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Donne menzionate nella Bibbia - Lettere MOGLIE del - MOGLIE di M

Moglie dell'Agnello (γυνή, günè, “donna”)
Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell'Agnello”. – Riv 21:9.
   Nel simbolismo del linguaggio apocalittico dell’ultimo libro della Bibbia, l’“agnello” è Yeshùa, “l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Gv 1:29). La “sposa”, sua “moglie”, non è altro che la congregazione dei suoi discepoli. - Ef 5:23,25.
   “Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello e la sua sposa si è preparata”, si esulta in Riv 19:7. E Giovanni, lo scrittore del libro, racconta: “Vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. - Riv 21:2.
   “Chi vince”, ovvero chi è fedele fino all’ultimo, – è detto in Riv 3:12 –sarà “come colonna nel tempio” di Dio, esarà scrittosu di lui il nome” di Dio stesso e il nome della nuova Gerusalemme che scende dal cielo”, oltre al nuovo nome di Yeshùa”.
   È questa “sposa” che in chiusura della Rivelazione (Apocalisse, in greco) dice a Yeshùa, insieme allo spirito: “Vieni”. – Riv 22:17.
Moglie di Abimelec (אִשְׁתֹּו, ishtò, “donna di lui”)
“Abraamo pregò Dio e Dio guarì Abimelec, la moglie e le servedi lui, ed esse poterono partorire. Infatti, il Signore aveva reso sterile l'intera casa di Abimelec, a causa di Sara, moglie di Abraamo” (Gn 20:17,18). Abimelec aveva preso Sara (moglie di Abraamo) come sua moglie, per cui Dio aveva punito l'intera famiglia di Abimelec. Le sue donne non furono in grado di avere figli fino a che Abimelec non restituì Sara. Abimelec aveva creduto che Sara fosse la sorella di Abraamo. Egli, comunque, non l’aveva toccata: fu avvertito da Dio. Il re Abimelec restituì allora Sara ad Abraamo, dandogli come compenso bestiame, schiavi e mille sicli d’argento quale garanzia della castità di Sara. Abimelec e Abraamo conclusero in seguito un patto di pace. - Gn 20:1-18;21:22-34.
Moglie di Caino (אִשְׁתֹּו, ishtò, “sua donna”)
Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc”. – Gn 4:17.
   Il lettore occidentale ha difficoltà a comprendere il verbo “conobbe”, sebbene ne intuisca subito il senso che qui significa avere rapporti sessuali. In ebraico la “conoscenza” è sempre di tipo esperienziale, mai intellettuale. 
Moglie di Cam (אִשָּׁה, ishàh, “donna”)
Noè, Sem, Cam e Iafet, figli di Noè, la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi figli entrarono con loro nell'arca”. - Gn 7:13.
   Questa donna sposò Cam prima del Diluvio e sopravvisse ad esso con il marito, i due cognati Sem e Iafet con le loro mogli, il suocero Noè e la suocera (Gn 6:18;7:13;8:15,16,18). “Poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua” (1Pt 3:20). Ebbe figli dopo il Diluvio.
Moglie di Cefa (γυνή, günè, “donna”; questa parola greca - proprio come l’ebraica אִשָּׁה, ishàh, “donna” - indica una donna di qualsiasi età - vergine, sposata o vedova – oppure una moglie: è il contesto che le dà il senso)
Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”. - 1Cor 9:5.
   Cefa era il nome di Pietro prima che Yeshùa glielo cambiasse (Gv 1:42). La moglie di Pietro accompagnava il marito nella sua missione apostolica, come si deduce dal riferimento che Paolo fa nel passo: “Condurre con noi una moglie”.
Moglie di Efraim (אִשְׁתֹּו, ishtò, “sua donna”)
“[Efraim] entrò da sua moglie, la quale concepì e partorì un figlio; ed egli lo chiamò Beria, perché questo era avvenuto durante la sua afflizione in casa”. - 1Cron 7:23.
