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Il nome di Dio (IV parte)

La prova che la lezione "Geova" è errata
La pronuncia del tetragramma al tempo di Yeshùa
Quando avvenne la sostituzione del tetragramma con la forma spuria JeHoVaH?
    
   Di certo sappiamo che ciò avvenne ad opera dei masoreti a partire dal 6° secolo E. V.. Ma costoro non fecero altro che applicare una pratica già datata. Alcune copie più antiche della LXX contengono ancora il tetragramma trascritto nel testo greco con i caratteri paleoebraici, ma la maggior parte dei manoscritti presenta già la sostituzione con la parola greca κύριος (kǘrios, “Signore)”. Ciò indica che la pratica era già in atto.
   Ci sono anche indizi che già nel testo biblico si era iniziato a fare qualcosa di simile. Si noti Lv 24:11 e 24:16:
 
“E il figlio della donna israelita abusava del Nome e invocava su di esso il male”.
“Sia il residente forestiero che il nativo dev’essere messo a morte per aver abusato del Nome”.
 
   Il testo ebraico ha הַשֵּׁם (hashèm), “il Nome”. L’uso di questa espressione presso gli ebrei è attestata presso la Mishnàh
(cfr. Yoma 3,8;4,1,2;6,2). In questi passi biblici siamo di fronte ad una sostituzione del tetragramma. Esso è presente intatto al v. 12, ma nei due contesti dei versetti citati sopra appare il verbo “abusare”. Evidentemente i soferìm o scribi ritennero troppo ingiurioso abbinare il verbo “abusare” al tetragramma, così lì lo sostituirono con hashèm, “il Nome”.
   La stessa cosa sembra potersi dire di Dn 4:26 dove si trova scritto: “Il tuo regno ti sarà assicurato dopo che avrai conosciuto che i cieli dominano”. “I cieli”, in aramaico  – questa sezione di Dn è scritta in aramaico. Dato che qui si sta parlando ad un pagano, si pensa che il tetragramma sia stato sostituito con “i cieli”.  
 
