Saffira (Σάπφειρα, Sàpfeira, “lapislazzuli”)
“Un uomo di nome Anania, con Saffira sua moglie, vendette una proprietà, e tenne per sé parte del prezzo, essendone consapevole anche la moglie; e, un'altra parte, la consegnò, deponendola ai piedi degli apostoli”. - At 5:1,2.
Diamo prima qualche informazione etimologica del nome. Il nome proprio femminile Σάπφειρα (Sàpfeira) sembra collegato all’ebraico סַפִּיר (sapìr) “la cosa più bella”. Nei tempi antichi, il lapislazzuli era conosciuto come zaffiro, che è il nome che viene utilizzato oggi per lo zaffiro blu della varietà corindone. Quest’ultimo sembra essere stato lo zaffiro nominato dagli scrittori antichi, perché Plinio si riferisce al sapphirus come ad una pietra cosparsa di macchie d'oro. Un riferimento simile si trova anche nella Bibbia, in Gb 28:6: “Le sue rocce sono la sede dello zaffiro [סַפִּיר (sapìr)], e vi si trova la polvere d'oro”. Qui la LXXgreca traduce l’ebraico סַפִּיר (sapìr) con il greco σάπφιρος (sàpfiros). Il nome zaffiro deriva probabilmente dal termine greco σάπφειρος (sàpfeiros), "azzurro"; oppure dall'ebraicoספיר (sapìr), "la cosa più bella".
Da At 5:1,2 possiamo vedere che non tutte le donne della Bibbia sono modelli positivi. Saffira sembra aver avuto un rapporto di parità con il marito: lei condivise una grave decisione con lui.
La coppia aveva deciso di unirsi al gruppo dei primi credenti. A quel tempo i credenti condividevano tutto. At 4:32 dice: “La moltitudine di quelli che avevano creduto era d'un sol cuore e di un'anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro”. Ciò era probabilmente dovuto alla loro convinzione (poi mostratasi errata) che la fine dei tempi era ormai prossima. “Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore” (At 2:43-46). Paolo, al riguardo, raccomanderà: “Ora, fratelli, circa la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e il nostro incontro con lui, vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare”. – 2Ts 2:1,2.
Cercando di partecipare a questo gruppo comune, Saffira ed Anania decidono di vendere tutto. Venduti tutti i loro averi, offrono il ricavato agli apostoli, ma decidono di trattenerne prima una parte per loro. Perché trattennero parte dei proventi? Alcuni hanno suggerito che la vendita fosse solo per impressionare gli altri, il che può essere vero. Potrebbe anche essere che la loro fede non si mostrò forte come inizialmente credevano, che ci fu un ripensamento. La decisione di trattenere qualcosa per sé sembra essere stata presa già prima di vendere tutto, comunque. Si notino, infatti, le azioni pressoché contemporanee: “Vendette una proprietà, e tenne per sé parte del prezzo, essendone consapevole anche la moglie”. Appare proprio come un piano prestabilito. Il testo greco è ancora più preciso, perché dice letteralmente: “Vendette possedimento e mise da parte il prezzo essendo a conoscenza anche la moglie e avendo portato parte una certa presso i piedi degli apostoli”. La sequenza appare chiara: vende e, prima di tutto, trattiene per sé il ricavato, lasciandone poi una parte da dare agli apostoli; il tutto in combutta con la moglie.
In At 5:3-6 Pietro affronta Anania: “’Anania, perché Satana ha così riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo e trattenere parte del prezzo del podere? Se questo non si vendeva, non restava tuo? E una volta venduto, il ricavato non era a tua disposizione? Perché ti sei messo in cuore questa cosa? Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio’. Anania, udendo queste parole, cadde e spirò. E un gran timore prese tutti quelli che udirono queste cose. I giovani, alzatisi, ne avvolsero il corpo e, portatolo fuori, lo seppellirono”.