Moglie di Fineas (אֵשֶׁת־פִּינְחָס, èshet-Fynechàs, “donna di Fineas”)
Sua nuora, moglie di Fineas, era incinta e prossima al parto; quando udì la notizia che l'arca di Dio era stata presa e che suo suocero e suo marito erano morti, si curvò e partorì, perché sorpresa a un tratto dai dolori. Mentre stava per morire, le donne che l'assistevano le dissero: ‘Non temere, poiché hai partorito un figlio’. Ma lei non rispose e non ci fece caso. Al suo bambino mise il nome di Icabod, dicendo: ‘La gloria si è allontanata da Israele!’, perché l'arca di Dio era stata presa, ed erano morti suo suocero e suo marito. E disse: ‘La gloria si è allontanata da Israele, perché l'arca di Dio è stata presa’”. - 1Sam 4:19-22.
   Questa donna mostrò una notevole sensibilità per il Signore nei suoi ultimi momenti. Mentre gli altri guardavano alla nascita di suo figlio come una causa per la pace, lei si rese conto che Israele aveva perso quanto di più prezioso aveva: la presenza di Dio. La sua profonda mestizia volle rappresentarla nel nome che diede a suo figlio appena nato: “Icabod, dicendo: ‘La gloria si è allontanata da Israele!’, perché l'arca di Dio era stata presa”. L’arca (la cassa sacra collocata nel più santo dei luoghi, all’interno del Santuario) era in relazione con la presenza di Dio. - Es 25:22; Lv 16:2.
   Questa donna seppe intuire che la gloria di Dio si era allontanata da Israele. 
Moglie di Galaad (אֵשֶׁת־גִּלְעָד, èshet-Ghileàd, “donna di Galaad”)
La moglie di Galaad gli aveva dato dei figli”. - Gdc 11:2.
   “Iefte, il Galaadita, era un uomo forte e valoroso, figlio di una prostituta, e aveva Galaad per padre. La moglie di Galaad gli aveva dato dei figli; e quando essi furono grandi, scacciarono Iefte e gli dissero: ‘Tu non avrai eredità in casa di nostro padre, perché sei figlio di un'altra donna’. Iefte se ne fuggì lontano dai suoi fratelli” (Gdc 11:1-3). Ancora una volta, questa è una situazione in cui si sa poco circa le donne coinvolte (la prostituta e la moglie legittima di Galaad), ma si può avere un’idea della loro vita da ciò che fanno gli altri. Che i figli di questa donna (la moglie di Galaad) arrivino a scacciare il loro fratellastro (Gdc 11:2,3) indica l'attrito all'interno della famiglia. L'espressione "sei il figlio di un'altra donna", rinfacciata a Iefte dai loro fratellastri, sembra indicare che la moglie di Galaad aveva formato una specie di fazione domestica con i suoi figli, che poi cacciano Iefte lontano da loro. Perché ciò accadde? La questione economica aveva certo il peso preponderante, dato che i figli della moglie di Galaad dicono chiaro e tondo al loro fratellastro: “Tu non avrai eredità in casa di nostro padre”. Ma ciò non si era anche ripercosso negli affetti? Pensiamo proprio di sì. Il clima doveva essere quello della gelosia che aleggiava in quella casa. Anche i rapporti tra lei e il marito dovevano risentirne, compresa la loro intimità. A farne le spese erano, come quasi sempre in queste situazioni, i figli.
Moglie di Geroboamo (אִשְׁתֹּו, ishtò, “sua moglie”)
In quel tempo, Abiia, figlio di Geroboamo, si ammalò. Geroboamo disse a sua moglie: ‘Àlzati, ti prego, e travestiti, affinché non si sappia che tu sei moglie di Geroboamo, e va' a Silo. Là c'è il profeta Aiia, il quale predisse che sarei stato re di questo popolo. Prendi con te dieci pani, delle focacce, un vaso di miele, e va' da lui; egli ti dirà quello che avverrà di questo ragazzo’. La moglie di Geroboamo fece così; partì, andò a Silo, e giunse a casa di Aiia. Aiia non poteva vedere, poiché gli si era indebolita la vista per la vecchiaia”. - 1Re 14:1-4.  
