L'ispirazione biblica non ha nulla a che vedere con la condotta dei personaggi biblici, ma solo con il giudizio che si dà della loro condotta. Dio, infatti, non può approvare il male, né biasimare il bene: questo è quanto conta.
- Talora le azioni malvagie sono espressamente biasimate: così l'atto sconveniente di Cam verso il padre Noè ubriaco (Gn 9:25,26); così l'adulterio di Davide (2Sam 12:7); così Caino che dice di ignorare dove sia Abele da lui ucciso (Gn 4:9); e casi simili.
- Altre volte le azioni sono narrate senza alcun giudizio lasciandone la valutazione al lettore, secondo le norme morali espresse altrove nella Bibbia. Così la poligamia di Lamec (Gn 4:19); la bugia dei fratelli di Giuseppe i quali fanno capire al padre che il loro fratello (da essi venduto) era stato ucciso da una belva. - Gn 37:31-36.
- La lode di una persona non implica l'approvazione di tutto quanto lei compie. Così l'elogio delle levatrici che salvano i maschi degli ebrei contro l'ordine di uccisione da parte del faraone, per sé non implica che se ne scusi la bugia (Es 1:15-21). Ad ogni modo, va ricordato che in quel tempo rozzo l’astuzia e la menzogna erano ritenute lecite, se attuate a fin di bene (Gdc 1:6;3:15 e sgg.;4:18 e sgg.; “machiavellismo”). I patriarchi sono elogiati, ma non se ne scusano le bugie, come quella con cui Isacco presenta sua moglie per sorella (Gn 26:7,9), e con la quale Giacobbe inganna Isacco. - Gn 27:11-29.
- Talora non bisogna ritenere malvagio ciò che era conforme al diritto del tempo. Nel caso di Tamar che si unisce al suocero Giuda per avere un figlio, il patriarca afferma: “È più giusta di me” (Gn 38:26). Secondo la legge del tempo la vedova priva di figli poteva essere data dal suocero al fratello del morto per suscitare al defunto una posterità, oppure il suocero la poteva tenere per sé. Giacché Giuda mai si decideva ad attuare il suo obbligo, Tamar con uno stratagemma lo costringe a compiere il suo dovere.
- Imprecazioni. Molti salmi sono propriamente imprecatori perché augurano il male ai loro nemici. Come possono tali brani essere ispirati e fare parte della Bibbia? Il Salmo 35, ad esempio, prega perché il male compiuto dai persecutori ricada su loro (v. 3 e sgg.). Lo stesso è ripetuto in Sl 79,:6; Ger 11:20; Sl 59; Sl 94:1 e sgg.; Sl 140:9. Altri Salmi auspicano la morte ai nemici: così il Salmo 109:8 e sgg. (il v. 7 è rivolto al giudice perché lo condanni, e non a Dio). Qualcuno vorrebbe vedere in questi versetti la citazione di un’imprecazione detta dal nemico contro il salmista (v. 21), ma è poco probabile (cfr. v. 20).
Il Salmo 55:16 auspica una morte violenta ai suoi avversari: “Li sorprenda la morte! Scendano vivi nel soggiorno dei morti!”. Si tratta di un’espressione tipica per indicare una morte violenta. - Cfr. Nm 16:33.
Il Salmo 69:23-29 (cfr v. 28): “Siano cancellati dal libro della vita”, ossia muoiano repentinamente; qui non si tratta di vita eterna, un cielo dal quale devono essere espulsi, perché tale concetto di premio ultraterreno non era ancora sviluppato presso gli ebrei. Si tratta del libro che contiene la lista dei viventi sopra questa terra: “Non siano iscritti fra i giusti”. - V. 28.
Il Salmo 59:13: “Distruggili nel tuo furore “. Il Salmo 83:9,10: “Fa' a loro come facesti a […] i quali furono distrutti a Endor, servirono da concime alla terra”. Il Salmo 137:8,9 riguarda l’uccisione di innocenti; parlando di Babilonia il salmista grida: “Beato chi ti darà la retribuzione del male che ci hai fatto! Beato chi afferrerà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia!”
Come si possono conciliare queste espressioni con il senso del perdono? Come si possono questi salmi, recitare tuttora come preghiera? Non è sufficiente spiegarli come "profezia" di quanto si sarebbe attuato, per esempio, nel caso del traditore Giuda, come fa Pietro applicando a lui un versetto del Salmo 109 (v. 8): “Prenda qualcun altro il suo incarico di sorveglianza” (At 1:20, TNM). Si può invece cercare di comprenderli mettendoli nell'ambiente in cui sorsero. Tali espressioni sono piuttosto una preghiera a Dio; il salmista anziché attuare personalmente la vendetta, la lascia a Dio. In mancanza di un vero tribunale giusto, dinanzi alla propria impotenza il salmista si rivolge a Dio. Mancando il concetto di una giustizia ultraterrena, la giustizia doveva attuarsi sulla terra, per cui l'orante chiede a Dio che qui si attui la giustizia da lui voluta e la realizzi mediante la legge del taglione: ciò che altri fecero ai devoti ricevano pure essi da Dio: dolori, sofferenze, morti, stragi che essi hanno inflitto a chi si affidava a Dio (cfr. Riv 13:10: “Se uno deve andare in prigionia, andrà in prigionia; se uno dev'essere ucciso con la spada, bisogna che sia ucciso con la spada. Qui sta la costanza e la fede dei santi”). In parte ciò si spiega con il fatto che la situazione inflitta ai giusti era un'offesa Dio stesso, la "rivendicazione" dei diritti dell'oppresso, una rivendicazione dei diritti divini. Nel Salmo 83:9-18 il popolo di Israele si identifica con Dio, la vittoria sua sui nemici mostrerà la potenza divina:
“Fa' a loro come facesti a Madian,
a Sisera, a Iabin presso il torrente di Chison,
i quali furono distrutti a Endor,
servirono da concime alla terra.
