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Donne menzionate nella Bibbia - Lettere MADRE di - MARIA forme

Madre di Chiram (אִשָּׁה אַלְמָנָה, ishàh almanàh, “donna vedova”)
“Il re Salomone fece venire da Tiro Chiram, figlio di una vedova della tribù di Neftali; suo padre era di Tiro. Egli lavorava il bronzo, era pieno di saggezza, d'intelletto e di abilità per eseguire qualunque lavoro in bronzo”. - 1Re 7:13,14.
   Si noti che questo Chiram, esperto artigiano, viene identificato dal fatto che era figlio di una certa “vedova della tribù di Neftali”. Questa donna viene detta in 2Cron 2:13,14 “della tribù di Dan”. Probabilmente lei era neftalita di nascita, ma poi sposata con un danita. Dato che il padre di Chiram “era di Tiro” (in Libano), evidentemente era rimasta vedova del danita, primo marito, e si era risposata con un libanese. Quanto poi alla denominazione “Curam-Abi”, presente in 2Cron 2:13, riferita al figlio di questa vedova, ciò va spiegato. “Curam-Abi” (חוּרָם אָבִי, Churàm àvy) significa letteralmente “Chiram mio padre”. Chi lo chiama così è il re di Tiro (2Cron 2:11-13). L’epiteto “padre” è qui un titolo onorifico (cfr. 2Re 6:21). Ciò è confermato da 2Cron 4:16, in cui Chiram è detto letteralmente “Chiram suo padre” (חוּרָם אָבִיו, Chùram avìu), riferito questa volta al re Salomone.
Madre di Gionatan (אִמֶּֽךָ, imachà, “tua madre”)
“L'ira di Saul si accese contro Gionatan, e gli disse: ‘Figlio perverso e ribelle, non so io forse che tu prendi le difese del figlio d'Isai, a tua vergogna e a vergogna di tua madre?’”. - 1Sam 20:30.
   Questa donna potrebbe essere Ainoam (1Sam 14:49,50), tuttavia la madre di Gionatan non è specificamente identificata. Molte madri e molti padri s’identificano con le dichiarazioni di Saul: quando un bambino provoca problemi diventa all'improvviso figlio solo dell’altro genitore.
Madre di Iefte (אִשָּׁה זֹונָה, ishàh zonàh; “donna prostituta”)
“Iefte, il Galaadita, era un uomo forte e valoroso, figlio di una prostituta, e aveva Galaad per padre”. - Gdc 11:1.
   La Bibbia ci dice poco su questa donna, anche se possiamo immaginare, sulla base degli eventi nella storia di Iefte, che la sua vita non fu facile. I fratellastri di Iefte (figli legittimi della moglie di Galaad) lo cacciarono da casa per questioni economiche insultandolo perché era figlio di un’altra donna (Gdc 11:2,3). Ciò ci fa pensare che anche sua madre non era stata ben accolta in quella famiglia allargata.
Madre di Mica (אִמֹּו, imò, “sua madre”)
“C'era un uomo nella regione montuosa di Efraim che si chiamava Mica. Egli disse a sua madre: ‘I millecento sicli d'argento che ti hanno rubato e a proposito dei quali hai pronunciato una maledizione, e l'hai pronunciata in mia presenza, ecco, li ho io; quel denaro l'avevo preso io’. Sua madre disse: ‘Il Signore ti benedica, figlio mio!’ Egli restituì a sua madre i millecento sicli d'argento, e sua madre disse: ‘Io consacro al Signore, di mano mia, quest'argento a favore di mio figlio, per farne un'immagine scolpita e un'immagine di metallo fuso; e ora te lo rendo’. Quando egli ebbe restituito l'argento a sua madre, questa prese duecento sicli e li diede al fonditore, il quale ne fece un'immagine scolpita, di metallo fuso, che fu messa in casa di Mica. Così quest'uomo, Mica, ebbe una casa per gli idoli; fece un efod e degli idoli domestici e consacrò uno dei suoi figli, che teneva come sacerdote. In quel tempo non vi era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio”. - Gdc 17:1-6.
