Donne fatte prigioniere a Siclag (נָשִׁים, nashìm, “donne”)
“Tre giorni dopo, quando Davide e la sua gente furono giunti a Siclag, ecco che gli Amalechiti avevano fatto una scorreria verso la regione meridionale e verso Siclag; avevano preso Siclag e l'avevano incendiata; avevano fatto prigionieri le donne e tutti quelli che vi si trovavano, piccoli e grandi; non avevano ucciso nessuno, ma avevano portato via tutti e se n'erano tornati da dove erano venuti. Quando Davide e la sua gente giunsero alla città, essa era distrutta dal fuoco e le loro mogli, i loro figli e le loro figlie erano stati condotti via prigionieri”. - 1Sam 30:1-3.
Questa scorribanda con conseguente sequestro di persone si verificò durante il periodo della monarchia. Questo breve riferimento ci fornisce un piccolo spaccato di ciò che accadeva in quel tempo e dei pericoli molto reali che la gente correva.
L’odio degli amalechiti verso Israele aveva una lunga storia. Già dopo l’esodo del popolo ebraico dall’Egitto, gli amalechiti furono i primi ad attaccare gli israeliti, tra l’altro senza esserne provocati. Dio ne decretò di conseguenza l’annientamento (Es 17:8-16; Nm 24:20; Dt 25:17-19). Gli amalechiti respinsero poi gli ebrei quando questi stavano per entrare nella Terra Promessa (Nm 14:41-45). Nel periodo dei Giudici gli amalechiti assalirono nuovamente Israele (Gdc 3:12,13;6:1-3,33;7:12;10:12). Nel seguente periodo, quello della monarchia, Dio comandò al re Saul di abbatterli perché persistevano nel loro odio per Israele; Saul li abbatté ma risparmiò un loro re, abbattuto poi da Samuele (1Sam 15:2-33). Anche Davide aveva attaccato i villaggi amalechiti. Questi, a loro volta, attaccarono Siclag e presero le sue mogli insieme ai suoi beni. Davide, allora, con 400 uomini li attaccò e ricuperò persone e cose. - 1Sam 27:8;30:1-20.
Dopo l’incursione amalechita e il rapimento delle donne, “Davide fu grandemente angosciato: la gente parlava di lapidarlo, perché tutti erano amareggiati a motivo dei loro figli e delle loro figlie; ma Davide si fortificò nel Signore, nel suo Dio”. - 1Sam 30:6.
Quella era una società patriarcale. Eppure, anche all'interno di quella società le donne erano valutate. L’amore individuale dell’israelita per sua moglie equilibrava per quanto poteva lo squilibrio sociale tra uomini e donne. Questi israeliti, fedeli al punto che avevano seguito il loro eroe Davide in esilio (fuggiva, infatti, da Saul che lo voleva morto), erano pronti a raccogliere delle pietre per lapidarlo per quello che era successo.
Nel mondo attuale s’interagisce ormai con persone provenienti da molte culture e società diverse dalla nostra. Dobbiamo stare attenti però a non confondere le norme culturali di altre società con gli atteggiamenti reali che gli uomini hanno nei confronti delle donne in quelle società. Coloro che per cultura ritengono la donna inferiore all’uomo, possono tuttavia stimare e rispettare individualmente la propria moglie nella loro vita privata.
Davide va davanti al Signore (1Sam 30:7,8), poi in battaglia. “Davide ricuperò tutto quello che gli Amalechiti avevano portato via e liberò anche le sue due mogli. Non vi mancò nessuno, né piccoli né grandi, né figli né figlie, e nulla del bottino, nulla che gli Amalechiti avessero preso. Davide ricondusse via tutto”. - 1Sam 30:18,19.
Donne in preghiera(γυναῖκές, günaikès, “donne”; questa parola, proprio come in ebraico, grecaindica una donna di qualsiasi età - vergine, sposata o vedova – oppure una moglie: è il contesto che le dà il senso)
“Tutti questi perseveravano concordi nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e con i fratelli di lui”. - At 1:14.
