Appendice 1
Elohìm, El
Elohìm - Dalla prima riga della Bibbia Dio si rivela all'uomo. In Gn 1:1 si fa conoscere come Creatore dell'universo: “In principio Dio creò i cieli e la terra”. La parola tradotta “Dio” è nel testo ebraico אֱלֹהִים (elohìm), senza articolo. La parola elohìm è il plurale di elòhah (אלוה), “dio”. Il singolare elòhah può indicare il vero Dio: “Chi è Dio [אלוה (elòhah)] oltre a יהוה?” (Sl 18:31). Ma può indicare anche un dio straniero: “Agirà con efficacia contro i bastioni più fortificati, insieme a un dio [אלוה (elòhah)] straniero” (Dn 11:39).
Il plurale elohìm o elohè (אלהי) può riferirsi a:
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Il vero Dio
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“In principio Dio [אֱלֹהִים (elohìm)] creò i cieli e la terra”. – Gn 1:1.
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Gli dèi pagani
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“[Yhvh] è più grande di tutti gli [altri] dèi [אֱלֹהִים (elohìm)]”. – Es 18:11.
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Un singolo dio pagano
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“Chemos dio [אלהי (elohè)] di Moab”. – 1Re 11:33.
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Una singola dea pagana
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“Astoret dea [אלהי (elohè)] dei sidoni”. – 1Re 11:33.
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Gli angeli
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“Lo facevi [l’uomo] anche un poco inferiore agli elohìm [אֱלֹהִים]”. – Sl 8:5; cfr. Eb 2:7: “Lo facesti un poco inferiore agli angeli”.
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Alcuni uomini
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“Voi siete dèi [אֱלֹהִים (elohìm)]”. – Sl 82:6; cfr. Gv 10:35: “Se egli chiamò ‘dèi’ quelli…”.
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Espressione del superlativo
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“[Tu sei] un principe divino [אֱלֹהִים (elohìm)]”. – Gn 23:6, Did. “Un fuoco divino [אֱלֹהִים (elohìm); “un fulmine”, PdS] è caduto dal cielo”. – Gb 1:16, CEI.
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Molte volte nelle Scritture Ebraiche il termine elohìm si trova anche preceduto dall’articolo determinativo ha: הָאֱלֹהִים (haelohìm), come in Gn 5:22. In modo particolare è solo il vero Dio che viene designato così. - Cfr. F. Zorell, Lexicon Hebraicum Veteris Testamenti, Roma, 1984, pag. 54; cfr. anche, come esempio, il testo ebraico di Dt 4:35;4:39; Gs 22:34; 2Sam 7:28; 1Re 8:60. Elohim lo si trova solo nella lingua ebraica e solo nella Bibbia. Deriva molto probabilmente da una radice che significa “potente”, “forte”.
Riferirsi al plurale elohìm per sostenere la dottrina trinitaria è del tutto fuori luogo. La cosa è talmente assurda che la dimostriamo qui con un solo esempio: Gn 1:1. La Bibbia cattolica CEI traduce: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. “Dio” traduce il plurale אֱלֹהִים (elohìm). Il verbo “creò” è però al singolare: בָּרָא (barà). Che si tratti di un Dio unico lo mostra non solo il verbo, ma anche la traduzione greca che la LXX fece del plurale elohìm: ὁ θεὸς (o theòs), “il Dio”, al singolare. E con ciò è respinta anche la tesi dei binitari che vedono nel plurale elohìm sia Dio il padre che – secondo loro – Dio il figlio. Inoltre, ai trinitari e ai binitari non conviene insistere troppo su questo, perché così si rendono da soli politeisti. La parola elohìm significa, infatti, “dèi”. I trinitari non ammettono tre dèi, ma solo tre persone in un solo Dio. I binitari, che ammettono invece proprio due dèi, si autodefiniscono politeisti. Il verbo barà in tutta la Bibbia è associato solo a Dio. Questa associazione ricorre nella Bibbia 49 volte, ovvero il prodotto di 7x7. Il simbolismo numerico della Bibbia trova qui un grande significato.
Il plurale elohìm, inoltre, non è un plurale di maestà, come vorrebbero sostenere i Testimoni di Geova per contrastare la dottrina trinitaria. In ebraico come in greco tale plurale non esiste. Se lo fosse, avrebbe il verbo al plurale, come in latino. Inoltre, il plurale elohìm è applicato anche a un singolo dio pagano e a una singola dea pagana. Non vorremmo mica pensare che gli ebrei elogiassero la maestà di costoro, vero?
