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L'indemoniato di Gedara - Esegesi

Riflessioni sul testo
   Chi parla? Nulla lascia intravedere il nome di Marco (lo scrittore del vangelo che contiene questo brano). L’autore si occulta e non si mostra. Il narratore si nasconde per lasciar parlare il fatto, per conferirgli maggiore autorità.
   A chi si rivolge? Non viene ricordato nemmeno il destinatario. Solo raccogliendo indizi da tutto il suo vangelo, si può sapere che Marco si rivolgeva ad una comunità di discepoli di Yeshùa formata da gentili (ex pagani). Di conseguenza si rivolge a tutte le persone che dal racconto possono trarre un’applicazione personale. Si rivolge a anche a noi.
   Cosa intende dire? La conclusione ha un comando esplicito di Yeshùa che indica la finalità del racconto: “Racconta agli altri quanto ha fatto per te il Signore che ha avuto pietà di te”. “L’uomo allora se ne andò via e cominciò ad annunziare”. Il guarito, anziché seguire Yeshùa con le folle ed ascoltarlo, si allontana per una missione lontana e accetta l’apostolato. Sì, l’apostolato. Perché “apostolo” significa “inviato”. L’uomo va a proclamare per tutta la Decapoli. Accetta di essere apostolo (inviato) e di predicare in terra non giudaica. La predicazione ai pagani è così legittimata.
   Struttura spaziale. Non si tratta solo di decorazione: l’azione è inseparabile dal suo movimento: ες (èis), “verso”. Yeshùa va dall’altra arte del lago (èis), nel paese dei geraseni (èis). Al di qua del lago città e attività spirituale intensa; dall’altra parte montagne selvagge, tombe. Yeshùa vi si reca durante la notte, in una tempesta (4:35,37). Yeshùa affronta il mondo tenebroso e satanico. Anche il guarito deve andare èis: alla sua famiglia, propagandando la buona notizia. Entrambe i movimenti (andare dall’altra parte del lago; andare dalla sua famiglia) sono comandati da Yeshùa. La sua parola la si accetta e la si attua, ubbidendo. Yeshùa è un profeta che preannuncia quel che deve essere fatto. Diversa questione per l’andata degli spiriti maligni nei porci. Qui Yeshùa non comanda, accetta solo il desiderio degli spiriti. Il precipitare nel lago, poi, non è predetto né ordinato né permesso. Non rientra nell’intento di Yeshùa. È scelta suicida degli spiriti.
   Le persone. Yeshùa è in rapporto con molte persone: folle, discepoli, indemoniato, geraseni. Si noti il cambio di persona dal plurale al singolare: “Giunsero [plurale] all'altra riva del mare, nel paese dei Geraseni. Appena Gesù fu smontato [singolare] dalla barca gli venne subito incontro dai sepolcri un uomo posseduto” (5:1,2). Yeshùa è solo nel confronto con l’uomo che esce dai sepolcri. Si tratta di un combattimento individuale. Yeshùa da solo, ma l’avversario è però duplice: l’uomo e il demonio. E il demonio poi è molteplice, tanto che si scaglierà contro un gruppo di porci. Alla fine arriverà la folla che farà allontanare Yeshùa. E, ancora solo, deve affrontare una folla che è contro di lui. Yeshùa è davvero un essere a sé. Yeshùa opposto al mondo, come il bene è opposto al male. Quando l’indemoniato sarà guarito, egli pure si troverà solo di fonte ai suoi: il discepolo si assimila a Yeshùa.
   Lo spirito impuro divide e ci divide, conduce ad una pluralizzazione. Lo spirito parla al singolare e al plurale: “Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi”, “Mandaci nei porci” (5:7,12). “Un uomo posseduto da uno spirito immondo” (v. 2), “Gli spiriti immondi, usciti, entrarono nei porci” (v. 13). Parla anche con anacoluti (inizia la frase in un modo e poi la termina in un altro): “Il mio nome è Legione perché siamo molti”. - 5:9.
   Nella Bibbia conoscere il nome di qualcuno significa poterlo in qualche modo padroneggiare. Adamo dà il nome agli animali, mostrando la sua superiorità su di loro (Gn 2:20). Giacobbe, nella lotta con l’angelo, vuol sapere il suo nome: “Giacobbe gli chiese: ‘Ti prego, svelami il tuo nome’”, ma l’angelo, capendo la sua finalità “rispose: ‘Perché chiedi il mio nome?’” (Gn 32:29). A Mosè che pretende di conoscere addirittura il nome di Dio, l’Altissimo non rivela il suo nome santissimo e dice: “Io sono colui che sono” (Es 3:14). Yeshùa dunque vuole affermare la sua superiorità sul demonio: “Qual è il tuo nome?”. - Mr 5:9.