 
Ad errore segue errore  
    
   Abbiamo visto come l’ignoranza dell’uso masoretico abbia portato alla assurda lettura Jehovàh sin dal 1520 della nostra èra. Adottando questa lettura errata, il pastore C. T. Russel, essendo di lingua inglese, peggiorò la già sbagliata parola Jehovàh. Vediamo cosa accadde. 
   Il tetragramma (יהוה) inizia con la lettera iòd (י). Questa lettera viene trascritta nell’alfabeto latino (usato anche dagli inglesi) con y oppure j. Quale di queste due lettere è più idonea a traslitterale la iòd (י)? Di regola la j. Ma la j come la usavano i latini. E come si usava anche in italiano prima che la lettera sparisse dal nostro alfabeto. Pochi sanno che – sebbene la lettera j non sia può usata nell’italiano scritto – la sua pronuncia è rimasta. Probabilmente la quasi totalità degli italiani crede che esista in italiano un’unica i. In effetti, nella scrittura, è così. L’italiano non è affatto, però, una lingua che si legge come si scrive, cosa che probabilmente moltissimi italiani credono. In italiano esistono ben tre i, sebbene nella scrittura ne esista una sola. C’è la i muta, che non si legge, come in “chiacchierare” (che diventa chiaccherare nella pronuncia). C’è poi la i della parola “isola”. Ma c’è anche la i della parola “iena”. Se si pronunciano lentamente le parole “isola” e “iena”, indugiando sulla i iniziale, chi non lo sapeva può rimanere stupito nell’accorgersi che si tratta di due i molto diverse nella pronuncia. Ecco, la i di “iena” corrisponde alla j. Nei primi decenni del 1900 Pirandello scriveva ancora jena, come testimoniano i suoi capolavori letterari.
   Di regola, quindi, la iòd (י), prima lettera del tetragramma, andrebbe trascritta con j. Sarebbe quindi più corretto trascrivere il tetragramma così: JHVH. Perché allora qui preferiamo trascriverlo con la y? Per evitare che i semplici facciano l’errore di pronunciare la j con il suono della g dolce di “gente”. In un tempo in cui in Italia non si va più all’autolavaggio ma al “caruòsh”, perché ormai si usa parlare “italese”, ci sembra una precauzione doverosa. Già molte parole latine vengono storpiate, come “summit” e “media”, che vengono lette all’inglese sammit e midia. L’italiano poco istruito che, come diceva una nota canzone, “vo’ fa’ l’ammericano”, riesce perfino a leggere pràivasi la parola inglese “privacy” che ogni suddito di sua Maestà la regina legge giustamente prìvasi. Cosa accadrebbe con la j del tetragramma? Si è già udito qualcuno che con aria da saccente lo ha pronunciato come la j francese! 
   Per l’americano Russel fu giocoforza leggere Jehovah come “Gihòva”, facendo anche regredire l’accento. Per lui la j era la “gèi”. La parola italiana “Geova” fu l’imitazione di quella americana, con ulteriore arretramento dell’accento tonico: Gèova.
   Ma la questione è ancora più sottile. Per Russel e i suoi affiliati Jehovah era il nome di Dio che trovavano nelle loro Bibbie americane. Ma non si chiamavano ancora Testimoni di Geova. Così fu per più di cinqunt’anni. Il cambio di nome avvenne nell’agosto del 1931 sotto la presidenza di Rutherford, quando applicarono a se stessi ciò che Dio rivolge invece al suo popolo Israele: “Voi siete i miei testimoni” (Is 43:10). A quel tempo era già stato accertato che Jehovah era la pronuncia sbagliata del tetragramma. Ma Rutherford era esperto di questioni legali, non di scienze bibliche. Leggendo nelle Bibbie di lingua inglese Jehovah, si chiamarono Jehovah’s Witnesses (Testimoni di Geova). Tenuto conto che poi il nome Jehovah divenne un cavallo di battaglia nella loro predicazione, si comprende come ora il tornare indietro sia pressoché impossibile. 
   L’unica strada percorribile per chi non vuole riconoscere il proprio errore è solo quella di continuare a giustificarlo. Ecco allora una di queste giustificazioni: “Il nome Geova è estesamente accettato come equivalente del Tetragramma nella vostra lingua” (Svegliatevi! del 22 gennaio 2004, pag. 3).
   Un altro tentativo di giustificazione viene fatto citando documenti in cui compare il nome da loro tanto amato. Un esempio: “Una delle prime Bibbie in italiano ad usare il nome di Geova fu la traduzione di Antonio Brucioli. Nell’edizione stampata a Venezia nel 1551 egli usò in Eso 6:3 la forma ‘Ieova’. Commentando questo stesso versetto, il Brucioli aveva detto: ‘IEOVA è il sacratissimo nome di Iddio’” (TNM, pag. 1563, appendice 1A). Ciò che non viene detto è che nel 1551 non era ancora noto agli studiosi l’errore, oggi ormai accertato, nella trascrizione del tetragramma. Anzi, era appena iniziata la moda di leggere il tetragramma proprio nella forma letterale del Testo Masoretico. La stessa identica cosa vale per la scritta “Ieova” che compare sull’altare della chiesa cattolica di Vezzo, in provincia di Novara. La scritta risale al 1886: neppure allora era noto l’errore di trascrizione del tetragramma. 
   Un altro tentativo di giustificazione è il richiamarsi alla pronuncia della parola “Gesù”. Noi siamo tra quelli che rifiutano la pronuncia “Gesù”, preferendo l’originale Yeshùa. Tuttavia, la forma “Gesù” è l’italianizzazione del greco Iesùs. Questo è il nome che compare nei testi originali. A noi non sembra corretto tradurre una traduzione, in quanto Iesùs è già una traduzione (quella greca dell’ebraico Yeshùa). Tuttavia, chi traduce “Gesù” ha pur sempre un appoggio biblico: è la parola del testo greco originale. Ma “Geova” è la traduzione di quale parola greca? Lo ripetiamo ancora: in greco una traduzione del tetragramma non esiste. E non esiste non solo perché non c’è nei manoscritti: non c’è proprio nell’intero vocabolario del greco antico.
   La verità è che “Geova” è la trascrizione errata del sacro tetragramma. Purtroppo, il direttivo dei Testimoni di Geova, che ritiene di offrire ampie prove di appartenere all'unica e vera religione approvata da Dio, e che fa dell’uso del “nome” di Dio una delle fondamentali esigenze della vera religione, non ha molta possibilità di riconoscere che quel nome è la trascrizione errata del sacro tetragramma e che come tale dovrebbe essere rifiutato. Alla fin fine, quel direttivo è prigioniero di se stesso. E nulla vale far loro notare che santificare il nome di Dio usando un nome decisamente errato non è davvero il modo più opportuno di santificarlo.
 