   Prima di esaminare questa storia, prendiamo in considerazione “i millecento sicli d'argento”. Un siclo corrispondeva grosso modo a 11 grammi. Il peso totale era quindi poco più di 12 kg. Il siclo era un’unità di misura che aveva anche valore monetario. Il peso in sicli, quando veniva speso come denaro, era controllato al momento della transazione (Gn 23:15,16; Gs 7:21). Tuttora, nello stato d’Israele, la moneta corrente è lo shèqel (שקל), il cui plurale è שקלים (shqalìm); questa parola deriva da מִשְׁקַל (mishqàl), che significa “peso”. “Siclo” non è altro che l’italianizzazione di shèqel (שקל). Nella Bibbia il siclo è spesso menzionato in rapporto all’argento o all’oro (1Cron 21:25; Nee 5:15). Tornando ai “millecento sicli d'argento”, questa è la stessa quantità che troviamo in Gdc 16:5, che i filistei si offrono di pagare a Dalila per scoprire i segreti di Sansone. Questa coincidenza ci fa sospettare un collegamento tra le due donne.
   Mentre la loro storia è stata scioccamente utilizzata per sostenere la tendenza delle donne verso le false dottrine, crediamo che il messaggio sia un altro. La madre di Mica non ha intenzione di disubbidire a Dio: si vede qui esattamente l'opposto. Lei credeva che creando un idolo si sarebbe servito Dio. L’autore di Eb spiega che “se persistiamo nel peccare volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati” (Eb 10:26); come dire che senza conoscenza non può essere attribuito il peccato (cfr. (2Pt 2:21). “Il peccato non è imputato quando non c'è legge” (Rm 5:13). Nel passo che stiamo considerando è detto chiaramente che “in quel tempo non vi era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio” (cfr. Pr 14:12;16:2;21:2). Durante il periodo di tempo tra i Giudici e la monarchia, Israele subì una tale mancanza di conoscenza. Apprendiamo dai versi successivi che anche gli altri israeliti ritenevano che quell’idolo fosse divino.
   Oggi raramente si creano idoli reali (eccezion fatta per tutti quelli che riempiono le chiese cattoliche sotto forma di statue e icone), ma si fanno idoli delle cose della vita. Troppo spesso si crede di servire il Signore, quando in realtà si è solo creato un idolo che offende Dio.  
Madre di Rufo (μητέρα αὐτοῦ, metèra autù, “madre di lui”)
“Salutate Rufo, l'eletto nel Signore e sua madre, che è anche mia”. – Rm 16:13.
   Il fatto che Paolo definisca questa donna sua madre nella fede, indica che lei era una credente. Paolo non la dimentica nei suoi saluti. 
Madre di Sansone: vedere Moglie di Manoà
Madre di Sisera (אֵם, em, “madre”)
“La madre di Sisera guarda dalla finestra e grida attraverso l'inferriata: Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché sono così lente le ruote dei suoi carri?”. - Gdc 5:28.
   Questo breve passaggio rivela una sorprendente compassione per un nemico di Israele. La guerra fa altre vittime oltre a quelle del campo di battaglia, e la madre di Sisera fu una vittima di questo tipo. Guardando fuori dalla finestra, spera di scorgere suo figlio Sisera, comandante dell’esercito cananeo. Lei, come molte madri, attende invano il figlio, sperando che torni presto. Perdere un figlio, non importa la sua età, è il più grande dolore che possa capitare ad una donna. L’unica vera consolazione è in Dio. Nessuna donna credente lancia mai invano lo sguardo oltre quella finestra da sola.