“Circa tre ore dopo, sua moglie, non sapendo ciò che era accaduto, entrò. E Pietro, rivolgendosi a lei: ‘Dimmi’, le disse, ‘avete venduto il podere per tanto?’ Ed ella rispose: ‘Sì, per tanto’. Allora Pietro le disse: ‘Perché vi siete accordati a tentare lo Spirito del Signore? Ecco, i piedi di quelli che hanno seppellito tuo marito sono alla porta e porteranno via anche te. Ed ella in quell'istante cadde ai suoi piedi e spirò. I giovani, entrati, la trovarono morta; e, portatala via, la seppellirono accanto a suo marito”. - At 5:7-10.
Questo confronto fatto da Pietro sembra sottolineare due punti: in primo luogo, Pietro tiene conto anche Saffira; poi, le azioni della coppia avevano sfidato Dio, non il gruppo.
Il peccato contro Dio spiega la massima pena. Pietro dice: “Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio”.
Salome: vedere Sorella di Maria madre di Gesù
Sara (שָׂרָה, Saràh, “principessa”)
Il nome originale di questa donna era Sarai (Gn 11:29). Consigliamo quindi di leggere prima alla voce Sarai. Il nome di Sara le fu dato da Dio al momento in cui fu annunciato ad Abramo che avrebbe dovuto essere la madre del bambino della promessa: “Dio disse ad Abraamo: ‘Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamare più Sarai; il suo nome sarà, invece, Sara. Io la benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni; re di popoli usciranno da lei”. - Gn 17:15,16.
Poco prima - in Gn 17:5,6 - ci viene detto che Dio aveva cambiato il nome anche ad Abramo e gli aveva fatto una promessa simile: “Non sarai più chiamato Abramo [= “padre eminente”], ma il tuo nome sarà Abraamo [אַבְרָהָם (Avrahàm), “padre di popoli”; da אב (av), “padre”, e עם (am), “popolo”] poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re”. È interessante notare che benedizione di Dio riguarda Sara come Abraamo. Dio non ritiene Sara una figura secondaria all’ombra di Abraamo: “La benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni; re di popoli usciranno da lei”.
Qualche tempo dopo, al rinnovo della promessa di Dio a Sara che avrebbe avuto un figlio suo, “Sara rise dentro di sé, dicendo: ‘Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri? Anche il mio signore è vecchio!’ Il Signore disse ad Abraamo: ‘Perché mai ha riso Sara, dicendo: Partorirei io per davvero, vecchia come sono? Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore? Al tempo fissato, l'anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio’. Allora Sara negò, dicendo: ‘Non ho riso’; perché ebbe paura”. - Gn 18:1-15.
La reazione di Sara fu del tutto umana, tuttavia in Eb 11:11 si legge: “Sara, benché fuori di età, ricevette forza di concepire, perché ritenne fedele colui che aveva fatto la promessa”. Ciò non su un bell’aggiustamento dello scrittore di Eb. Lo stesso Abraamo aveva riso in precedenza per lo stesso motivo: “Rise, e disse in cuor suo: ‘Nascerà un figlio a un uomo di cent'anni? E Sara partorirà ora che ha novant'anni?’” (Gn 17:17). Eppure, Abraamo rimane tra i massimi esempi di fede. C’è una bella differenza tra il deridere di Ismaele (Gn 21:9) e il ridere (ovvero sorridere ironicamente) di Abraamo e Sara. Tutti e due, data l’età, erano ormai un po’ fatalisti sull’avere figli: sarebbe andata come doveva andare, figli non ne avevano avuti e si erano rassegnati. In questa condizione, psicologicamente si potrebbe parlare di un riso vicino all'umorismo ironico. Dio non rimproverò a Sara la mancanza di fede, ma il suo incredulo sarcasmo; era come se avesse detto, in un riso amaro: Troppo bello per essere vero, mi si prende in giro. Da qui la domanda retorica di Dio: “Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore?”, seguita dalla conferma che poteva fidarsi: “Al tempo fissato, l'anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio”. Si noti poi il suo timor di Dio: “Ebbe paura”. Forse fu proprio a quel punto che comprese che Dio le stava davvero facendo una promessa che, per quanto incredibile, avrebbe mantenuto. In questo contesto è del tutto giusta la valutazione di Eb: “Ritenne fedele colui che aveva fatto la promessa”. Forse, ancora oggi, perfino i lettori religiosi della Bibbia, leggendo quella storia miracolosa, dentro di sé sorridono pensando alla veneranda età dei due tardivi genitori. Anche a loro va ricordato: “Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore?”
