Critica testuale
1. Pare che lungo il vangelo scritto di Marco gli scribi abbiano introdotto delle modifiche per meglio assimilarlo a Matteo e Luca. Alcune di queste aggiunte sembrano suggerire l’esistenza di due edizioni di Marco: quella del testo alessandrino e quella del testo di Cesarea (utilizzata da Matteo e da Luca). Questo spiegherebbe come mai Mte Lc possano accordarsi tra loro nell’uso di Mr e nel contempo accordarsi contro il testo alessandrino del Mr attuale.
2. In quanto all’inizio di Mr (1:1), ci si deve domandare se sia esatta la lezione “Inizio del vangelo di Gesù Cristo” oppure la lezione “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”. Quest’ultima lezione appare in א (codice sinaitico), nel Corideto e in Origène. I manoscritti più importanti l’hanno. Mentre la parola “cristo” sottolinea il messia o consacrato che salva Israele, il termine “figlio di Dio” specifica il re messianico intronizzato da Dio e riconosciuto da Dio come suo “figlio”. Il primo titolo (“cristo”) lo identifica come salvatore dei giudei: “Il sommo sacerdote lo interrogava, dicendogli: ‘Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?’ Quindi Gesù disse: ‘Lo sono’” (Mr 14:61,62, TNM). Il secondo titolo (“figlio di Dio”) orienta verso una salvezza più generale ed era meglio comprensibile ai pagani che già usavano il termine per i loro eroi e i loro re. Il valore e il numero dei manoscritti pro o contro una delle due lezioni non permette di decidere quale accogliere. Va poi osservato che i nomi propri sono abbreviati nei manoscritti, quindi la lezione lunga doveva essere scritta più o meno così: εὐαγγελίου ἰοῦχοῦυοῦθοῦ (euanghelìu iùchùüùthù), creando una certa confusione nel trascrittore. Va anche ricordato che il titolo lungo spiega bene il contenuto del vangelo che presenta Yeshùa come figlio di Dio nei punti più salienti dello scritto: trasfigurazione, condanna, uccisione. Il versetto 1 è quindi da considerarsi come il titolo dello scritto, uno di quei “primi elementi degli oracoli di Dio” (Eb 5:12). Tale titolo vuole solo dire che lo scritto di Marco è un’iniziale presentazione succinta della buona notizia per ottenere la conversione delle persone.
3. Finale di Marco. Questa ha suscitato un non piccolo problema di critica testuale, dato che si presenta nei codici in quattro diverse maniere:
a) Finale mancante. In questa forma lo scritto termina in 16:8 con le parole “Esse [le donne], uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura”. Così si presentano i due migliori manoscritti greci del 4° secolo: B (vaticano), א (sinaitico); così anche la versione siro-sinaitica (mss. scoperti al Sinày), alcuni manoscritti delle versioni armena, etiopica e georgiana. L’assenza dei versetti successivi è ammessa pure da Clemente, Origène, Eusebio e Girolamo.
b) Lezione breve. Un codice parigino dell’8° secolo (L), uno del monte Athos (8°-9° secolo), il Bobiense (latino, del 5° secolo) e altri hanno questa finale dopo 18:8: “Esse [le donne] raccontarono brevemente ai compagni di Pietro quanto era stato loro detto. In seguito, lo stesso Gesù fece loro portare dall’oriente all’occidente il messaggio sacro e incorruttibile di salvezza”.
c) Finale lunga. È quella che generalmente troviamo nelle nostre traduzioni della Bibbia. Si trova nella Vulgata latina, nei codici greci A (alessandrino, 5° secolo), C (efraimita, 5° secolo) e D (Cambridge, Beza, Cantabrigieuse, 5°-6° secolo). Questa finale narra brevemente le apparizioni di Yeshùa alla Maddalena e agli apostoli, a cui impone l’obbligo di recare la buona notizia a tutte le persone e assicura la conferma prodigiosa dello spirito santo. Si tratta della sezione 16:9-20.
d) Finale lunghissima. È la medesima finale lunga precedente, ma con un’ulteriore aggiunta (dopo il v. 14) in cui Yeshùa rimprovera l’incredulità degli apostoli. Si legge nel codice W (Washington) detto anche codice Freer (4°-5° secolo): “E questi dissero a loro difesa: ‘Questo secolo di incredulità e di iniquità è sotto il dominio di Satana che non permette a coloro che stanno sotto il giogo degli spiriti impuri di conoscere la verità e la potenza di Dio. Rivela dunque da questo momento la tua giustizia’. Ecco quanto essi dicevano al Cristo. E il Cristo rispose loro: ‘Il termine degli anni della dominazione satanica è completo; tuttavia, altre cose terribili sono vicine. Io fui dato in balia della morte per coloro che hanno peccato, affinché si convertano alla verità e più non pecchino, affinché ereditino la gloria della giustizia spirituale e incorruttibile del cielo’”. Prosegue poi con 16:15: “E disse loro: ‘Andate per tutto il mondo […]’”.
