I sostitutivi del tetragramma usati dai giudei e da Yeshùa
Al tempo di Yeshùa – lo sappiamo già – era ormai in vigore in Israele da alcuni secoli l’uso di non leggere il tetragramma. I giudei si erano perciò abituati a riferirsi a Dio in alcuni modi caratteristici e particolari. Questi modi includevano espressioni particolari o un uso particolare dei verbi.
Nomi. I nomi sostitutivi del tetragramma più frequenti erano:
● Hashamàym, “il Cielo”, “i Cieli”
● Hamaqòm, “il Luogo”
● “Il Trono”
● “Il Nome”
● “Il Santo”
● “Signore”
● “Re”; “Gran Re”
● “Padre che sei nei cieli”
● “Colui che”
● “La Potenza”
● “Alto”.
Questa è solo una lista esemplificativa. Le espressioni usate erano molte di più. Yeshùa si attenne a questo sistema usato dai giudei? Sì. Si pensi solo al fatto che Yeshùa fa dire al figlio prodigo: “Ho peccato contro il cielo” (Lc 15:18,21). Vediamo altri passi:
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“Il battesimo di Giovanni di dov’era? Dal cielo o dagli uomini?”. – Mt 21:25.
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“Ti lodo pubblicamente, Padre, Signore del cielo e della terra”. – Mt 11:25.
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“Chi giura per il cielo giura per il trono di Dio e per colui che vi siede sopra”. – Mt 23:22.
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“A meno che uno non nasca di nuovo” (Gv 3:3; testo greco: “generato dall’alto”).
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“Voi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza”. – Mr 14:62.
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“Non giurate . . . per Gerusalemme, perché è la città del gran Re”. – Mt 5:34,35.
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“Il regno dei cieli si è avvicinato”. – Mt 4:17.
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Questi sono solo alcuni passi che riportiamo a mo’ d’esempio. Ne aggiungiamo però uno: “Padre nostro [che sei] nei cieli, sia santificato il tuo nome” (Mt 6:9). Questo è proprio il passo con cui abbiamo introdotto questo studio. Anzi, riproponiamo l’argomento, perché ora si può valutare meglio. La pubblicazione Il nome divino che durerà per sempre (Watchtower, New York, 1984) inizia a pag. 3 con la domanda: “‘Sia santificato il tuo nome’: Quale nome?”. Ora si può comprendere come quella domanda sia non solo fuori luogo, ma come denunci una scarsa conoscenza del modo ebraico di esprimersi presente della Bibbia.
D'altra parte, ‘santificare il suo nome’ non significa certo santificare un particolare termine o un'espressione, infatti come si potrebbe 'santificare una parola' o 'santificare un titolo'? Piuttosto, quella espressione significa riconoscere la santità della Persona stessa, parlare con riverenza ed ammirazione di Lui e delle Sue qualità e delle Sue azioni, stimarLo e riverirLo come Santo in modo superlativo.
Per ciò che riguarda i nomi sostitutivi del tetragramma ci fermiamo qui, ma la lista sarebbe lunga. Ogni lettore delle Scritture Greche, quando troverà una di queste espressioni, ora sa che costituiscono il modo giudaico (e Yeshùa era un giudeo) per evitare il tetragramma.
Uso dei verbi. Il tetragramma divino è poi talvolta sostituito da un participio o da una perifrasi verbale. Così Yeshùa dice: “Chiunque riceve me riceve [anche] colui che mi ha mandato” (Lc 9:48). Adattandosi all’uso giudaico del tempo, Yeshùa si riferisce a Dio come a “Colui che” fa qualcosa. “Temete piuttosto colui che può distruggere sia l’anima che il corpo nella Geenna” (Mt 10:28). “Chi giura per il tempio giura per esso e per colui che vi abita, e chi giura per il cielo giura per il trono di Dio e per colui che vi siede sopra” (Mt 23:21,22).
Ci sono altre due forme verbali sostitutive del tetragramma. Nel primo caso, invece di mettere il tetragramma divino, gli evangelisti omettono il soggetto della frase e mettono il verbo al plurale. Questa procedura risulta del tutto sconosciuta a chi non conosce bene la Bibbia. Il motivo è che il verbo al plurale che si trova nei testi originali suona male al nostro orecchio. Nelle traduzioni correnti si preferisce quindi evitarlo, sostituendolo con il passivo impersonale. Qualche esempio chiarirà il punto. In Lc 6:38 Yeshùa dice (stando alla traduzione): “Vi sarà versata in grembo una misura eccellente, pigiata, scossa e traboccante”. Si noti il passivo impersonale: “Vi sarà data”. In realtà Yeshùa si espresse diversamente. Ecco il testo originale: δώσουσιν (dòsusin), “daranno”. Il Lc 12:20 viene mantenuto il verbo al plurale, perché anche nella traduzione italiana suona bene; Yeshùa dice “Irragionevole, questa notte ti chiederanno la tua anima”. Chi richiede la vita dello stolto è indubbiamente Dio. Yeshùa, secondo l’uso dei giudei, evita la menzione di Dio e usa il verbo al plurale: “Ti chiederanno”.