El - La parola אל (el), significa “dio”. Nella lingua cananea e caldea “dio” si dice, appunto, el. In questa lingua il termine el (“dio”) identifica gli idoli pagani, fatti con mano d'uomo. La divinità suprema dei cananei era El, chiamato padre degli dèi e degli uomini. Il nome el fu quindi mutuato dalla lingua caldea. Ma proprio per questo fu usato dagli ebrei in modo tutto particolare per riferirsi al Dio unico. Vediamo come.
Quando si tratta del Dio di Israele, il nome el al singolare non viene mai utilizzato da solo nelle Scritture Ebraiche.
Presso il popolo d'Israele el assume un carattere completamente nuovo: da nome comune diventa nome proprio. E non solo. Il nome el è sempre accompagnato da un epiteto che sottolinea un aspetto o una virtù del solo, unico e vero Dio.
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אֵל עֶלְיֹון
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El elyòn
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“Melchisedec . . . era sacerdote dell’Iddio Altissimo”. – Gn 14:18.
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אֵל שַׁדַּי
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El shadày
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“Io sono Dio Onnipotente”. – Gn 17:1.
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אֵל עֹולָם
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El olàm
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“l’Iddio di durata indefinita [“Iddio eterno”, Did]”. – Gn 21:33.
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אֵל קַנָּא
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El qanà
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“Sono un Dio che esige esclusiva devozione [“Dio geloso”, NR]”. – Es 20:5.
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אֵל חַי
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El chày
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“Conoscerete che un Dio vivente è in mezzo a voi”. – Gs 3:10.
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In tutti casi precedenti el identifica il Dio di Israele, essendo il termine seguito da un aggettivo che specifica una sua qualità.
Esiste di el anche la forma con articolo: ahèl (הָאֵל), “il Dio”. Questa forma si riferisce sempre al vero Dio. Le 32 volte in cui ricorre nel Testo Masoretico si trovano in Gn 31:13;35:1,3;46:3; Dt 7:9;10:17;33:26; 2Sam 22:31,33,48; Nee 1:5;9:32; Gb 13:8;21:14;22:17;31:28;33:6;34:10,37;40:9; Sl 18:30,32,47; 57:2;68:19,20;77:14;85:8; Is 5:16;42:5; Ger 32:18; Dn 9:4.
Esiste una forma plurale di el: elìm. Nel Testo Masoretico, elìm ricorre una sola volta ed è preceduto dall’articolo determinativo, in Es 15:11, e non si riferisce al vero Dio: “Chi fra gli dèi [אֵלִם (elìm); “gl'iddii” (Did)] è come te”?
Appendice 2
Il tetragramma al tempo di Girolamo
Girolamo lavorò alla sua traduzione dall’ebraico al latino delle Sacre Scritture all’incirca dal 390 al 405 della nostra era, producendo quella che è nota come Vulgata. Nel prologo ai libri di Sam e Re, egli scrisse: “In certi volumi greci troviamo tuttora il nome di Dio, il tetragramma, espresso in caratteri antichi”. In una lettera scritta da Roma nel 384 dice: “Il nono [nome di Dio] è composto di quattro lettere; lo si pensava anecfòneton, cioè ineffabile, e si scrive con queste lettere: iod, he, vau, he [יהוה]. Ma alcuni non l’hanno decifrato a motivo della rassomiglianza dei segni e quando lo hanno trovato nei libri greci l’hanno letto di solito PIPI [pipi]”. - Girolamo, Le lettere, Roma, 1961, vol. 1, pagg. 237, 238.
Si noti che il tetragramma viene definito da Girolamo il “nono” nome di Dio. Chissà a quali otto dava la precedenza.
Si noti che il tetragramma era talmente sconosciuto che fu confuso con una parola greca senza significato. Mostriamo il confronto, da cui si vede la somiglianza tra le lettere ebraiche e greche che diede adito all’equivoco:
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Ebraico
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י ה ו ה
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YHVH
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Greco
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Π Ι Π Ι
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PIPI
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Chi lesse così non sapeva neppure che l’ebraico si legge da destra a sinistra. Lo lesse, infatti, da sinistra a destra come il greco.
Appendice 3
Idue soli angeli chiamati per nome
In tutta la Bibbia solo due angeli sono menzionati per nome.