Come considerare queste varianti? L’ultima (d), l’aggiunta del codice Freer, essendo sola, può essere semplicemente trascurata e non accolta. Anche la finale breve di Mr (b), conservata in pochi manoscritti, non è certamente genuina e non può competere con la finale lunga. Il problema fondamentale riguarda quindi la genuinità della finale lunga (c). A favore della sua autenticità milita la maggioranza dei manoscritti greci e delle versioni cosmopolite. Il fatto poi che tale finale era già nota a Ireneo (Adv. Haer. 3,10,6) e introdotta nel Diatessaron di Tiziano fa capire che risale almeno al 2° secolo E. V.. Anche il tenore del testo, assai semplice, è ben diverso dal contenuto fantastico degli apocrifi. D’altra parte, contro la sua autenticità sorgono difficoltà non indifferenti. I due codici più antichi e più validi (א e B), con in più l’antica versione siriaca, ne mancano. Questa mancanza, da sola controbilancia tutta la tradizione manoscritta degli altri codici e versioni. Anche Eusebio e Girolamo ci avvertono che “tutti i manoscritti più accurati” terminano con 16:8 (Eusebio, Quaestiones ad Marcum 1; Girolamo, Epist. 120,3). La stessa critica interna è contraria all’autenticità della finale perché manca continuità tra il v. 8 (le donne fuggono senza dire nulla) e il v. 9 (nuova apparizione alla Maddalena). Contro lo stile usuale di Marco, che ama la vivacità e i particolari, appare qui un brano puramente schematico che presenta alcune apparizioni di Yeshùa come se non vi fosse alcun altro preannuncio precedente (contro Mr 16:1-8). Presenta Maria come la donna da cui Yeshùa aveva scacciato sette demòni, quasi fosse una sconosciuta, mentre lei era stata nominata al v. 1 dello stesso capitolo. Vi appaiono anche forme stilistiche nuove e mai usate da Marco, come “Signore” (κύριος, kΰrios, in 16:19); anche la parola indicante “domenica” è diversa: al v. 2 è “[nella] prima [giornata] dei sabati” ([τῇ] μιᾷ των σαββάτων, [te] mìa ton sabbàton), mentre al v. 9 è “nella prima [giornata] di sabato” (πρώτῃ σαββάτου, prote sabbàtu). Bisogna anche osservare che il brano aggiunto è semplicemente un riassunto degli altri vangeli scritti, specialmente di Lc. Per di più, al v. 18 appare un motivo taumaturgico (“Prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male”) che è molto simile a quello che si trova nei vangeli apocrifi. Tutte queste ragioni militano contro la provenienza del brano da parte di Marco e, di conseguenza, contro la sua genuinità ed ispirazione. I cattolici sono generalmente favorevoli alla sua canonicità, ma occorre dire che essi sono vincolati dall’aver dichiarata ispirata (nel concilio di Trento) la traduzione latina della Vulgata che includeva pure questa finale lunga di Mr (Decreto dell’8 aprile 1546, EB 57-60); la versione ufficiale della Chiesa Cattolica (CEI) la include. Diodati la include pure. D’altra parte, è difficile pensare che lo scritto di Marco termini al v. 8: 1) ci sarebbero le due profezie di apparizione (14:28 e 16:7) senza indicazione del loro avverarsi; 2) l’improvvisa finale sembra in attesa di un ulteriore completamento; 3) sembra strano che un “vangelo” (buona notizia) termini con la paura delle donne. Alcuni studiosi ipotizzano che la vera finale sia andata sfortunatamente persa; questa finale avrebbe riguardato l’apparizione di Yeshùa a Pietro (“Apparve a Cefa e quindi ai Dodici” – 1Cor 15:5) come la abbiamo in Gv 21.