 
La prova che la parola “Geova” è errata       
    
   Abbiamo visto come il tetragramma divenne Yehovàh solo nella scrittura, pur essendo letto Adonày. Già il motivo per cui furono inserite nel tetragramma le vocali di Adonày spiega e dimostra in sé che non erano le vocali originali del tetragramma. 
   Ma, dato che non conosciamo la pronuncia esatta del tetragramma, non potrebbe essere proprio Yehovàh quella giusta? Assolutamente no. Qualsiasi altra combinazione di vocali potrebbe avere una possibilità, qualche combinazione particolare potrebbe avere perfino una probabilità. Ma Yehovàh non ne ha alcuna, assolutamente nessuna. In modo certo e sicuro. Perché? Perché le vocali di Yehovàh furono inserire proprio per evitare la pronuncia giusta del tetragramma.
   Ne è consapevole la Watchtower? Certo che sì. “Per quanto riguarda il nome di Dio, invece di mettervi i segni vocalici giusti, nella maggioranza dei casi vi misero altri segni vocalici per ricordare al lettore di leggere ’Adhonày. Da ciò derivò la grafia Iehouah, diventata poi ‘Geova’, la tradizionale pronuncia del nome di Dio in italiano” (Il nome divino che durerà per sempre, pag. 8). 
   Ma l’uso del nome errato viene giustificato con il seguente argomento: “Dal momento che finora non si conosce con certezza la pronuncia esatta, non sembra che ci sia alcuna ragione per abbandonare la nota forma italiana ‘Geova’ a favore di qualche altra forma suggerita. Se si facesse un cambiamento del genere, per essere coerenti si dovrebbero anche cambiare l’ortografia e la pronuncia di moltissimi altri nomi che ricorrono nelle Scritture: Geremia dovrebbe diventare Yirmeyàh, Isaia Yesha‛yàhu, e Gesù Yehohshùa‛ (in ebraico) o Iesoùs (in greco). Lo scopo delle parole è quello di rappresentare delle idee; in italiano il nome ‘Geova’ identifica il vero Dio, e rende oggi quest’idea meglio di qualunque altro termine” (Perspicacia nello studio delle Scritture Vol. 1, pag. 1025).
   Analizziamo. Si noti la sottile astuzia quando si afferma che del tetragramma “finora non si conosce con certezza la pronuncia esatta” (Ibidem). La dichiarazione è vera, ma con essa si sposta l’attenzione: non viene detto che la pronuncia Jehovàh è sicuramente errata. In pratica, piuttosto che “abbandonare la nota forma italiana ‘Geova’ a favore di qualche altra forma” (Ibidem) è meglio tenersi quella che si ha (e che si sa essere sicuramente errata). Ma la persona riflessiva, che sa come stanno le cose, se va bene a fondo capisce che non si vuole trovare alcuna ragione per abbandonare un nome che è sicuramente sbagliato. Questo ci appare davvero poco corretto.  In quanto al fatto che “Gesù” dovrebbe diventare Yehohshùa, siamo perfettamente d’accordo. Noi lo facciamo, e non usiamo mai la parola “Gesù”, se non nelle citazioni dalle versioni bibliche che lo impiegano, TNM compresa. Infine, ci appare scarsamente biblica l’ultima affermazione: “Lo scopo delle parole è quello di rappresentare delle idee; in italiano il nome ‘Geova’ identifica il vero Dio, e rende oggi quest’idea meglio di qualunque altro termine” (Ibidem). I nomi biblici non rappresentavano “idee”, ma la concretezza della persona. Indubbiamente per i Testimoni di Geova “il nome ‘Geova’ identifica il vero Dio”, ma per la Bibbia il nome “Geova” – quale derivato finale dello spurio Jehovàh – identifica solo il nascondimento del tetragramma. Davvero questo nome illegittimo “identifica il vero Dio, e rende oggi quest’idea meglio di qualunque altro termine”? Noi ci domandiamo se un nome sicuramente sbagliato sia degno di identificare Dio. E ci domandiamo se sia cosa degna da parte nostra usare un nome ibrido e sicuramente sbagliato per identificare Dio.
 