Il testo greco non dice “le donne”, come nella traduzione, ma semplicemente “donne”, per cui va meglio qui TNM: “alcune donne”; per essere precisi, la traduzione dovrebbe essere “con delle donne”. Il fatto che il greco, lingua molto precisa, taccia l’articolo determinativo, indica che le donne di cui si parla non erano donne ben identificabili. Erano tuttavia donne che, per il fatto stesso di essere perseveranti e concordi nella preghiera insieme agli apostoli, avevano seguito Yeshùa; probabilmente sono le stesse “donne [anche qui senza articolo determinativo] che lo avevano accompagnato dalla Galilea” e che “stavano a guardare queste cose [la crocifissione di Yeshùa] da lontano”. – Lc 23:49
Donne ittite (בְּנֹות חֵת, benòt Chèt, “figlie di Chet”)
“Rebecca disse a Isacco: ‘Sono disgustata a causa di queste donne ittite’”. – Gn 27:46.
L’espressione ebraica “figlie di Het”, tradotta “ittite”, fa riferimento alle donne del popolo disceso da Chet, secondo figlio di Canaan (Gn 10:15); popolazione di origine camitica. - Gn 10:6.
Quali discendenti di Canaan, gli ittiti (e quindi le ittite) erano sotto una maledizione: quella di Noè su Canaan in Gn 9:25-27. La religione ittita era pagana e fallica, come tutte le religioni cananee.
Nel passo di Gn 27:46 Rebecca, moglie di Isacco, si lamenta con il marito perché il loro figlio Esaù (nipote di Abraamo) aveva sposato delle ittite ed “esse furono causa di profonda amarezza per Isacco e per Rebecca” (Gn 26:34,35;27:46). Ora, preoccupata che anche l’altro loro figlio, Giacobbe, possa sposare un’ittita, dice: “Se Giacobbe prende in moglie, tra le Ittite, tra le abitanti del paese, una come quelle, che mi giova la vita?” - Gn 27:46.
Donne riunite (γυναῖκες, günàikes, “donne”)
“Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite”. - At 16:13.
In questo passaggio biblico non si dice che le donne si fossero riunite per la preghiera. Si legga attentamente il testo. Luca, lo scrittore di At, sta dicendo che lui, con Paolo e il suo seguito, stavano andando ad un luogo di preghiera, essendo sabato (cfr. Es 20:8). Ma, lo si noti, Luca dice: “Andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera”. Si trovarono invece di fronte un gruppo di nonne. Si veda al riguardo la voce Lidia.
Donne straniere (נָשִׁים נָכְרִיֹּות, nashìm nochriyòt, “donne straniere”)
“Hanno preso le loro figlie come mogli per sé e per i propri figli e hanno mescolato la stirpe santa con i popoli di questi paesi; i capi e i magistrati sono stati i primi a commettere questa infedeltà”. - Esd 9:2.
Qui si parla degli israeliti che si mischiarono tramite matrimoni con le altre nazioni durante il loro esilio, nonostante l'ingiunzione di Dio di non mescolarsi con i popoli stranieri. Qui si tratta di donne cananee, ittite, ferezee, gebusee, ammonite, moabite, egiziane e amorree (Esd 9:1). Gli israeliti erano circondati da popoli pagani, persone che adoravano altri dèi. Il fare alleanze con quelle persone conduceva gli israeliti lontano da Dio. – Cfr. Dt 7:3; Gs 23:12,13.
Esdra ancora una volta deve emettere un decreto che rafforzi il divieto di matrimoni misti: “Ora dunque non date le vostre figlie ai loro figli, e non prendete le loro figlie per i vostri figli, e non ricercate la loro prosperità né il loro benessere, e così diventerete voi forti” (Esd 9:12). Tuttavia, questo tema della purezza attraverso il matrimonio è bilanciato nella Bibbia con la piena accettazione di donne straniere come Rut, Tamar, Raab e altre. Diverse donne di spicco della Bibbia non erano israelite, ma avevano sposato uomini israeliti.
“Secania, figlio di Ieiel, uno dei figli di Elam, disse a Esdra: ‘Noi siamo stati infedeli al nostro Dio, sposando donne straniere prese dai popoli di questo paese. Tuttavia, rimane ancora, a questo riguardo, una speranza a Israele. Facciamo un patto con il nostro Dio e impegniamoci a rimandare tutte queste donne e i figli nati da loro, come consigliano il mio signore e quelli che tremano davanti ai comandamenti del nostro Dio: si faccia quello che vuole la legge” (Esd 10:2,3). “Il sacerdote Esdra si alzò e disse loro: ‘Voi avete commesso un'infedeltà, sposando donne straniere, e avete reso Israele ancora più colpevole. Ma ora confessate la vostra colpa al Signore, Dio dei vostri padri, e fate la sua volontà! Separatevi dai popoli di questo paese e dalle donne straniere!’ Allora tutta l'assemblea rispose e disse ad alta voce: ‘Sì, dobbiamo fare come tu hai detto! Ma il popolo è molto numeroso, piove molto e non possiamo stare allo scoperto; e questa non è faccenda di un giorno o due, poiché siamo stati in molti a commettere questo peccato. Rimangano dunque qui i capi di tutta l'assemblea; e tutti quelli che, nelle nostre città, hanno sposato donne straniere vengano nei tempi stabiliti, con gli anziani e con i giudici di ogni città, finché non sia allontanata da noi l'ardente ira del nostro Dio, per questa infedeltà” (Esd 10:10-14). “Il primo giorno del primo mese avevano finito di occuparsi di quanti avevano sposato donne straniere”. - Esd 10:17.
