Nel vasto mondo degli studi biblici si affacciano di tanto in tanto ipotesi e teorie che poco hanno a che fare con lo studio serio della Scrittura. Persone più o meno religiose, forse anche ben intenzionate ma con scarsa cultura biblica, hanno la pretesa di aver capito verità che agli studiosi sfuggono. Esaminiamo in questo articolo una teoria secondo cui nella Bibbia ci sarebbero prove che il calendario biblico sarebbe solare e che il giorno inizierebbe all’alba. Come base di discussione prendiamo dal sito www.chiesadidio.com l’articolo intitolato Il calendario di Dio. Questo sito è gestito da un’inesistente Chiesa di Dio Italiana. Attualmente il sito ha come base musicale il Bolero di M. Ravel, il noto balletto che è una sorta di ballo rituale durante cui una donna danza, tutta seducente, su un tavolo, mentre un gruppo di uomini si avvicinano a lei in una progressiva eccitazione e in un coinvolgimento orgiastico collettivo. Le parti citate da tale articolo saranno evidenziate in carattere rosso, letteralmente, rispettando anche i corsivi, senza neppure correggere gli errori d’italiano, mentre le nostre considerazioni rimarranno nel presente carattere.
L’articolo suddetto – presentato con una certa protervia - inizia con questa premessa: Tutte le chiese che osservano i Sabati annuali (compreso gli Ebrei) calcolano i "tempi stabiliti" delle feste annuali attraverso un calendario lunare che suppongono essere quello indicato da Dio. Sarà nostro compito dimostrare l'inattendibilità di tale scelta alla luce della Bibbia. Qui osserviamo solo che non si tratta di calendario lunare, ma di calendario lunisolare.
L'equivoco spesso deriva da una errata traduzione della parola "mese"che nel Pentateuco non dovrebbe mai essere sostituita da "luna" o "novilunio". Purtroppo, l'indirizzo religioso dei traduttori, ha portato a questo grossolano errore di traduzione. La prima volta che la parola “mese” appare nella Bibbia è in Gn 7:11; vi compare due volte e la parola ebraica è חֹדֶשׁ (chòdesh). Tale parola deriva da una radice che significa “nuovo”. Ci si dovrebbe già domandare a cosa si riferisca questo concetto di nuovo abbinato al mese. La seconda parola ebraica usata per “mese” ci aiuterà a capirlo. Questa seconda parola è יֶרַח (yèrach). È a questa che allude l’articolo che stiamo esaminando. Essa compare per la prima volta in Es 2:2: “Lo tenne nascosto tre mesi [יְרָחִים (yerachìm), plurale di יֶרַח (yèrach)].” Questo stesso passo viene così tradotto da TNM: “Lo tenne nascosto per tre mesi lunari”, traduzione che secondo l’articolo non dovrebbe essere lecita. In Is 66:23 si legge: “Avverrà che, di novilunio in novilunio [מִדֵּי־חֹדֶשׁ בְּחָדְשֹׁו (midèi-chòdesh bechadeshò)] e di sabato in sabato, ogni carne verrà a prostrarsi davanti a me, dice il Signore.” Anche qui l’articolo contesta la traduzione. Ancora, in Dt 21:13 si legge: “Per un mese intero”, che in TNM diventa “per un mese lunare intero”; il testo originale ebraico ha יֶרַח יָמִים (yèrach yamìm), letteralmente “un mese di giorni”. Ora è il caso di esaminare queste due parola alla luce della Scrittura.