 
Un equivoco su cui si gioca
    
   La stragrande maggioranza dei Testimoni di Geova non ha difficoltà a identificare in “Geova” il tetragramma. Essi sono sinceramente convinti che sia la stessa cosa. Si tratta di persone benintenzionate con nessuna o scarsissima competenza in campo biblico. I più istruiti tra loro sanno che non è esattamente così, ma lo accettano lo stesso perché accettano l’argomentazione che il nome “Geova” è quello più noto e che è stato spesso usato. Nessuno di loro riflette sul fatto che da circa il 1500 della nostra èra fino a cavallo tra il 19° e il 20° secolo JeHoVaH era erroneamente stato ritenuto proprio il tetragramma: un occidentale non leggeva forse così nel Testo Masoretico? Solo un centinaio di anni fa gli studiosi hanno scoperto lo stratagemma dei masoreti per non far leggere il vero tetragramma. 
   La Watchtower lo sa, e lo riconosce. Ma continua giocare ancora sull’equivoco. Lo si noti: “’Geova’ (ebr. יהוה, YHWH), il nome personale di Dio”. Questa è la prima frase che compare nell’appendice 1A, a pag. 1563, di TNM. Il lettore semplice vede qui la prova che “Geova” corrisponde esattamente al tetragramma. Non è forse indicato addirittura l’originale ebraico?
   Per quanto lo si ripeta e lo si ripeta, non siamo convinti che il comune Testimone di Geova afferri il punto. Ma a noi spetta ribadirlo:
 
JehoVaH è la forma del tetragramma volutamente camuffata dai masoreti
 
 
Come rendere il tetragramma nelle traduzioni della Bibbia?    
    
   Dato che non sappiamo come tradurre con certezza il tetragramma, il traduttore della Scrittura si trova davanti ad un dilemma. Vediamo come è stato affrontato da vari traduttori. Prendiamo ad esempio Gn 2:4, che è il passo biblico in cui per la prima volta compare il tetragramma. La traduzione del tetragramma (יהוה) è stata evidenziata in rosso. Corsivo e maiuscoletto dell’originale sono stati rispettati.
 
CEI
“Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati. Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo”
Diodati
“TALI furono le origini del cielo e della terra, quando quelle cose furono create, nel giorno che il Signore Iddio fece la terra e il cielo”
Nuova Diodati
“Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno che l'Eterno DIO fece la terra e i cieli”
Nuova Riveduta
“Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati. Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli”
Luzzi
“Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno che l'Eterno Iddio fece la terra e i cieli”
Parola del Signore
“Questo è il racconto delle origini del cielo e della terra quando Dio li creò. Quando Dio, il Signore, fece il cielo e la terra”
Garofalo
“Questa è la storia dell’origine del cielo e della terra, quando vennero creati. Nel giorno in cui Jahve Dio fece la terra e il cielo”
TNM
“Questa è la storia dei cieli e della terra nel tempo in cui furono creati, nel giorno che Geova Dio fece terra e cielo”
Bible de Jérusalem
“Telle fut la genèse du ciel et de la terre, quand ils furent créés. Au temps où Yahvé  Dieu fit la terre et le ciel”
La Sankta Biblio in esperanto
“Tia estas la naskiğo de la ĉielo kaj la tero, kiam ili estis kreitaj, kiam Dio la Eternalo faris la teron kaj la ĉielon”
Vulgata
Istae generationes caeli et terrae quando creatae sunt in die quo fecit Dominus [“Signore”] Deus caelum et terram.
LXX
Αὕτη ἡ βίβλος γενέσεως οὐρανοῦ καὶ γῆς, ὅτε ἐγένετο, ᾗ ἡμέρᾳ ἐποίησεν ὁ θεὸς [theòs (“Dio”)] τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν
    