   Il bambino Abia si era ammalato, e la famiglia voleva sapere cosa sarebbe successo. Invece di inviare un servo fidato, un uomo, Geroboamo affidò il compito a sua moglie. Eppure, fu inviata sotto mentite spoglie, in modo che Aiia non sapesse chi era. Lei viaggiò fino a Silo per vedere il profeta, a quanto pare, da sola. La Bibbia non offre alcuna critica o alcuna indicazione che il viaggio fosse insolito. Ma rimane una domanda: Perché lei ebbe bisogno di indossare un travestimento, se il profeta “non poteva vedere, poiché gli si era indebolita la vista per la vecchiaia”?
   “Il Signore aveva detto ad Aiia: ‘La moglie di Geroboamo sta per venire a consultarti riguardo a suo figlio, che è ammalato. Tu parlale così e così. Quando entrerà, fingerà di essere un'altra’” (1Re 14:5). Nonostante lei agisca per conto del marito, Dio parla al profeta come fosse lei che vuole chiedere informazioni.
   “Quando Aiia udì il rumore dei passi di lei che entrava per la porta, disse: ‘Entra pure, moglie di Geroboamo; perché fingi d'essere un'altra? Io sono incaricato di dirti delle cose dure’” (1Re 14:6). Il profeta, riconoscendola prima che lei dica qualcosa, le parla e dice che è a lei (“sono incaricato di dirti”) che deve annunciare “cose dure”.
   “Va' e di' a Geroboamo: ‘Così parla il Signore, Dio d'Israele: Io ti ho innalzato in mezzo al popolo, ti ho fatto principe del mio popolo Israele. Ho strappato il regno dalle mani della casa di Davide e l'ho dato a te. Ma tu non sei stato come il mio servo Davide il quale osservò i miei comandamenti e mi seguì con tutto il suo cuore, facendo soltanto ciò che è giusto ai miei occhi. Tu hai fatto peggio di tutti quelli che ti hanno preceduto, e sei andato a farti degli altri dèi e delle immagini fuse per provocarmi a ira e hai gettato me dietro alle tue spalle. Per questo io faccio piombare la sventura sulla casa di Geroboamo, e sterminerò la casa di Geroboamo fino all'ultimo uomo, tanto chi è schiavo come chi è libero in Israele, e spazzerò la casa di Geroboamo, come si spazza lo sterco finché sia tutto sparito. Quelli di Geroboamo che moriranno in città, saranno divorati dai cani; e quelli che moriranno nei campi, saranno divorati dagli uccelli del cielo; poiché il Signore ha parlato. Quanto a te, àlzati, va' a casa tua; non appena avrai messo piede in città, il bambino morrà. Tutto Israele lo piangerà e gli darà sepoltura. Egli è infatti il solo della casa di Geroboamo che sarà messo in una tomba, perché è il solo nella casa di Geroboamo in cui si sia trovato qualcosa di buono, rispetto al Signore, Dio d'Israele. Il Signore stabilirà sopra Israele un re, che in quel giorno sterminerà la casa di Geroboamo. E che dico? Non è forse quello che già succede?”. - 1Re 14:7-14.
   “La moglie di Geroboamo si alzò, partì, e giunse a Tirsa; e come metteva il piede sulla soglia di casa, il ragazzo morì”. - 1Re 14:17. 
Moglie di Giobbe (אִשְׁתֹּו, ishtò, “moglie di lui”)
Sua moglie gli disse: ‘Ancora stai saldo nella tua integrità? Ma lascia stare Dio, e muori!’”. – Gb 2:8,9; nel Testo Masoretico corrisponde al v. 9.