   Al tempo stesso, però, la storia prende in giro la madre di Sisera. La scena descritta non fa parte di una narrazione storica, ma del canto di vittoria di Debora (si veda Debora). La scena, molto realistica, è immaginata da Debora che canta la sua vittoria. Sisera, l’odiato e detestabile nemico di Israele è stato ucciso, e lei sarcasticamente immagina sua madre che l’attende. Tuttavia, la scena tradisce un momento di compassione da donna a donna. Si sente tutta l’apprensione di una madre in quelle parole messe in bocca da Debora alla madre di Sisera: “Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché i suoi cavalli son così lenti a tornare?” (PdS). Tardare ad arrivare… sono parole che evocano il più terribile dei presentimenti che una madre può avere.  
   Eppure, mentre lei guarda dalla finestra, aspettando con ansia che l’eroe ritorni annunciando la morte degli altri, dei suoi nemici, suo figlio è morto. Vittima di una di quelle donne che sono al di là del fronte.
Madre di Timoteo: vedere Eunice
Mala (מַחְלָה, Maclàh, “debole”)
“Selofead, figlio di Chefer, non ebbe maschi ma soltanto delle figlie; e i nomi delle figlie di Selofead erano: Mala, Noa, Cogla, Milca e Tirsa”. - Nm 26:33.  
   Mala era la prima delle cinque figlie di Selofead. Non essendoci figli maschi, l’eredità di Selofead fu divisa fra le cinque figlie. Unica condizione fu che dovevano sposarsi con uomini della loro stessa tribù (Manasse), cosicché l’eredità paterna non si disperdesse in altre tribù. - Nm 36:1-12;26:33;27:1-11; Gs 17:3,4.
   Il cap. 26 di Nm narra del censimento, ordinato da Dio, della popolazione ebraica prima dell’ingresso nella Terra Promessa. Alla sua conclusione è detto: “Questi sono i figli d'Israele dei quali Mosè e il sacerdote Eleazar fecero il censimento nelle pianure di Moab presso il Giordano di fronte a Gerico. Fra questi non vi era alcuno di quei figli d'Israele dei quali Mosè e il sacerdote Aaronne avevano fatto il censimento nel deserto del Sinai. Poiché il Signore aveva detto di loro: Certo moriranno nel deserto!” (Nm 26:63-65). Si noti che nella popolazione censita “non vi era alcuno” della vecchia generazione che era stata disubbidiente nel deserto e che quindi non poteva entrare nella Terra Promessa (Nm 14:19; Eb 3:17). Selofead, padre delle cinque ragazze menzionate in Nm 26:33, era discendente di Manasse (Nm 26:29-33) ed era morto durante i 40 anni di peregrinazione nel deserto, ma “non stava in mezzo a coloro che si adunarono contro il Signore” (Nm 27:3). Queste cinque battagliere ragazze si resero conto che senza un fratello maschio che ereditasse, la loro famiglia non avrebbe ricevuto una porzione di terreno. “Allora si fecero avanti . . . esse si presentarono davanti a Mosè, davanti al sacerdote Eleazar, davanti ai capi e a tutta la comunità” per presentare il loro caso. – Nm 27:1,2.
   Queste donne ebbero il coraggio di reclamare il loro diritto non solo davanti a Mosè, ma davanti a Dio stesso tramite il sacerdote. “Mosè portò la loro causa davanti al Signore. E il Signore disse a Mosè: ‘Le figlie di Selofead dicono bene. Sì, tu darai loro in eredità una proprietà’”. – Nm 27:5-7.
   E non solo. La loro causa (vinta) divenne un precedente legale, tanto che Dio fece inserire delle deroghe nella sua Legge, così che divenne “per i figli d'Israele una norma di diritto, come il Signore ha ordinato”. – Nm 27:8-11.
Mara soprannome di Naomi (מָרָא, Marà, “amara”)
“Lei rispondeva: ‘Non mi chiamate Naomi; chiamatemi Mara, poiché l'Onnipotente m'ha riempita d'amarezza’”. – Rut 1:20.
