Che dire delle eventuali contraddizioni?
Lo Hummelauer pensava che la storia biblica, scritta secondo le "apparenze", si fosse accontentata di ripresentare il documento così come gli appariva senza curarsi di indagare se fosse buono o meno, veritiero o errato.
Si può invece pensare che nella conservazione inalterata dei vari testi – anche se apparivano tra loro in contraddizione (cosa che doveva risultare chiara allo stesso scrittore, che non era stupido) – lo scrittore sacro, non sapendo quale scegliere per migliore, le presenta tutte quante. Ancora oggi gli arabi (che sono pur essi semiti) terminano le loro narrazioni con: Dio sa meglio di noi ciò che è giusto. Talora l'autore biblico presenta tali testi separati (come Davide alla corte di Saul), talora cerca di armonizzarli assieme (come nei racconti del Diluvio), come fece Taziano combinando assieme i quattro vangeli nel suo Diatessàron (= "attraverso i quattro").
Come i rabbini conservarono nel testo sacro anche le lezioni che ritenevano errate scrivendole con caratteri più piccoli posti in alto della riga, così gli antichi ebrei conservarono i racconti anche quando erano tra loro divergenti, per scrupolo di verità. Dio non avrebbe potuto rivelare loro quanto era vero? Ma non l’ha voluto fare, evidentemente. Forse perché a lui non interessava tanto il dato storico quanto la profonda lezione spirituale che vi stava inclusa. La sua provvidenza nel chiamare Davide alla corte di Saul, nel prepararlo alla regalità, nello scegliere la dinastia davidica a capostipite del messia, è valida sia che vi sia entrato tramite l'uccisione di Golia o tramite il suono della cetra con cui curava la malattia nervosa di Saul. Non è il dato storico in sé che si vuol insegnare, bensì la provvidenza divina che condusse Davide alla dignità legale. Il fatto stesso che l'autore presenti entrambe le tradizioni tra loro in contrasto, fa vedere che per lui i racconti non avevano in tal caso valore in se stessi, ma solo nell'insegnamento che essi offrivano. Si devono quindi evitare gli sforzi per armonizzarli, tramite acrobazie che talora sanno di ridicolo. Ad esempio, ecco una spiegazione che si cerca di dare: “In seguito, non si sa per quali ragioni, Davide torna a casa di suo padre per un periodo di tempo indeterminato” (Perspicacia nello studio delle Scritture Vol. 1, pag. 652, alla voce “Davine”, § 5 del sottotitolo “Davide ragazzo”; il corsivo è aggiunto). E poco dopo si aggiunge: “Va notato che la Settanta, come risulta dal manoscritto greco Vaticano 1209, del IV secolo, omette il brano che va da 1 Samuele 17:55 fino a ‘filistei’ in 18:6a. Perciò Moffatt mette tutti questi versetti tranne l’ultimo fra doppie parentesi quadre, indicandoli come ‘aggiunte del compilatore o interpolazioni più tarde’. Comunque esistono prove a favore della lezione del testo masoretico” (Ibidem, § 6). Cosa significa? Significa che i LXX, vedendo la contraddizione del testo ebraico, omettono il secondo passo che contraddiceva il primo; e significa che Moffatt lo spiega adducendo “aggiunte” o “interpolazioni”. Ma si noti: i Testimoni di Geova ritengono che “esistono prove a favore della lezione del testo masoretico” (Ibidem). Siamo perfettamente d’accordo: il testo masoretico è autentico. Ma il fatto è che questo testo dice: “Ora nel momento in cui Saul vide Davide uscire incontro al filisteo, disse ad Abner capo dell’esercito: ‘Di chi è figlio il ragazzo, Abner?’. A ciò Abner disse: ‘Per la vita della tua anima, o re, non lo so affatto!’. E il re disse: ‘Domanda di chi è figlio il ragazzo’. Pertanto, appena Davide tornò dall’aver abbattuto il filisteo, Abner lo prendeva e lo conduceva davanti a Saul con la testa del filisteo nella sua mano. Saul ora gli disse: ‘Di chi sei figlio, ragazzo?’, al che Davide disse: ‘[Sono] figlio del tuo servitore Iesse il betleemita’” (1Sam 17:55-58). Come si vede, Saul conosce in questa occasione per la prima volta Davide. Che senso ha allora asserire che “in seguito, non si sa per quali ragioni, Davide torna a casa di suo padre per un periodo di tempo indeterminato” (Ibidem), come fa il gruppo dirigente dei Testimoni di Geova?
È interessante al riguardo ciò che riporta Massimiliano Zerwick in un suo breve studio (M. Zerwick, Il divino attraverso l'umano nei Vangeli, in Vari, La Bibbia nella chiesa dopo la Dei Verbum, Paoline, Roma 1969, pagg. 152 e sgg.). In una riunione sotto una tenda per festeggiare un occidentale, alcuni beduini narrano un racconto. L'occidentale si domanda: "Ma ciò è proprio vero?". Tutti lo guardano stupiti: "Che vuol dire, se la storia sia vera o no?". L'occidentale per giustificarsi dice: "Volevo dire se i fatti si sono proprio svolti così". E i beduini stupiti: "Che vuol dire se i fatti si siano svolti così? Che importanza ha ciò? La storia ha una sua verità in se stessa".
L'occidentale si appassiona per la verità di un fatto a scapito del suo significato; l'orientale s’interessa del suo significato a scapito talora della realtà storica. La verità per l'orientale è la verità del significato, più che la realtà del fatto, com’è invece per l'occidentale.
Va anche detto che non tutte le citazioni o le parole di altri riferite nella Bibbia sono necessariamente approvate. Alcune lo sono, come in Tit 1:12: “Uno dei loro, proprio un loro profeta, disse: ‘I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri’”; e come in At 17:28: “Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall'arte e dall'immaginazione umana” (il passo va preso però in senso non panteista); e perfino come in Gv 11:50: “Non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione”, dove però si danno alle parole un senso nuovo. - Cfr. v. 51.