Prima lamentazione (Lam 1). Il libro descrive la desolazione in cui si trovava Gerusalemme. La città – simboleggiata in una donna abbandonata da tutti– è preda di crudeli nemici. Scomparsa l’antica magnificenza, essa è caduta nella miseria e nell’obbrobrio più profondo (1:1-11). È la donna stessa che parla, descrivendo il suo stato e implorando dagli uomini e da Dio pietà e giustizia:
“Osservate, guardate, se c'è dolore simile al dolore che mi tormenta,
e con il quale il Signore mi ha colpita
nel giorno della sua ardente ira.
Egli dall'alto ha scagliato un fuoco,
l'ha fatto discendere nelle mie ossa;
ha teso una rete ai miei piedi,
mi ha rovesciata a terra;
mi ha gettata nella desolazione, in un languore senza fine.
La sua mano ha legato il giogo dei miei peccati,
che s'intrecciano, gravano sul mio collo;
egli ha stroncato la mia forza;
il Signore mi ha dato in mani, alle quali non posso resistere.
Il Signore ha abbattuto dentro le mura tutti i miei prodi;
ha raccolto contro di me una grande moltitudine,
per schiacciare i miei giovani;
il Signore ha calcato, come in un tino, la vergine figlia di Giuda.
Per questo, io piango; i miei occhi, i miei occhi si sciolgono in lacrime,
perché da me è lontano il consolatore,
che può ravvivare la mia vita.
I miei figli sono desolati, perché il nemico ha trionfato”. - 1:12-16.
Seconda lamentazione(Lam 2). Il Dio di Israele, per punire la malvagità, ne distrugge la capitale senza pietà alcuna. Egli stesso ne ha abbattuto i baluardi e le mura, tanto che il popolo ne resta allibito.
“Come mai il Signore, nella sua ira, ha coperto di una nube oscura la figlia di Sion?
Egli ha gettato dal cielo in terra la gloria d'Israele,
e non si è ricordato dello sgabello dei suoi piedi,
nel giorno della sua ira!
Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i territori di Giacobbe;
nella sua ira, ha rovesciato,
ha atterrato le fortezze della figlia di Giuda,
ne ha profanato il regno e i capi.
Nella sua ira ardente, ha infranto tutta la potenza d'Israele;
ha ritirato la propria destra in presenza del nemico;
ha consumato Giacobbe come fuoco fiammeggiante
che divora tutto intorno”. - 2:1-3.
Di fronte a questo spettacolo, anche il poeta è pieno di sgomento. Tuttavia, egli riconosce la giustizia della punizione divina e rivolge un appello alla clemenza di Dio.
“I miei occhi si consumano in lacrime, le mie viscere si commuovono,
il mio fegato si spande in terra
per il disastro della figlia del mio popolo,
al pensiero dei bambini e dei lattanti che venivano meno per le piazze della città”. - 2:11.
“Alzatevi, gridate di notte, al principio di ogni veglia!
Spandete come acqua il vostro cuore davanti alla faccia del Signore!
Alzate le mani verso di lui per la vita dei vostri bambini,
che vengono meno per la fame agli angoli di tutte le strade!
‘Guarda, Signore, considera! Chi mai hai trattato così?’”. - 2:19,20a.
Terza lamentazione(Lam 3). Il poeta – che qui simboleggia il popolo – parla in prima persona e descrive il cumulo di miserie e di dolori che si è rovesciato su di loro. Egli si spinge quasi alla disperazione.
“Mi ha circondato di un muro, perché non esca;
mi ha caricato di pesanti catene.
Anche quando grido e chiamo aiuto,
egli chiude l'accesso alla mia preghiera.
Egli mi ha sbarrato la via con blocchi di pietra,
ha sconvolto i miei sentieri.
È stato per me come un orso in agguato,
come un leone in luoghi nascosti.
Mi ha sviato dal mio cammino, e mi ha squarciato,
mi ha reso desolato.
Ha teso il suo arco, mi ha posto
come bersaglio delle sue frecce.
Mi ha fatto penetrare nelle reni
le frecce della sua faretra.
Io sono diventato lo scherno di tutto il mio popolo,
la sua canzone di tutto il giorno.
Egli mi ha saziato d'amarezza,
mi ha abbeverato d'assenzio.
Mi ha spezzato i denti con la ghiaia,
mi ha affondato nella cenere.
Tu mi hai allontanato dalla pace,
io ho dimenticato il benessere.
Io ho detto: ‘È sparita la mia fiducia,
non ho più speranza nel Signore’”. - 3:7-18.