   Che valore ha per noi il brano? Il brano tratta di un indemoniato, un pazzo, uno schizofrenico. Ci riguarda? In realtà tutti siamo sotto gli assalti satanici. Giacomo ci invita a resistere al diavolo: “Resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (Gc 4:7). Satana usa “insidie” (Ef 6:11) e ci gira attorno “come un leone ruggente cercando chi possa divorare” (1Pt 5:8). È contro il diavolo che occorre preparare le nostre armi, “avendo rivestito la corazza della fede e dell'amore e preso per elmo la speranza della salvezza” (1Ts 5:8): “Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate star saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. Prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Ef 8:11-17). Si tratti pur di simboli quanto si vuole, ma sta di fatto che – pur essendo “normali” e non “pazzoidi” – tutti noi siamo in realtà sottomessi al malvagio: stampa, televisione, propaganda, interessi di classe o di famiglia, interessi nazionali o privati, cupidigia per il denaro, desideri di potere, desideri sessuali illeciti, desideri di affermazione. “Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno”. - 1Gv 5:19.
   Il comportamento dell’indemoniato. Il testo dice che l’indemoniato era come morto agli occhi dei viventi. Non si aggirava forse tra tombe e sepolcri, vivendo in un cimitero? Ma chi sono i veri morti? Yeshùa ha detto dei vivi che sono morti (Mt 8:22; Lc 9:50) e che alcuni sono dei veri sepolcri imbiancati, belli di fuori ma colmi di marciume dentro (Mt 23:37; Lc 11:44). “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Lc 9:60) dice Yeshùa a uno che voleva seguirlo ma accampava scusanti. In realtà l’indemoniato si comporta in modo strano: sta in mezzo alle tombe ma va verso le montagne, grida e si percuote con delle pietre. Si tratta solo di particolari descrittivi o ci indicano qualcosa di più? Nella Bibbia la montagna è il luogo dell’incontro con Dio che dimora negli alti luoghi: “Dio disse a Mosè: ‘Sali verso il Signore’”, “Mosè dunque salì sul monte” (Es 24:1,15). I popoli antichi credevano così. “I nostri padri hanno adorato su questo monte” (Gv 4:20). E Israele riceve il comando: “Distruggerete interamente tutti i luoghi - sugli alti monti, sui colli […] - dove le nazioni che state per scacciare servono i loro dèi” (Dt 12:2). Sui monti si intende meglio la voce di Dio: è sul Sinày che Mosè riceve la rivelazione di Dio; è sull’Horeb che Elia incontra Dio; è sulla montagna che Yeshùa pronuncia le parole della nuova alleanza e prende congedo dai discepoli per salire al Padre (Mt 5:1;28:16). Su una montagna ha luogo la trasfigurazione (Mr 9:2; Mt 17:1; Lc 9:28). È sulla montagna che ci si accosta a Dio: “Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte” (Es 19:3; cfr. Gdc 21:5). È su una montagna (Siòn) che dimorava il Tempio in cui Dio risiedeva. Se l’indemoniato lascia le tombe per recarsi sulle montagne non è certo per prendere il fresco: lo fa per trovare sollievo presso Dio.
   L’indemoniato grida. E il salmista evoca una situazione simile: “Io ho gridato al Signore, quando sono stato in distretta” (Sl 120:1, Did). Gridare: è proprio il verbo usato dal salmista. A NR forse è parso più delicato usare “invocare” e TNM non coglie davvero la disperazione del salmista se traduce con un banale “chiamare”: “Chiamai Geova nella mia angustia”. Il salmista non invocava né tanto meno chiamava. Altro che chiamare, egli gridava per la disperazione. Così l’indemoniato. Nella parabola del giudice iniquo si parla degli eletti che gridano giorno e notte: “Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui?”. - Lc 18:7.
   Il posseduto si percuote anche con delle pietre. È l’uomo che si colpisce, si punisce, si sente colpevole, cerca di riscattarsi; ma con le sue sole forze non ci riesce. La soluzione viene solo da Yeshùa. Sembra di sentire Paolo: “Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Rm 7:24,25). È Yeshùa l’unica speranza di quel poveruomo, e gli va incontro: “Gli venne subito incontro dai sepolcri un uomo posseduto” (v. 2). È la risposta di Dio alle sue preghiere sulle montagne. Gli uomini lo incatenano alla sua miseria, lui spezza le catene e gli altri di nuovo lo incatenano. Yeshùa lo libera per sempre.
