere è trascurata dai traduttori, ignorata e non tradotta - assume il senso di “a condizionare che”, “se”, “in caso che”, “purché”, “quando”. Per capirci: si può mangiare pane e bere vino senza avere la mente rivolta al sacrificio di Yeshùa, come fanno milioni e milioni di persone ogni giorno. Il credente, però, in virtù del comando di Yeshùa può – prendendo il suo pane e bevendo il vino – ricordarsi del sacrificio di Yeshùa. “Infatti” – spiega Paolo – “ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi”. Occorre, insomma, porre l’intenzione. Tant’è vero che Paolo continua: “Chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore”. - 1Cor 11:27-29.
   Va notato anche un particolare significativo. Il testo originale greco specifica: “Ogni volta che mangiate questo [τοῦτον (tùton)] pane e bevete il [τὸ (to)] calice” (v. 26, testo greco). Non si tratta di magiare pane qualsiasi e di bere vino qualsiasi. Non si pensi però alla transustanziazione cattolica, concetto del tutto assente nella Bibbia. Le frasi di Yeshùa: “Questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue” (Mt 26:26,28) non vanno lette letteralmente; questo è il classico errore degli occidentali che non comprendono la forza dei simboli biblici molto concreti. Ben traduce qui TNM: “Questo significa il mio corpo”, “questo significa il mio sangue”. Ancora una volta, la differenza sta nell’intenzione, in quel ὁσάκις (osàkis) ἐὰν (eàn), “ogni volta se.
   Quando si assume quel pane e quel vino, ovvero quando vi si attribuisce la forza dei simboli del corpo e del sangue di Yeshùa, non si tratta più semplicemente di mangiare e bere: “Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo?” (1Cor 10:16). I discepoli della congregazione di Corinto avevano dei problemi al riguardo. Paolo li rimprovera: “Quando poi vi riunite insieme, quello che fate, non è mangiare la cena del Signore; poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e bere?” (1Cor 11:20-22). Quest’ultimo passo biblico è utile per farci capire alcune cose importanti.  
·         La “cena del Signore” assomiglia ad un pasto e come tale non richiede un digiuno preventivo come imposto dai cattolici. Yeshùa stesso istituì questa “cena” subito dopo che aveva cenato con gli apostoli. Il fatto che quei corinti gozzovigliassero dimostra quanto era facile confondere la cerimonia della “cena del Signore” con un normale pasto: segno che la cerimonia faceva parte di un pasto vero e proprio. Paolo parla, infatti, di “pasto comune”.
·         L’intenzione di attribuire consapevolmente al pane e al vino i simboli che rendono speciali quel pane e quel vino fa la differenza. Paolo, difatti, dice: “Quello che fate, non è mangiare la cena del Signore”. Per loro era un’occasione di far baldoria, tanto che “mentre uno ha fame, l'altro è ubriaco”. Non ponendo attenzione al significato dei simboli, mangiavano e bevevano soltanto, e ciò “non è mangiare la cena del Signore”.
·         Il fatto che questo modo di trascendere avveniva, indica che la cadenza della “cena del Signore” era frequente. Se la cerimonia fosse stata annuale, non ci sarebbero stati problemi. Ciascuno è in grado di mantenere un comportamento dignitoso una volta all’anno. In più, Paolo dice: “Quando poi vi riunite insieme”, il che ci fa pensare che la cena del Signore” avvenisse ad ogni riunione, giacché è inimmaginabile che i discepoli si riunissero solo annualmente. Ciò è in perfetta armonia con le istruzioni di Yeshùa: “Ogni volta che”. A ulteriore conferma della ripetizione frequente della cena del Signore” ci sono le istruzioni di Paolo che mal si adatterebbero ad una cerimonia annuale, ma che ben si adattano ad una celebrazione molto frequente: “Dunque, fratelli miei, quando vi riunite per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. Se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi riuniate per attirare su di voi un giudizio”. - 1Cor 11:33,34.
   Di certo è più che appropriato fare una celebrazione annuale la sera all’inizio del 14 di nissàn secondo il calendario biblico, commemorando la cena del Signore”. D’altra parte, sull’esempio delle congregazioni del primo secolo, è appropriato anche rievocare quell’evento “ogni volta che” ci si riunisce. Ed è appropriato farlo anche personalmente, quando si prende il proprio pasto quotidianamente, ponendo attenzione al sacrificio di Yeshùa. Infatti, perché Yeshùa scelse proprio il pane e il vino come simboli? C’era già l’agnello pasquale che veniva sacrificato annualmente nel pomeriggio del 14 di nissàn. Il fatto che Yeshùa scelse due alimenti comuni che fanno parte della quotidianità di tutti, indica come ogni giorno dovremmo ricordarci del suo sacrificio.   