   La Settanta (LXX) è la traduzione greca delle Scritture Ebraiche. Essa fu iniziata verso il 280 a. E. V.. Questa traduzione seguiva la consuetudine di sostituire il tetragramma con i termini greci κύριος (Kǘrios, “Signore”) o θεὸς(Theòs, “Dio”). Questo almeno stando ai manoscritti che risalgono al 4° e 5° secolo della nostra èra. Di recente, però, sono state scoperte copie più antiche, rotoli in pergamena datati al 1° secolo della nostra èra. Queste – benché frammentarie – hanno rivelato che vi è presente il tetragramma. Non la traduzione del tetragramma, ma il tetragramma in lettere ebraiche antiche, in caratteri paleoebraici. Nella lingua greca, infatti, non esiste né la traslitterazione né tanto meno la traduzione del tetragramma. Il nome “Geova” che si trova nella letteratura biblica della Watchtower in lingua greca appartiene al greco moderno. Nel greco antico (e quindi anche nelle Scritture Greche) la parola non esiste proprio.    Riassumendo i dati dell’indagine fatta sul come i traduttori hanno reso il tetragramma, abbiamo i seguenti nomi sostitutivi utilizzati:
 
• “Eterno”, a volte specificato con ETERNO, per ricordate che dietro c’è il tetragramma originale
• “Signore”, a volte specificato SIGNORE, per ricordate che dietro c’è il tetragramma originale
• “Yahvè”, “Jahvè”
• “Geova” (TNM)
• “Jeova”, “Ieova”
• κύριος (Kǘrios, “Signore”) oppure θεὸς (Theòs, “Dio”), nelle copie più recenti della LXX
יהוה, in alcune copie più antiche della LXX 
    
   Più interessante ancora è vedere come i primi traduttori delle Scritture Ebraiche in greco si siano trovati di fronte a varie scelte possibili quando si è trattato di tradurre o trascrivere il tetragramma. Eccole:     
 
▪ riprodurre il “nome” con caratteri dell'alfabeto ebraico quadrato: P. Fuad 266 (LXXP. Fouad Inv. 266), del 1° secolo a. E.
 V., in Dt 18:5     
▪ riprodurlo con caratteri paleoebraici: Sl 91:2 nella Versione di Aquila (Aq) e Sl 69:13,30,31 in quella di Simmaco
  (Sym); entrambe le versioni vengono fatte risalire al 2° secolo E. V.     
▪ abbreviare il tetragramma con l'uso di due yòd con un trattino in mezzo (י-י): P. Ossirinco 1007 di Gn, del 3° secolo E.
   V.
▪ sostituire il tetragramma con le lettere greche IAO (Lv 3:12;4:27 del P. 4QLXXLevb, risalente al 2° secolo a. E. V.    
▪ sostituire il tetragramma col termine kǘrios: P. Chester Beatty (P45,46,47). 
    