L’angelo Gabriele apparve a Daniele (Dn 8:15-17;9:20-23), a Zaccaria (Lc 1:11-20) e a Miryàm (Lc 1:26,27). Si tratta di uno dei due soli angeli che dichiararono il loro nome. Il fatto è eccezionale. In Lc 1:19 Gabriele di identifica così: “Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio”. Lo stare in piedi davanti a un’autorità denotava favore e riconoscimento ufficiale, dato che per entrare alla presenza di un re ci voleva un permesso (Pr 22:29; cfr. Lc 21:36). Si tratta quindi di una figura speciale. Gabriele, va chiarito, è un angelo, non un arcangelo (come erroneamente denominato dai cattolici): “L'angelo [greco ἄγγελος (ànghelos)]Gabriele”. – Lc 1:26, CEI, versione ufficiale della Chiesa Cattolica.
Speciale è anche la posizione di Michele, l’altro solo angelo di cui si sa il nome. Si tratta di un arcangelo (Gda 9). Nelle parole rivolte a Daniele, Michele è chiamato “il vostro principe”, “il gran principe che sta a favore dei figli del tuo popolo” (Dn 1013,20,21;12:1). Dato questo titolo, c’è motivo di pensare che Michele fosse l’angelo che guidò gli israeliti nel deserto (Es 23:20,21,23;32:34;33:2). Questa conclusione sembra confermata dal fatto che “l’arcangelo Michele ebbe una controversia col Diavolo e disputava intorno al corpo di Mosè”. — Gda 9.
Appendice 4
Si replica un tentativo mal riuscito
Il tentativo di sostenere una dottrina biblicamente insostenibile accusando i copisti di manipolazione del testo biblico fu già tentata dai cattolici riguardo al cosiddetto “comma giovanneo”. Se oggi leggiamo 1Gv 5:7,8 in una Bibbia cattolica, troviamo: “Tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue, e questi tre sono concordi” (CEI). Ma nella traduzione di Giovanni Diodati, del 1607, si legge: “Perciocchè tre son quelli che testimoniano nel cielo: il Padre, e la Parola, e lo Spirito Santo; e questi tre sono una stessa cosa”, passo chiaramente trinitario. Molti misero in discussione l’inserimento di questo passo nella Bibbia, adducendo che il passo mancava nella maggior parte dei manoscritti. Oggi questo passo è stato giustamente tolto da tutte le Bibbie moderne.
Coloro che volevano mantenere a tutti i costi questo inserimento spurio nella Bibbia agirono come oggi fa la Watchtower con il tetragramma, ma in modo più sensato. Essi sostennero l'ipotesi dell'eliminazione del comma giovanneo da parte di Luciano di Antiochia, maestro di Ario. Il comma giovanneo – fecero notare - era presente nella Vetus Latina (2°-3° secolo), nel De Catholicae Ecclesiae Unitate di Cipriano (250 R. V.) e nel Liber Apologeticus di Priscilliano (fine 4° secolo). Citazioni letterali del comma si trovano poi in Eugenio di Cartagine (484), in Fulgenzio di Ruspe (527), in Cassiodoro (583), in Isidoro di Siviglia (636) e in Giacomo di Edessa (700). Il comma giovanneo compare quindi in ben nove manoscritti successivi all'anno mille (catalogati con i numeri 61, 88, ω110, 221, 429, 629, 636, 918, 2318) ed è letteralmente citato nel IV Concilio Lateranense (1215). Nel Medioevo la cristianità inserì infine il comma giovanneo nella Poliglotta Complutense (anno 1514), nella Vulgata Clementina (anno 1592) e nelle varie versioni del Textus Receptus (1516-1551).
Oggi sappiamo con certezza che il comma giovanneo era solo una nota esplicativa contenuta in alcuni manoscritti ed inglobata nel testo da qualche scriba sbadato, creativo o temerario. Il versetto manca, infatti, in tutti i codici più autorevoli (Sinaitico, Vaticano, Alessandrino), in tutte le copie più antiche della Vulgata latina (Codex Fuldensis e Codex Amiantinus), in tutte le versioni più famose (siriache, copte, Armena, Georgiana, Etiopica, Araba, Slava, Gotica) ed in quasi tutte le citazioni dei cosiddetti Padri della Chiesa. Il comma giovanneo non è poi citato da nessuno dei primi quattro Concili (Efeso nel 325, Costantinopoli nel 381, Efeso nel 431, Calcedonia nel 451), neppure nelle polemiche contro Ario. – Cfr. B. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, II° ed., pagg. 647-49.