Chòdesh (חֹדֶשׁ). Come abbiamo visto, in Gn 7:11 e in innumerevoli altri passi significa “mese”. Ma in 1Sam 20:24 come dovrebbe essere tradotto? NR ha: “Quando venne il novilunio, il re si mise a tavola per mangiare”; TNM: “E venne la luna nuova, e il re prese il suo posto per mangiare il pasto”. L’ebraico ha הַחֹדֶשׁ (hachòdesh), con l’articolo determinativo. Secondo l’articolo, qui dovremmo tradurre: ‘Quando venne il mese, il re si mise a tavola’, il che suonerebbe incomprensibile. Vero è che l’articolo afferma che la parola “mese” nel Pentateuco non dovrebbe mai essere sostituita da "luna" o "novilunio", ma perché solo nel Pentateuco? “Ogni Scrittura è ispirata da Dio” (2Tm 3:16). Diffidiamo sempre quando si argomenta usando le forbici per tagliare parti della Sacra Scrittura. Nel passo di 1Sam 20:24 si fa riferimento all’abitudine o uso che il re aveva di organizzare un pasto speciale per il novilunio, come confermano le parole di Davide in 1Sam 20:5: “Domani è la luna nuova, e io dovrei pranzare con il re”. Anche qui la parola ebraica nel testo originale è חֹדֶשׁ (chòdesh), e sarebbe privo di senso tradurre: ‘Domani è il mese’.Di particolare interesse è Ez 46:1: “La porta del cortile interno, che guarda verso oriente, resterà chiusa durante i sei giorni di lavoro: ma sarà aperta il giorno di sabato; sarà pure aperta il giorno del novilunio”, in cui compare הַחֹדֶשׁ (hachòdesh), con l’articolo determinativo. ‘Sarà aperta il giorno del mese’ non avrebbe senso. Il fatto è che chòdesh (חֹדֶשׁ), la cui radice significa “nuovo” ha a che fare con la luna nuova. Questo aspetto è ulteriormente provato dalla parola יֶרַח (yèrach).
Yèrach (יֶרַח). Questa parola, tradotta “mese”, in effetti significa “lunazione”. Deriva da יָרֵחַ (yarèach), “luna”. Anche chi non conosce l’ebraico capisce al volo che yarèach ed yèrach sono assonanti: luna e lunazione, proprio come sono assonanti anche in italiano.
Ma, approfondiamo maggiormente il problema: un punto, che sembrerebbe in favore degli assertori del calendario lunare, si trova nel Salmo 104:19, dove è detto: «Egli ha fatto la luna per le stagioni; il sole conosce il suo tramonto» . Essi, però, prendono la prima parte del versetto alla lettera, e tralasciano la seconda parte dove è detto che "Il sole conosce...". Può Il sole (una cosa inanimata) conoscere? E' il sole che tramonta? Oppure, è la terra che girando intorno al suo asse, dà l'impressine che il sole sparisca all'orizzonte? E' chiaro che non possiamo prendere tutto alla lettera. Ma coloro che si rifanno alla luna, prendono la prima parte alla lettera, ammettendo poi che la seconda parte è sicuramente simbolica. Quindi è un'interpretazione di convenienza! Qui si fa molta confusione, con poca conoscenza della Scrittura, trattando il testo sacro superficialmente. Vediamo.
Sl 104:19 dice in ND: “Egli ha fatto la luna per stabilire le stagioni”. Un lettore che voglia leggere in senso moderno e scientifico potrebbe vedervi l’allusione al fatto che è la luna che tiene l’asse terrestre inclinato causando le stagioni. Vero, ma questa concezione scientifica era estranea al salmista. Che la traduzione proposta crei dei problemi emerge da un confronto con un’altra versione, TNM, che così rende: “Egli ha fatto la luna per i tempi fissati.” Si tratta allora di stagioni o di tempi fissati? E poi, che mai sarebbero questi “tempi fissati”? Non ci rimane che abbandonare le traduzioni e rivolgerci alla Bibbia, dove leggiamo che Dio “fa fatto la luna per i מֹועֲדִים [moadìm]”. Dobbiamo scoprire ora cosa siano questi moadìm (מֹועֲדִים). In Lv 23:4 leggiamo: “Queste sono le solennità [מֹועֲדִים (moadìm)] del Signore, le sante convocazioni che proclamerete”. Si tratta dunque delle Festività bibliche annuali. Ecco che allora Sl 104:19 dice che “Egli ha fatto la luna per le Festività”, ovvero che le Festività comandate da Dio vanno osservate secondo la luna; mentre la luna indica i tempi delle Festività bibliche, il sole si limita a tramontare.