   Giobbe era un uomo che mantenne la sua integrità fino al limite delle forze pur passando attraverso durissime prove (si veda il libro biblico di Gb). Vedendo la sua integrità nonostante tutte le disgrazie che gli erano capitate e da cui non usciva, la moglie di Giobbe (molto risentita con Dio) si esprime sarcasticamente dicendo “Benedici Dio e muori!” (testo ebraico). La sua espressione assomiglia a quelle di tante persone ciniche che di fronte a chi ringrazia Dio domandano beffardamente se si dovrebbe ringraziare Dio anche per le disgrazie. “Giobbe le rispose: ‘Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?’”. - Gb 2:10.
   La moglie di Giobbe senza dubbio considerava la morte rapida del marito come il modo migliore per lui di sfuggire a una situazione insostenibile. Era una donna normale, che – non capendo le circostanze della vita - non riusciva a sopportare la sofferenza e non riusciva più a fidarsi di Dio. Forse lei pensava addirittura di avere scoperto la causa dei guai di suo marito e lo riprese nell’intento che si svegliasse. Anche in questo lei assomiglia a tanti miscredenti che, non capendo la fede di chi crede in Dio, incitano a smettere di fare quelli che per loro sono solo sogni controproducenti.
   Si potrebbe valutare che fino ad allora lei aveva resistito di fronte all'afflizione del marito, alla perdita di tutti i loro figli e dei beni materiali: era sopravvissuta a queste prove. Come suo marito, era scombussolata in mezzo a così tante calamità. Valutando questi aspetti si potrebbe credere che il suo dire “lascia stare Dio, e muori!” fosse dettato da compassione e amore verso il marito, preferendo vederlo morire che soffrire in quel modo. Ma se così fosse, perché avrebbe detto con sarcasmo “benedici Dio” (testo ebraico), intendendo chiaramente che doveva maledirlo?
   Cercando di immedesimarci nella psicologia di lei, possiamo vedere con i suoi occhi: la grave e nauseabonda malattia del marito lo aveva reso inabile e ciò aveva limitato la loro libertà; la pena era costante, inoltre aveva già perso tutti i suoi figli. Giobbe dirà: “Il mio fiato ripugna a mia moglie” (Gb 19:17). Suo marito, uno dei più ricchi e più grandi uomini del suo tempo, aveva perso ogni cosa.Tutta quella serie di tragedie accadute in crescendo l’avevano sconvolta. Il suo risentimento l’aveva sconvolta e deve aver pensato: “Perché proprio a noi?” Vedendo il marito così fermo nel mantenere la sua fede, lei si sentì esasperata. Frustrata e rabbiosa, aveva perso di vista la cosa più importante: la propria relazione con Dio.
Moglie di Iafet (אִשָּׁה, ishàh, “donna”)
Noè, Sem, Cam e Iafet, figli di Noè, la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi figli entrarono con loro nell'arca”. - Gn 7:13.
   La moglie di Iafet non ebbe figli fin dopo il Diluvio, poi ebbe sette maschi (Gn 10:1,2; 1Cron 1:5). “Da costoro derivarono i popoli sparsi nelle isole delle nazioni, nei loro diversi paesi, ciascuno secondo la propria lingua, secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni” (Gn 10:5; 1Cron 1:6,7). Storicamente, è del tutto fantasiosa l’idea di Iafet progenitore del ramo indoeuropeo della famiglia umana. – Cfr. La favola dell’indoeuropeo di Giovanni Semerano.  
Moglie di Lappidot: vedereDonnadi lampi
Moglie di Lot (אִשְׁתֹּו, ishtò, “donna di lui”)
“La moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale”. – Gn 19:26.
   Lot era imparentato con Abraamo, essendo questo suo zio (Gn 11:27). Lot, con la sua famiglia si era accampato vicino a Sodoma (Gn 13:8-12), famosa per pratiche immorali come l’omosessualità. “Il loro peccato è molto grave”, aveva sentenziato Dio (Gn 18:20). Il termine moderno “sodomia” deriva proprio da quest’antica città e caratterizza alcuni atti sessuali, come il sesso anale, il sesso orale o la parafilia. La parafilia (dal greco παρά, parà, "oltre", e φιλία, filìa,"amore") indica in ambito psichiatrico, psicopatologico e sessuologico, le praticate sessuali su soggetti non consenzienti e/o caratterizzate da dipendenza ossessiva-compulsiva; questo termine andò a sostituire la definizione scientifica di perversione o deviazione sessuale: dopo gli eventi degenerativi del ’68 tali perversioni sparirono dai testi di psicopatologia; oggi, alcune nazioni ammettono perfino il matrimonio omosessuale.
