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Donne menzionate nella Bibbia - Lettere LEA-LID

Lea (לֵאָה, Leà, “stanca”)
Labano aveva due figlie: la maggiore si chiamava Lea e la minore Rachele”. – Gn 29:16.
  Oltre ad essere la figlia maggiore di Labano, Lea era anche pronipote di Abraamo; suo padre Labano era fratello di Rebecca, madre di Giacobbe, quindi Lea era anche cugina di Giacobbe (Gn 22:20-23;24:24,29;29:16). A differenza della bella sorella minore Rachele, Lea non era così bella: “Lea aveva gli occhi delicati, ma Rachele era avvenente e di bell'aspetto” (Gn 29:17); TNM dice che i suoi occhi “non brillavano”; la Bibbia dice cheעֵינֵי לֵאָה רַכֹּות  (eynè leà rachòt), “occhi di Lea soffici”. È cosa discussa se l'aggettivo rachòt (רכות) debba essere preso a significare "delicati" o "deboli".   
   Alcune traduzioni dicono che potrebbe significare che avesse gli occhi azzurri o di colore chiaro (David Bivin, Leah’s Tender Eyes).
Rashì, il famoso commentatore biblico, cita un’interpretazione rabbinica secondo cui gli occhi di Lea erano diventati deboli. Stando a questo racconto rabbinico (che sa molto di leggenda), Lea sarebbe stata destinata a sposare Giacobbe, fratello gemello di Esaù. Nell’intendimento rabbinico, i due fratelli si opposero, essendo Giacobbe un timorato di Dio ed Esaù un cacciatore omicida, idolatra e adultero; ma la gente diceva che Labano aveva due figlie e sua sorella Rebecca aveva due figli, e che la figlia maggiore (Lea) si sarebbe sposata con il figlio maggiore (Esaù) e la figlia più giovane (Rachele) si sarebbe sposerà con il figlio più giovane (Giacobbe). Udito questo – prosegue questo racconto - Lea trascorse la maggior parte del suo tempo piangendo e pregando Dio di cambiare il compagno che le era destinato. Così la Toràh descriverebbe gli occhi di Lea come "soffici" (רכות) per il pianto. Le lacrime di Lea, insieme alle sue preghiere, le avrebbero permesso di sposare Giacobbe prima di Rachele. Siamo ovviamente di fronte a interpretazioni di fantasia. Comunque, per le donne orientali gli occhi lucenti o splendenti erano indice di bellezza. - Cfr. Cant 1:15;4:9;7:4.
   Giacobbe prese in moglie Lea attraverso un inganno del padre (Gn 29:23). Lei partorì a Giacobbe sei figli (Gn 29:32,35;30:16-20) e anche una figlia, Dina (Gn 30:21). Lea accompagnò Giacobbe in Canaan e qui morì prima che la famiglia scendesse in Egitto (Gn 31). Fu sepolta nella grotta di Macpela. – Gn 49:31.
   Lea fu la madre di ben sei delle dodici tribù di Israele: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar e Zabulon.
   Questa donna soffrì la rivalità di Rachele, sua sorella minore. “Il Signore, vedendo che Lea era odiata, la rese feconda; ma Rachele era sterile . . . Lea concepì, partorì . . . disse: ‘Il Signore ha visto la mia afflizione’ . . . Poi concepì di nuovo e partorì un figlio, e disse: ‘Il Signore ha udito che io ero odiata, e mi ha dato anche questo figlio”. - Gn 29:31-33.