Sl 104:19 dice anche che “il sole conosce il suo tramonto” (Lu). Può Il sole (una cosa inanimata) conoscere? Per la sua sciocchezza, questa domanda dovrebbe essere semplicemente ignorata. Dato però che tradisce scarsa conoscenza del linguaggio biblico, rispondiamo. La parola tradotta “conosce” è nel testo originale יָדַע (yadà): la conoscenza in senso biblico non ha alcunché a che fare con il sapere intellettuale come inteso in occidente; per i semiti la conoscenza era quella fatta con l’esperienza, una conoscenza pratica. Quando Adamo “conobbe” Eva non si trattò di venire a conoscenza del suo carattere o cose simili: ne nacque Caino. Così, il Salmo – che, non si dimentichi, è scritto in poesia – dice che il sole sa bene, per esperienza, quando tramontare. Il salmista vuol dire che Dio ha fatto le cose così bene che il sole sa quando tramontare: è Dio stesso che lo ha fatto così. In quanto all’incredibile domanda: E' il sole che tramonta?, dobbiamo ricordare che la Bibbia non è un libro di scienze. Comunque, rivolgiamo la stessa obiezione agli astronomi e ai meteorologi, che continuano ad ostinarsi a parlare di tramonto del sole. Mai sentito uno che dica che l’orizzonte si alza. Perché mai dovrebbe farlo la Bibbia? La cosa grave, però, è che con queste obiezioni puerili si sta sbeffeggiando la Scrittura, che è parola di Dio. “Non ci si può beffare di Dio”. – Gal 6:7.
L’articolo passa poi ad “esaminare” Gn 1:16: “Dio fece le due grandi luci: la luce maggiore per presiedere al giorno e la luce minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle.” E deduce: Per quello che possiamo intuire, se uno dei due luminari è il sole, l'altro non può essere la luna, ma, semmai le stelle. Non stupitevi! Ecco il nostro ragionamento: I pianeti e le lune non hanno luce, contrariamente al sole e le stelle che vivono di luce propria. Basterebbe questo per affermare che la luna non può essere considerata un luminare, poiché riflette semplicemente la luce dal sole. Ecco un esempio del rischio di leggere la Bibbia all’americana, ignorando completamente la lingua ebraica e la mentalità del tempo. Tutto verte sulla parola “luminare”, che nel testo è מָּאֹור (maòr), plurale מְּאֹרֹת (meoròt). Es 25:6 parla di “olio per il candelabro”, che nel testo originale è “olio per il luminare [מָּאֹור (maòr)]”. Dobbiamo forse obiettare che il candelabro non può essere un luminare perché non ha luce propria ma è invece l’olio che bruciando fa luce? La Bibbia lo chiama luminare, מָּאֹור (maòr), perché fa luce, e tanto ci basta. “Uno sguardo luminoso rallegra il cuore”, dice Pr 15:30, e nessuno sospetta che il testo ebraico dica: “Il luminare degli occhi [מְאֹור־עֵינַיִם (meòr-eynàym)] rallegra il cuore”. Lasciamo che un moderno e sprovveduto lettore si domandi come facciano gli occhi ad avere luce propria, a noi piace gustare questa espressione concreta ebraica.
Alcuni potrebbero obiettare che il piccolo luminare non può riguardare le stelle in quanto la parola luminare è singolare, e le stelle sono al plurale. A questo riguardo, dobbiamo chiarire che la stessa parola può essere usata nei due differenti generi nell'ebraico. E' il traduttore che decide, di volta in volta, come usarla e in questo caso la traduzione più esatta sarebbe stata: «E Yahveh...fece due grandi luminari, il luminare maggiore per governare il giorno, e i luminari minori per governare la notte: le stelle» . È incredibile quest’affermazione. Qui si piega la grammatica ebraica ai propri capricci. Che la parola “luminare” possa essere usata nei due differenti numeri (e non generi) è scontato: il singolare è מָּאֹור (maòr), il plurale è מְּאֹרֹת (meoròt). Ma che sia il traduttore che decide, di volta in volta, come usarla lo contestiamo decisamente. Questa sarebbe manipolazione, e nessun traduttore lo fa. È l’autore sacro e non il traduttore che usa le parole al numero singolare o plurale. Nel testo originale ispirato, infatti, compaiono in tutti e due i numeri, così come li scrisse l’autore ispirato: “Dio fece le due grandi luci [מְּאֹרֹת (meoròt), plurale]: la luce [מָּאֹור (maòr), singolare] maggiore . . . e la luce [מָּאֹור (maòr), singolare] minore”. (Gn 1:16). È stato l’autore ispirato a usare opportunamente il singolare e il plurale, non un traduttore.