Di fatto, oggi, in tutte le Bibbie moderne, quell’inserimento spurio non si trova più.
Ora si paragonino le due manovre:
■ Cattolici. Tentarono di sostenere che il comma giovanneo faceva parte delle Scritture Greche. Citarono molte prove
a favore. Furono smentiti da prove più valide.
■ Watchtower. Tenta di sostenere che il tetragramma faceva parte delle Scritture Greche. Citano solo un’ipotesi molto
improbabile. Sono smentiti dalla mancanza del benché minimo brandello documentale.
Nel 20° secolo i progressi delle scienze bibliche e la crescente apertura della Chiesa Cattolica alle esigenze della ricerca e dell'esegesi hanno portato a tutto un fiorire di nuove traduzioni dai testi originali. Fu inevitabile la riscoperta del tetragramma.
La Watchtower, che era stata fondata alla fine del 19° secolo dall’americano C. T. Russel, ha ipotizzato la presenza del tetragramma nelle Scritture Greche, soprattutto nella primitiva presunta redazione aramaica del vangelo di Matteo (mai ritrovata). Il valore scientifico di tale ipotesi è stato però ridotto sensibilmente dalle pesanti accuse, rivolte a tutta l’antica comunità dei discepoli di Yeshùa, di aver dolosamente eliminato tetragramma da tutti i manoscritti, da tutti i papiri e da tutti i codici delle Scritture Greche. In verità, tali accuse non sono nuove e pare che risalgano addirittura ai masoreti della scuola di Ben Asher ed al filosofo ebreo Mosé Maimonide (1135-1204). Si tratta di alcune ipotesi, deduzioni ed induzioni che hanno permesso di costruire, nell'arco dei secoli, un vero e proprio teorema. I ragionamenti sono avvincenti e ben collegati, tanto che sembra che perfino I. Newton abbia prestato fede a tali illazioni (cfr. Keynes, L'uomo Newton, Bologna, 1978, pagg. 241-252).
La fragilità dei postulati di base è però facilmente riconoscibile, soprattutto se si considera che:
► Il tetragramma non compare in neppure una delle oltre 5000 copie delle Scritture Greche;
► Il tetragramma non compare neppure una volta nei codici più antichi: Chester Betty (P45,46,47), ed autorevoli:
Sinaitico (א), Alessandrino (A), Vaticano (B);
► In base alle dichiarazioni di Girolamo, di Origène ed altri, si sa solo che fino al 4° secolo E. V. il tetragramma era
ancora presente in uno sporadico numero di copie della versione greca dei Settanta delle Scritture Ebraiche;
► Non si dispone di una sola testimonianza di autori, padri apostolici, padri della chiesa e scrittori ecclesiastici
attestante la presenza del tetragramma in qualche copia delle Scritture Greche; alcuni scritti del 1°-2° secolo E. V.
(come A Diogeneto, la Didaché, la lettera di Clemente Romano ai Corinzi, l’Epistola di Barnaba, il Pastore d’Erma,
i frammenti di Papia di Gerapoli, le lettere di Ignazio di Antiochia, gli scritti di Policarpo di Smirne) non contengono
il tetragramma né per le citazioni tratte dalle Scritture Greche né per i versetti richiamati dalle Scritture Ebraiche;
► L’eventualità, peraltro finora non dimostrata, della presenza del tetragramma nella versione aramaica del Vangelo di
Matteo (mai ritrovata), limitatamente alle citazioni tratte dalle Scritture Ebraiche, non proverebbe:
1) né che il tetragramma fosse presente nelle altre Scritture che possediamo in greco,
2) né che sia stato volutamente sradicato (con un lavoro tanto ciclopico quanto improbabile) da tutti i manoscritti,
da tutti i papiri e da tutti i codici delle Scritture Greche,
3) né che siano realmente esistite schiere di scribi infedeli, diabolicamente decisi a cancellare ogni traccia del
tetragramma (e, poi, perché mai?);
► La pratica di occultare il tetragramma (occultare, non togliere) appartiene all’ebraismo. A tal proposito si pensi:
1) alla costante sostituzione del tetragramma nella lettura con il nome Adonay;
2) alla distruzione di tutte le copie della Scrittura non conformi al testo ufficiale da parte dei masoreti dopo l’anno
mille;
3) alla distruzione delle scritture “cristiane” da parte degli ebrei narrata nel Talmùd (il Talmùd chiama i libri dei
discepoli di Yeshùa Minim Aven Gilaion, cioè “libri eretici iniqui”; tutti gli studiosi del Talmùd erano d'accordo
sul fatto che i libri che hanno a che fare con Yeshùa dovrebbero essere distrutti – cfr. Talmùd, Moed,
Schabbath, cap.116),
4) alla eliminazione dei “nomi di Dio” (come Padre, Cielo, Re, Alto, Potenza e simili) dagli scritti cristiani (nello
Schabàth sta scritto: “Rabbi Jose dice: ‘Nei giorni di festa i nomi della Divinità dovranno essere strappati dai
libri dei cristiani e nascosti; ciò che rimane dovrà essere dato alle fiamme.’ Ma il rabbino Tarphon dice: ‘Se quei
libri dovessero mai cadere nelle mie mani, io li brucerei assieme con i nomi della Divinità che contengono.’”
