Succot-Benot (סֻכֹּות בְּנֹות, sucòt benòt, “capanne [delle] figlie”)
“Quelli provenienti da Babilonia fecero Succot-Benot”. – 2Re 17:30.
Qui si parla di idoli, di dèi pagani: “Ogni popolazione si fece i propri dèi nelle città dove abitava, e li mise nei templi degli alti luoghi che i Samaritani avevano costruiti” (2Re 17:29). Ogni popolazione faceva i suoi, i babilonesi “fecero Succot-Benot”.
Questa era una divinità adorata dai babilonesi che il re d’Assiria trasferì nelle città della Samaria dopo aver portato in esilio gli israeliti del Regno del Nord. Secondo certi studiosi il nome “Succot-Benot” sarebbe una forma ebraicizzata di Sarpanitu, la moglie del dio Marduk. Il nome pare derivare dalle tende o capanne delle “figlie”, nome generico con cui erano anche indicate le donne giovani e le prostitute.
Sulamita (שּׁוּלַמִּית, shulamìt, “?”)
La “sulamita” è una ragazza campagnola, protagonista del Cantico dei cantici, il libro biblico annoverato tra le più belle pagine della poesia mondiale di tutti i tempi.
Il significato del termine “sulamita” è sconosciuto. La parola “sulamita” appare in tutta la Bibbia solo due volte e nello stesso versetto, ovvero in Cant 7:1 (6:13 in TNM):
“Torna, torna, o Sulamita,
torna, torna, che ti ammiriamo.
Perché ammirate la Sulamita come una danza a due schiere?”
Alcuni commentatori biblici hanno suggerito che possa trattarsi di un’abitante di un paese (tuttora sconosciuto) chiamato Sulam, ma tale ipotesi sposta solo il problema dalla identificazione della ragazza a quella di un luogo. Altri ipotizzano che si tratti di una forma alternativa di “sunamita”, ovvero di una originaria di Sunem, la città di cui parla Gs 19:17,18. Tuttavia, il termine “sunamita” nella Bibbia esiste, riferito ad “Abisag, la Sunamita [שּׁוּנַמִּית (shunamìt)]” (1Re 1:3); perché allora la Bibbia non lo usa anche in Cant?
A sostegno dell’ipotesi sulamita=sunamita viene citata la LXX greca, ma va detto che il termine σουμανειτις (sumaneitis) compare solo nel manoscritto Vaticano 1209, ed è pure diverso da quello di 1Re 1:3 che ha σωμανῖτις (somanìtis); altrimenti, la LXXha σουλαμῖτις (sulamìtis), conformemente all’ebraico. Eusebio, lo scrittore ecclesiastico, menziona Sunem come Sulem, ma scrive nel 4° secolo nella nostra èra. - Onomasticon 158, 11.
In merito a questa ragazza sulamita sono state date diverse interpretazioni. Rimandiamo ai nostri quattro studi, tutti nella sezione Esegesi: Il Cantico - 1. La più bella poesia mondiale di tutti i tempi, Il Cantico - 2. Le interpretazioni tradizionali,Il Cantico - 3. L'interpretazione naturalistica,Il Cantico - 4. Il suo significato spirituale.
Sunamita (אִשָּׁה, ishàh, “donna”)
“Un giorno Eliseo passava per Sunem; là c'era una donna ricca che lo trattenne con premura perché mangiasse da lei; così tutte le volte che passava di là, andava a mangiare da lei”. - 2Re 4:8.
La parola tradotta da NR “ricca” è nell’ebraicoגְדֹולָה (gdolàh), che significa “grande”. La parola ha diversi significati, tra cui "stimata/stimabile", “di alto rango"; TNM la traduce “preminente”.
Sunem fu terra straniera per gli israeliti. Qui erano accampati i filistei prima della battaglia in cui morì il re Saul (1Sam 28:4). Questa donna rispettò i doveri d'ospitalità e l’offrì a un estraneo, uno di un popolo diverso. Era una donna ricca, influente nella sua zona. Dalle sue azioni sappiamo che fu molto ospitale e che non si aspettava un danno di ritorno.