   C’è ancora un aspetto che va rilevato e che le traduzioni non ci fanno cogliere. Abbiamo già notato come la Scrittura ponga l’accento sulla differenza del semplice pane e del semplice vino da quelli caricati consapevolmente dei simboli: Ogni volta che mangiate questo [τοῦτον (tùton)] pane e bevete il [τὸ (to)] calice” (1Cor 11:26). Il pane e il vino sono ovviamente quelli d’uso quotidiano, ma quando vengono caricati dei loro simboli pregnanti diventano diversi. Non che miracolosamente cambino sostanza, ma assumono per il credente un valore prezioso e tutto particolare.  
   Ora vogliamo far notare un’espressione tipica che i discepoli di Yeshùa usavano per indicare la consumazione della cena del Signore”.
   Secondo gli Atti degli apostoli sin dai primi tempi i discepoli “erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere” (At 2:42). Questo “rompere il pane” può riferirsi alla cena del Signore? Dato che si parla solo di pane e non di vino, diversi esegeti vi hanno visto solo un semplice pasto comunitario fraterno. Secondo l’uso giudaico il pranzo aveva inizio spezzando un po’ di pane. Nel passo citato da At, però, la frase è particolare. Nella traduzione italiana non si coglie, ma nell’originale greco c’è un particolare significativo:
τῇ κλάσει τοῦ ἄρτου
te klàsei tu àrton
nel rompere il pane
   Il particolare sta nel fatto che viene usato l’articolo determinativo: “rompere il pane”. L’importanza di quest’articolo determinativo è evidente se si paragona la frase con un’altra simile ma diversa poco più avanti, al versetto 46:
κλῶντές τε κατ' οἶκον ἄρτον
klòntès te kat’òikon àrton
rompenti e secondo casa pane
che messo in un buon italiano suona: “Rompevano il pane nelle case”. In italiano la frase è corretta secondo il modo di parlare italiano, ma il greco (che è molto preciso) ha letteralmente: “Rompevano pane” o, se vogliamo dirlo in un italiano più leggibile: “Rompevano del pane”. Insomma, in greco manca l’articolo determinativo. Questo è conforme alla precisione della lingua greca. Ma cosa significa?
   Va detto che l’espressione “rompere del pane” è un’espressione ebraica per dire “pranzare”; in greco si dice “rompere del pane”, letteralmente “rompere pane”, senza articolo. È un modo di dire; se volessimo fare un paragone, è come il nostro “mangiare un boccone” o “mandar giù qualcosa”. Gli ebrei iniziavano il pasto rompendo del pane: da qui l’espressione. Non ha importanza quale pane: è pane e basta. Ma quando in greco troviamo l’espressione “rompere il pane” (con l’articolo determinativo), allora s’intende che non si tratta più di un qualsiasi pane con cui iniziare il pasto, ma di un pane particolare noto a chi scrive e a chi legge: “il pane”, quel pane. Proprio quello della “cena dei Signore”.
   Il contesto conferma questa particolarità. Meglio vedere l’intero brano:
Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone. Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane [τοῦ ἄρτου (tu àrtu)] e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano [il] pane [ἄρτον (àrton), senza articolo] nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati”. - At 2:41-47; parentesi quadre aggiunte per chiarimento.
   C’è un primo contesto (nella prima parte) in cui i nuovi discepoli perseverano nell’ascoltare l’insegnamento, nella comunione fraterna, nello spezzare ilpane, nelle preghiere. In questo contesto viene descritta la loro spiritualità. Insegnamento, comunione e preghiera. Immaginare qui semplicemente il pranzare insieme parrebbe una nota sbagliata. E poi c’è quell’articolo: spezzare il pane. Mantenendo tutto il contesto nella spiritualità c’è armonia: insegnamento, comunione fraterna, cena del Signore (lo “spezzare il pane”), preghiera. Questo “spezzare il pane” avveniva – lo si noti – essendo “perseveranti” o, per dirla con TNM, “continuavano a dedicarsi”; qui al v. 42 questa traduzione si fa influenzare dalla propria credenza religiosa traducendo “prendere i pasti”, salvo dover poi ammettere nella nota in calce: “Lett. ‘allo spezzare il pane’”.
   Nel contesto della seconda parte, invece, si parla di aspetti di vita pratica quotidiana (ma sempre vissuti con spiritualità): stare insieme, liberarsi delle proprietà private, andare al Tempio, pranzare assieme (“rompere del pane”). Che qui si tratti proprio di pranzi comunitari è evidente non solo dalla mancanza dell’articolo determinativo (“rompere del pane”), ma anche dalla specificazione: “E prendevano il loro cibo insieme”. Per di più, il testo dice “ogni giorno”: si trattava quindi di normali attività quotidiane.
