Al ritorno da Moab (dove ha perso il marito, due figli e tutte le sue ricchezze), Naomi dice agli abitanti di Betlemme: “Non chiamatemi più Noemi [= “mia piacevolezza”] . . . chiamatemi Mara [= “amara”], perché Dio Onnipotente ha reso amara la mia vita”, - Rut 1:20, PdS.
“Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, perché disse: ‘Dio mi ha fatto dimenticare ogni mio affanno e tutta la casa di mio padre’” (Gn 41:51). Giuseppe era diventato gran visir in Egitto e, nella sua alta posizione, avrebbe potuto facilmente mandare dei messaggeri alla sua casa paterna per informarli che era ancora vivo e stava bene. Davvero aveva ‘dimenticato tutta la casa di suo padre’.
Stando sempre sui nomi, un angelo dice ad Agar, concubina egiziana di Abraamo: “Tu sei incinta e partorirai un figlio a cui metterai il nome di Ismaele [יִשְׁמָעֵאל (Yshmaèl); “Dio ode”], perché il Signore ti ha udita nella tua afflizione”. - Gn 16:11.
A Giacobbe fu cambiato da Dio il nome in Israele (Gn 32:28; nel Testo Masoretico è al v. 29). Israèl (יִשְׂרָאֵל) significa “chi contende con Dio”. “Tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”. – Ibidem.
Noè, benedice suo figlio: “Dio estenda Iafet!” (Gn 9:27). E qui c’è un gioco di parole che si può notare solo nel testo originale: יַפְתְּ אֱלֹהִים לְיֶפֶת (Yàfet Elohìm leyèfet).
“Il primo che nacque era rosso e peloso come un mantello di pelo. Così fu chiamato Esaù. Dopo nacque suo fratello, che con la mano teneva il calcagno di Esaù e fu chiamato Giacobbe [יַעֲקֹב (Yaaqòv), “afferrante il calcagno”]” (Gn 25:25,26). Il gioco di parole qui è doppio, perché il verbo עָקַב (aqàv) significa sia “afferrare il tallone” sia “soppiantare”. Anni dopo, Esaù dirà del suo gemello Giacobbe: “Non è forse a ragione che egli è stato chiamato Giacobbe [יַעֲקֹב (Yaaqòv), “soppiantatore”]? Mi ha già soppiantato due volte: mi tolse la mia primogenitura, ed ecco che ora mi ha tolto la mia benedizione”. - Gn 27:36.
Ci sono nella Bibbia molti giochi di parole che riguardano i nomi propri di persona. Li vedremo più avanti.