   Stato di possessione e stato di guarigione. Il poveraccio dimora tra le tombe. Dopo la guarigione rientra nell’ordine e nella normalità: sta “seduto, vestito e sano di mente” (v. 15). Torna dai suoi, dalla sua famiglia che aveva abbandonato. Prima girovagava in cerca di ciò che non trovava, poi lo si trova lì seduto, tranquillo. Prima si percuoteva con le pietre, poi chiede umilmente di seguire Yeshùa. Prima era tutto nudo, poi lo si ritrova vestito. La nudità naturale rifiuta l’obbligo culturale degli abiti. Ma la vita sociale implica delle abitudini circa i vestiti. Mediante il suo modo di vestire le persone si situano in mezzo ai loro concittadini: siano ornamenti carichi di potenza magica presso i popoli del passato o siano vesti di persone in carica come magistrati o militari o ecclesiastici o accademici. Nella Bibbia il vestito è segno di situazioni spirituali dell’umanità (dalle pelli di Genesi fino agli abiti bianchi dell’Apocalisse). Le persone la cui libertà è definitivamente alienata perdono la capacità di portare un abito: prigionieri, schiavi, prostitute, pazzi e maledetti. L’abito che ci dà il nostro vero rapporto con Dio è proprio Yeshùa: “Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3:27). Prima l’indemoniato era pazzo, poi diviene “sano di mente” (v. 15). Prima gridava, ma poi proclama la sua salvezza. Prima era schiavo di satana che parla per mezzo suo in prima persona: “Che c'è fra me e te”? (v. 7), poi è libero e padrone di sé. Prima satana dimorava in lui, dopo si ristabilisce l’ordine e satana torna al suo luogo (l’abisso, l’acqua, il mare). Questo infatti non ci sarà più nella Gerusalemme celeste: “Il mare non c'era più” (Riv 21:1), perché satana e il male non ci saranno. Quando i demòni con quegli animali impuri che sono i maiali si precipitano nel mare, vogliono significare che sotto l’azione di Yeshùa le cose rientrano nell’ordine: biblicamente parlando, le forze del male che cercano di invadere la terra degli uomini tornano al mare che è il loro luogo.
   Yeshùa riconosciuto, Yeshùa respinto. Il pazzo di prima riconosce Yeshùa, mentre i saggi di prima lo respingono. Dinanzi al fatto i geraseni si spaventano. Non significa che necessariamente lo riconoscano come inviato da Dio: forse per loro era un demonio solo più potente degli altri. Non erano stati gli scribi stessi a dire: “Egli ha Belzebù, e scaccia i demòni con l'aiuto del principe dei demòni” (Mr 3:22)? Quindi lo invitano ad andarsene. E Yeshùa, che si è opposto a satana e lo ha vinto, non si oppone agli uomini e se ne va. Yeshùa che vince la tempesta, che fa tornare il lago in calma, che scaccia i demòni, lui rispetta la volontà umana. Yeshùa sa bene che alla sua predicazione accade conversione od opposizione.
   Il problema storico. Gli esegeti sono concordi nel riconoscere al brano un nucleo storico. Qualcuno ha anche diagnosticato la paranoia del geraseno: licantropia. Ma non mancano i soliti “illuminati” che ritengono che il fatto dei porci sia un’aggiunta posteriore. Qualcuno la attribuisce ad un ebreo che, con consapevole umorismo, avrebbe voluto dire che il posto giusto per satana sono i porci, animali vietati dalla Legge (Dt 14:8; Lv 11:7). La verità è che non ci sono indizi per staccare l’episodio dei porci dal resto del racconto. Anzi, esso si rinviene in tutti e tre i sinottici. Si può discutere solo sul fantastico numero di 2000 porci (esistente solo presso Mr), ma la questione è già stata chiarita.
   Senza intaccare minimamente la storicità del fatto (che rimane reale, veramente accaduto), c’è nel racconto anche un sarcasmo molto fine – dettato dalla combinazione degli eventi - che l’ebreo del tempo poteva cogliere e gustare con soddisfazione. Come è noto, in Israele la carne di maiale non poteva essere consumata (Dt 14:8; Lv 11:7) e l’allevamento di maiali era severamente vietato in tutta Israele (BQ 7,7). “Maledetto l’uomo che alleva maiali!” recitano M 64b e Sotah 49b. Questo era un principio basilare assolutamente incontestabile. Non solo. Il maiale era anche simbolo dei nemici di Israele: “Un cinghiale dai boschi continua a mangiarla [la vigna del Signore, Israele]” (Sl 80:13, TNM). Gli ebrei contemporanei di Yeshùa usavano il richiamo al porco per riferirsi all’odiato impero romano. Al tempo di Yeshùa era la X Legione Fretense che assicurala la pax romana  ricorrendo brutalmente alla spada. Sarà anche buffo, ma tale legione romana aveva come mascotte proprio un cinghiale. Ma non basta. I soldati romani spesso integravano il loro misero rancio militare con carne di maiale rastrellata nei villaggi greci della Decapoli. Questo spiega anche come potessero esserci dei maiali nella zona di Gerasa (proprio nella Decapoli), abitata da pagani, e come potessero esserci “quelli che li custodivano” (v. 14). Possiamo immaginare allora l’effetto che doveva fare ad un ebreo sentire le parole “porci” e “legione”, specialmente a quei giudei che aspettavano ansiosamente “uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano” (Lc 1:71). Quando quindi Yeshùa ammoniva: “Non gettate le vostre perle davanti ai porci” (Mt 7:6), gli ebrei capivano benissimo che la sapienza della Torà non doveva essere sprecata per i pagani e soprattutto per i romani. La Bibbia diceva anche che “Una donna bella, ma senza giudizio, è un anello d'oro nel grifo di un porco” (Pr 11:22). Il maiale era proprio quanto di più spregevole si potesse usare per indicare il disprezzo. Ora qui, nel racconto dell’indemoniato, appare la forza del male che si chiama proprio “legione” e queste forze sataniche vanno a finire nei porci. Se si aggiunge che i romani erano giunti in Israele proprio dal mare… beh, il quadro è completo.