   La famiglia di Lot fu visitata da due angeli prima della distruzione di Sodoma; gli stessi angeli furono oggetto delle attenzioni sessuali dei sodomiti (Gn 19:1-11). “Quando l'alba cominciò ad apparire, gli angeli sollecitarono Lot, dicendo: ‘Àlzati, prendi tua moglie e le tue figlie che si trovano qui, perché tu non perisca nel castigo di questa città’. Ma egli indugiava; e quegli uomini presero per la mano lui, sua moglie e le sue due figlie, perché il Signore lo voleva risparmiare; lo portarono via, e lo misero fuori della città. Dopo averli fatti uscire, uno di quegli uomini disse: ‘Metti la tua vita al sicuro: non guardare indietro e non ti fermare in alcun luogo della pianura; cerca scampo sul monte, altrimenti perirai!’ . . . Il sole spuntava sulla terra quando Lot arrivò a Soar. Allora il Signore fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco, da parte del Signore; egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo. Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale”. – Gn 19:15-26.
   Cosa spinse la moglie di Lot a voltarsi? Solo curiosità? O non rimpiangeva forse ciò che aveva lasciato? Ben diversa l’attitudine di Paolo che di sé diceva: “Una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta” (Flp 3:13,14). Yeshùa prese la moglie di Lot ad esempio da non imitare: “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la sua vita, la perderà; ma chi la perderà, la preserverà”. – Lc 17:32,33
Moglie di Manoà (אִשְׁתֹּו, ishtò, “donna di lui”)
C'era un uomo di Sorea, della famiglia dei Daniti, di nome Manoà; sua moglie era sterile e non aveva figli. L'angelo del Signore apparve alla donna, e le disse: ‘Ecco, tu sei sterile e non hai figli; ma concepirai e partorirai un figlio’”. - Gdc 13:2,3.
   In molte religioni s’insegna che la moglie deve passare attraverso il marito. Dalla Bibbia però sappiamo che Yeshùa è l'unico mediatore (1Tm 2:5) e non ce ne servono altri. Anche nelle Scritture Ebraiche troviamo che le offerte venivano fatte dalle donne direttamente a Dio (Lv 4:27). Dio ha parlato direttamente a Debora (cfr. Debora) e non a suo marito, guidò Iaele non suo marito (cfr. Iael). Ora, qui troviamo un angelo del Signore che appare direttamente alla moglie di Manoà. Lei, dice l'angelo, partorirà un figlio, anche se lei è al momento sterile.
   “La donna andò a dire a suo marito: ‘Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l'aspetto di un angelo di Dio: un aspetto davvero tremendo. Io non gli ho domandato da dove veniva, ed egli non mi ha detto il suo nome; ma mi ha detto: ‘Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio’” (Gdc 13:6,7). La donna va a casa e informa semplicemente il marito. Lei sa con chiarezza che le si era presentato un uomo di Dio che era come un angelo del Signore. Quante donne oggi hanno un’esperienza simile, sapendo che la loro relazione con Dio è reale? Queste donne sanno senza ombra di dubbio che sono protette da Dio e che Dio tiene lo sguardo su di loro. Con questa esperienza vera e reale, loro possono condividere l'eccitazione che visse quell’antica donna.