   Quel “rompere il pane” in cui i discepoli erano assidui indica quindi proprio la cena del Signore, indicando nel contempo che ciò avveniva frequentemente.
   Ma che dire della non menzione del vino? In fatto che il vino non sia menzionato, non solo è spiegabile, ma fa luce su come veniva fatta la cena del Signore. Non va dimenticato che “spezzare il pane” è un modo ebraico di dire “pranzare”. Nel nostro modo di parlare occidentale quando si dice “pranzare” o “mangiare” è sottinteso che non si vuol indicare solo “mangiare”: il bere è dato per scontato. Così, quando si annuncia: “Si mangia!”, non si vuole ovviamente far riferimento ad un pranzo senza bevande. Gli ebrei dicevano “spezzare del pane” per dire che si pranzava: era ovviamente inteso un pranzo completo; ovviamente non si sarebbe mangiato solo pane, ma ci sarebbero state pietanze e bevande. Ecco perché non è menzionato il vino. Ma il punto interessante è un altro: la cena del Signore era un normale pranzo in cui il pane e il vino assumevano i forti significati del sacrificio redentore di Yeshùa. D’altra parte, Yeshùa stesso lo aveva istituito durante una normale cena.
   Paolo dice: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore” (1Cor 11:26). Sostenere che quell’”ogni volta” si riferisca alla celebrazione annuale è ingenuo e tendenzioso. Paolo avrebbe detto ‘quando’ e non “ogni volta”. Il contesto in cui Paolo scrisse quelle parole indica che la cena del Signore era celebrata spesso. Il passo di 1Cor 11:20-34, che in parte abbiamo già esaminato, presenta molti aspetti istruttivi da notare, alcuni dei quali vogliamo ribadire.
   Innanzitutto il problema che Paolo tratta: la cena del Signore nella comunità di Corinto avveniva in maniera molto disordinata e indegna. Ora, se si fosse trattato di un evento annuale quei problemi non ci sarebbero stati. Chiunque frequenti una commemorazione annuale della morte di Yeshùa in qualsiasi confessione religiosa sa che tutto avviene con ordine. Sarebbe impensabile pensare ad una di queste cerimonie annuali come ad una occasione per gozzovigliare o ubriacarsi. Il fatto è che si tratta di eventi religiosi annuali, vere e proprie cerimonie. Nella comunità di Corinto però ogni cosa degradava: segno che la commemorazione era frequente, tanto frequente che era degenerata in un’abitudine in cui si andava oltre.
   “Quando vi riunite”, dice Paolo, “al pasto comune, ciascuno […]”. Si trattava dunque di un pasto comune. La colpa dei corinti era quella che poi ciascuno faceva a modo suo: mangiava e beveva senza attendere gli altri. Nei suoi consigli finali Paolo dice: “Quando vi riunite per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri”.
   I corinti avevano ormai perso il senso di quel “pasto comune”: “Chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro sé stesso, se non discerne il corpo del Signore”.
   Paolo ricorda le parole di Yeshùa: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice”. E le riporta, giustamente, nel contesto che sta trattando: nella frequente celebrazione della cena del Signore.
   Che Yeshùa intendesse una commemorazione frequente è indicato dal suo stesso esempio. Dopo essere resuscitato appare a dei discepoli e poi cena a casa loro. “Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24:30). La cosa notevole qui è Yeshùa compì quello che nell’uso giudaico spettava al padrone di casa: rompere il pane. Egli attuò questo gesto nel suo proprio modo usuale, tanto che “era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane”. - V. 35.
   Un’altra allusione fatta dalla Scrittura ad una cena del Signore celebrata non nella ricorrenza annuale, si trova in At 20. Paolo si trova a Troade in attesa di imbarcarsi per poi recarsi a Gerusalemme. Si trova tra i discepoli locali e cena con loro. Luca narra: “Mentre eravamo riuniti per spezzare il pane [greco ἄρτον (àrton), senza articolo: quindi una comune cena], Paolo, dovendo partire il giorno seguente, parlava ai discepoli, e prolungò il discorso fino a mezzanotte” (v 7). Poi Paolo, dal terzo piano della casa in cui si trovava scende al piano terra per soccorrere un giovane. “Poi risalì, spezzò il pane [greco τὸν ἄρτον (ton àrton), con l’articolo: quindi la cena del Signore] e prese cibo; e dopo aver ragionato lungamente sino all'alba, partì”. - V. 11.