TNM, molto correttamente, include tutte le finali con un avvertimento:
CONCLUSIONE BREVE
Alcuni recenti manoscritti e versioni contengono dopo Marco 16:8 una conclusione breve, come segue: […]
CONCLUSIONE LUNGA
Certi antichi manoscritti (ACD) e versioni (VgSyc,p) aggiungono la seguente conclusione lunga, che è però omessa da אBSysArm: […]
Materiale e struttura di Marco
Già anticamente Giovanni il presbitero (2° secolo) affermava che Marco scrisse “senza ordine”. Un esegeta moderno ha definito il vangelo scritto di Marco come un “amalgama di miracoli e istruzioni, un ammasso di ricordi” (H. Loisy, L’évangile selon Saint Marc, cap. 9, Paris, 1912). Eppure, mediante un’analisi più profonda, anche il vangelo scritto di Marco rivela una sua unità e l’intenzione di presentare nella sua stessa stesura un insegnamento teologico.
Materiale.
Si può ripartire in diversi raggruppamenti:
1. Apoftegmio brevi narrazioni. Sono spesso accompagnate da dispute che tendono a mettere in evidenza un particolare insegnamento di Yeshùa. Ve ne sono una ventina. Eccone alcuni:
● Yeshùa perdona e guarisce un paralitico (Mr 2:1-12). C’è una disputa: “Alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: ‘Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia!’” (2:7); Marco mette in risalto che Yeshùa ha il potere di perdonare. - V. 10.
● Yeshùa mangia con Levi, un esattore di tasse (Mr 2:14-17). C’è una disputa: “Gli scribi che erano tra i farisei, vedutolo mangiare con i pubblicani e con i peccatori, dicevano ai suoi discepoli: ‘Come mai mangia e [beve] con i pubblicani e i peccatori?’” (v. 16); Marco mette il risalto che Yeshùa è venuto proprio per i peccatori. - V. 17.
● La madre e i fratelli di Yeshùa lo cercano, qualcuno glielo fa notare (Mr 3:31-35). Yeshùa stesso crea la disputa: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (v. 33); insegnamento: chiunque fa “la volontà di Dio” è suo “fratello, sorella e madre”. - V. 35.
● Il tributo a Cesare (Mr 12:13-17). La disputa da parte dei farisei e degli erodiani: “È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Dobbiamo darlo o non darlo?” (v. 14); l’insegnamento: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. - V. 17.
Talora questi apoftegmi sono riuniti in gruppi, come quelli citati dai capitoli 2 e 3.
2. Miracoli raccontati per se stessi. Sono prove che Marco fornisce sull’attestazione che Yeshùa è davvero il consacrato di Dio.
● Indemoniati di Cafarnao. - Mr 1:23-28.
● Suocera di Pietro. - Mr 1:29-31.
● Il lebbroso. - Mr 1:40-45.
● La tempesta sul lago. - Mr 4:35-41.
● Gli indemoniati di Gerasa. - Mr 5:1-20.
● La figlia di Giairo. - Mr 5:21-24,35-43.
● L’emorragia di una donna. - Mr 5:25-35.
● I pani per cinquemila persone. - Mr 6:35-44.
● L’epilettico. - Mr 9:14-29.
Di solito Marco presenta prima le circostanze, poi descrive il miracolo in se stesso e infine ne racconta gli effetti. Dà riferimenti cronologici: “Appena usciti dalla sinagoga” (1:29); “Fattosi sera” (1:32); “La mattina, mentre era ancora notte” (1:35). Generalmente indica anche la località.
3. Narrazioni su Yeshùa. Sono narrazioni di contenuto biografico, spesso ricche di vividi particolari. Sono una trentina, di cui dodici riguardanti la passione.
● Giovanni il battezzatore. - Mr 1:1-8.
● Battesimo di Yeshùa. - Mr 1:9-11.
● Tentazione. - Mr 1:12, sgg..
● Chiamata dei discepoli. - Mr 1:16-20.
● Yeshùa da solo. - Mr 1:35-39.
● Respinto dai nazareni. - Mr 6:1-6.
Tutte queste narrazioni sembrano derivare da un testimone oculare: su Pietro che narra a Marco è già stato detto.
4. Sommari. Sono costituiti da frasi assai generali che servono a ricollegare le varie parti.
● 1:14,21,39.
● 2:13.
● 3:7-13.
● 4:33, sgg..
● 6:7a,12 e sgg.,55 e sgg..
● 7:24,31.
● 8:10,27.
● 9:30.