   Si noti ora la reazione del marito: “Allora Manoà supplicò il Signore e disse: ‘Signore, ti prego che l'uomo di Dio che ci avevi mandato torni di nuovo a noi e ci insegni quello che dobbiamo fare per il bambino che nascerà’” (Gdc 13:8). In verità, Dio aveva mandato il suo angelo a lei, ma lui dice “ci avevi mandato”. Inoltre, lei aveva spiegato per filo e per segno cosa l’angelo aveva detto di fare riguardo al bambino (cfr. Gdc 13:7). Ma, si sa, gli uomini sono un po’ lenti a capire. Loro credono di essere più intelligenti delle donne, mentre le donne sanno di essere più intelligenti di loro. Chissà se quella donna alzò gli occhi al cielo vedendo la poca prontezza del marito. La Bibbia ci risparmia le motivazioni di Manoà, ma – a quanto pare – gli era difficile accettare il fatto che il Signore avesse trattato direttamente con una donna, in particolare sua moglie. Ad ogni modo, possiamo imparare qualcosa da lui. Dobbiamo stare attenti a non rifiutare il messaggio di Dio a causa delle nostre opinioni sul mezzo che lui usa. Molte volte alle persone religiose piace annunciare che Dio è sovrano, ma solo quando segue le loro regole. Inoltre, abbiamo bisogno di stare molto attenti a non soffocare l’entusiasmo di altri per qualche dono spirituale che possono aver ricevuto. Quante volte capita di essere invidiosi per un nuovo ministero o per un nuovo incarico spirituale dato a qualcuno? Mettendo in dubbio la persona che Dio può aver scelto, si mette in dubbio anche la capacità di Dio di scegliere le persone. Purtroppo, troppi ministeri con un potenziale meraviglioso falliscono perché persone malintenzionate remano contro.
   “Dio esaudì la preghiera di Manoà; e l'angelo di Dio tornò ancora dalla donna, che era seduta nel campo; ma Manoà, suo marito, non era con lei” (Gdc 13:9). Povero Manoà. Ma non aveva chiesto: “Signore, ti prego che l'uomo di Dio che ci avevi mandato torni di nuovo a noi e ci insegni quello che dobbiamo fare”. Dio esaudisce la sua richiesta, ma a modo suo. Dio manda il suo angelo”ancora dalla donna”. Che lo abbia fatto per dargli una lezione? Ci sono persone che pregano dicendo a Dio quello che deve fare. Bisognerebbe invece imparare a pregare come Yeshùa: “Non come voglio io, ma come tu vuoi”. – Mt 26:39.
   “La donna corse in fretta a informare suo marito e gli disse: ‘Ecco, quell'uomo che venne da me l'altro giorno mi è apparso’. Manoà si alzò, andò dietro a sua moglie e, raggiunto quell'uomo, gli disse: ‘Sei tu che parlasti a questa donna?’ E quegli rispose: ‘Sono io’. E Manoà: ‘Quando la tua parola si sarà avverata, quale norma si dovrà seguire per il bambino? Che cosa si dovrà fare per lui?’ L'angelo del Signore rispose a Manoà: ‘Si astenga la donna da tutto quello che le ho detto. Non mangi nessun prodotto della vigna, né beva vino o bevanda alcolica, e non mangi niente d'impuro; osservi tutto quello che le ho comandato”. - Gdc 13:10-14.
   Possiamo immaginare cosa la moglie di Manoà pensasse in quel momento. Aveva di fronte un uomo alquanto ottuso. Lei “corse in fretta” ad informarlo, dicendogli chiaramente: “quell'uomo che venne da me l'altro giorno mi è apparso”, e lui che fa? Come un baccalà domanda all’angelo: “Sei tu che parlasti a questa donna?” Squisita la risposta del messaggero divino: “Sono io”, quasi volesse vedere dove quello voleva arrivare. Manoà però sembra essere determinato a prendere in mano la situazione. Vuole sapere esattamente che cosa deve fare. Fantastica la paziente risposta dell’angelo: gli ripete quello che aveva già detto alla donna e che lei stessa aveva già riferito al marito, aggiungendo: “Osservi [lei, la donna] tutto quello che le ho comandato”. L’angelo, significativamente, non aggiunge alcuna responsabilità per Manoà.  