“La donna disse a suo marito: ‘Ecco, io so che quest'uomo che passa sempre da noi, è un santo uomo di Dio. Ti prego, costruiamogli, di sopra, una piccola camera in muratura e mettiamoci per lui un letto, un tavolino, una sedia e un candeliere, affinché, quando verrà da noi, egli possa ritirarvisi’”. - 2Re 4:9,10.
Questa donna estende ulteriormente la sua ospitalità. A differenza di suo marito, aveva capito che Eliseo era “un santo uomo di Dio”. Volle quindi offrirgli un luogo che potesse un punto d’appoggio durante i suoi viaggi frequenti nella zona. A questo scopo chiede un’aggiunta di costruzione sulla sua casa. A quei tempi le case erano spesso degli spazi aperti in cui intere famiglie condividevano una stanza. Questa donna, tuttavia, specifica che la stanza per Eliseo dev’essere privata e completamente arredata.
“Così, un giorno che egli giunse a Sunem, si ritirò in quella camera, e vi dormì. E disse a Gheazi, suo servo: ‘Chiama questa Sunamita’. Egli la chiamò, e lei si presentò davanti a lui. Eliseo disse a Gheazi: ‘Dille così: Tu hai avuto per noi tutta questa premura; che si può fare per te? Hai bisogno che si parli per te al re o al capo dell'esercito?’”. - 2 Re 4:11-13.
A volte è imbarazzante ricevere ospitalità. Essere nella posizione di dover ringraziare qualcuno può mettere in impaccio. Eliseo si trova in questa posizione. Questa donna gli aveva messo a disposizione una bella stanza da utilizzare in qualsiasi momento, e lui non aveva ancora dato nulla in cambio per il favore ricevuto. Nella sua stanza, nella casa di lei, decide di mandare il suo servo Gehazi dalla donna, che era in quella stessa casa. In più, egli non si riferisce alla sua padrona di casa per nome, ma si riferisce a lei come a una donna sunamita, sottolineando così la sua condizione di straniera per lui e ignorando la posizione preminente che lei godeva presso la sua comunità. La Bibbia non indica che Eliseo mostrasse qualche forma di rispetto per questa donna quando lei venne da lui in seguito alla sua richiesta. “Lei si presentò davanti a lui”, forse mentre Eliseo era ancora a letto. Lui poi parla a Ghehazi: “Dille così . . .”, e lei si trova davanti a lui. Eliseo le fa domandare che ricompensa desidera per tutta la sua premura. Le suggerisce perfino che potrebbe usare per lei i suoi contatti con le persone più importanti. La donna non è interessata, però. Lei ha la sua posizione nel suo proprio popolo, non è attirata dall'élite di Israele. La sua ospitalità era stata offerta a “un santo uomo di Dio”, non a qualche potenziale alleato.
“Lei rispose: ‘Io vivo in mezzo al mio popolo’. Ed Eliseo disse: ‘Che si potrebbe fare per lei?’ Gheazi rispose: ‘Certo non ha figli, e suo marito è vecchio’. Eliseo gli disse: ‘Chiamala!’ Gheazi la chiamò, e lei si presentò alla porta. Ed Eliseo le disse: ‘L'anno prossimo, in questo stesso periodo, tu abbraccerai un figlio’. Lei rispose: ‘No, mio signore, tu che sei un uomo di Dio, non ingannare la tua serva!’”. - 2 Re 4:14-16.