   I testi classici cassidici spiegano la rivalità delle sorelle come gelosia coniugale. Ciascuna delle due donne desiderava crescere spiritualmente nella sua avodàt Hashem (servizio di Dio), e quindi cercarono la vicinanza di Giacobbe che aveva la benedizione di Dio. Sposando Giacobbe e avendo suoi figli avrebbero sviluppato un rapporto ancora più vicino a Dio. Per cui, Lea e Rachele volevano avere da Giacobbe ciascuna più figli possibile, tanto che arrivarono ad offrire le loro serve per raggiungere lo scopo (Gn 30:3-13). In Gn 30:14-24 è narrata la gara tra le due per avere figli da Giacobbe. Ciascuna delle due donne mette continuamente in discussione se stessa nel suo impegno personale verso una maggiore spiritualità, usando l'altra come parametro per stimolare se stessa. Rachele invidiò le preghiere in lacrime di Lea. Il Talmùd dice che Rachele rivelò a Lea il segnale segreto che lei e Giacobbe avevano ideato per identificare la sposa velata, perché entrambi sospettavano l’inganno di Labano. “Giacobbe amava Rachele e disse a Labano: ‘Io ti servirò sette anni, per Rachele tua figlia minore’ . . . Giacobbe servì sette anni per Rachele; e gli parvero pochi giorni, a causa del suo amore per lei. Poi Giacobbe disse a Labano: ‘Dammi mia moglie, perché il mio tempo è compiuto, e io andrò da lei’. Allora Labano radunò tutta la gente del luogo e fece un banchetto. Ma, la sera, prese sua figlia Lea e la condusse da Giacobbe, il quale si unì a lei . . . L'indomani mattina ecco che era Lea!”. – Gn 29:18-25; Talmùd, Meghilà 13b.
Le più saggedelle dame (חַכְמֹות שָׂרֹותֶיהָ, chachmòt sarotèyhà, “le più sagge delle sue principesse”)
Le più sagge delle sue dame le rispondono”. - Gdc 5:29.
   Queste dame di compagnia si trovarono in una condizione che molti si trovano ad affrontare: attendere qualcuno che si ama e aspettarlo con ansia, sperando che torni presto.
   La scena descritta non fa parte di una narrazione storica, ma del canto di vittoria di Debora (si veda Debora). La scena, molto realistica, è immaginata da Debora che canta la sua vittoria. Sisera, l’odiato e detestabile nemico di Israele è stato ucciso, e lei ironicamente immagina le dame di compagnia della madre di lui che cercano di rassicurarla. “Sì, certo, hanno fatto bottino e stan facendo le parti: una ragazza per ciascuno; a Sisara toccano stoffe colorate, ricamate e pregiate” (Gdc 5:30, PdS). Definire queste dame “le più sagge” è una stoccata, tutta femminile, che Debora dà loro. Intanto, il loro eroe è morto. Vittima di una donna ebrea al di là del fronte.
Levatrice (מְיַלֶּדֶת, meyalèdet, “levatrice”)
Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: ‘Non temere, perché questo è un altro figlio per te’”. - Gn 35:17.
   Si tratta di “quando Rachele [la moglie prediletta di Giacobbe] partorì. Ella ebbe un parto difficile”. - Gn 35:16.
Lidia (Λυδία, Lüdìa, “abitante (femminile) della Lidia”)
Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite. Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. Dopo che fu battezzata con la sua famiglia, ci pregò dicendo: ‘Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi’. E ci costrinse ad accettare”. - At 16:13-15.
   Qui incontriamo Lidia, una delle donne più fraintese della Bibbia. Le varie chiese insegnano che Lidia era una donna ricca che sostenne finanziariamente la congregazione locale. Alla base di questo insegnamento c’è la connotazione biblica che la riguarda: "commerciante di porpora". Ciò, tuttavia, è solo uno degli elementi della descrizione.
  Il primo elemento d’informazione, per importanza, il testo ce lo dà riguardo alla sua collocazione nel racconto. Paolo incontra un gruppo di donne “fuori dalla porta [della città di “Filippi, che è colonia romana e la città più importante di quella regione della Macedonia”, At 16:12], lungo il fiume". Si noti che Luca, scrittore di At, dice che lui e il gruppo di Paolo andarono là “dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera”. Il testo specifica che era sabato, per cui Paolo e il suo gruppo, santificando il sabato, cercavano un luogo di preghiera. A Filippi, città greca e “colonia romana”, una sinagoga non c’era, altrimenti Paolo ci sarebbe andato, conformemente alla sua abitudine (cfr. At 13:14,42,44;18:4). Quelle donne però non erano ebree e quello non era luogo di preghiera, tanto è vero che Luca non dice che pregarono ma dice solo: “Sedutici parlavamo alle donne là riunite”. Non trovando il luogo di preghiera che cercavano, ne approfittarono per parlare della fede in Yeshùa a quelle donne.
