EXCURSUS
Le lamentazioni di Geremia
Dato che le Lamentazioni sono tradizionalmente ricollegate al nome di Geremia, ne sarà fatto qui un esame, benché esse appartengano tutt’altro genere letterario che non quello del profetismo.
Il libro noto nelle nostre Bibbie come Lamentazioni si chiama in ebraico אֵיכָה (ekhàh) – “Ah, come” -, dalla prima parola con cui inizia il libro, secondo l’uso ebraico di chiamare i libri che compongono la Bibbia con la prima parola (la Chiesa Cattolica ha adottato lo stesso sistema per il Padrenostro, l’Avemaria, il Salve Regina e così via). Più tardi le Lamentazioni ebbero un nome che ne designava meglio il contenuto: Qinòth, che in ebraico significa appunto “lamentazioni” (così nel Talmud, Baba Bathra 15a; così presso Girolamo nel prologo preposto alla Bibbia). I greci chiamarono il libro Thrènoi (“canti funebri”, “lamenti”). La Vulgata latina lo chiamò Threni (“Lamentaiones”).
Questo piccolo libro (consta di soli 5 capitoli) si trova dopo quello di Geremia, quale sua appendice, nella versione greca della LXX, nella versione Siriana, nella Peshitta e nella Vulgata. In ebraico si pone invece nella terza serie dei libri biblici detta Ketuvìm (“rimanenti”). È uno dei cinque rotoli che si leggeva nella liturgia del mese di av (luglio/agosto) in occasione della festività del digiuno (9 di av).
Anche nel genere letterario che si riscontra in Lamentazioni – come in quasi tutti gli altri generi letterari della Bibbia – gli ebrei non hanno inventato nulla, ma si sono accontentati di imitare forme letterarie già preesistenti presso i popoli orientali. Occorre quindi risalire alle elegie antiche. L’elegia è un componimento lirico mesto e doloroso, una lamentazione.
Elegie individuali
Egizi. Gli egizi credevano che le ombre dei morti conservassero un’esistenza analoga a quella dei rispettivi cadaveri e che potessero quindi subire la corruzione e svanire nel nulla se le spoglie mortali subivano lo sfacelo. È per questo che cercavano di rendere incorruttibili i corpi dei loro cari, imbalsamandoli. Tolte dal cadavere, con riti sacri, le parti interne, immergevano il cadavere per settanta giorni in un bagno di carbonato di soda. Lo avvolgevano poi accuratamente in lunghissime fasce di tela per difenderlo dagli attacchi degli animali, dei vermi e dell’aria. Quindi lo deponevano in variopinte arche di legno, rappresentanti nel coperchio superiore l’immagine del morto. Infine lo collocavano in vasti ipogei (sotterranei) sepolcrali.
Gli antichi egizi esprimevano i sentimenti del loro dolore con alte grida scomposte, con gemiti disperati e con lamenti ritmici che di solito erano molto brevi. Le vere elegie funebri – solenne tributo di onore e d’affetto verso l’estinto – erano riservate particolarmente al mattino in cui si trasportava la mummia alla valle funerea, cioè agli ipogei delle tombe.
Un lunghissimo corteo di parenti, di amici, di sacerdoti, di musici e di donne lamentatici dalle vesti squarciate sul seno scendeva con grande strepitio e con grida forsennate nelle acque del Nilo su navicelle, dirigendosi verso la collina degli ipogei ad occidente. Deposta la cassa mortuaria sulla navicella occupata da un gran letto funebre, questa veniva rimorchiata dalle navicelle delle lamentatici. L’ombra del morto iniziava così - nella loro concezione - il suo lungo viaggio verso il mare d’occidente, sospinta dalle onde del fiume sacro. Intanto gli amici le inviavano il saluto estremo:
“All’occidente! Sia felice l’ottima persona, amica di verità, menzognera mai!”
Mentre il sacerdote, severo e tranquillo, adempiva i riti funebri con incenso e libagioni, la moglie desolata gemeva, abbracciando la mummia dipinta:
“Fèrmati, dimora qui, non allontanarti dal luogo dove sei! Ti dirigi dunque verso la nave della riviera? Marinai, non vi affrettate, lasciatelo! Tornate pure alle vostre case, ma lui deve andare nel paese dell’eternità. O nave di Osiride, hai compiuto la traversata, sei venuta a togliermi colui che mi lascia”.