L’offerta di Eliseo era stata respinta. Eliseo però pensa ancora a come ricompensare la donna. Per scoprire ciò che poteva desiderare, domanda al suo servo Gheazi. Gheazi si rende conto che la donna non ha figli e precisa che suo marito è vecchio. Spesso si assume, leggendo la Bibbia, che solo alle donne capita di non essere fertili, ma qui la ragione per la mancanza di figli viene identificata nell'età del marito. Così pensa il servo Gheazi: dedusse che alla sua età avanzata, il marito della sunamita fosse impotente. Gheazi pensa però che lei desiderasse un figlio. Tuttavia, questa ipotesi del servo è probabilmente sbagliata. La donna decisamente dice di no all’offerta di Eliseo. Lei non vuole la maternità che le viene offerta. Se ci s’immedesima nella sua posizione, si può capire perché non vuole. Suo marito è vecchio, e se improvvisamente rimanesse incinta dopo tutto quel tempo, molti, compreso il marito, potrebbero domandarsi come sia rimasta incinta; se poi si fosse considerato tutto il suo impegno per far costruire una stanza privata a casa sua per un altro uomo…
Si noti che alla promessa di Eliseo che lei avrebbe avuto un figlio, lei risponde con un no deciso: “No, mio signore”. Il seguito della sua dichiarazione crea alcuni problemi per come viene normalmente tradotto: “Tu che sei un uomo di Dio, non ingannare la tua serva!”. I commentatori intendono che lei dicesse pressappoco: Magari, fosse vero… ma non prenderti gioco di me, non dirmi bugie, non farmi promesse che poi non si possono mantenere. La chiave di tutto sta nell’espressione ebraica אַל־תְּכַזֵּב (al-techasèv), tradotta: “Non ingannare” (NR, ND), “Non mentire” (CEI), “Non dire menzogne” (TNM). Ora, come potrebbe lei sospettare che intendesse dire menzogne? Mentre gli diceאַל־תְּכַזֵּב (al-techasèv), si rivolge a lui chiamandolo “un uomo di Dio”: lei sa che lui è un profeta. Ma se non dubita della sua parola, cosa intende dire? È proprio perché non dubita che lei gli diceאַל־תְּכַזֵּב (al-techasèv). La particella אַל (al) è una negazione che denota volontà. Il no di lei è quindi intenzionale, voluto, pensato. La lineetta orizzontale che unisce le due parole, detta maqqef (־), fa sì che le due parole vengano considerate come una parola sola. In quanto al verbo כזב (chasàv), questo significa “mentire/ingannare”. La forma qui usata è la forma piel, che dà un significato fattivo, esprimendo cioè l’idea di fare esistere una determinata azione; essendoci la negazione espressa da אַל (al), vi è quindi la volontà di non far esistere l’azione. La traduzione “Non dire menzogne riguardo alla tua serva” (TNM), tenuto conto della forma piel del verbo va quindi aggiustata così: “Non far dire menzogne riguardo alla tua serva” . La LXXgreca dà la stessa versione: μὴ διαψεύσῃ τὴν δούλην σου (me diapsèuse ten dùlen), “non metterti a far inganni alla tua serva” (il verbo è al modo soggiuntivo, tempo aoristo). Questa interpretazione è confermata dal v. 28, come vedremo più avanti.
“Questa donna concepì e, l'anno dopo, in quel medesimo periodo partorì un figlio, come Eliseo le aveva detto”. - 2 Re 4:17.
La donna concepisce e partorisce. A differenza di altri episodi simili narrati nella Bibbia, la storia manca di notare che il marito sapesse della sua gravidanza già prima che lei concepisse.
“Il bambino si fece grande; e un giorno, uscito per andare da suo padre che era con i mietitori, disse a suo padre: ‘La mia testa! la mia testa!’ Il padre disse al servo: ‘Portalo da sua madre!’ Il servo lo portò via e lo condusse da sua madre. Il bambino rimase sulle ginocchia di lei fino a mezzogiorno, poi morì”. - 2 Re 4:18-20.
Quando il bambino si sentì male e si rivolse a suo padre, questi rispose in maniera distaccata. Invece di assisterlo, lo manda da sua madre tramite un servo. Purtroppo, il bambino muore tra le braccia di sua madre.
“Allora la donna salì, lo adagiò sul letto dell'uomo di Dio, chiuse la porta, e uscì” (2Re 4:21). Perché lei mette il bimbo morto sul letto del profeta? A quanto pare, lei collega il bambino al profeta e non al marito. “Poi chiamò suo marito e gli disse: ‘Ti prego, mandami un servo e un'asina, perché voglio correre dall'uomo di Dio, e tornare. Il marito le chiese: ‘Perché vuoi andare da lui quest'oggi? Non è il novilunio, e non è sabato. Lei rispose: Lascia fare!’” (2Re 4:22,23). Non solo il marito non ha preso alcuna iniziativa nella faccenda, ma non vede alcuna urgenza. Non sembra una risposta strana? Non dovrebbe essere un po’ più interessato o almeno in lutto per la perdita di suo figlio? In realtà, sembra che lui pensi solo che la moglie voglia vedere il profeta, per qualche motivo oscuro, senza collegare sua richiesta alla morte del bambino.