Ma appena egli pronuncia il nome di Dio si riaccendono la fiducia e la speranza. Dio, terribilmente giusto, sta ora attuando la sua giustizia. Ma essendo misericordioso, a sua volta punirà coloro che ora opprimono la sua Israele:
“Ecco ciò che voglio richiamare alla mente,
ciò che mi fa sperare:
è una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti;
le sue compassioni infatti non sono esaurite;
si rinnovano ogni mattina.
Grande è la tua fedeltà!
‘Il Signore è la mia parte’, io dico,
‘perciò spererò in lui’.
Il Signore è buono con quelli che sperano in lui,
con chi lo cerca.
È bene aspettare in silenzio
la salvezza del Signore”. - 3:21-26.
“Il Signore infatti
non respinge per sempre;
ma, se affligge,
ha pure compassione, secondo la sua immensa bontà;
poiché non è volentieri che egli umilia
e affligge i figli dell'uomo.
Quando uno schiaccia sotto i piedi
tutti i prigionieri della terra,
quando uno vìola i diritti di un uomo
in presenza dell'Altissimo,
quando si fa torto a qualcuno nella sua causa,
il Signore non lo vede forse?”. - 3:31-36.
“Tu li retribuirai, Signore,
secondo l'opera delle loro mani.
Darai loro indurimento di cuore,
la tua maledizione.
Li inseguirai nella tua ira, e li sterminerai
sotto i cieli del Signore”. - 3:64-66.
Quarta lamentazione(Lam 4). Nuova descrizione della città devastata e degli orrori che subisce il popolo. Motivo di tanta sventura sono i peccati della nazione, e particolarmente dei profeti e dei sacerdoti:
“Così è avvenuto a causa dei peccati dei suoi profeti,
delle iniquità dei suoi sacerdoti,
che hanno sparso nel mezzo di lei
il sangue dei giusti.
Essi vagavano come ciechi per le strade,
sporchi di sangue,
in modo che non si potevano
toccare le loro vesti.
‘Fatevi in là! Un impuro!’, si gridava al loro apparire;
‘Fatevi in là! Fatevi in là! Non lo toccate!’.
Quando fuggivano, peregrinavano qua e là,
e si diceva fra le nazioni: ‘Non restino più qui!’.
La faccia del Signore li ha dispersi,
egli non volge più verso di loro il suo sguardo”. - 4:13-16.
L’aiuto sperato dall’Egitto fu vano: “A noi si consumavano ancora gli occhi in cerca di un soccorso, aspettato invano; dai nostri posti di vedetta scrutavamo la venuta d'una nazione che non poteva salvarci” (4:17). Il re stesso cadde in mano ai nemici: “Colui che ci fa respirare, l'unto del Signore è stato preso nelle loro fosse; egli, del quale dicevamo: ‘Alla sua ombra noi vivremo tra le nazioni’” (4:20). Gli edomiti che diedero man forte ai distruttori devono ora bere la coppa della punizione. - 4:21,22.
Quinta lamentazione(Lam 5). Il popolo, rivolgendosi a Dio in tono di preghiera, enumera i mali passati e presenti (5:1-18), e termina invocando la misericordia divina:
“Ma tu, Signore, regni per sempre;
il tuo trono dura d'età in età.
Perché dovresti dimenticarci per sempre
e abbandonarci per lungo tempo?
Facci tornare a te, o Signore, e noi torneremo!
Ridonaci dei giorni come quelli di un tempo!
Ci hai forse rigettati davvero?
Sei tu adirato fortemente contro di noi?”. - 5:19-22.
Autore
L’antica tradizione – sia giudaica che della primitiva congregazione dei discepoli di Yeshùa – attribuisce Lamentazioni a Geremia, ovvero a colui che ricopre la figura centrale nell’epoca in cui avvenne la distruzione di Gerusalemme.
Nella tradizione giudaica ci sono diversi testimoni. Il Talmud (B. Bathrà): “Geremia scrisse il suo libro profetico, le Lamentazioni e il libro dei Re”. Ciò è confermato anche in Moèd Qatàn 26° Midràsh Rabà. Il Targùm conferma. Così anche i vari commenti rabbinici posteriori. Anche la versione greca dei LXX conferma, ponendo il nome di Geremia nel titolo di Lamentazioni.
La tradizione della primitiva congregazione dei discepoli di Yeshùa è modesta. Abbiamo però molte testimonianze esplicite dei primissimi secoli. Origène, morto nel 254 E. V. (PG 12, 1084). Girolamo (Prol. Gal.). Ilario (PL iX, 241).