- Moed, Schabbath, cap.116);
5) l'eliminazione dei nomi divini dagli scritti “cristiani” riportata dal Talmùd non prova la presenza del
tetragramma. Il Talmùd parla, infatti, di “nomi della Divinità” (sono i nomi usati dai giudei e da Yeshùa per
riferirsi a Dio senza nominarlo) e non di “tetragramma”.
È pertanto ragionevole pensare che in quasi tutte le versioni greche della Bibbia dei Settanta, da cui gli scrittori delle Scritture Greche hanno tratto le loro citazioni, il tetragramma non fosse presente. In rari casi lo era – ma riportato in caratteri paloebraici. Del resto, se si ammettesse anche solo per assurdo l'ipotesi di una massiccia falsificazione del testo biblico da parte dei copisti “cristiani”, tutta la parte della Bibbia scritta in greco (Scritture Greche) diventerebbe inattendibile e si potrebbe concludere che né la congregazione di Yeshùa né Dio stesso hanno esercitato alcuna forma di protezione per salvaguardare l’integrità delle Sacre Scritture. Il che va decisamente respinto. È quindi decisamente meglio che la Watchtower smetta di usare questo argomento.
Appendice 5
Il vangelo aramaico di matteo
Il Vangelo aramaico di Matteo – finora mai ritrovato – è un teorema fondato su indizi ragionevoli.
Sulla primitiva redazione aramaica del vangelo di Matteo esistono testimonianze autorevoli. Secondo Origène “Matteo pubblicò il suo scritto in lingua ebraica per i credenti venuti dal giudaismo” (Eusebio, Storia Ecclesiastica, VI, 25). Ireneo poi afferma che “Matteo, fra gli ebrei nella loro lingua, compose un vangelo scritto, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e fondavano la chiesa” (Ireneo, Contro le eresie, III). Papiadi Gerapoli sostiene che “Matteo ordinò i detti del Signore in lingua ebraica” (Eusebio, Storia Ecclesiastica, III, 24). Secondo Eusebio di Cesarea, Matteo, dopo aver predicato la buona notizia agli ebrei, compose nella lingua madre il proprio Vangelo prima di andare a predicare presso altri popoli (Eusebio, Storia Ecclesiastica, III, 24). Eusebio di Cesarea riporta anche la testimonianza del filosofo stoico Panteno che, convertitosi con grande entusiasmo alla fede in Yeshùa, decise di recarsi in India a predicare il Vangelo. Scoprì che il Vangelo di Matteo lo aveva preceduto, grazie all'opera dell'apostolo Bartolomeo che aveva lasciato là l'opera di Matteo scritta in ebraico (Eusebio, Storia Ecclesiastica, V, 10). Degna di nota è anche la testimonianza di Girolamo, secondo il quale “Matteo, detto anche Levi, da pubblicano fattosi apostolo, fu il primo in Giudea a scrivere il vangelo di Cristo nella lingua degli ebrei per quelli che si erano convertiti provenendo dal giudaismo . . . lo stesso originale si trova tuttora nella biblioteca di Cesarea . . . I nazarei che fanno uso di quel libro …. permisero anche a me di ricopiarlo” (Girolamo, Gli uomini illustri, III).