Arrivato in prossimità della necropoli, il corteo funebre si avviava con frastuono e stranissimi lamenti su per il colle, portando ogni sorta di viveri e di doni preziosi per il morto. La cassa funeraria, coronata di ghirlande, era deposta sulla lettiga funebre sormontata da un pesante baldacchino e trainata da paia di buoi per la via cosparsa di fiori fino alla spianata all’apertura dell’ipogeo, casa dell’eternità. Là iniziavano i canti, lamentosi e disperati, mentre il sacerdote incensava il morto e lo aspergeva con l’acqua sacra del Nilo. I parenti e le donne gemevano nei canti funebri, inginocchiati e abbracciando la mummia ritta davanti all’ipogeo. Le ragazze rispondevano:
“Gemiti, gemiti! Fate, fate, fate lamenti incessanti, alti più che potete!”.
L’ultima funzione, molto solenne, era il convito funebre celebrato in onore del defunto con grande apparato. L’ombra del defunto aveva il primo posto e gustava le ombre dei cibi che gli erano presentati.
Intorno a questo lugubre banchetto, molte ragazze cinte di ricche vesti in mussolina, con i capelli lunghi sciolti sulle spalle e sui seni, danzavano aritmicamente gemendo al suono di melodiosi strumenti.
Il canto elegiaco s’innalzava alle vette liriche dei grandi inni epici nazionali. Agli auguri di un felice avvenire si univano profonde considerazioni sulla vita nell’aldilà e severi consigli di filosofia pratica ai viventi presenti.
“Vivi in salute eccellente,
segui il tuo cuore finché vivi.
Profuma di mirra il tuo capo,
ungiti con i più preziosi aromi di dio!
Renditi più bello di quello che eri fin qui.
Segui il tuo diletto, la tua felicità.
Per quanto vivrai sulla terra
non consumarti il cuore nel duolo.
I lamenti non allietano l’uomo sepolto.
Nessuno porta via con sé i propri beni.
Nessuno andò, che poi ne sia tornato”.
Babilonesi. Erodoto afferma che gli assiri e i babilonesi imbalsamavano i cadaveri onorandoli con ritmiche lamentazioni in modo simile agli egiziani. A noi non sono giunti esempi di questi canti e neppure resti di tombe. Sembra che gli assiri e i babilonesi portassero i loro morti sulle acropoli caldee. Frammenti di poesie si trovano nel poema di Ghilgamesh, il quale si lamenta per la morte di Enkidu:
“La tua mano non brandisce la clava,
la preda ti sfugge nell’assalto.
Sandali ai piedi più non porti
e il nemico più non abbatti.
La moglie diletta più non baci,
la moglie aborrita non colpisci;
il figlio diletto più non baci,
il figlio aborrito non colpisci.
Il potere della terra ti inghiottì!”
- Epopea di Ghilgamesh Tavola XII.
Siri. Nella regione dell’Hauran e nel circondario di Damasco i lamenti erano eseguiti da un gruppo di donne pagate, le lattemàt (“schiaffeggianti”): in segno di duolo si battevano il viso con le mani.
Capo del coro era la qawala o poetessa, la quale possedeva un’ampia raccolta di canti usati per il lamento nei sette giorni consecutivi di lutto (due ore al giorno). I canti, generalmente composti da lei, sono brevissimi, in genere da due a quattro versi. La poetessa evitava di ripeterli. Durante la nenia le donne si raccoglievano intorno al feretro con grandi frastuoni, strani gesti e alte grida. I gemiti cessavano mentre la poetessa declamava i suoi lamenti, ma ricominciavano subito e ancor più veementi con il ritornello: “Welì, welì!” (“Ohimè, ohimè!”) che il coro delle neddabàt (“lamentatici”) ripeteva al termine di ogni strofa.
Ebrei. Anche gli ebrei avevano usi simili. Facevano strani gesti e lamenti: “Faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito. […] Ci sarà un gran lutto […] farà cordoglio, ogni famiglia per proprio conto […]; la famiglia […] da una parte, e le loro mogli da un'altra parte” (Zc 12:10-12). Si strappavano le vesti: “Prese le sue vesti e le stracciò, lo stesso fecero tutti gli uomini che erano con lui” (2Sam 1:11). Si rivestivano di sacchi: “Invece di ampio mantello, un sacco stretto” (Is 3:24). Si aspergevano di polvere i capelli: “Con le vesti stracciate e con il capo cosparso di polvere” (2Sam 1:2). Ci si toglieva i sandali (Ez 24:17). Si coprivano anche il capo: “Saliva piangendo e camminava con il capo coperto, a piedi scalzi; e tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo, piangeva” (2Sam 15:30); “Si coprono il capo” (Ger 14:4); sembra per esprimere il sacro terrore che incuteva la morte.