Il passo di Lc 16:9 appare alquanto oscuro in TNM: “Fatevi degli amici per mezzo delle ricchezze ingiuste, affinché, quando queste verranno meno, essi vi ricevano nelle dimore eterne”. La prima parte è chiara: Yeshùa consiglia di farsi degli amici usando bene il proprio denaro; le “ricchezze ingiuste” non sono altro che i beni accumulati in questo mondo: non sono ingiuste perché ottenute illegalmente, ma solo perché di questo mondo. Il problema è nella traduzione della seconda parte: “Essi vi ricevano nelle dimore eterne”. Così tradotto, “essi” non può che riferirsi agli “amici” precedenti. Ci domandiamo come sia mai possibile che tali persone, diventate amiche grazie alle ricchezze condivise con loro, possano avere la facoltà di accogliere chi ha agito accortamente con loro “nelle dimore eterne”. Può darsi che essi stessi non entrino “nelle dimore eterne”, ma – anche se ci entrassero – che potere avrebbero mai di accogliere lo scaltro che se li è fatti amici? La spiegazione che gli editori di TNM appare alquanto contorta: “Dovremmo avere l’obiettivo di usare le ‘ricchezze ingiuste’ per farci amici i Proprietari delle ‘dimore eterne’. Essendo il Creatore, Geova possiede ogni cosa, e il suo Figlio primogenito partecipa a tale proprietà quale Erede di tutte le cose . . . Per diventare loro amici, dobbiamo usare le ricchezze in un modo che abbia la loro approvazione” (La Torre di Guardia del 1° gennaio 1992, 13, § 19). Ma come poteva Yeshùa includersi fra “i Proprietari delle ‘dimore eterne’” se ancora non aveva mostrato la sua fedeltà fino alla morte e ancora non era stato costituito “erede di tutte le cose” (Eb 1:2)? Da buoni studiosi preferiamo sempre riferirci alla Scrittura prima di accampare ipotesi. Il contesto del passo (vv. 1-8) riporta la parabola di Yeshùa su un tale che manipolando la contabilità del suo padrone si fa amici alcuni debitori falsificando i libri contabili così da diminuire l’importo dei loro debiti. Il suo scopo è chiarito: “Quando sarò cacciato dalla gestione, mi ricevano nelle loro case [quelle dei debitori avvantaggiati]” (v. 4). La morale della parabola sta nel finale: “Il suo signore lodò l’economo, benché ingiusto, perché aveva agito con saggezza” (v. 8). Qui non si giustifica affatto il falso in bilancio, ma si pone l’attenzione sull’avvedutezza dell’economo furbacchione. Yeshùa fa questa applicazione della sua stessa parabola: “I figli di questo sistema di cose, nei loro rapporti con quelli della propria generazione, sono più saggi dei figli della luce” (v. 8). “Saggi” non è proprio la parola giusta: Yeshùa parla di φρονιμώτεροι (fronimòteroi), “attenti ai propri interessi”. Comunque, si parla di “rapporti con quelli della propria generazione”. Yeshùa sta parlando di cose quotidiane, della vita di tutti i giorni. Quando nell’applicazione finale della parabola consiglia di ‘farsi degli amici per mezzo delle ricchezze ingiuste’ (v. 9), è semplicemente ovvio che sta suggerendo di intrattenere relazioni buone con il prossimo. Ma Yeshùa va oltre: “Se non vi siete mostrati fedeli riguardo alle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere?” (v. 11). Come dire: se non avete saputo usare bene le ricchezze materiali, chi vi affiderà quelle vere? Yeshùa allude all’al di là. “Non potete essere schiavi di Dio e della Ricchezza” (v. 13). Occorre scegliere: o si usano bene le ricchezze materiali, condividendole, oppure si rimane schiavi di esse rinunciando a sottomettersi a Dio. È in questo contesto che Yeshùa dichiara:
ἵνα δέξωνται ὑμᾶς εἰς τὰς αἰωνίους σκηνάς
ìna dècsontai ümàs èis tas aionìus skenàs
affinché accolgano voi in le eterne tende
Siamo qui di fronte proprio ad uno di quei casi in cui per nominare Dio evitando il tetragramma si usa il verbo al plurale senza soggetto. Come abbiamo già osservato, nelle traduzioni italiane ciò si rende con il passivo. Se volessimo renderlo in italiano lasciando intatto il senso, avremmo: “Affinché vi si riceva nelle dimore eterne”.