Va detto che la moderna critica testuale ha comunque avanzato non pochi dubbi sull'esistenza di un vangelo di Matteo in lingua aramaica: secondo molti Girolamo non ebbe modo di consultare il vero originale ma il cosiddetto “vangelo apocrifo degli ebrei”, documento custodito dalla setta giudaico-cristiana degli ebioniti. Epifanio di Salamina distingue però chiaramente tra gli ebioniti apostati e filo-giudaici ed i nazareni cattolici (Contro tutte le eresie, XXIX-XXX). Giustino martire parla poi sia di una setta giudaico-cristiana, osservante la legge di Mosé ma ancora ortodossa e tollerante nei confronti dei gentili, sia di una setta deviante fedelissima alla legge di Mosé ma caduta nell'apostasia e nell'intolleranza verso i gentili (Dialogo con Trifone, XLVII). Della comunità degli ebioniti parlano poi diffusamente sia Ireneo (Contro le eresie, I, 26) sia Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 27), ricordando come tale setta fosse molto ligia alle usanze ed alle leggi giudaiche e riconoscesse come ispirato solo il vangelo di Matteo, rigettando in blocco tutti gli insegnamenti e le lettere di Paolo. Sempre secondo Ireneo la comunità degli ebioniti rifiutava anche la nascita verginale di Cristo, non considerando “Gesù” figlio di Dio ma figlio di Giuseppe (Contro le eresie, III, 21). Per un'analisi critica dell'argomento consigliamo, comunque, di vedere J. Lagrange, Revue Biblique, 1922, pagg.161-181 e pagg. 327-349.
Appendice 6
Il perché della non presenza del tetragramma nelle Scritture Greche
Ogni persona ragionevole interessata agli studi biblici non può fare a meno di domandarsi le ragioni della non presenza del tetragramma nelle Scritture Greche. Dato che nelle Scritture Ebraiche compare quasi 7000 volte, quali sono le cause dell’assenza totale del tetragramma nelle Scritture Greche?
Escludendo l’ipotesi poco convincente e del tutto inverosimile di un complotto per una massiccia falsificazione del testo greco da parte degli scribi, sembra ragionevole pensare che ai tempi di Yeshùa il tetragramma fosse scomparso dalla Bibbia greca (LXX) ormai da secoli.
Qualche antica copia della Settanta tentò invero di mantenere il tetragramma, mentre limitati tentativi di reintroduzione del tetragramma si verificarono tra il 3° secolo a. E. V. ed il 1° secolo E. V. grazie ad alcune revisioni giudaizzanti.
Se nella Bibbia dei Settanta il tetragramma era praticamente scomparso, è logico ed inevitabile pensare che fosse di conseguenza assente anche nelle Scritture Greche e negli scritti dei padri apostolici (che, non conoscendo l’ebraico, usavano esclusivamente la Bibbia greca).
Noi abbiamo un pensiero chiaro sul perché il tetragramma non è presente nelle Scritture Greche. Si pensi alla scomparsa dell’arca dell’alleanza: “In quei giorni - dice il Signore - non si parlerà più dell'arca dell'alleanza del Signore; nessuno ci penserà né se ne ricorderà; essa non sarà rimpianta né rifatta. In quel tempo chiameranno Gerusalemme trono del Signore; tutti i popoli vi si raduneranno nel nome del Signore e non seguiranno più la caparbietà del loro cuore malvagio”. – Ger 3:16,17, NR.
Questa scomparsa fu permessa da Dio perché voluta da lui in vista della nuova alleanza (2Cor 3:4-18; Ef 1:7) e dell’adozione filiale della nuova Israele (Gal 6:16): “Ma quando arrivò il pieno limite del tempo, Dio mandò il suo Figlio, che nacque da una donna e che nacque sotto la legge, perché liberasse mediante acquisto quelli che erano sotto la legge, affinché noi, a nostra volta, ricevessimo l’adozione come figli”. - Gal 4:4,5.
Nella vecchia alleanza con Israele Dio voleva essere chiamato con un nome solenne e misterioso: “Colui che è” (יהוה). Oggi Dio ci permette di invocarlo con il nome intimo e familiare di Padre. “Siete tutti figli di Dio per mezzo della vostra fede in Cristo Gesù” (Gal 3:26). “Ora poiché voi siete figli, Dio ha mandato nei nostri cuori lo spirito del Figlio suo, che grida: ‘Abba, Padre!’”. - Gal 4:6.