Questi sommari sono anche utili a ripartire meglio lo scritto. Dall’analisi del materiale si nota che Marco ama di più presentare i miracoli di Yeshùa (sono 19) che non riferirne i discorsi. Tra i miracoli, Marco predilige la liberazione degli indemoniati, di cui riferisce estesamente ben quattro episodi (contro i tre di Mt, i tre di Lc e il silenzio totale di Gv).
Struttura.
Esistono varie suddivisioni proposte dagli studiosi per il vangelo scritto di Marco. Comunque, il vangelo scritto di Marco può essere suddiviso come segue:
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Parte
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Specificazione
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Contenuto
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Sezione
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I
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Introduzione
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Predicazione del battezzatore
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1:1-13
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II
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Ministero galilaico
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1
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Inizio del ministero galilaico.
Cauto insegnamento di Yeshùa alle folle di Galilea che suscita ugualmente impressione per l’autorità e la potenza con cui è attuato.
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1:14-3:6
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2
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Opposizione.
L’attività di Yeshùa crea l’opposizione della sua stessa famiglia e degli scribi venuti apposta da Gerusalemme. Yeshùa viene poi scacciato da Nazaret.
Missione dei dodici.
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3:7-6:13
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3
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Allontanamento dalla Galilea.
Compiti altri miracoli, Yeshùa se ne va dalla Galilea.
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6:14-8:26
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III
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Ministero giudaico
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1
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Dopo il punto centrale dello scritto (confessione di Pietro nei riguardi di Yeshùa), Yeshùa si rivolge ai discepoli e cerca di indicare loro che la sua missione richiede la sua morte a Gerusalemme. Con la trasfigurazione mostra la sua gloria, che richiede ubbidienza (“ascoltatelo”) e prontezza alla rinuncia personale.
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8:27-10:52
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2
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Yeshùa, entrato trionfalmente in Gerusalemme, sfugge alle insidie tesegli dai farisei.
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11:1-13:37
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IV
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Conclusione
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Rievocazione degli episodi della passione di Yeshùa
con un sintetico cenno alla sua resurrezione.
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Capitoli 14,15,16
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Il vangelo scritto di Marco è come una collana di perle preziose. Marco ha raccolto perle sparse davanti a lui (i racconti isolati, i singoli detti, le raccolte di tradizioni giunti fino a lui) e le ha infilate in quella collana che è il suo scritto. Quel che Marco vuole dirci va quindi ricercato proprio in questa struttura. Occorre perciò prestare la massima attenzione a tutti gli elementi che compongono il suo gioiello.
Il vangelo del segreto
Il vangelo scritto di Marco è il vangelo del segreto messianico. Questo vangelo fa, infatti, risaltare che Yeshùa, all’inizio della sua predicazione, conservò il silenzio più assoluto sulla sua funzione messianica e impose tale silenzio anche agli altri:
“Egli disse loro: ‘A voi è dato di conoscere il mistero del regno di Dio; ma a quelli che sono di fuori, tutto viene esposto in parabole, affinché: Vedendo, vedano sì, ma non discernano; udendo, odano sì, ma non comprendano; affinché non si convertano, e i peccati non siano loro perdonati’”. - Mr 4:11,12.
Ai demòni che lo riconoscono, Yeshùa ordina di tacere:
“’Sei venuto per mandarci in perdizione? Io so chi sei: Il Santo di Dio!’ Gesù lo sgridò, dicendo: ‘Sta' zitto!’”. - Mr 1:24,25.
“Scacciò molti demòni e non permetteva loro di parlare, perché lo conoscevano”. - Mr 1:34.
“Egli ordinava loro con insistenza di non rivelare la sua identità”. - Mr 3:12.
Lo stesso silenzio circa la sua identità lo impone ai malati che guarisce e ai morti che resuscita:
“Guarda di non dire nulla a nessuno”. - Mr 1:44.
“Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno”. - Mr 7:36.
“Gesù lo rimandò a casa sua e gli disse: ‘Non entrare neppure nel villaggio’”. - Mr 8:26.
“Egli comandò loro con insistenza che nessuno lo venisse a sapere”. - Mr 5:43.
Ai discepoli stessi che lo confessano, Yeshùa impone il silenzio, ordinando di non riferirlo a nessuno:
“Egli domandò loro: ‘E voi, chi dite che io sia?’ E Pietro gli rispose: ‘Tu sei il Cristo’. Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno”. - Mr 8:29,30.
Lo stesso Marco sottolinea che Yeshùa “non voleva farlo sapere a nessuno”. - 7:24; cfr. 9:30.