Che il riso di Sara fosse del tipo che la psicologia definirebbe d’un amaro aggressivo, è mostrato dal fatto che Sara, quando ebbe davvero il figlio, disse “Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l'udrà riderà con me”. – Gn 21:6.
Sara seguì poi suo marito Abraamo “andando verso la regione meridionale, si stabilì fra Cades e Sur; poi abitò come straniero in Gherar” (Gn 20:1). Abraamo la presenta come sorella (Gn 20:2). “Abraamo partì di là andando verso la regione meridionale, si stabilì fra Cades e Sur; poi abitò come straniero in Gherar. Abraamo diceva di sua moglie Sara: ‘È mia sorella’. E Abimelec, re di Gherar, mandò a prendere Sara. Ma Dio venne di notte, in un sogno, ad Abimelec e gli disse: ‘Ecco, tu sei morto, a causa della donna che ti sei presa; perché è sposata’. Or Abimelec, che non si era ancora accostato a lei, rispose: ‘Signore, faresti perire una nazione, anche se giusta? Egli non mi ha forse detto: È mia sorella? Anche lei ha detto: Egli è mio fratello. Io ho fatto questo nella integrità del mio cuore e con mani innocenti’. Dio gli disse nel sogno: ‘Anch'io so che tu hai fatto questo nella integrità del tuo cuore: ti ho quindi preservato dal peccare contro di me; perciò non ti ho permesso di toccarla. Ora, restituisci la moglie a quest'uomo, perché è profeta, ed egli pregherà per te, e tu vivrai. Ma, se non la restituisci, sappi che sicuramente morirai, tu e tutti i tuoi’” - Gn 20:1-7.
“Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato. Abraamo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito”. – Gn 21:2,3.
In occasione del divezzamento di Isacco, il suo fratellastro maggiore Ismaele, ormai quasi ventenne, lo derise insolentemente (“si prendeva gioco”, TNM). Sara si mostrò una donna decisa, con la forza di una madre. “Disse ad Abraamo: ‘Caccia via questa serva e suo figlio; perché il figlio di questa serva non dev'essere erede con mio figlio, con Isacco’”. “La cosa dispiacque moltissimo ad Abraamo”, tuttavia questa presa di posizione di una donna non è vista dalla Bibbia come un reato di lesa mascolinità secondo gli attuali parametri religiosi; anzi, Dio dà a questa donna il suo appoggio: “Dio disse ad Abraamo: ‘Non addolorarti per il ragazzo, né per la tua serva; acconsenti a tutto quello che Sara ti dirà’”. – Gn 21:8-12.
Più di trenta anni dopo Sara morì. “La vita di Sara fu di centoventisette anni. Tanti furono gli anni della sua vita” (Gn 23:1). Questo è l'unico caso nella Scrittura in cui l'età di una donna è registrato.
Sara è l’antìtipo della “Gerusalemme di lassù”, “libera” e “nostra madre”. Il cap. 11 di Eb contiene un elenco delle persone di fede, e Sara vi appare al v. 11, tra i grandi nomi della storia di Israele.
Sarai (שָׂרָי, Sarày, “mia principessa”)
“Abramo e Naor si presero delle mogli; il nome della moglie d'Abramo era Sarai; e il nome della moglie di Naor, Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarai era sterile; non aveva figli. Tera prese Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, cioè figlio di suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie d'Abramo suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Essi giunsero fino a Caran, e là soggiornarono”. - Gn 11:29-31.