Un altro modo usato dai giudei per evitare la menzione di Dio è quello che potremmo chiamare il “passivo divino”. Dato il grandissimo rispetto che gli ebrei avevano per Dio, evitavano perfino di nominarlo. Ancora oggi, se capita di leggere la saggistica di ebrei molto ortodossi tradotta in italiano, si troverà spesso questa forma: “D-o”. Non osano neppure scrivere “Dio”! I giudei del tempo di Yeshùa usavano la parola “Dio”, e Yeshùa stesso la usò, sebbene mai il tetragramma. Ma ogni volta che potevano, lo evitavano. Le nostre traduzioni delle Scritture Greche di solito conservano il “passivo divino”. Si veda Mt 5:4: “Felici quelli che fanno cordoglio, poiché saranno confortati”. Qui il passivo “saranno consolati” significa “Dio li consolerà”.
Questo tipo di passivo, in sostituzione della menzione di Dio, nei soli quattro vangeli ricorre un centinaio di volte. Il lettore occidentale che ha scarsa o nessuna conoscenza di cultura biblica, non se ne accorge neppure. “Felici i misericordiosi, poiché sarà loro mostrata misericordia” (Mt 5:7): Dio sarà misericordioso con loro. “Col giudizio col quale giudicate, sarete giudicati” (Mt 7:2): Dio vi giudicherà. “Continuate a chiedere, e vi sarà dato” (Mt 7:7): Dio vi darà.
Questo era il normale modo di esprimersi di Yeshùa, che era poi quello di tutti i giudei del suo tempo. Sebbene Yeshùa contestasse diverse tradizioni sbagliate che i giudei avevano, su questo non solo non ebbe da ridire ma lo adottò lui pure.
Si noti Mr 2:5-7: “Quando Gesù vide la loro fede disse al paralitico: ‘Figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati’. Ora erano là seduti degli scribi, che ragionavano nei loro cuori: ‘Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia. Chi può perdonare i peccati se non uno solo, Dio?’”. Qui Yeshùa rende noto al paralitico che Dio lo perdona. Può farlo perché “il Figlio dell’uomo ha autorità di perdonare i peccati sulla terra” (v. 10), ma è sempre Dio che concede il perdono. Yeshùa è così riguardoso che non nomina Dio e usa il solito passivo: “I tuoi peccati ti sono perdonati”. Nella loro reazione gli scribi usano invece la parola “Dio”. Questo contesto illustra bene l’uso attento che si faceva della parola “Dio”. Yeshùa, data la situazione, usa il passivo. Gli scribi, orgogliosi di esaltare Dio, lo menzionano. E stiamo parlando solo della parola “Dio”, non del tetragramma!
Quando Yeshùa si rivolgeva a Dio in preghiera, lo invocava non come “Geova”, ma sempre come “Padre”. Adopera questo termine ben sei volte nella sola preghiera finale con i discepoli.
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Gv 17 Gesù disse queste cose, e, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, l’ora è venuta; glorifica il tuo figlio, affinché il figlio glorifichi te, 2 secondo che gli hai dato autorità sopra ogni carne, affinché, in quanto all’intero [numero] di quelli che gli hai dato, egli dia loro vita eterna. 3 Questo significa vita eterna, che acquistino conoscenza di te, il solo vero Dio, e di colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sulla terra, avendo finito l’opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami presso te stesso con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6 “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi, e tu li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai dato sono da te; 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro, ed essi le hanno ricevute e hanno certamente conosciuto che sono uscito come tuo rappresentante, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma riguardo a quelli che mi hai dato; perché sono tuoi, 10 e tutte le cose mie sono tue e le cose tue sono mie, ed io sono stato glorificato fra loro. 11 “E io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo e io vengo a te. Padre santo, vigila su di loro a motivo del tuo nome che tu mi hai dato, affinché siano uno come lo siamo noi. 12 Quando ero con loro io vigilavo su di loro a motivo del tuo nome che tu mi hai dato; e io li ho custoditi, e nessuno d’essi è distrutto tranne il figlio della distruzione, affinché la scrittura si adempisse. 13 Ma ora vengo a te, e dico queste cose nel mondo affinché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato loro la tua parola, ma il mondo li ha odiati, perché non fanno parte del mondo come io non faccio parte del mondo. 15 “Io ti prego, non di toglierli dal mondo, ma di vigilare su di loro a causa del malvagio. 16 Essi non fanno parte del mondo come io non faccio parte del mondo. 17 Santificali per mezzo della verità; la tua parola è verità. 18 Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo. 19 E io mi santifico in loro favore, affinché anche loro siano santificati per mezzo della verità. 20 “Prego non solo per questi, ma anche per quelli che riporranno fede in me per mezzo della loro parola; 21 affinché siano tutti uno, come tu, Padre, sei unito a me ed io sono unito a te, anche loro siano uniti a noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22 E ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno. 23 Io unito a loro e tu unito a me, affinché siano resi perfetti nell’unità, perché il mondo abbia la conoscenza che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24 Padre, in quanto a ciò che mi hai dato, desidero che, dove sono io, anche loro siano con me, affinché contemplino la mia gloria che tu mi hai dato, poiché tu mi hai amato prima della fondazione del mondo. 25 Padre giusto, in realtà il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, affinché l’amore col quale mi hai amato sia in loro e io unito a loro”.