   Il nostro modestissimo parere è che “Signore” o “SIGNORE” sia una scelta non buona in quanto non fa altro che avvalorare il nascondimento del tetragramma proprio con la parola “Signore” (Adonày), come fecero i masoreti. In quanto a “Eterno” o “ETERNO”, ci sembra che questa parola, per quanto degna, abbia poco a che spartire con il tetragramma. Per ciò che riguarda “Yahvè” o “Jahvè”, ci sembrano meglio dell’errato “Jeova” o “Ieova”, ma non siamo così sicuri che sia la pronuncia giusta, sebbene molto probabilmente lo sia. Del tutto da scartare è la forma “Geova”, in quanto dimostrata sicuramente errata e, oltretutto, offensiva per Dio perché gli attribuisce un nome illegittimo creato ad arte dai masoreti per nascondere la vera pronuncia del tetragramma. Inoltre, gli ebrei non pronunciavano di certo questo nome spurio: sapevano di dover leggere Adonày. Ora, perché mai noi dovremmo essere così sciocchi da leggere alla lettera un nome che nessuno leggeva proprio perché non era un nome vero? Ci rendiamo conto che ciò può urtare la suscettibilità del singolo Testimone di Geova. Per lui “Geova” è il vero Dio con cui pensa di avere un’intima relazione. Tuttavia, anche la povera vecchietta di paese che si rivolge alla statua della Madonnina con piena fiducia ha una fede (seppure a modo suo), e – per quanto errata - nessuno dovrebbe osare di offenderla. Forse anche qualche Testimone di Geova aveva prima una simile fede nella Madonna. E forse la sua sensibilità fu scossa quando apprese che si trattava solo di una statua e che la madre di Yeshùa è semplicemente morta e nulla più sa di ciò che avviene sulla terra ne potrebbe saperlo. Allo stesso modo potrebbe rimanere turbato apprendendo la falsità del nome “Geova”.  Come rendere allora il tetragramma nelle traduzioni? Non abbiamo certo la pretesa di indicare una strada sicura ai traduttori. Sappiamo però come non va reso, e le ragioni le abbiamo esposte. Ci sembra poi di individuare nel metodo seguito dalla LXX in origine un modo corretto: lasciare il tetragramma così com’è. Nelle traduzioni italiane potrebbe essere traslitterato in lettere latine: Yhvh. E come dovrebbe essere letto? Un’indicazione forse ci viene dagli ebrei. E non si tratta di leggere Adonày. Gli ebrei devoti leggono hashèm (השם), “il Nome”.
 