La moglie “poi fece sellare l'asina, e disse al suo servo: ‘Guidala, e tira via; non mi fermare per strada, a meno che io non te lo dica. Così partì, e giunse dall'uomo di Dio, sul monte Carmelo” (2Re 4:24,25). Anche qui, prima di esaminare, dobbiamo apportare una correzione alla traduzione non buona. La Bibbia non dice che lei “fece sellare l'asina”, ma che la sellò direttamente: תַּחֲבֹשׁ הָאָתֹון (tachavòsh haatòn), “si sellò l’asina”, ben traduce TNM: “Sellò dunque l’asina”. Invece di aspettare un servo, si sella l'asina da sola, poi ammonisce il servo di andare il più velocemente possibile; il servo non deve preoccuparsi della sua comodità, ma andare a destinazione nel più breve tempo possibile. Infine giunge al monte Carmelo, dal profeta.
E qui abbiamo il ripetersi di una scena già vista: invece di andare a salutarla, Eliseo manda avanti ancora una volta il suo servitore dalla donna, riferendosi di nuovo a lei con il suo gruppo etnico invece che con il suo nome. “Appena l'uomo di Dio la vide da lontano, disse a Gheazi, suo servo: ‘Ecco la Sunamita che viene! Ti prego, corri a incontrarla, e dille: ‘Stai bene? Sta bene tuo marito? E il bambino sta bene?’. Lei rispose: ‘Stanno bene’”. - 2Re 4:25,26.
“Come fu giunta dall'uomo di Dio, sul monte, gli abbracciò i piedi. Gheazi si avvicinò per respingerla; ma l'uomo di Dio disse: ‘Lasciala stare, poiché l'anima sua è amareggiata, e il Signore me l'ha nascosto; non me l'ha rivelato”. - 2Re 4:27.
Nella sua sofferenza la donna cade ai piedi del profeta. Gehazi cerca di fare in modo il suo comportamento sia più adeguato, ma il profeta lo ferma: sa che c’è qualcosa che non va, ma Dio non gli ha rivelato cosa.
“La donna disse: Avevo forse chiesto di poter avere un figlio? Non ti dissi dunque: Non m'ingannare?’” (2Re 4:28). Di nuovo la traduzione va corretta. Abbiamo già visto, al v. 16, che NR traduce: “Non ingannare la tua serva!”, e abbiamo ragionato sulla forma del verbo ebraico. Ora, qui al v. 28, NR traduce ancora: “Non m’ingannare”, eppure l’ebraico è completamente diverso nei due versetti. Qui si ha לֹא תַשְׁלֶה אֹתִי (lo tashlè otì). Il verbo è שָׁלָה (shalàh) significa “vivere tranquilli”. La forma ifil dà il significato di “far vivere tranquilli”. Tradotto bene, ecco il v. 28: “Ella poi disse: ‘Chiesi io un figlio dal mio signore? Non dissi: No! Fammi vivere tranquilla?’”. La donna non aveva chiesto un figlio, ma Eliseo aveva deciso che ne aveva bisogno. Anche quando lei tentò di protestare, lui le impose il suo "dono". Ora il figlio che è morto, e lei si aspetta che il profeta si prenda le proprie responsabilità.
“Allora Eliseo disse a Gheazi: ‘Cingiti i fianchi, prendi in mano il mio bastone, e parti. Se incontri qualcuno, non salutarlo; e se qualcuno ti saluta, non rispondergli; e poserai il mio bastone sulla faccia del bambino’” (2Re 4:29). Eliseo non vuole trattare con il bambino: comanda al suo servo di andare a svolgere la missione che gli affida.
“La madre del bambino disse a Eliseo: ‘Com'è vero che il Signore vive e che tu vivi, io non ti lascerò’. Ed Eliseo si alzò e andò insieme con lei” (2Re 4:30). La donna non è disposta ad accettare le azioni di un servo. Eliseo deve vedere il bambino, e lei non accetterà un no come risposta.