   Questo nome Naomi (vedere Naomi) lo diede a se stessa per esprimere tutta l’amarezza provava per aver perso il marito e i suoi due figli. Andata a Moab con la famiglia per trovarvi fortuna (Rut 1:1,2), rientrava a Betlemme vedova, senza più figli e sconsolata. “Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu commossa per loro. Le donne dicevano: ‘È proprio Naomi?’” (Rut 1:19). Da qui la sua risposta piena di sconforto. “Poiché” – spiegò – “l'Onnipotente m'ha riempita d'amarezza. Io partii nell'abbondanza, e il Signore mi riconduce spoglia di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando il Signore ha testimoniato contro di me, e l'Onnipotente m'ha resa infelice?’”. - Rut 1:20,21.
Maria di Betania (Μαριάμ, Mariàm; per l’etimologia vedere Maria – forme ed etimologia del nome)
“Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ospitò in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria”. – Lc 10:38,39.
   Maria aveva una sorella di nome Marta (Lc 10:39) e un fratello che si chiamava Lazzaro (Gv 11:1). Questi tre fratelli erano amici di Yeshùa: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” (Gv 11:5). Quando Yeshùa fu entrato in casa di Marta, Maria “sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10:39). E Yeshùa commentò: “Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta’”. – Lc 10:42.
   Da questo passo appare che Maria era una donna composta e tranquilla, più interessata ad avvalersi della possibilità di sedersi ai piedi di Yeshùa per apprendere da lui che non di occuparsi ansiosamente del pranzo, come la sua sorella “Marta, tutta presa dalle faccende domestiche” e che osservò: “Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. - Lc 10:40. 
   Maria e Marta rappresentano due ordini diversi del carattere umano. Una è impegnata, preoccupata, distratta; l'altra è concentrata, attenta, desiderosa di imparare. Il mondo di Marta era quello delle ansietà quotidiane (si veda alla voce Marta); il mondo di Maria era quello dell’interiorità: il suo primo pensiero fu rivolto a Yeshùa. Per Marta era tutto un susseguirsi di attività, per Maria si trattava piuttosto dello scorrimento nella spiritualità (si veda al riguardo il nostro studio Yeshùa e le donne - Le due sorelle, nella sezione Yeshùa). Marta, se è concesso un paragone, assomigliava di più all’impulsivo Pietro, Maria a Giovanni. Pietro era passionale, invadente e vivace; Giovanni era riverente ed era un ascoltatore malinconico.
   Yeshùa, da parte sua, mise in rilievo il primato della spiritualità. L’apostolo Paolo esprimerà questa stessa attitudine esortando: “Possiate consacrarvi al Signore senza distrazioni”. – 1Cor 7:35.
   Quando suo fratello Lazzaro venne a mancare, Yeshùa, “arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro . . . [Maria] si alzò in fretta e andò da lui . . . Appena Maria fu giunta dov'era Gesù e l'ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: ‘Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto’. Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: ‘Dove l'avete deposto?’ Essi gli dissero: ‘Signore, vieni a vedere!’ Gesù pianse”. – Gv 11:17,29,32-25.
   Dopo questi fatti ritroviamo Maria con i suoi fratelli Lazzaro e Marta in casa di Simone il lebbroso, dove questi offrì una cena a Yeshùa (Gv 12:1-3). Qui Maria manifesta tutta la sua spiritualità. “Maria, presa una libbra d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell'olio” (Gv 12:3). Anche questa volta Maria viene criticata. Sua sorella Marta si era lamentava perché lei stava lì seduta ai piedi di Yeshùa invece di farsi da fare in casa (Lc 10:40), ora è “Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo” che la critica e osserva maliziosamente: “Perché non si è venduto quest'olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?” Anche questa volta Yeshùa la difende: “Lasciala stare”. - Gv 12:4,5,4.