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Perfino nella Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture non si dice mai che Yeshùa si sia rivolto al Padre chiamandolo “Geova”. Come osserva C. Savasta: “Gesù evita accuratamente di pronunziare il nome divino. Infatti, ad esempio, dinanzi al sinedrio, al sommo sacerdote che gli chiede se fosse lui «il Cristo, il Figlio del Benedetto», Gesù risponde (Mc 14,61-62; cf. Mt 26,63-64): «... vedrete il Figlio dell’Uomo seduto alla destra della Potenza...», invece che «alla destra di JHWH» del Salmo 110,1, qui citato assieme a Dn 7,14, adeguandosi così all’uso ebraico di astenersi dal pronunziare il nome JHWH, come aveva fatto appunto il sommo sacerdote che lo interrogava, e questo proprio nell’occasione più adatta per dissociarsi pubblicamente da quest’uso, se non si fosse a sua volta conformato a esso. E’ del tutto improbabile quindi che egli lo pronunziasse in altre occasioni” (Il Nome Divino nel NT, in Rivista Biblica n. 1/1998, pag. 90; corsivo e maiuscole sono dell’autore).
Perciò, è evidente che quando in preghiera disse: “Padre nostro [che sei] nei cieli, sia santificato il tuo nome” (Mt 6:9), il termine “nome” fu usato in un senso più profondo, più ampio, per intendere la Persona stessa. Se, come sostiene la Watchtower, Yeshùa intendeva che fosse menzionato il Nome, perché non lo fece mai? Quale occasione più adatta di quella? Eppure c’è la totale assenza dell’appellativo “Geova” non solo nelle preghiere ma in tutte le parole di Yeshùa, perfino in TNM. “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11:1). E Yeshùa ce lo insegnò. Secondo la Watchtower Yeshùa avrebbe dovuto insegnarci a rivolgersi a “Geova Dio”. Perlomeno avrebbe comunque dovuto includere quel nome nella preghiera. Invece, egli ci insegnò a seguire il suo esempio, invocando il “Padre”.
La notte prima della sua morte, sia parlando direttamente con i discepoli sia nella lunga preghiera che fece, Yeshùa parlò del “nome” di Dio per quattro volte. Eppure, per tutta la notte, sia nei consigli che nell'incoraggiamento ai discepoli, sia in preghiera, non troviamo un solo caso in cui si faccia uso del nome “Geova”, neppure in TNM. Invece, troviamo che Yeshùa adoperò significativamente l'appellativo “Padre” per circa cinquanta volte! Il giorno seguente, in punto di morte, non invocò il nome “Geova”, ma disse: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27:46). Le ultime parole della sua vita terrena furono: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23:46). “Detto questo, spirò”.
Come discepoli di Yeshùa, quale esempio dovremmo dunque seguire? Quello di una denominazione religiosa americana del ventesimo secolo o quello che ci diede il Figlio di Dio nel momento più cruciale della sua vita e più cruciale per il destino di tutta l’umanità?
Noi e il nome divino
Essere consapevoli di tutto questo ci è tre volte di aiuto. È di aiuto per una lettura più illuminata di tante frasi o parabole dei quattro vangeli, per sapervi avvertire il nome divino anche là dove non è esplicito e visibile a prima vista. In secondo luogo ci è utile per conoscere meglio gli ebrei, da sempre profondamente interessati al nome divino, e per meglio conoscere poi i Testimoni di Geova che ad esso si sono interessati dal 1879, quando ancora non si chiamavano così. In terzo luogo, soprattutto, ci è di aiuto per pensare Dio e per rapportarci con lui. Anzitutto per pensare Dio come mistero grande.