Rendi i loro capi come Oreb e Zeeb,
tutti i loro prìncipi come Zeba e Salmunna;
poiché hanno detto: «Impossessiamoci delle dimore di Dio!»
Dio mio, rendili simile al turbine,
a stoppia portata via dal vento.
Come il fuoco brucia la foresta
e come la fiamma incendia i monti,
così inseguili con la tua tempesta
e spaventali con il tuo uragano.
Copri la loro faccia di vergogna
perché cerchino il tuo nome, o Signore!
Siano delusi e confusi per sempre,
siano svergognati e periscano!
E conoscano che tu, il cui nome è il Signore,
tu solo sei l'Altissimo su tutta la terra”.
Il Salmo 137 non fa altro che descrivere la situazione barbara delle stragi che allora si compivano usualmente da parte dei vincitori contro i nemici vinti (ai bimbi si sfracellava il capo contro la roccia). Però, già gradatamente penetra il senso morale della benevolenza anche nelle Scritture Ebraiche (Lv 19:18 verso il prossimo), e anzi si raccomanda di ricondurre il bue smarrito persino al proprio nemico. - Es 23:4.
Naturalmente oggi non possiamo più ripetere (nemmeno in senso simbolico) espressioni imprecative di tal genere, perché siamo stati istruiti da Yeshùa a perdonare i nemici (Mt 5:43-48). I discepoli di Yeshùa non possono più maledire, ma devono vincere il male con il bene (1Pt 3:9; Rm 12:14; Lc 6:28). Dio, che si era adeguato alla mentalità del tempo, ha lavorato di continuo per purificarne ed elevarne la moralità sino al messaggio definitivo di Yeshùa vissuto nella pienezza dei tempi.
- Una crudeltà di Davide? Stando al testo biblico di 2Sam 12:31b del manoscritto M (Testo Masoretico), Davide avrebbe fatto "passare " (ebraico heebìr) per le fornaci di mattoni, ossia avrebbe fatto bruciare gli ammoniti di Rabba, appena espugnata, e di altre città. Il passo parallelo di 1Cron ha "li segò" (ebraico vayyasàr). I LXX e la Vg (Volgata) danno al v. 31 di 2Sam 12 la seguente interpretazione: “Davide, vinti gli ammoniti, li avrebbe fatti segare, li avrebbe uccisi facendo passare sui loro corpi degli erpici armati di punte di ferro, li avrebbe tagliati a pezzi con scuri e gettati in fornaci di mattoni”. Il Mangenot, sotto la voce “David”, scrive: “Crudeltà di tal genere, che ci fanno orrore e non c'è bisogno di attenuare . . . si spiegano sufficientemente, senza poterle scusare, con i barbari costumi del tempo” (Dict. Bibl., Vol II, col. 1316). La nota in calce di TNM spiega: “’Servire’, con la correzione di una lettera; M, ‘passare [attraverso]’”, ovvero si ammette che per ottenere “servire” occorre modificare una lettera del testo ebraico che ha proprio “passare [attraverso]”. Nel passo parallelo di 1Cron 20:3 TNM traduce: “E fece uscire il popolo che era in essa, e lo tenne occupato a segar pietre e ad affilati strumenti di ferro e a scuri”, e nella relativa nota in calce spiega: “’A scuri’, con una lieve correzione per concordare con 2Sa 12:31; M, ‘a seghe di pietra’”, e - ammettendo ancora una correzione “per concordare con 2Sa 12:31” (Ibidem) – non si capisce quale sia il senso. Diodati, senza timore di riprodurre il testo originale del Masoretico, traduce: “Egli trasse parimente fuori il popolo ch'era in essa, e lo pose sotto delle seghe, e sotto delle trebbie di ferro, e sotto delle scuri di ferro, e lo fece passare per fornaci da mattoni”.
Ma è proprio vero che fu così? Il Condamin in un articolo apparso sulla Revue Biblique (1898 pagg. 253-258) si domandava nel titolo: "David cruel par la faute d'un copiste?" [“Davide crudele per l’errore di un copista?”]. Egli osservava che il verbo "far passare" (abàr) è molto simile per forma in ebraico a bd che significa "lavorare". Nella forma hifìl (o causativa) qui usata ha il senso non di "far passare" (heebìr), ma di "usare/impiegare" (heebìd). In ebraico "r" e "d" sono assai simili:
ר ד
r d
e anche in altri passi si confusero tra loro, specialmente nei nomi propri. In tal caso non vi sarebbe alcuna crudeltà in Davide, che avrebbe usato i popoli vinti per lavori gravosi: “Li fece lavorare con seghe di ferro e scuri di ferro” (31a); “e li mise a fabbricare mattoni” (31b). Il passo parallelo 1Cron 20,:3 ha vayyasàr ("li segò"), che se ben si adatta alle seghe che seguono subito dopo, non si accorda con gli "erpici e le scuri" che vengono dopo (non si parla di fornaci per mattoni). Anche qui vi deve essere un errore di copista, e occorre modificare il "li segò" (vayyasàr) in vayyasèm ("li impiegò”) ovvero li applicò alle seghe, agli erpici ferrati e alle scuri. Tale, infatti, è il verbo che si usa nel passo parallelo di 2Sam 12:31a (vayyasèm) che serve a correggere il verbo in Cronache. La crudeltà davidica è dunque un puro errore di copista. Così molti critici odierni. - A. Fernandez, Verbum Domini 3,1923, pag. 226; K. Budde, Die Bücher Samuel, Leipzig, 1920, pag. 259; H. Smith (Driver), The Books of Samuel, Edimburgh, 1904, pag. 327.