   Dalla versione mattaica apprendiamo che tutti i discepoli s’indignarono e si lamentarono per lo spreco; in difesa della donna, le parole di Yeshùa furono: “Perché date noia a questa donna? Ha fatto una buona azione verso di me” (Mt 26:10; cfr. vv. 8,9; Mr 14:4-6). L’apprezzamento di Yeshùa per il gesto teneramente affettuoso di Maria fu tale che egli profetizzò: “In tutto il mondo, dovunque sarà predicato questo vangelo, anche ciò che ella ha fatto sarà raccontato in memoria di lei”. - Mt 26:13; si veda al riguardo il nostro studio Yeshùa e le donne - La donna che sarà sempre ricordata in tutto il mondo, nella sezione Yeshùa.
   Maria non va confusa con la donna menzionata in Lc  7:36-50 e che “portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato” quando Yeshùa era a pranzo a casa di un fariseo. Questo avvenimento accadde in Galilea, quello relativo a Maria accadde a Betania (in Giudea); la donna di cui parla Luca era a casa di un fariseo, Maria a casa di Simone il lebbroso; della donna lucana non si fa il nome ma si dice che era una “peccatrice”, di Maria si specifica che era sorella di Marta e certo non era peccatrice. 
Maria di Cleopa (Μαρία, Marìa; per l’etimologia vedere Maria – forme ed etimologia del nome)
“Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena”. - Gv 19:25.
   Si veda Le tre Marie, voce extra alla fine di questo elenco.
Maria di Roma (Μαρία, Marìa; per l’etimologia vedere Maria – forme ed etimologia del nome)
“Salutate Maria, che si è molto affaticata per voi”. - Rm 16:6.
   Questa Maria non va confusa con la madre di Yeshùa: questa Maria è di Roma. Paolo, infatti, le manda i suoi saluti nella sua lettera indirizzata ai fedeli romani. Paolo la loda perché “si è molto affaticata” per i suoi confratelli romani. È significativo che Paolo non si dimentichi di lei.
Maria– forme ed etimologia del nome (ebraico: מִרְיָם, Miryàm; greco: Μαρία, Maria, e Μαριάμ, Mariàm
L’etimologia del nome ebraico מִרְיָם (Miryàm) forse fa risalire la sua origine alla cattività egiziana del popolo ebraico, alla parola egiziana mry, che vuol dire "amata", affiancata poi dalla la parola iam che indicava Dio, facendo così sorgere Miryàm, "amata da Dio". Un’altra etimologia fa derivare il nome dall’egizio Myrhiam, "principessa". Stando all'interpretazione ebraica, Miryàm deriva dall’aramaico מר־ים, mar-yam che viene da maràt hayàm, "signora del mare": era, infatti, il nome portato dalla sorella di Mosè, la quale aveva intonato il cantico per il passaggio del Mar Rosso. Qualcuno fa risalire il nome all’ebraico מרי, merì, “ribelle”; altri a מרום, maròm, “altezza” oppure all'ebraico מורה, moreh, che significa "maestra/signora".
   In aramaico il nome era מרים (Maryàm).
   La forma greca, essendo il nome ebraico, è una traslitterazione dall’alfabeto ebraico a quello greco. Si hanno in greco due forme: Μαρία (Marìa) e Μαριάμ (Mariàm). La versione greca della LXX le utilizza entrambe, e così anche le Scritture Greche. Nella parte greca della Bibbia troviamo questi casi, ovviamente tutti al singolare: per il nominativo Μαρία (Marìa) e Μαριάμ (Mariàm); per il genitivo: Μαρίας (Marìas); per il dativo: Μαρίᾳ (Marìa, con lo ι, i, sottoscritto); per l’accusativo Μαριὰμ (Mariàm), Μαριὰν (Mariàn), Μαρίαν (Marìan); per il vocativo Μαριάμ (Mariàm).
    In arabo è مريم (Maryàm).