Tuttavia, erano proibiti gli usi con significato idolatrico, come lo sfregiarsi il corpo con oggetti taglienti o il radersi capelli e barba. “Non vi fate incisioni addosso e non vi radete tra gli occhi per un morto, poiché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio” (Dt 14:1,2). “Non vi taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, e non ti raderai i lati della barba. Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete tatuaggi addosso” (Lv 19:27,28). Quando Geremia annunciò il castigo per gli ebrei apostati, menziona gli usi pagani che essi ormai praticavano: “Grandi e piccoli moriranno in questo paese; non avranno sepoltura, non si farà lutto per loro, nessuno si farà incisioni addosso o si raderà per loro”. - Ger 16:6.
Dopo la morte, il corpo generalmente veniva lavato (At 9:37) e unto con oli e unguenti aromatici (Mr 14:3-8; Gv 12:3,7). Non si trattava d’imbalsamazione. I corpi non venivano imbalsamati. Il corpo veniva poi avvolto in un telo, generalmente di lino: “Prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo” (Mt 27:59). La testa poteva essere coperta da un panno separato (Gv 20:7). Spezie come mirra e aloe venivano di solito mischiate alle bende (Gv 19:39,40). La salma poteva anche essere deposta in un letto impregnato di olio e unguento, come avvenne per la salma del re Asa. - 2Cron 16:14.
La salma probabilmente veniva portata al luogo di sepoltura su una bara o lettiga funebre. Veniva accompagnata da una notevole processione che poteva includere musicisti che suonavano musica triste (Lc 7:12-14; Mt 9:23). Quando si portava il morto alla tomba, venivano fatti dei lamenti:
“Ahimè, signore!..”
“Ahimè, fratello mio, ahimè sorella!"
"Ahimè, signore, ahimè, maestà!"
- Ger 34:5;22:18.
I canti funebri generalmente erano molto brevi. Si rammenti quello composto in ritmo libero da Davide per la morte del generale Abner. “Davide disse a Ioab e a tutto il popolo che era con lui: ‘Stracciatevi le vesti, cingetevi di sacco e fate cordoglio per la morte di Abner!’ Il re andò dietro alla bara” (2Sam 3:31). “Il re fece un canto funebre su Abner e disse:” (v. 33):
“’Doveva Abner morire come muore un criminale?
Le tue mani non erano legate, né i tuoi piedi erano stretti nei ceppi.
Sei caduto come si cade per mano di scellerati’.
Tutto il popolo ricominciò a piangere Abner”. - Vv. 33-35.
Talora le elegie erano più lunghe. Sembra anzi che esistessero in Israele delle collezioni di canti funebri. Si rammentino le elegie di Geremia per la morte di Giosia (2Cron 35:25) e di Davide per la morte di Gionata. - 2Sam 1:17-27.
Elegie nazionali
Oltre alle elegie personali si riscontrano anche delle elegie storiche, e queste hanno una singolare somiglianza con i Salmi e le Lamentazioni della Bibbia.
Sumere. Quando l’armata di Ummar assalì improvvisamente Lagas, bruciandone i santuari, uno scriba o sacerdote presente scrisse una lamentazione che è tuttora conservata.
“Gli uomini di Ummar han messo a fuoco l’Episala,
han rapito argento e pietre preziose.
Han versato sangue nel palazzo di Tirasi,
ha versato sangue nell’Apsu-banda.
Han versato sangue nel santuario d’Enlil
e nel santuario dei dio sole”.
Lunghissima è la lamentazione sumera sopra la distruzione di Ur. Il grande archivio reale di Assurbanipal in Ninive ci ha conservato alcuni canti di preghiera rivolti alla divinità. Il quinto canto è un’elegia storica sulla distruzione della sacra e fiorente città di Uruk.
“Fino a quanto, mia Signora, il nemico violento
opprimerà la tua regione?
In Uruk, tua illustre città,
regna desolazione!
In E-Ulbar, tempio del tuo oracolo,
si versa sangue come acqua.
Fuoco e incendio su tutti i tuoi fratelli
s’è sparso come grandine.
O mia Signora, con affanno,
son legato a sventura!
O mia padrona, tu m’afferrasti
e m’hai gettato nel lutto.
Il nemico prepotente mi abbatté,
sì, come una canna.
Ah!, più non domino la mente mia,
io più consiglio non ho.
Come canneto in palude, notte e dì,
io vo gemendo.
Io son tuo servo,
m’inchino davanti a te.
Il tuo cuore si calmi,
sia mite il tuo animo”.