Vi è anche un segreto circa il regno di Dio: “Il mistero del regno di Dio” (Mr 4:11; meglio tradotto con “sacro segreto”, TNM). Le spiegazioni delle parabole avvengono privatamente (4:34), così come quelle di certi miracoli (9:28). La persona stessa di Yeshùa è rivelata nella gloria a pochissimi intimi (9:2). Anche le realtà future sono dette “in disparte” (13:3). Una presentazione più completa è spesso data solo ai quattro discepoli chiamati per primi (1:16-20,29;5:37;9:2;13:3;14:33). Anche la profezia della passione è data mentre sono per via, lontano dalle folle. - 8:27;9:33;10:32.
I soliti studiosi che cercano di spiegare la Scrittura umanamente, ritengono che tali segreti siano un’invenzione di Marco (W. Wrede, Das Messiasgeheimnis in den Evangelien, Göttingen, 1901, terza edizione 1963; G. Minette de Tillesse, Le secret messianique dans l’évangile de Marc, Paris, Editions du Cerf, 1968; H. Conzelmann, Grundiss der Theologie des N. Testament, 1968, pag. 159; R. Bultmann, Theologie des N. T., 1958). Al contrario, si può ammettere che questo segreto sia un ricordo della precedente tradizione orale cui Marco diede un risalto particolare. Infatti, il titolo sul palo (“Yeshùa nazareno re dei giudei”), la confessione di Pietro, l’ingresso in Gerusalemme e il processo a Yeshùa mostrano una tensione tra la realtà messianica di Yeshùa e la sua manifestazione. In altre parole: la sua proclamazione quale consacrato (o messia o cristo) poteva essere malamente intesa e strumentalizzata quale accusa di indipendentismo dal dominio romano e ristabilimento del regno giudaico sovrano. Yeshùa stesso aveva quindi tutto l’interesse a non proclamarsi apertamente quale messia: non voleva prestarsi alla strumentalizzazione degli ebrei che s’attendevano un messia politico pronto a liberare la nazione dall’occupazione romana. È proprio per questo che Marco non chiama mai Yeshùa con il nome di messia o cristo (che è la traduzione greca del termine ebraico che significa “unto” o consacrato). Il titolo di “cristo” appare in Mr solo sei volte: in 1:1 è più nome proprio che titolo, infatti appare come Ἰησοῦ Χριστοῦ (Iesù Christù, Yeshùa Consacrato; qui al caso genitivo) senza articolo (nel resto delle Scritture Greche appare come “Yeshùa il consacrato); in 12:35 e 13:21 probabilmente è corrotto (cfr. critica testuale) e, comunque, è usato in senso astratto e non riferito a Yeshùa direttamente; in 15:32 è una parola di scherno: “Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!”; in senso proprio appare solo nella domanda del sommo sacerdote: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?” (14:61) e nella confessione di Pietro. - 8:29.
Oggi sì che si possono applicare le parole di Gv 16:25:
“L'ora viene che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente”.
Il silenzio di Yeshùa viene rotto dalla scena di Cesarea, che sta appunto al centro dello scritto di Marco e segna una svolta nell’insegnamento di Yeshùa: “Pietro gli rispose: ‘Tu sei il Cristo’” (8:29). Infatti: “Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose” (8:31). Quel “cominciò” indica un orientamento nuovo nell’insegnamento di Yeshùa, che si esprime più apertamente e non in senso velato: “Diceva queste cose apertamente” (v. 32). Successivamente, alle porte di Gerico, un cieco “si mise a gridare e a dire: ‘Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!’” (10:47), e lo fa due volte; eppure, Yeshùa non gli impone il silenzio: segno che il segreto messianico non urgeva più.
A Gerusalemme Yeshùa parla della sua autorità (11:27-33), espone la parabola dei vignaioli assassini ben compresa dagli avversari (12:1-12), parla della resurrezione dei morti (12:18-27) e perfino del figlio di Davide (12:35, sgg.). Il tocco finale è dato dalla confessione di Yeshùa davanti al sommo sacerdote che gli domanda se lui è il messia o consacrato: “Lo sono”. - 14:62, TNM.
Secondo Marco, Yeshùa – pur possedendo la dignità d’inviato divino, pur sapendo che a motivo di questa ha una potenza taumaturgica indiscutibile – la soffoca non solo per non dare adito alla incomprensione giudaica, ma anche perché egli doveva prima soffrire con spirito ubbidiente e compiere la parte dello “schiavo” sofferente per poi divenire “Signore e Cristo” (At 2:36). Il segreto messianico è un modo di esprimere l’umile ubbidienza di Yeshùa (che Mt e Lc sottolineano con il racconto delle tentazioni). La gloria era sempre presente in Yeshùa, ma la doveva soffocare con il silenzio messianico.