Così inizia una delle più grandi avventure e una grande storia di fede narrata nella Bibbia. Per orientare meglio il lettore diamo lo schema di questa importante famiglia. Il capostipite è Tera, discendente di Sem figlio di Noè (1Cron 1:24-27; Lc 3:34-36). Abramo, Naor e Aran erano tre fratelli, figli di Tera (Gn 11:26). Abramo era sposato con Sarai (Gn 11:29), Naor con Milca (Gn 11:29). La moglie di Aran non viene nominata, ma si sa che egli morì prima che partissero da Ur dei caldei (Gn 11:28). Sarai, moglie di Abramo, era anche sua sorellastra (Gn 20:12). Milca, moglie di Naor, essendo figlia di Aran fratello di Abramo, era in effetti moglie del proprio zio, Naor, pure fratello di Abramo (Gn 11:27,29). Lot, nipote di Tera (che gli era nonno) e figlio di Aran (che era fratello di Abramo), era nipote anche di Abramo che gli era zio (Gn 11:27); era anche fratello di Milca.
Milca (il cui nome significa “regina”) sembrava avere un vantaggio su Sarai (il cui nome significa "mia principessa"): mentre Milca poteva avere figli, Sarai era sterile.
Oggi l'infertilità è vista come una condizione privata. Nei tempi antichi, in particolare nelle culture tribali, la sterilità era un problema pubblico. Una donna che non poteva avere bambini non avrebbe fornito nuovi lavoratori per la tribù. Tutti i membri della comunità avrebbero saputo di quella condizione considerata una sciagura. In certi periodi della storia la donna sterile era considerata colpevole e respinta. Invece di essere considerata una questione medica, la sterilità creava un problema d’identità. Una donna che non poteva generare figli mancava di due presupposti per la sua identità nella società: il ruolo di moglie e il ruolo di madre. Le sarebbe mancata anche la copertura finanziaria di un figlio adulto. Le mancava perfino la sicurezza come moglie: una moglie sterile poteva essere ripudiata. La fertilità era vista come diretta conseguenza della benedizione divina; similmente, la sterilità era vista come una maledizione di Dio. Ciò valeva per la terra (Lv 26:3-5) e per la donna (Es 23:26; Dt 7:13,14;28:4,11; Sl 127:3-5;128:3). Tutto ciò spiega la disperazione delle donne ebree che non potevano avere figli e il loro ricorso accorato a Dio. “Rachele, vedendo che non partoriva figli a Giacobbe, invidiò sua sorella, e disse a Giacobbe: ‘Dammi dei figli, altrimenti muoio’” (Gn 30:1). Nei tempi biblici per una donna sposata non avere figli era un grande disonore, una calamità perfino considerata come punizione, di certo una delle più grandi disgrazie. La possibilità di avere figli era attribuita a Dio: si vedano i casi di Rachele (Gn 30:2, 22, 23), di Sara stessa (Gn 11:30;17:19;21:1,2), di Rebecca (Gn 25:21), della madre di Sansone (Gdc 13:2, 3), di Anna (1Sam 1:10,11;2:5), della sunamita (2Re 4:14-17), di Elisabetta (Lc 1:7, 36), di Rut (Rut 4:13). – Cfr. anche Gn 20:17,18 per la capacità di Dio di rendere sterili.
Mentre la storia continua, Abramo riceve il comando di Dio: “Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. – Gn 12:1-3.
Da lui, Abramo, e da Sarai sorgerà Israele. “Abramo partì, come il Signore gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran. Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Caran, e partirono verso il paese di Canaan”. - Gn 12:4,5.
Sarai aveva dieci anni meno di Abramo (Gn 17:17), che aveva sposato quando ancora erano in Ur dei caldei (Gn 11:28,29). Aveva quindi 65 anni quando suo marito Abramo “aveva settantacinque anni” e “quando partì da Caran” (Gn 12:4). Una carestia li costringesse poi a scendere in Egitto (Gn 12:6-10). “Sara non era più in grado di essere madre”. - Rm 4:19.