 
La pronuncia del tetragramma al tempo di Yeshùa     
 
   Si legge ne La Torre di Guardia del 1° novembre 1993: “I discepoli di Gesù usavano il nome di Dio (di solito reso in italiano con ‘Geova’ o ‘Yahweh’)? Ci sono validi motivi per ritenere che lo usassero. Gesù insegnò ai suoi seguaci a pregare Dio dicendo: ‘Sia santificato il tuo nome’. (Matteo 6:9) E alla fine del suo ministero terreno egli stesso disse in preghiera al suo Padre celeste: ‘Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo’. (Giovanni 17:6)” (pag. 30). Non possiamo fare a meno di notare l’astuzia dell’impostazione. La domanda è se i discepoli di Yeshùa usavano il “nome” di Dio. Domanda molto interessante e più che legittima per chi non conoscere gli usi e i costumi dei tempi biblici. Ma si noti l’astuto abbinamento, messo tra parentesi: “(di solito reso in italiano con ‘Geova’ o ‘Yahweh’)”. Doppiamente astuto. Il “nome di Dio” è il tetragramma, e su questo non ci piove. Ma questo tetragramma diventa subito ciò che è “di solito reso”. C’è un baratro tra il tetragramma e come esso viene reso, ma qui il baratro sparisce per identificare il tetragramma con ciò con cui è reso. L’altro aspetto, sottile, sta nel fatto di abbinare “Geova” a “Yahweh”. Quest’ultimo termine, lo sappiamo, è quello che più probabilmente può rendere il tetragramma. Abbinandolo a “Geova” si legittima anche questo. Il fatto è che Yahvèh è molto probabilmente la pronuncia giusta, mente “Geova” è con la massima certezza quella errata. Ma l’aspetto più grave sta nel prendere la parola “nome” alla lettera (tipico errore della mentalità occidentale). Nella Bibbia il “nome” non è il nome in se stesso. “Sia santificato il tuo nome”, non significa santificare il nome come tale (lettura occidentale), ma santificare Dio che è la realtà dietro la concretezza che gli ebrei attribuivano al nome. Così, “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini” non significa affatto che Yeshùa facesse conoscere in giro il “nome” di Dio o la sua pronuncia. Questo è un modo di leggere la Bibbia all’occidentale, che non ha senso. Gli uomini e le donne cui Yeshùa aveva predicato erano giudei: il tetragramma lo conoscevano, eccome. Ci sia scusato il paragone molto profano, ma è come se oggi andassimo in giro a far conoscere alle persone il nome e cognome del sovrano di un ipotetico regno in cui viviamo. Saremmo derisi. Altra cosa se andassimo in giro a far conoscere le gesta, il valore e le qualità del sovrano. Ecco, è in quest’ultimo senso che Yeshùa fece conoscere il “nome” di Dio. Quando il salmista promette: “Sicuramente dichiarerò il tuo nome ai miei fratelli”, non allude di certo al fatto che andrà in giro ripetendo il tetragramma (che tra l’altro conoscevano bene quanto lui), ma allude alla lode, come si arguisce dall’emistico parallelo: “In mezzo alla congregazione ti loderò” (Sl 22:22). Qui il parallelo è “nome”-“ti”: “nome” è sinonimo di “ti”, ovvero “te” ovvero Dio. Ogni volta che la letteratura della Watchtower riporta dati su dati circa ritrovamenti storici e archeologici che hanno a che fare con il tetragramma, scopre l’acqua calda. Il tetragramma è una realtà documenta. Fa parte della Bibbia! Però, in queste citazioni viene sempre ricordato che si tratta del “nome di Dio”. E qui si gioca sull’equivoco, perché i lettori Testimoni di Geova capiscono “Geova”. Nessuno dice loro che il tetragramma non ha nulla a che fare con la parola “Geova”, se non per l’eclatante errore in cui caddero i lettori occidentali. Di Yeshùa è detto: “Quando nella sinagoga di Nazaret Gesù si alzò e, ricevuto il libro di Isaia, lesse Isaia 61:1, 2 dove c’è il Tetragramma, pronunciò il nome divino” (Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture con riferimenti, pag. 1566, appendice 1D). Ci si riferisce qui a Lc 4:16-22: “E venne a Nazaret, dov’era stato allevato; e, secondo la sua abitudine, entrò in giorno di sabato nella sinagoga, e si alzò per leggere. 17 E gli fu consegnato il rotolo del profeta Isaia, ed egli, aperto il rotolo, trovò il luogo dov’era scritto: 18 “Lo spirito di Geova è su di me, perché egli mi ha unto per dichiarare la buona notizia ai poveri, mi ha mandato per predicare la liberazione ai prigionieri e il ricupero della vista ai ciechi, per mettere in libertà gli oppressi, 19 per predicare l’anno accettevole di Geova”. 20 Quindi avvolse il rotolo, lo riconsegnò al servitore e si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. 21 Quindi cominciò a dir loro: “Oggi questa scrittura che avete appena udito si è adempiuta”. 22 E tutti davano di lui testimonianza favorevole e si meravigliavano delle avvincenti parole che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: “Non è questo un figlio di Giuseppe?” Davvero Yeshùa pronunciò il tetragramma? Il testo biblico non lo dice, ma ci sono indizi - sia contestuali che storici che biblici – che ci fanno dire di no.     