Yeshùa, come tutti i giudei del suo tempo, sostituiva spesso la parola “Dio” con “Cielo”, “Potenza”, “Re”, “Gran Re”, “Padre”, “Signore” e con un passivo che, senza nominarlo, di Dio diceva la presenza attiva ed efficace. Per rapportarci con Dio, non pretenderemo di legittimare con il suo nome ciò che non è conforme alla verità della sua parola. Il peccato più grave commesso nel secolo 20° contro il comandamento di “non nominare il nome di Dio invano” è stato quello di un pazzo diabolico di nome Adolf Hitler, che faceva scrivere sulle insegne dei suoi eserciti e sulle cinture delle sue SS il motto: “Gott mit uns” (“Dio con noi”). Un brivido ci percorre, pensando che “Dio con noi” è il significato di Emanuele, uno dei titoli di Yeshùa (Mt 1:23). L’uso del suo nome come legittimazione del razzismo, del militarismo e dello sterminio di milioni di innocenti è la più orribile delle bestemmie. Il dio di Hitler era evidentemente un altro dio (2Cor 4:4), e quel dio, quello sì, era sicuramente con lui.
Dovremmo pronunciare il nome di Dio?
Contrariamente all’atteggiamento di Yeshùa, che fu talmente riguardoso verso il nome “Dio” (che non era neppure il tetragramma) da usare i giri di parole giudaici per menzionarlo, presso i Testimoni di Geova c’è – al contrario – l’idea che addirittura il tetragramma vada usato in continuazione. La pubblicazione Ci sarà mai un mondo senza guerre? vede la necessità “di stabilire una relazione con Dio, il nostro Padre e Creatore celeste, una relazione così personale da poterlo chiamare per nome” (pag. 19, §3).
Yeshùa fu colui che come uomo ebbe la più intima e personale relazione con Dio. Ma stava attento nel rivolgersi a lui. Qui si sta parlando di rispetto per Dio. E sicuramente Dio è colui che merita il massimo rispetto. Yeshùa lo chiamava “Padre”. Quale figlio oggi, anche ateo o non credente, oserebbe rivolgersi al proprio padre chiamandolo per nome? Si dirà che oggi ci sono bambini e bambine che chiamano il padre per nome. La cosa è non solo molto simpatica, ma fa anche tenerezza. E possiamo commuoverci sentendo una bambina che nel suo candore – forse con una fede che neppure ci sogniamo – prega forse così: “Dio, tu che sei mio amico, non fare morire il mio gattino”. Ma qui stiamo parlando di persone un po’ più cresciute. Solo fino a qualche generazione fa i figli davano del voi ai genitori (i francesi lo danno ancora oggi rivolgendosi a Dio nelle preghiere). Oggi diamo del tu a nostro padre, però non è accettato che lo si chiami per nome. Dio è da meno? “Dio non è un uomo” (Nm 23:19). Dobbiamo stare alla sua presenza con “timore e tremore” (Flp 2:12).
Come rivolgerci s Dio? Il termine “padre” ricorre nella Bibbia ebraica quasi esclusivamente (per circa 1180 volte) in senso profano. Solo raramente (15 volte) ricorre in senso spirituale. Allo stesso modo della Bibbia, anche la letteratura dell'antico giudaismo palestinese dimostra un chiaro riserbo nell'uso del termine “Padre” riferito a Dio.
Yeshùa ci ha invece insegnato a rivolgerci a Dio con l’intimo nome di “Padre” (Mt 6:9). Così lo chiamò anche Paolo (1Ts 3:11). Il credente che è in intimità con Dio usa addirittura il nome “Padre” nel senso di “Abba” (Mr 14:36). La forma אבא (abà) è diversa da אב (av), “Padre”. Abà (אבא), traslitterato nel testo greco di Mr con Ἀββά (abbà), era il nome usato dai bambini ebrei per rivolgersi al loro padre. Assomiglia molto al nostro “papà” o “babbo”. “Ora poiché voi siete figli, Dio ha mandato nei nostri cuori lo spirito del Figlio suo, che grida: ‘Abba, Padre!’” (Gal 4:6). – Rm 8:16. TNM riporta forzatamente il nome “Geova” in 237 passi delle Scritture Greche senza alcuna ragionevole base. Eppure, perfino in presenza di quest'arbitrario inserimento di qualcosa che non compare in alcun antico manoscritto delle Scritture Greche, il riferimento a Dio come “Padre” è sicuramente prevalente: Dio è chiamato “Padre” 254 volte nelle Scritture Greche. E ciò senza dover ricorrere ad arbitrari inserimenti del termine ad opera dei traduttori. Il nome “Padre” è lì, scritto sotto ispirazione. Dio dovrebbe essere per noi la persona con cui essere più in intimità. “Non c’è creazione che non sia manifesta alla sua vista, ma tutte le cose sono nude e apertamente esposte” alla vista di Dio, ma egli rimane pur sempre “colui al quale dobbiamo rendere conto” (Eb 4:13).