Prima del loro ingresso in territorio egiziano, apprendiamo dalla Bibbia che Sarai era molto bella: “Come stava per entrare in Egitto, [Abramo] disse a Sarai sua moglie: ‘Ecco, io so che tu sei una donna di bell'aspetto; quando gli Egiziani ti vedranno, diranno: È sua moglie. Essi mi uccideranno, ma a te lasceranno la vita. Di' dunque che sei mia sorella, perché io sia trattato bene a motivo di te e la vita mi sia conservata per amor tuo’. Quando Abramo giunse in Egitto, gli Egiziani osservarono che la donna era molto bella. I prìncipi del faraone la videro, ne fecero le lodi in presenza del faraone; e la donna fu condotta in casa del faraone. Questi fece del bene ad Abramo per amore di lei e Abramo ebbe pecore, buoi, asini, servi, serve, asine e cammelli. Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi piaghe, a motivo di Sarai, moglie d'Abramo. Allora il faraone chiamò Abramo e disse: ‘Che cosa mi hai fatto? Perché non m'hai detto che era tua moglie? Perché hai detto: È mia sorella? Così io l'ho presa per moglie. Ora eccoti tua moglie, prendila e vattene!’ E il faraone diede alla sua gente ordini relativi ad Abramo, ed essi fecero partire lui, sua moglie e tutto quello che egli possedeva”. – Gn 12:11-20.
Non è il caso di fare i moralisti e immaginare che Dio colpisse “il faraone e la sua casa con grandi piaghe” per impedire che il sovrano egizio violasse Sarai. Il faraone stesso dice: “Io l'ho presa per moglie”. Abramo l’aveva presentata come sorella. Non era una menzogna: Sarai era sua sorellastra (Gn 20:12); a quel tempo la Legge non era ancora stata data e un certo grado d’incesto avveniva. Abramo aveva taciuto che lei era anche sua moglie e il faraone si comportò di conseguenza, da sovrano pagano qual era.
L’espressione che la Bibbia usa non lascia dubbi: אֶקַּח אֹתָהּ לִי לְאִשָּׁה (eqàch otàh li leishàh), “Presi lei per me per moglie”. TNM manipola il testo biblico e traduce: “Io stavo per prenderla in moglie”. Il verbo אֶקַּח (eqàch), “presi”, non lascia dubbi: è proprio “presi”, non ‘stavo per prendere’. E ne diamo dimostrazione con la stessa TNM, che in Dt 1:15 traduce: “Presi [אֶקַּח (eqàch)] dunque i capi delle vostre tribù, uomini saggi ed esperti, e li posi come capi su di voi”, e non ‘stavo per prendere’. Il verbo è esattamente lo stesso, nella identica forma. La stessa precisa forma verbale si riviene in Dt 1:23 “Presi [אֶקַּח (eqàch)] dodici uomini dei vostri, uno per ciascuna tribù” (TNM). Stessa cosa in Gs 24:3: “A suo tempo io presi [אֶקַּח (eqàch)] il vostro antenato Abraamo” (TNM). Se ancora non bastasse, c’è anche 2Sam 1:10: “Presi [אֶקַּח (eqàch)] il diadema che aveva sulla testa” (TNM). E anche Ger 32:11: “Dopo ciò presi [אֶקַּח (eqàch)] l’atto d’acquisto” (TNM). E ancora Ger 35:3: “Presi [אֶקַּח (eqàch)] dunque Iaazania figlio di Geremia” (TNM). Dio non ha bisogno di difese morali attraverso la manipolazione della sua Sacra Scrittura. Qui Dio non c’entra, poi; c’entrano Abramo, un faraone egizio e le vicende umane.
Inoltre, a comprova che il faraone violò Sara, c’è un episodio alquanto simile (esaminato alla voce Sara) in cui il re non fece in tempo di approfittare di Sara perché Dio glielo impedì. In questo caso, però – a differenza del primo -, la Bibbia dice chiaramente che l’uomo “non si era ancora accostato a lei” e Dio stesso dice a costui: “Non ti ho permesso di toccarla”. – Gn 20:1-7.