“Tra i figli dei sacerdoti, che avevano sposato donne straniere, si trovarono dei figli di Iesua, figlio di Iosadac, e tra i suoi fratelli: Maaseia, Eliezer, Iarib e Ghedalia” (Esd 10:18). “Tutti questi avevano preso delle mogli straniere; e ce n'erano di quelli che da queste mogli avevano avuto dei figli”. - Esd 10:44.
“Il re Salomone, oltre alla figlia del faraone, amò molte donne straniere: delle Moabite, delle Ammonite, delle Idumee, delle Sidonie, delle Ittite”. – 1Re 11:1.
Donne trascinate in prigione (γυναῖκες, günàikes, “donne”)
“Saulo intanto devastava la chiesa, entrando di casa in casa; e, trascinando via uomini e donne, li metteva in prigione”. - At 8:3.
I primi credenti furono posti di fronte a numerose sfide. In Israele, furono spesso visti con sospetto, se non come eretici che meritavano punizione da parte dei giudei loro connazionali. Nelle regioni del paganesimo erano pure guardati con sospetto. Uomini e donne furono imprigionati, torturati e uccisi per la loro fede in Yeshùa. Allo stesso tempo, come mostra questa storia, diverse persone che prima li perseguitavano divennero poi credenti. Saulo/Paolo fu tra questi.
Ancora oggi Dio continua a chiamare “quelli che sono suoi” (2Tm 2:19) anche tra i persecutori. Non si sa mai come le nostre azioni possano influenzare le decisioni di un'altra persona. Per questo occorre continuare a pregare per coloro che ci perseguitano e che perseguitano i nostri fratelli e le nostre sorelle nel Signore: “Pregate per quelli che vi perseguitano”. – Mt 5:44.
Drusilla (Δρούσιλλα, Drusìlla, “bagnata dalla rugiada”)
“Felice, venuto con sua moglie Drusilla, che era ebrea, mandò a chiamare Paolo, e lo ascoltò circa la fede in Cristo Gesù”. – At 24:24.
Questa donna, nata nel 38 e morta nel 79, era la terza figlia di Erode Agrippa I di Giudea e della principessa Cipro; era anche sorella di Agrippa II, di Berenice e di Mariamne III. A sei anni, poco prima che suo padre morisse, fu promessa in sposa ad Antioco Epifane con la garanzia che lui divenisse ebreo. Quando però poi costui rifiutò, la promessa di matrimonio venne sciolta e Drusilla venne fatta sposare attorno ad Aziz, un siro re di Emessa, che accettò la circoncisione e la conversione all’ebraismo. Circa un anno dopo il matrimonio, Drusilla, irritata dalla durezza del marito e dall’invidia della propria sorella Berenice, scappò e andò presso il procuratore della Giudea, Marco Antonio Felice, che sposò in dispregio alla Legge ebraica (Es 20:14; Dt 5:18;22:22). – Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche XX, 7.1.
Intorno al 58, quando l'apostolo Paolo fu portato in giudizio davanti a Felice, Drusilla era presente al colloquio fra Paolo e suo marito (At 24:24). Felice, due anni dopo, passò il potere a Festo e “volendo guadagnare il favore dei Giudei, lasciò Paolo in prigione” (At 24:27). Alcuni studiosi ritengono che lo fece per compiacere sua moglie Drusilla “che era ebrea” (At 24:24). Ciò non stupirebbe, vista l’indole scaltra del procuratore Festo, che sperava “che Paolo gli avrebbe dato del denaro”. - At 24:26.