   Ci domandiamo come alcuni insegnanti religiosi di oggi guardino a questa situazione. Due volte il messaggero del Signore era venuto per la moglie, due volte il Signore aveva aggirato il marito. L’unica volta che il messaggero divino parla al marito, gli dice che la moglie dovrebbe fare come già le era stato detto. Questo esempio biblico sembra sfidare molti punti di vista religiosi.
   Manoà poi invita l’angelo a fermarsi da loro (Gdc 13:15). L’angelo rifiuta di mangiare il capretto che Manoà aveva offerto e suggerisce di offrirlo piuttosto a Dio (Gdc 13:16). Il v. 16 annota: “Manoà non sapeva che quello fosse l'angelo del Signore”. Ma la moglie non gli aveva già detto da subito: “Aveva l'aspetto di un angelo di Dio”? A differenza di sua moglie, che riusciva a cogliere la natura di quel visitatore, lui non coglie. Poi sbaglia ancora. Lei si era astenuta dal fare domande invadenti all’angelo, e lo aveva detto anche al marito: “Io non gli ho domandato da dove veniva, ed egli non mi ha detto il suo nome” (Gdc 13:6). Manoà però vuol sapere il suo nome: “Qual è il tuo nome, affinché, quando si saranno adempiute le tue parole, noi ti rendiamo onore?” (Gdc 13:17). L'angelo gli domanda a sua volta perché lo vuole sapere, in quanto la risposta sarebbe al di là della sua comprensione. - Gdc 13:18.
   Infine, “Manoà prese il capretto e l'oblazione e li offrì al Signore su una roccia. Allora avvenne una cosa prodigiosa: Manoà e sua moglie stavano guardando, e mentre la fiamma saliva dall'altare al cielo, l'angelo del Signore salì con la fiamma dell'altare” (Gdc 13:19,20). Manoà ci riserva ancora delle sorprese. “Disse a sua moglie: ‘Noi moriremo sicuramente, perché abbiamo visto Dio’” (Gdc 13:22). Tocca ancora una volta alla moglie, sensata, sopperire alla sua scarsa intelligenza: “Se il Signore avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato dalle nostre mani l'olocausto e l'oblazione; non ci avrebbe fatto vedere tutte queste cose e non ci avrebbe fatto udire proprio ora delle cose come queste”. - Gdc 13:23.
   Poi la donna partorì un figlio, a cui pose nome Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse”. - Gdc 13:24.
  “Sansone scese a Timna e vide là una donna tra le figlie dei Filistei. Tornato a casa, ne parlò a suo padre e a sua madre, e disse: ‘Ho visto a Timna una donna tra le figlie dei Filistei; prendetemela dunque per moglie’. Suo padre e sua madre gli dissero: ‘Non c'è tra le figlie dei tuoi fratelli in tutto il nostro popolo una donna per te? Devi andare a prenderti una moglie tra i Filistei incirconcisi?’ Sansone rispose a suo padre: ‘Prendimi quella perché mi piace’. Suo padre e sua madre non sapevano che questo veniva dal Signore; Sansone infatti cercava un'occasione di contesa da parte dei Filistei. In quel tempo, i Filistei dominavano Israele”. – Gdc 14.1-4.
   È interessante notare che, ancora una volta, troviamo la moglie di Manoà che sfida le attuali opinioni religiose. Spesso viene detto che la madre deve lasciare un certo tipo di questioni (tutte, per la verità) al marito, cui spetterebbe la decisione finale. All'interno di questa famiglia, tuttavia, sia la madre che il padre partecipano alla stessa questione. Possiamo notare anche che Sansone va immediatamente sia dalla madre che dal padre - lui non segue la "catena di comando" che certe religioni impongono. In più, si vede la moglie di Manoà che partecipa al processo decisionale, anche se il figlio è ormai un uomo adulto.
   Ci si può domandare perché Dio, che ha ispirato la Sacra Scrittura, ha incluso questa storia nella Bibbia e, più in particolare, perché i genitori di Sansone sono menzionati con tanti particolari. Ciascuno trovi le sue risposte. Le trovino gli uomini, troppo spesso maschilisti; ma anche le donne, troppo spesso (purtroppo) misogine loro stesse.