Il passo di 2Cron 35:25 è molto discusso: “Geremia compose un lamento su Giosia; e tutti i cantori e tutte le cantanti hanno parlato di Giosia nei loro lamenti fino a oggi, tanto da diventarne un'usanza in Israele. Essi si trovano scritti tra i Lamenti”. Questa dichiarazione viene fatta dopo aver narrato la morte di Giosia nella battaglia di Meghiddo. “Si trovano scritti tra i lamenti”; “Sono scritti fra i canti funebri” (TNM); “Sono scritti nelle Lamentazioni” (Did). L’ebraico ha כְּתוּבִים עַל־הַקִּינֹות (ketuvìm al-haqinòt): “Sono scritti nelle qinòt”. Alcuni hanno pensato che le qinòt (קִּינֹות)fossero appunto la raccolta delle nostre Lamentazioni (così anche il Diodati). In verità hanno creduto così gli antichi interpreti sia giudei sia quelli dei primi secoli della nostra èra.
Tuttavia, il contenuto di Lamentazioni dimostra che il cronista (lo scrittore di 2Cron) non alludeva a esse.
- Lamentazioni non ha nulla a che vedere con un carme funebre cantato dinanzi al cadavere di un re.
- L’innominato re delle Lamentazioni è ancora vivo e prigioniero: “Il suo re e i suoi capi sono fra le nazioni”. - Lam 2:9.
- Lo stato di spaventosa devastazione con cui è descritta la città di Gerusalemme non corrisponde alle circostanze della morte di Giosia.
- Il cronista (esperto in ciò che riguarda il servizio liturgico nel Tempio) non poteva davvero confondere le Lamentazioni (forse già entrate ai suoi tempi nella liturgia) con l’altra raccolta delle qinòt contenenti l’elegia su Giosia.
La tradizione in favore della paternità geremiana di Lam dominò incontrastata fino al 18° secolo. Nel 1712 Von Der Hardt la negò, ma con ragioni più fantastiche che scientifiche: attribuì, infatti, i cinque carmi a Daniele, ai suoi tre compagni (Sadrac, Mesac e Abèdnego) e al prigioniero re Ioiachin. Con il secolo 19° s’iniziò ad esaminare scientificamente la tradizione alla luce della critica moderna, confrontando filologicamente le Lamentazioni con le parti indubbiamente autentiche di Geremia. In conseguenza di questo esame, alcuni attribuiscono Lam a qualche fidato discepolo di Geremia (come Baruc), altri negano l’unità dell’autore (attribuendo i vari carmi a poeti di epoche diverse), altri ancora (specialmente esegeti cattolici) rimasero fedeli alla tradizione.
Le ragioni portate pro e contro sono discutibili, per cui non sono decisive per una conclusione certa.
In favore della paternità geremiana milita il seguente fatto: innegabili sono i contatti tra il libro di Geremia e il libro delle Lamentazioni. La presunzione astratta della tradizione è quindi resa molto più concreta e probabile. L’uso dell’acrostico era presso i semiti una prova d’abilità e aveva il vantaggio di rendere più facile il ricordo mnemonico delle singole parti. Quindi, anche Geremia, poeta di gran valore, poteva benissimo usarlo. Certo Geremia era prigioniero: “Geremia rimase nel cortile della prigione fino al giorno che Gerusalemme fu presa” (Ger 38:28). Ma non si dica che non poté assistere all’assedio e alla caduta di Gerusalemme, perché fu imprigionato a metà circa dell’assedio: “Geremia andava e veniva in mezzo al popolo, e non era ancora stato messo in prigione. L'esercito del faraone era uscito d'Egitto; e quando i Caldei che assediavano Gerusalemme ne ebbero la notizia, tolsero l'assedio a Gerusalemme” (Ger 37:4,5). Egli fu liberato dai babilonesi appena presa la città. Inoltre, la sua prigionia non era di segregazione, ma di sola detenzione: “Il re Sedechia ordinò che Geremia fosse custodito nel cortile della prigione, e gli fosse dato tutti i giorni un pane dalla via dei fornai, finché tutto il pane della città fosse consumato. Così Geremia rimase nel cortile della prigione” (Ger 37:21; cfr. anche 38:1-3). Egli poteva dunque seguire gli eventi.
Contro la paternità di Geremia militano le seguenti ragioni:
- Lam 2:9: “I suoi profeti [di Gerusalemme] non ricevono più visioni dal Signore”. Un vero profeta come poteva scrivere una cosa simile? Alcuni studiosi dicono che questo si riferirebbe ai falsi profeti, oppure allo scarso numero dei profeti rispetto alle epoche precedenti.