Ma anche nella forma singolare possiamo comprenderne il significato, poiché sarebbe grammaticalmente corretto dire che una luce (singolare) può essere emanata da molte, come da una sola sorgente. Infatti, più lampadine raggruppate emettono una sola luce. Rimaniamo allibiti di fronte a questo “ragionamento”. Ma risponderemo seguendo il consiglio di Pr 26:5: “Rispondi allo stolto secondo la sua follia, perché non abbia ad apparire saggio ai propri occhi”. Il ragionamento, se così vogliamo chiamarlo, – del tutto estraneo alla Scrittura – s’invalida da solo: se le stelle costituissero un’unica luce come più lampadine raggruppate, perché mai sarebbero dette “luminare minore”? Il sole è tra le stelle più piccole: tutte le altre stelle insieme emettono molta ma molta più luce che il nostro sole. Stando all’astruso ragionamento, le stelle dovrebbero essere il “luminare maggiore” e il sole il ‘luminare piccolissimo’.
Abbiamo prove solide dalla Scrittura che al tempo di Noè, il calendario lunare era sconosciuto ai figli di Dio. La Bibbia narra che... «Nell'anno seicentesimo della vita di Noè nel secondo mese, nel diciassettesimo giorno del mese, in quel giorno, tutte le fonti del grande abisso scoppiarono e le cateratte del cielo si aprirono» (Gn 7:11)... «Nel settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese, l'arca si fermò sul monte Ararat» (Gn 8:4). Da quando si aprirono le cateratte a quando l'arca si arrestò sul monte Ararat trascorsero cinque mesi esatti; la Scrittura precisa che... «le acque coprirono la terra per 150 giorni» (Gn 7:24)... «e le acque andarono di continuo ritirandosi dalla terra; e alla fine di 150 giorni erano diminuite» (Gn 8:3). Quindi, le acque rimasero sopra la terra 150 giorni! La Scrittura è categorica: «... Le acque rimasero sulla terra 150 giorni...dopo la fine dei 150 giorni le acque diminuirono» . Così, sappiamo che Noè non poteva attenersi ai mesi lunari. Appare evidente che il calcolo dei 150 giorni deriva dal sorgere del sole e non dai mesi lunari. La deduzione errata a cui arriva l’articolo è data dal confondere due dati diversi, credendoli lo stesso dato:
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Gn 7:24
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“E le acque rimasero alte sopra la terra per centocinquanta giorni”
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Dal “secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese” (Gn 7:11)
passano 150 giorni
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Gn 8:4
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“Nel settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese, l'arca si fermò sulle montagne dell'Ararat”
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Dal “secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese” (Gn 7:11)
passano 5 mesi
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Il punto di partenza è lo stesso: Gn 7:11. Il punto d’arrivo è però diverso. Mentre l’arca si arena sulla terra dopo 5 mesi (Gn 8:4), le acque rimasero sulla terra per 150 giorni (Gn 7:11). La spiegazione sta nel fatto che “le acque andarono via via ritirandosi di sulla terra, e alla fine di centocinquanta giorni cominciarono a diminuire” (Gn 8:3); “Le acque andarono diminuendo fino al decimo mese” (Gn 8:4). In pratica, dopo cinque mesi l’arca si arenò, toccando terra, ma le acque diluviali rimasero alte per un totale di 150 giorni dall’inizio del Diluvio e solo “alla fine di centocinquanta giorni cominciarono a diminuire” (Gn 8:3). Ci fu un periodo di tempo in cui, nonostante l’arca fosse ormai poggiata sull’Ararat, le acque ancora ricoprivano la terra. Prova ne è che Noè dovette fare diverse prove, che durarono mesi, per accertarsi che la terra fosse emersa. - Gn 8:5-13.