La Bibbia è sempre onesta nel narrare i fatti nudi e crudi così come sono. Se s’insiste – contro le evidenze bibliche - su questo maldestro tentativo di difesa dell’onore di Sarai, si spalancano le porte ad altri problemi: perché Dio non impedì che fosse violata Tamar (2Sam 13:1-18)? E perché ancora oggi sante donne di Dio vengono violentate? Il mondo va come va. La colpa è dell’uomo, non di Dio.
“Or Sarai, moglie di Abramo, non gli aveva dato figli. Aveva una serva egiziana di nome Agar. Sarai disse ad Abramo: ‘Ecco, il Signore mi ha fatta sterile; ti prego, va' dalla mia serva; forse avrò figli da lei’. E Abramo diede ascolto alla voce di Sarai. Così, dopo dieci anni di residenza di Abramo nel paese di Canaan, Sarai, moglie di Abramo, prese la sua serva Agar, l'Egiziana, e la diede per moglie ad Abramo suo marito”. - Gn 16:1-3.
Rimasta incinta di Abramo, Agar mi montò la testa e ne nacque una rivalità femminile con la sua padrona Sarai, che si lamentò con suo marito Abramo. Questi concesse carta bianca a Sarai che si prese la rivincita umiliando Agar al punto che quella scappò via. L’intervento divino in favore di Agar la fece tornare sui suoi passi, per cui ritornò e diede alla luce Ismaele. - Gn 16:4-16.
L’attenzione dei lettori biblici è di solito concentrata su Sarai, cosicché perdono di vista la benedizione di Dio ad Agar: “Io moltiplicherò grandemente la tua discendenza [le popolazioni arabe] e non la si potrà contare, tanto sarà numerosa . . . partorirai un figlio a cui metterai il nome di Ismaele, perché il Signore ti ha udita nella tua afflizione; egli sarà tra gli uomini come un asino selvatico; la sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui; e abiterà [gli arabi] di fronte a tutti i suoi fratelli [gli ebrei]” (Gn 16:10-12). Da Ismaele discesero gli ismaeliti, ovvero le popolazioni arabe. L’adempimento della profetica promessa divina ad Agar è sotto gli occhi di tutti ancora oggi.
“Dio disse ad Abraamo: ‘Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamare più Sarai; il suo nome sarà, invece, Sara. Io la benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni; re di popoli usciranno da lei”. - Gn 17:15,16.
Per il seguito della storia si veda alla voce Sara.
Schiava – definizione (ebraico: אָמָה, amàh, e שִׁפְחָה, shifchàh; greco: δούλη, dùle, e παιδίσκη, paidìske; “schiava”)
La parola ebraica אָמָה (amàh) indica una schiava, come in Gn 30:3: “Ecco la mia serva Bila”, in cui “serva” è un eufemismo italiano per indicare una schiava. Amàh può anche indicare una concubina, proprio come nel caso di Bila. In senso metaforico può esprimere umiltà, come in Sl 86:16: “Salva il figlio della tua serva”, in cui si sta pregando Dio. Il maschile עֶבֶד (èved) ha un senso più ampio, riferendosi anche ai sudditi (2Sam 11:21; 2Cron 10:7), ai popoli vinti che dovevano pagare dei tributi (2Sam 8:2,6), ai servitori del re, fra cui coppieri, panettieri, marinai, ufficiali dell’esercito, consiglieri (Gn 40:20; 1Sam 29:3; 1Re 9:27; 2Cron 8:18;9:10;32:9). In ebraico si riscontra anche l’uso della parola “schiavo” come formula di cortesia. molto simile al nostro desueto “servo vostro”, rimasto come traccia nella parola “ciao”, derivata dal veneziano s-ciào (o s'ciàvo) che aveva appunto il significato di "schiavo", derivati a sua volta dal neolatino sclavus. - Gn 33:5,14;42:10,11,13; 1Sam 20:7,8.