“Gheazi, che li aveva preceduti, pose il bastone sulla faccia del bambino, ma non ci fu voce né segno di vita. Allora andò incontro a Eliseo e gli riferì la cosa, dicendo: ‘Il bambino non si è svegliato’. Quando Eliseo arrivò in casa, il bambino, morto, era adagiato sul suo letto. Egli entrò, si chiuse dentro con il bambino, e pregò il Signore. Poi salì sul letto e si coricò sul bambino; pose la sua bocca sulla bocca di lui, i suoi occhi sugli occhi di lui, le sue mani sulle mani di lui; si distese sopra di lui, e il corpo del bambino si riscaldò. Poi Eliseo s'allontanò, andò qua e là per la casa; poi risalì, e si ridistese sopra il bambino; e il bambino starnutì sette volte, e aprì gli occhi. Allora Eliseo chiamò Gheazi e gli disse: ‘Chiama questa Sunamita’. Egli la chiamò; e, come giunse vicino a Eliseo, questi le disse: ‘Prendi tuo figlio’. La donna entrò, gli si gettò ai piedi, e si prostrò in terra; poi prese suo figlio, e uscì”. - 2 Re 4:31-37:
La perseveranza della donna fu premiata. Lei fu determinata, a tratti ostinata. Ma alla fine ebbe la meglio.
Suocera – definizione (ebraico: חָמֹות, chamòt; greco: πενθερά, pentherà; “suocera”)
La Legge di Dio malediva chi aveva rapporti sessuali con la suocera: “Maledetto chi si corica con sua suocera!”. - Dt 27:23.
La nota ambivalenza del rapporto nuora-suocera si verificava anche ai tempi biblici. Rut ebbe uno stupendo rapporto con sua suocera (Rut 1:6-17,22;4:14,15), mentre quello delle mogli di Esaù con la loro suocera Rebecca fu disastroso (Gn 26:34;27:46). In Mic 7:6 si lamenta che ci sia “la nuora contro la suocera”.
Nelle Scritture Greche è ricordata la guarigione della suocera di Pietro: “Gesù, entrato nella casa di Pietro, vide che la suocera di lui era a letto con la febbre; ed egli le toccò la mano e la febbre la lasciò. Ella si alzò e si mise a servirlo”. – Mt 8:14,15.
Suocera di Pietro (πενθερά, pentherà, “suocera”)
“Gesù, entrato nella casa di Pietro, vide che la suocera di lui era a letto con la febbre; ed egli le toccò la mano e la febbre la lasciò. Ella si alzò e si mise a servirlo”. - Mt 8:14,15.
La versione marciana è più dettagliata: “Appena usciti dalla sinagoga, andarono con Giacomo e Giovanni in casa di Simone e di Andrea. La suocera di Simone era a letto con la febbre; ed essi subito gliene parlarono; egli, avvicinatosi, la prese per la mano e la fece alzare; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli [διηκόνει (diekonèi)]”. - Mr 1:29-31.
Yeshùa guarì molte persone, come si legge nei Vangeli. Una tra queste fu la suocere di Pietro. Con questa guarigione, però, si verifica qualcosa di unico. Molto spesso, dopo essere state guarite da Yeshùa, le persone se ne andavano per la loro strada. La suocera di Pietro, tuttavia, subito si alzò e “si mise a servirlo”. La verbo greco per questo servizio è διακονέω (diakonèo), che ha il significato di servire ad una tavola ed offrire cibo e bevande agli ospiti, soccorrere cioè approvvigionare cibo e le necessità di vita. Ciò ci rammenta le parole di Yeshùa in Mt 20:26-28: “Chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore [διάκονος (diàkonos)]; e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; appunto come il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire [διακονῆσαι (diakonèsai)] e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti”. Il verbo διακονέω (diakonèo), servire, verbo usato per descrivere il servizio reso dalla suocera di Pietro è lo stesso che la Bibbia usa per Yeshùa che servì dando la sua stessa vita. Per la suocera di Pietro fu un servire a tavola offrendo cibo e bevande ai suoi ospiti, per Yeshùa fu un soccorrere provvedendo alle vere necessità di vita.
Susanna (Σουσάννα, Süsànna, “giglio”)
“. . . Giovanna, moglie di Cuza, l'amministratore di Erode; Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni”. - Lc 8:3.