   Che facevano lì quelle donne? Certo non pregavano. Che motivo ne avrebbero avuto? Erano donne pagane. L’espressione “Lidia, che temeva Dio” non va fraintesa. La traduzione che ne fa TNM, “adoratrice di Dio”, è sbagliata e fuori luogo. Il testo originale greco ha σεβομένη (sebomène) che è il participio presente femminile medio del verbo σέβομαι (sèbomai). Questo verbo, è vero, può anche significare “adorare”, ma questo è un significato secondario: tra gli otto significati di questo verbo, “adorare” è l’ottavo ovvero l’ultimo. Il verbo significa prima di tutto “coltivare”, da cui il senso di coltivare spiritualmente, con il significato di “darsi pensiero di”. Questo significato è evidente in At 17:4: “una gran folla di Greci pii [σεβομένων (sbomènon), “che si davano pensiero”, sottinteso: di Dio]”; qui TNM traduce “che adoravano [Dio]”, ma se già adoravano Dio che senso avrebbe dire che “divennero credenti” (Ibidem, TNM)? Ha invece senso, conformemente al significato del verbo greco, dire che quei greci pagani divennero credenti perché, con la predicazione di Paolo che li convinse, già “si davano pensiero” (σεβομένων, sbomènon) di Dio. Lidia era alla ricerca di un rapporto con Dio, lei “si dava pensiero per Dio [σεβομένη τὸν θεόν (sebomène ton theòn)]”. Il verbo vero e proprio che il greco usa per “adorare” è προσκυνέω (proskünèo): “Adora [προσκυνήσεις (proskünèseis)] il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”. – Mt 4:10.
   Quelle donne stavano lavorando, ecco perché il testo specifica: “Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia”. 
   A quel tempo c’erano due tipi di stoffa rosso porpora disponibili e per questi si usavano due coloranti diversi. Uno, a base di frutti di mare, era un bene di lusso, legalmente disponibile solo per la famiglia imperiale (cfr. Treccani). L'altro colorante era un vegetale che richiedeva l'accesso ad acque dolci, come quelle di un fiume. Il processo di tintura era maleodorante e costringeva i tintori a lavorare fuori dalle porte della città. “Fuori dalla porta, lungo il fiume” (At 16:13) era il posto ideale per il lavoro di Lidia: lontano dalla città e con disponibilità di acqua dolce corrente.
   Non a caso, la zona più conosciuta dell’industria della porpora era Tiàtira, e Lidia era una “donna della città di Tiatiri”. In parole povere, Lidia lavorava in un posto puzzolente, producendo a caldo, in un posto relegato all’esterno della città.
  In realtà, Lidia doveva essere ben consapevole del suo lavoro ai margini della società. Tuttavia, male non doveva andarle, visto che aveva una casa abbastanza grande da poter ospitare il gruppo di Paolo (At 16:15). Tuttavia, il suo stesso nome (Lidia) dice della sua condizione. La Lidia era un luogo. La Lidia (in assiro: Luddu; in greco: Λυδία, Lüdìa) era ed è un'antica regione localizzata nell'Asia Minore (moderna Turchia) occidentale. Cosa significa questo? Occorre sapere che “i nomi degli schiavi sono riconoscibili, perché derivavano dal nome della località da cui provenivano” (Tiziana Momigliano, Il latino con gioia. Lezioni di una professoressa, Milano, 2009). Le uniche persone quindi che avevano i nomi di luogo come nome personale erano gli schiavi. Costoro non erano neppure considerate persone ma cose che non meritavano nemmeno un nome: erano semplicemente chiamate dal luogo da cui erano state prese.Nonostante la sua condizione, Lidia aveva deciso di seguire il Dio degli ebrei.
   Infine, abbiamo il dettaglio che Lidia aveva una famiglia. Era sposata, nubile, vedova? Non lo sappiamo, ma sappiamo che “fu battezzata con la sua famiglia”. – At 16:15.
   “Dopo che fu battezzata con la sua famiglia, ci pregò dicendo: ‘Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi’. E ci costrinse ad accettare” (At 16:15). Bello questo passaggio che ci dice tutto il modo femminile di Lidia. Lei vuole mostrare la sua gratitudine. Usa perfino una lusinga, “ricattando” con la sua attrattiva femminile il recalcitrante Paolo: “Se avete giudicato se io…”. Conoscendo il caratterino di Paolo, viene da sorridere immaginandolo mentre è costretto ad accettare l’invito: “Ci costrinse ad accettare”.