“’Quando Geova divenne per me un intimo amico’, dice Jeff” (La Torre di Guardia del 1° agosto 2004, pag. 30). Forse Jeff, nel suo sincero e toccante trasporto, dovrebbe essere più riguardoso e più modesto, ed evitare di rivolgersi all’Onnipotente come “amico”. “Egli ti ha dichiarato, o uomo terreno, ciò che è buono . . . di essere modesto nel camminare col tuo Dio” (Mic 6:8).
Nella Scrittura si parla di un uomo solo che ebbe questo incredibile onore: “Abraamo mio amico” (Is 41:8). La relazione tutta particolare che Abraamo ebbe con Dio, tanto da meritarsi – lui solo – d’essere chiamato amico da Dio, la si coglierebbe meglio nella stupenda traduzione che si può fare del passo: “Abraamo, l’amico mio”. Fu un caso unico. Ma attenzione: fu Dio a chiamare amico Abraamo, non viceversa. Abraamo mai si permise di rivolgersi a Dio chiamandolo amico. Comunque, Yeshùa ci considera amici: “Vi ho chiamati amici, perché tutte le cose che ho udito dal Padre mio ve le ho fatte conoscere” (Gv 15:15).
Occorre rispetto per Dio. Questo rispetto si mostra anche nel modo in cui ci rivolgiamo a lui. Se poi, all’indebita confidenza che ci si prende nel chiamarlo per nome, si aggiunge anche il fatto che tale nome è con la massima certezza errato, il tutto rischia di suonare – anche se involontariamente – beffardo. E “Dio non è da beffeggiare”. – Gal 6:7.
Quale nome usare nel rivolgersi a Dio
Nelle relazioni familiari, di solito, non ci rivolgiamo a un padre chiamandolo per nome. Abitualmente ci si rivolge a lui in modo più intimo, chiamandolo “papà” o “babbo”. Gli altri familiari che non sono figli, gli amici e gli estranei devono limitarsi all'uso di appellativi più formali, riferendosi a lui con un nome proprio. Questa situazione, in un certo senso, illustra bene il rapporto di relazione tra i credenti e il rapporto di relazione dei credenti con Yeshùa e con Dio.
Tra di loro i credenti – proprio come fanno i fratelli e le sorelle tra loro – si chiamano per nome. I credenti che ubbidiscono a quello che Yeshùa ha comandato sono definiti da lui suoi amici: “Voi siete miei amici se fate quello che vi comando” (Gv 15:14): lo chiamano quindi per nome. La congregazione di Yeshùa è definita nella Scrittura la sua sposa (Riv 21:2,9;22:17), e – come fa una moglie – lo chiama per nome.
Abraamo, per la sua fede incondizionata in Dio, fu perfino da lui chiamato – unico caso nella Bibbia – suo amico (Gc 2:23; cfr. Is 41:8). Come amico chiamava Dio per nome. Anche gli ebrei, come popolo appartenente a Dio, lo chiamavano per nome. E il loro rispetto fu tale che arrivarono perfino a evitare il suo nome. Proprio come noi non ci sentiremmo di chiamare per nome un re, ma ci rivolgemmo a lui come “sua maestà”, gli ebrei sentivano di doversi rivolgere a Dio come “Signore”. Così il tetragramma fu oscurato. Non contenti di ciò, evitarono poi perfino di nominare direttamente Dio, riferendosi a lui con espressioni che lo evocassero: “Cielo”, “Re”, “Potenza” e così via.
Yeshùa, figlio prediletto di Dio, usò con gli altri lo stesso modo di riferirsi a Dio, ma nella sua relazione personale con lui lo chiamava non certo per nome, ma lo chiamava “Padre”. E molto di più: non solo av (“Padre”), ma lo chiamava abà (“Papà”).
Yeshùa, con la sua ubbidienza a Dio fino alla morte, ci ha reso figli di Dio: “Voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù che causi di nuovo timore, ma avete ricevuto uno spirito di adozione come figli, mediante il quale spirito gridiamo: Abba” (Rm 8:15). Non lo chiamiamo per nome, come estranei o come schiavi, ma lo chiamiamo come figli: “Padre”. Questo fatto chiarisce sicuramente perché avvenne nella primitiva congregazione dei discepoli di Yeshùa l'innegabile cambiamento dall'enfasi sul tetragramma al risalto sull’espressione “Padre”.
