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I generi letterari della Bibbia - Il genere apocalittico

Midràsh
   Il genere apocalittico.Questo genere fiorì dal 2° secolo a. E. V. al 2° secolo E. V., con l'intento di consolare i giudei o i primi discepoli di Yeshùa durante le persecuzioni del tempo. La caratteristica dominante sta nel fatto che l'autore, vissuto in epoca più tardiva, si trasferisce idealmente nel passato identificandosi con un personaggio antico, per cui può presentare la storia per lui già passata con una serie di visioni profetiche che la stilizzano. L'epoca in cui l'autore visse, traspare dalla maggiore abbondanza di particolari di cui la visione si riveste. Ciò che invece è futuro anche per lui, viene tracciato con brevi tocchi, spesso come una ripetizione modificata di ciò che in passato è già avvenuto.
   Ai suoi inizi va posto il libro di Daniele, mentre il suo apologo sta nell'Apocalisse di Giovanni. Le altre composizioni apocalittiche ebraiche non ispirate, sia giudaiche sia riferite a Yeshùa, presentano delle visioni artificiose, fredde, esasperate e decadenti, assai noiose per chi le legge.
     Midràsh. Il nome midràsh, o "investigazione", viene dalla radice ebraica dàrash, "esaminare, studiare, esporre". Il nome si trova nelle Cronache per designare alcune fonti utilizzate: “Il resto dei fatti di Abia, anche le sue vie e le sue parole, sono scritti nell’esposizione [ebraico מִדְרַשׁ (midràsh)] del profeta Iddo”, “Sono scritti nell’esposizione [ebraico מִדְרַשׁ (midràsh)] del Libro dei Re” (2Cr 13:22;24:27, TNM). Al tempo dell'Ecclesiastico (o Siracide; libro non ispirato) già esisteva una "scuola di studio" (bet ha-midràsh, 51:23) sulla Bibbia (inizio del 2° secolo a. E. V.).
   La "riflessione" sulla Bibbia ebbe il suo inizio al tempo dell'esilio babilonese, quando, mancando ogni altro tesoro, il devoto ebreo diresse la sua attenzione verso la Legge di Dio (cfr. Sl 119). Lo vediamo quindi piangere con le Lamentazioni, lottare con Giobbe, amare con il Cantico. Al posto degli antichi profeti sorgono i "saggi", che si danno a riflettere sulla Legge per applicarla ai bisogni del tempo. In quel periodo ha pure inizio il culto sinagogale, nel quale il dorèsh (o "investigatore") commentava la Bibbia. Sorgono così gli "scribi", la cui attività s’incentra sopra la legge divina e crea le regole per applicarla ai nuovi casi pratici. Sorgono anche quasi contemporaneamente i Targumìm o traduzioni aramaiche parafrasate della Bibbia e i Midrashìm o scritti omiletici che hanno per oggetto l'interpretazione biblica.
   Il Midràsh parte dalla Bibbia che è considerata uno scritto rivelato, capace di rispondere a tutti i problemi e a tutte le questioni che possono nascere. Esso non esiste invece dove manca l'idea di uno scritto sacro. L'origine del Midràsh sta nel culto liturgico, e quindi assume un'intonazione omiletica, che si può paragonare alle moderne omelie. Esso può assumere due aspetti:
  1. Hagadà o sermone a commento di meditazione personale dei racconti biblici (con parti storiche).
  2. Halachà (da alàch, “camminare”) che, partendo da passi biblici legislativi (Toràh), presenta norme pratiche di condotta morale.
   Vari midrashìm sono il Mekiltà (commento dell'Esodo a partire dal cap. 12); il Sifrà (commento del Levitico); i Sifrè (commentari dei Numeri e del Deuteronomio). Il loro contenuto è in parte halàchico e in parte haggàdico (3° secolo E. V.). Nei secoli successivi sorsero diversi midrashìm come i Pesiqtà, vari libri apocrifi, specialmente apocalittici che contengono interpretazioni di carattere midràshico. Molti si trovano nel libro dei Giubilei e nel Testamento di Giobbe (non ispirati).