Anche la parola ebraica שִׁפְחָה (shifchàh) indica una schiava, come in Gn 16:1 in cui si parla della schiava egiziana Agar. L’uso di questa parola come forma di cortesia è attestato in Rut 2:13.
Il termine greco δούλη (dùle), “schiava”, corrisponde all’ebraico אָמָה (amàh), ed è impiegato nella Bibbia una sola volta. Miryàm, la madre di Yeshùa, dice: “Ecco, io sono la serva [δούλη (dùle), “schiava”] del Signore” (Lc 1:38). Negli altri casi le Scritture Greche utilizzano παιδίσκη (paidìske), come in Gal 4:22 in cui la schiava (שִׁפְחָה, shifchàh) egiziana Agar è detta paidìske, come nella LXX.
Perché una donna diventava schiava? La guerra era una causa: i prigionieri erano fatti schiavi o venivano venduti come tali (2Re 5:2; Gle 3:6). La povertà era un’altra causa: chi diventava povero poteva vendere se stesso o propri figli come schiavi (Es 21:7; Lv 25:39,47; 2Re 4:1). Si diventava schiavi anche per risarcire il danno di un furto. - Es 22:3.
In Israele c’era comunque differenza di trattamento tra schiavi ebrei e stranieri. Gli schiavi stranieri rimanevano proprietà del padrone e passavano al figlio (Lv 25:44-46). Lo schiavo ebreo doveva essere rimesso in libertà nel settimo anno di schiavitù oppure nell’anno giubilare (Es 21:2; Lv 25:10; Dt 15:12). Lo schiavo ebreo che si era venduto poteva essere ricomprato in ogni momento, sia da se stesso che da altri che ne avevano diritto (Lv 25:47-52; Dt 15:12). In più, quando lo schiavo ebreo era liberato, il padrone doveva aiutarlo a intraprendere la sua nuova vita da libero. - Dt 15:13-15.
Una schiava, proprio come gli schiavi uomini, potevano avere un orecchio forato ad indicare la loro perpetua proprietà da parte del padrone. Ciò si verificava quando, pur avendo diritto alla liberazione, la chiava (o lo schiavo) decideva di rimanere con il padrone: “Ma se il tuo schiavo ti dice: ‘Non voglio andarmene via da te’, egli dice questo perché ama te e la tua casa e sta bene da te. Allora prenderai una lesina, gli forerai l'orecchio contro la porta, ed egli sarà tuo schiavo per sempre. Lo stesso farai per la tua schiava”. - Dt 15:16,17.
Per la schiava ebrea vigevano norme particolari: “Se uno vende la propria figlia come schiava, questa non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi. Se lei non piace al suo padrone, che si era proposto di prenderla in moglie, deve permettere che sia riscattata; ma non avrà il diritto di venderla a gente straniera, dopo esserle stato infedele. Se la dà in sposa a suo figlio, dovrà trattarla secondo il diritto delle figlie. Se prende un'altra moglie, non toglierà alla prima né il vitto, né il vestire, né la coabitazione. Se non le fa queste tre cose, lei se ne andrà senza pagare nessun prezzo”. - Es 21:7-11.
Sl 123:2 illustra i sentimenti di una schiava: “Gli occhi della serva guardano la mano della sua padrona”. Cosa curiosa, tra le quattro cose per cui “la terra trema” e “non può sopportare” (Pr 30:21) c’è “una serva quando diventa erede della padrona”. - Pr 30:23.
Il fatto che la Legge prevedesse una serie di norme per la schiavitù non va preso come beneplacito divino. Piuttosto, proprio il fatto che la Legge contenesse queste norme, sta ad indicare che il pessimo costume dei tempi, che ammetteva la schiavitù, veniva arginato e regolato perché non se ne abusasse. Era insomma prevista una tutela. Era vietato far lavorare gli schiavi di sabato (Es 20:10; Dt 5:14) ed era consentito loro di partecipare alla celebrazione delle sante Festività di Dio (Dt 12:12;16:11,14). In caso di maltrattamenti disumani era prevista la liberazione dalla schiavitù con conseguente danno economico del padrone (Es 21:20,21,26,27,32; Lv 24:17; cfr. Nm 35:16-18). La disciplina, anche corporale, era consentita. Del resto, valeva anche per i figli (proprio come anche presso di noi fino ad alcuni decenni fa): “Non risparmiare la correzione al bambino; se lo batti con la verga, non ne morrà”. - Pr 23:13.