Yeshùa manifestò il proprio attaccamento alla parola “Padre” non solo quando pregò. Come si comprende dalla lettura dei Vangeli, in tutti i discorsi rivolti ai discepoli, Yeshùa si riferisce costantemente e principalmente a Dio come “Padre”.
Possiamo oggi correttamente asserire di conoscere il “nome” di Dio nel senso più profondo e autentico (quello biblico) solo grazie alla disponibilità e al profondo beneficio dell'intima relazione con il Padre, resa possibile dal Figlio.
Il tetragramma nelle Scritture Greche
“Recenti scoperte in Egitto e nel deserto della Giudea ci consentono di vedere con i nostri occhi l’uso del nome di Dio nei tempi precristiani. Queste scoperte sono significative per gli studi nel NT [Nuovo Testamento] in quanto costituiscono un’analogia letteraria con i più antichi documenti cristiani e possono spiegare in che modo gli autori del NT usarono il nome divino. Nelle pagine che seguono esporremo una teoria secondo cui il nome divino, יהוה (e possibili sue abbreviazioni), fu scritto in origine nel NT nelle citazioni e nelle parafrasi del VT [Vecchio Testamento] e secondo cui nel corso del tempo fu sostituito principalmente col surrogato κς [abbreviazione di Kỳrios, ‘Signore’]. Questa eliminazione del Tetragramma, a nostro avviso, creò una confusione nella mente dei primi cristiani gentili riguardo alla relazione fra il ‘Signore Dio’ e il ‘Signore Cristo’ che si riflette nella tradizione dei mss. del testo stesso del NT” (George Howard, dell’Università della Georgia, in Journal of Biblical Literature, vol. 96, 1977, pag. 63).
Questa dichiarazione è riportata a pag. 1566 della TNM, all’appendice 1D. Il commento di TNM è: “Siamo d’accordo con quanto sopra, con una sola eccezione: non la consideriamo una ‘teoria’, bensì un’esposizione dei fatti storici su come furono trasmessi i manoscritti della Bibbia” (Ibidem).
Strano modo di procedere. L’eminente studioso, conscio dei limiti, definisce la sua “una teoria”. I direttori della Watchtower, senza presentare alcuna motivazione valida, la trasformano in certezza. Ma perché per G. Howard si tratta solo di “una teoria”? Per il semplice fatto che a tutt’oggi non è stato ritrovato un solo brandello di manoscritto che comprovi la sua supposizione. Noi, che come certezza abbiamo solo la Scrittura, in armonia con il pensiero del noto studioso continuiamo a ritenerla “una teoria”, sebbene interessante. Questa che è e rimane solo una teoria giustifica la Watchtower nell’introdurre il nome “Geova” nelle Scritture Greche? No. Per tre ragioni.
1. Il traduttore si deve attenere ai manoscritti esistenti. Non può e non deve alterarli. Se questi manoscritti contengono κύριος (Kǘrios, “Signore”), deve tradurre “Signore”. Diversamente, la traduzione assume un altro nome: manipolazione. La manipolazione dei testi originali delle Scritture non dovrebbe essere consentita a nessuno. Chi lo fa si assume una grave responsabilità. Non si dimentichi che stiamo parlando della parola di Dio.
2. Lo studioso G. Howard ipotizza la “teoria secondo cui il nome divino, יהוה (e possibili sue abbreviazioni), fu scritto in origine nel NT nelle citazioni e nelle parafrasi del VT” (Ibidem). Si noti molto bene cosa egli dice: “Il nome divino, יהוה (e possibili sue abbreviazioni)”. Quando dice “nome divino” specifica cosa intende e riporta il tetragramma. Ora, se TNM volesse prendere per buona la teoria, trasformando in fatto quella che è solo un’ipotesi, dovrebbe almeno mostrare una certa correttezza traducendo come da manoscritto, rendendo κύριος (Kǘrios) con “Signore” e, casomai, mettere a margine o in calce una nota che spieghi che lì si ipotizza il tetragramma. Perché è di questo che lo studioso parla: di tetragramma, che è cosa ben diversa da JeHoVaH che è l’alterazione del tetragramma volutamente creata dai masoreti per non far leggere proprio il tetragramma.