Con tutta probabilità, nel 60 Drusilla tornò a Roma col marito, quando terminò il governatorato di lui in Giudea. Drusilla, a quanto pare, morì durante l'eruzione del Vesuvio nell'agosto del 79 assieme al figlio Agrippa, nato dal matrimonio col procuratore Antonio Felice (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche XX, 7.2). Tuttavia, questo fatto non è certo, perché la lezione del passo di XX 7.2 (Ibidem) è ambigua e potrebbe anche significare che Agrippa fosse morto assieme a sua moglie; infatti, il termine greco γυνή (günè), “donna”, è riferito sia alla moglie di Felice, Drusilla, sia a quella di Agrippa.
Due prostitute (שְׁתַּיִם נָשִׁים זֹנֹות, shtàym nashìm sonòt, “due donne prostitute”)
“Due prostitute vennero a presentarsi davanti al re [Salomone]”. - 1Re 3:16.
1Re 3:16.
La famosa storia delle due donne con un bambino solo e la conseguente sentenza salomonica si trova in 1Re. Chi conosce la storia solo per sentito dire, potrebbe sorprendersi nello scoprire che la Bibbia parla si due prostitute.
Il nuovo e giovane re Salomone si trova di fronte a un problema apparentemente irrisolvibile. “Una delle due disse: ‘Permetti, mio signore! Io e questa donna abitavamo nella medesima casa, e io partorii mentre lei stava in casa. Il terzo giorno dopo il mio parto, partorì anche questa donna. Noi stavamo insieme, e non c'erano estranei; non c'eravamo che noi due in casa. Poi, durante la notte, il figlio di questa donna morì, perché lei gli si era coricata sopra. Lei, alzatasi nel cuore della notte, prese mio figlio dal mio fianco, mentre la tua serva dormiva, e lo adagiò sul suo seno, e sul mio seno mise il figlio suo morto. Quando mi sono alzata al mattino per allattare mio figlio, egli era morto; ma, guardandolo meglio a giorno chiaro, mi accorsi che non era il figlio che io avevo partorito’. L'altra donna disse: ‘No, il figlio vivo è il mio, e il morto è il tuo’. Ma la prima replicò: ‘No, invece, il morto è il figlio tuo, e il vivo è il mio’. Così litigavano in presenza del re”. - 1Re 3:17-22.
A quale donna credere? Al posto del re, qualcuno avrebbe forse domandato alla prima donna come facesse a sapere che l'altra aveva messo il figlio morto sul suo seno, dato che per sua stessa ammissione stava dormendo. Salomone prese invece una strada diversa. “Allora il re disse: ‘Una dice: Questo che è vivo è mio figlio, e quello che è morto è il tuo; e l'altra dice: No, invece, il morto è il figlio tuo, e il vivo è il mio’. Il re ordinò: ‘Portatemi una spada!’ E portarono una spada davanti al re. Il re disse: ‘Dividete il bambino vivo in due parti, e datene la metà all'una, e la metà all'altra’. Allora la donna, a cui apparteneva il bambino vivo, sentendosi commuovere le viscere per suo figlio, disse al re: ‘Mio signore, date a lei il bambino vivo, e non uccidetelo, no!’ Ma l'altra diceva: ‘Non sia mio né tuo; si divida!’ Allora il re rispose: ‘Date a quella il bambino vivo, e non uccidetelo; lei è sua madre!’”. - 1Re 3:23-27.
Ora si noti che al lettore non viene detto a quale delle due donne che contendevano davanti Salomone, il bambino apparteneva. Era quella che aveva affermato di aver dormito mentre l'altra scambiava i bambini? Oppure era quella che aveva sostenuto che il bambino era suo? Decidere quale di queste due donne fosse la vera madre del bimbo vivo non risolve tutti i problemi sollevati, però.
Che cosa fece Salomone per le condizioni in cui queste donne vivevano? Loro avevano dato alla luce i loro figli da sole, senza alcun sostegno. Dato che erano prostitute, non avevano alcun uomo di casa che potesse aiutarle in una società di uomini. Il loro unico mezzo di sostegno finanziario era vendere i propri corpi. Come credenti, abbiamo un obbligo in più di Salomone. Lui era stato chiamato ad essere il re d'Israele e a dispensare saggezza: “Tutto Israele udì parlare del giudizio che il re aveva pronunciato, ed ebbero rispetto per il re perché vedevano che la sapienza di Dio era in lui per amministrare la giustizia” (1Re 3:28). Noi siamo chiamati a dispensare amore e compassione. Siamo obbligati a guardare al di là dei problemi immediati dei deboli. Occorre prendersi cura di tutti i loro bisogni. “A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: ‘Andate in pace, scaldatevi e saziatevi’, ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?”. – Gc 2:14-16.