Con la venuta di Yeshùa, nella sua congregazione le cose cambiarono. Ma i discepoli non erano rivoluzionari, per cui la schiavitù rimase. Lo schiavo Onesimo, che era scappato dal suo padrone Filemone che era discepolo di Yeshùa, una volta divenuto discepolo di Yeshùa lui stesso, fu rimandato da Paolo al suo padrone. Paolo scrisse una lettera a Filemone, conservata nella Bibbia. In essa, definendosi “prigioniero di Cristo Gesù” (Flm 9), prima gli dice: “Te lo rimando” (Flm 12), poi gli confessa: “Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo” (Flm 13). Infine conclude: “Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po' di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore!”. – Flm 15,16.
Sebbene la schiavitù non fosse abolita, nel 1° secolo il trattamento degli schiavi e delle schiave nelle congregazioni dei discepoli di Yeshùa divenne più umano: “Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo” (Col 4:1); “Quelli che hanno padroni credenti non li disprezzino perché sono fratelli, ma li servano con maggiore impegno, perché quelli che beneficiano del loro servizio sono fedeli e amati”. - 1Tm 6:2.
Seera (שֶׁאֱרָה, Sheeràh, “parente”)
“Efraim ebbe per figlia Seera, che costruì Bet-Oron, la inferiore e la superiore, e Uzzen-Seera”. - 1Cron 7:24.
Questa donna era figlia di Efraim, il figlio che Giuseppe ebbe da Asenat, figlia di Potifera sacerdote di On (Gn 41:50). Lei fu la fondatrice di tre città: Bet-Oron di Sopra, Bet-Oron di Sotto e Uzzen-Seera, che da lei prese il nome. Una donna notevole, quindi. Era una donna affascinante, anche se la Bibbia fornisce scarse informazioni sulla sua vita.
Bet-Oron Alta e Bet-Oron Bassa - con un dislivello di circa 240 m tra loro - si trovavano in cima a due colline, in una posizione strategica sull’antica via delle carovane che portava dalla pianura sul Mar Mediterraneo a Gerusalemme. Quelle due città esistono tuttora in due villaggi: quello superiore di Bet Horon `Elyon e quello inferiore di Bet Horon Tahton.
Queste due città erano al confine meridionale della tribù di Efraim (Gs 16:3,5). Il confine della tribù di Beniamino passava su un monte a sud di Bet-Oron Bassa (Gs 18:13,14). Bet-Oron, tutte e due oppure solo una, venne poi data ai leviti (Gs 21:20,22; 1Cron 6:68). Per la loro posizione strategica, queste città videro il passaggio di eserciti in guerra, come al tempo della conquista israelita della Terra Promessa (Gs 10:6-12). Ai tempi del re Saul, la via delle carovane che passava da Bet-Oron era una delle tre vie carovaniere percorse dai predoni filistei (1Sam 13:16-18). Il re Salomone fortificò in seguito entrambe le città per fermare gli invasori egizi e filistei (2Cron 8:5). Il faraone egizio che invase il Regno di Giuda si vantò di aver sottomesso Bet-Oron e altre città (1Re 14:25; 2Cron 12:2-9). Bet-Oron fu poi saccheggiata al tempo di Amazia re di Giuda. - 2Cron 25:5-13.
In quanto a Uzzen-Seera, stando a diversi archeologi, pare sia da identificarsi con Beit Sira, a circa 4 km a ovest da Bet-Oron Bassa e circa 21 km a nord-ovest di Gerusalemme.