3. TNM va ben oltre. E commette un’ulteriore scorrettezza. Non solo manipola il testo biblico, ma inserisce “Geova” anziché il tetragramma. Se si aggiunge il fatto che abbiamo la certezza che “Geova” è del tutto sbagliato, la cosa diventa ulteriormente grave.
L’inserimento arbitrario di “Geova” avviene in TNM per ben 237 volte. Si possono fare tutte le supposizioni che si voglioso, ma quando un traduttore si trova davanti al testo dei manoscritti, è questo che deve tradurre usando il dizionario e non le supposizioni.
Il testo delle Scritture Greche è il risultato dell’opera di valenti studiosi. Il semplice non deve pensare che qualcuno abbia trovato migliaia di anni fa un libro nascosto chissà dove con su scritto “Bibbia” e che questo tesoro letterario sia stato poi tramandato a noi. Sono invece stati trovati nel passato almeno 5000 manoscritti nel greco originale di quello che erroneamente è noto come “Nuovo Testamento”. Anche qui il semplice non deve pensare a circa 5000 copie del cosiddetto “Nuovo Testamento”. Si tratta di 5000 manoscritti ognuno dei quali contiene una parte più o meno estesa del testo complessivo. Molti contengono solo brandelli, qualche versetto. Gli originali non li abbiamo: a noi sono pervenute copie, copie delle copie e famiglie di copie. Quando parliamo di “originali” intendiamo questo. Il più antico di questi numerosi manoscritti è un frammento papiraceo di Gv, che è attualmente conservato nella Biblioteca John Rylands di Manchester, nel Regno Unito. È stato classificato con la sigla P52 ed è stato datato alla prima metà del 2° secolo, forse intorno al 125 E. V.. Ma questo pure è una copia. Il semplice non deve a questo punto sentirsi disilluso. Infatti, quella che abbiamo è un’abbondantissima documentazione. Per capire, si pensi che il famoso De Bello Gallico di Cesare, composto tra il 58 e il 50 a. E. V., è giunto a noi solo in nove o dieci manoscritti leggibili, e il più antico di essi è di circa 900 anni posteriore al periodo di Cesare. Questo vale per tutti gli altri classici greci e latini. Nel caso della Bibbia siamo dunque di fronte a qualcosa che ha del miracoloso.
Si può immaginare il paziente lavoro che gli studiosi dovettero compiere per mettere insieme brandelli e parti di manoscritti per ricostruire il testo originale. Il testo delle Scritture Greche così recuperato prese il nome di testo critico. Fu Desiderius Erasmus, un famoso umanista olandese, più noto come Erasmo da Rotterdam, a produrre la prima edizione di un testo greco standard, nel 16° secolo. Nel 1551 il parigino Robert Estienne vi introdusse il sistema della divisione in capitoli e versetti, che è ancora l’attuale divisione. Nel frattempo gli studiosi avevano migliorato il testo greco standard, e la terza edizione del testo greco di Estienne divenne il textus receptus (che, in latino, significa “testo comunemente accettato”). In seguito diversi grecisti produssero testi sempre più perfezionati. Tra questi, il testo critico greco che ottenne più consensi fu quello prodotto nel 1881 da due studiosi dell’Università di Cambridge, Brooke Foss Westcott e Fenton John Anthony Hort. Questo testo critico è ancora noto come testo di Westcott e Hort. Un altro buon testo critico è il testo greco di Nestle.
Nel testo critico il tetragramma non compare mai. Figurarsi, quindi, se si può inserivi il tetragramma camuffato dai masoreti, cioè JeHoVaH. Farlo equivale a manipolazione del testo originale. La Watchtower si giustifica così: “Gli scribi tolsero il Tetragramma . . . dalle Scritture Greche Cristiane e lo sostituirono con Kỳrios, ‘Signore’ o Theòs, ‘Dio” (TNM, pag. 1566, appendice 1D).
Ora si impone una semplice riflessione. È mai possibile che tutte le comunità dei discepoli dei tempi antichi che ci hanno lasciato questi circa 5000 manoscritti abbiamo concordato d’introdurre la stessa modifica in tutti i manoscritti? Dato che è documentata la grande venerazione che esse avevano per gli scritti sacri, questa ipotesi non ci appare possibile. Un’altra domanda che ci viene è questa: se esistevano alcuni manoscritti che contenevano il tetragramma (e stiamo dicendo tetragramma, non JeHoVaH), è mai possibile che ci siano giunti solo quelli modificati e che gli altri siano andati tutti persi? Sembra di avere a che fare con la teoria dell’evoluzione, che si arrampica sui vetri delle ipotesi. La realtà è che non esiste il minimo frammento di manoscritto delle Scritture Greche che contenga il tetragramma. Neppure un brandello.