- Il principio della responsabilità personale è uno dei capisaldi di Geremia. Però, in Lam 5 le sventure subite sono presentate come castigo per i misfatti dei padri già morti: “I nostri padri hanno peccato, e non sono più; noi portiamo la pena delle loro iniquità” (5:7). Tuttavia, i fautori della paternità adducono Ger 16:11 in cui il castigo appare una punizione anche delle antiche pecche: “’Perché i vostri padri mi hanno abbandonato’, dice il Signore, ‘sono andati dietro ad altri dèi, li hanno serviti e si son prostrati davanti a loro’”. Anche, perché i peccati dei contemporanei sono ben menzionati: “Voi avete fatto anche peggio dei vostri padri” (v. 12). Così, anche il Lam 5:16 si ammettono i peccati dei contemporanei viventi: “Guai a noi, perché abbiamo peccato!”.
- I babilonesi, che in Ger sono costantemente presentati come strumenti per far giustizia da parte di Dio, non potevano essere oggetto di imprecazioni (Lam 1:21,22;3:64-66). Ma anche in Ger 50:23;51:20-24 essi ricevono le stesse imprecazioni. Se in Lam 4:17-20 sono espressi in prima persona dei sentimenti che Geremia non condivide, ciò si spiega con il fatto che spesso nei carmi l’autore si accomuna con lo stato miserando del popolo:
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Lam 4:17
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Lam 1:14;3:42
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“A noi si consumavano ancora gli occhi
in cerca di un soccorso, aspettato invano;
dai nostri posti di vedetta scrutavamo
la venuta d'una nazione che non poteva salvarci”.
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“La sua mano ha legato il giogo dei miei peccati, che s'intrecciano, gravano sul mio collo; egli ha stroncato la mia forza;
il Signore mi ha dato in mani, alle quali non posso resistere”, “Noi abbiamo peccato, siamo stati ribelli, e tu non hai perdonato”
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La prima persona usata è plurale. Geremia era contrario alla richiesta d’aiuto fatta all’Egitto, ma qui si accomuna ai sentimenti del popolo.
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La prima persona usata è singolare per identificarsi con Gerusalemme, la prima plurale con il popolo.
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Ritmo
I primi quattro carmi hanno il ritmo delle popolari qinòt (elegie generalmente cantate dinanzi ad un cadavere nelle cerimonie funebri). Gli stichi sono divisi in due parti. Il primo emistico ha circa la lunghezza del verso ordinario ebraico, mentre il secondo emistico non di rado è ridotto a sole due o tre parole. La caratteristica è però che tra i due emistichi non compare d’ordinario il classico parallelismo ebraico di pensiero (sinonimico, per indicare lo stesso concetto, o antitetico, per indicare il concetto opposto). Le due parti dello stico (i due emistichi) formano un solo enunciato concettuale o, al più, la seconda parte dà l’impressione di essere una lamentevole eco della prima. Questa suddivisione degli stichi sfugge a TNM che riporta solo le strofe:
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Lam 3:1-3 (TNM)
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3 Io sono l’uomo robusto che ha visto l’afflizione a causa del bastone del suo furore.
2 Sono io che egli ha condotto e fa camminare nelle tenebre e non nella luce.
3 In realtà, contro di me volge ripetutamente la mano tutto il giorno.
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È invece messa in evidenza da NR:
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Lam 3:1-3 (NR)
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3:1 Io sono l'uomo che ha visto l'afflizione
sotto la verga del suo furore.
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emistico
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Primo stico
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emistico
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3:2 Egli mi ha condotto, mi ha fatto camminare nelle tenebre
e non nella luce.
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emistico
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Secondo stico
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emistico
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3:3 Sì, contro di me di nuovo volge la sua mano
tutto il giorno.
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emistico
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Terzo stico
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emistico
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Ed ecco il testo ebraico:
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Lam 3:1-3 (Testo Masoretico)
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אֲנִי הַגֶּבֶר רָאָה עֳנִי
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emistico
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Primo stico
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בְּשֵׁבֶט עֶבְרָתֹו
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emistico
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אֹותִי נָהַג וַיֹּלַךְ חֹשֶׁךְ
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emistico
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Secondo stico
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וְלֹא־אֹור
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emistico
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אַךְ בִּי יָשֻׁב יַהֲפֹךְ יָדֹו
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emistico
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Terzo stico
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כָּל־הַיֹּום
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emistico
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