   Vediamo prima gli storici. Nella sinagoga di Nazaret il rotolo di Is doveva essere in ebraico. Che mai ci sarebbe stata a fare una versione greca? La LXX era stata fatta per gli ebrei della diaspora. I giudei palestinesi non avevano motivo di usarla. Possiamo essere certi che il tetragramma ebraico fu in quella occasione sotto gli occhi di Yeshùa. Da questo a dire che lo pronunciò, però ce ne corre.      Si era, infatti, già da un paio di secoli (come minimo) nel periodo di drastica proibizione di pronunciare il tetragramma. In verità, qualcuno lo pronunciava ancora. Era il sommo sacerdote. Inoltre, la pronuncia del tetragramma era consentita solo nel Tempio, probabilmente perché esso era il posto che Dio aveva scelto “per porvi il suo nome” (Dt 12:5; cfr. 14:23). Il tetragramma era pronunciato solo dal sommo sacerdote nel Giorno dell’Espiazione (yòm kippùr), quando recitava le tre confessioni di peccato. Secondo alcuni testi, in quel giorno il tetragramma veniva pronunciato dal sommo sacerdote 4 volte, secondo altri testi 10 volte. Il coro dei sacerdoti rispondeva ogni volta cantando il responsorio: “Benedetto sia il Nome [hashèm] del suo Regno glorioso di eternità in eternità”.     
   La limitazione così drastica e radicale della pronuncia del tetragramma aveva avuto come prima conseguenza che andò perduto il ricordo della vocalizzazione di YHWH e della sua precisa pronuncia. Lo fanno pensare i testi rabbinici del 1° secolo che parlano di difficoltà a poter udire o ricordare il suono pronunciato nello yòm kippùr dal sommo sacerdote.
   Un primo testo dice: “Coloro che stavano vicini [al sommo sacerdote] cadevano faccia a terra [dopo la pronuncia del tetragramma]; quelli lontani gridavano: ‘Sia lodato il Nome [hashèm]!’. Ma tanto gli uni come gli altri, appena se ne andavano, ecco: non ricordavano più”. Un secondo testo rabbinico dice: “Precedentemente il sommo sacerdote pronunciava il Nome ad alta voce, ma quando aumentò il numero degli insolenti, il sacerdote cominciò a pronunciarlo a voce sommessa”. Si possono citare infine le parole di Rabbi Tarfon (1° secolo E. V., il secolo in cui visse Yeshùa) che diceva: “Io ero nella fila tra i miei fratelli, i sacerdoti, e ho teso l’orecchio verso il sommo sacerdote per udire il nome e ho udito come il sommo sacerdote ha lasciato che fosse ricoperto dal canto dei sacerdoti”.     
   Yeshùa non era sommo sacerdote, non era neppure sacerdote, e non avrebbe potuto esserlo: era della tribù di Giuda, non di quella sacerdotale di Levi. Tra l’altro il sommo sacerdote era della classe levitica di Aaronne. Yeshùa non aveva nulla a che dare con la classe sacerdotale. Yeshùa sarebbe divenuto “sommo sacerdote alla maniera di Melchisedec” (Eb 5:10), ma solo dopo la sua resurrezione. Se i giudei stessi – sommo sacerdote a parte – non conoscevano più la pronuncia del tetragramma, la stessa cosa valeva per Yeshùa. Si potrebbe obiettare che egli aveva una sapienza tutta particolare. Vero. Si può ammettere anche che conoscesse la pronuncia del tetragramma, ma da questo a dire che lo pronunciasse ce ne corre ancora. Le circostanze storiche lo impedivano.     
   Vediamo ora gli indizi contestuali. Il nostro passo, al v. 22, dice che quando Yeshùa si rimise a sedere dopo aver letto il passo di Is, “tutti davano di lui testimonianza favorevole”. Ora, se avesse pronunciato il tetragramma, con tutta probabilità sarebbe stato condotto subito fuori e lapidato sul posto. Ma nessuno si lamentò o ebbe da ridire, anzi “si meravigliavano delle avvincenti parole che uscivano dalla sua bocca” (v. 22).     
   Infine abbiamo gli indizi biblici. Un’altra conseguenza del divieto di pronunciare il tetragramma fu che si dovette creare tutto un sistema di nomi e di circonlocuzioni che consentissero di parlare di Dio o di alludere a lui senza nominarlo.     
   Yeshùa si attenne a questo sistema usato dai giudei? Sì. L’argomento è così importante (oltre che interessante) che lo trattiamo qui di seguito.