Nello scritto di marciano Yeshùa si rivendica il titolo di “figlio dell’uomo” (14 volte). Dal fatto che tale espressione fu usata solo da Yeshùa e non da coloro che gli si rivolgono, appare che essa risalga davvero a lui e non fu la comunità ad applicargliela. Questo titolo di “figlio dell’uomo”, quasi subito dimenticato dalla cristianità, fu ben presto sostituito da altri più suggestivi. Questa espressione riferita da Yeshùa a se stesso può talora essere sinonimo di “io”: al passo mattaico “Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?” (Mt 16:13), Mr sostituisce giustamente il pronome: “Chi dice la gente che io sia?” (8:27). Un gentile, non abituato a questo modo di esprimersi, poteva non capire l’espressione, e quindi Marco la evita. “Figlio dell’uomo” era però anche un’espressione ricalcata da Dn 7:13,14 per descrivere un misterioso personaggio inviato da Dio per dominare sull’universo e che viene dall’alto delle nubi: “Ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo […] gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto”. È in questo senso che Yeshùa usa il termine, innestando tuttavia in un tale contesto di dominio universale la nota della sofferenza (incomprensibile agli ebrei): il trionfatore che viene dalle nubi si identifica così con l’”uomo di dolore, familiare con la sofferenza”, il “servo” di Dio. - Is 53:3,11.
Marco anche nella passione di Yeshùa non usa il termine di ‘servo di Yhvh’ abituale nella comunità gerosolimitana: “A voi [giudei] per primi Dio, avendo suscitato il suo Servo”; “In questa città [Gerusalemme], contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto” (At 3:26;4:27). Marco usa l’epìteto “figlio dell’uomo”: “Era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose” (8:31); “Sta scritto del Figlio dell'uomo che egli deve patire molte cose” (9:31); “Il Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi” (10:33). Marco pare voglia così sottolineare che la gloria di Yeshùa è conseguenza immancabile della sua sofferenza. È infatti confessando come consacrato (o unto o messia) il “figlio dell’uomo” abbassatosi a “servo” che si può partecipare alla sua gloria: “Se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli”. - 8:38.
Un secondo appellativo che ricorre in Mr è quello di “figlio di Dio”. Questo tutolo non va affatto inteso filosoficamente nel senso di avente la stessa natura di Dio, ma nel senso semitico di persona che ha una relazione particolare con Dio. Marco lo usa meno di Matteo, ma gli dà maggior risalto perché lo adopera nei momenti più decisivi del suo scritto. È la voce stessa proveniente da Dio che lo proclama tale durante il battesimo di Yeshùa: “Una voce venne dai cieli: ‘Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto’” (1:11), proprio come il re ebreo era proclamato tale al momento della sua incoronazione regale: “Il Signore mi ha detto: ‘Tu sei mio figlio’” (Sl 2:7). Dio designa nuovamente Yeshùa come suo figlio durante la sua gloriosa trasfigurazione sulla montagna. - Mr 9:7.
La centralità di Yeshùa
Il centro del più breve vangelo scritto non sta tanto nell’insegnamento quanto piuttosto nella persona di Yeshùa: egli è il misterioso, umile “figlio dell’uomo” in cui la fede scopre a poco a poco la potenza salvatrice del “figlio di Dio”. In Mr il contenuto dell’insegnamento di Yeshùa non è riferito oppure è solo brevemente riassunto. Non è dunque il contenuto dell’insegnamento che distingue Yeshùa dagli altri. In fondo egli si attiene scrupolosamente alla Toràh (che significa “insegnamento” e non legge). Yeshùa non insegna qualcosa di molto diverso. La novità non sta nel cosa, ma nel come. Yeshùa insegna con una tale autorità che qualcosa succede: le persone cambiano, gli infermi sono sanati, i morti resuscitano. In conclusione, nell’insegnamento di Yeshùa è Dio che parla di nuovo agli uomini in modo tale che molti che ne erano separati sono ammessi di nuovo nella comunione con lui.
Il popolo di Cafarnao avverte la sensazione dell’autorità di Yeshùa attraverso la semplice lettura che egli fa di un brano della Scrittura: “Si stupivano del suo insegnamento, perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi (Mr 1:22). Chi aveva fede s’accorgeva dunque che in Yeshùa vi era la presenza di Dio. In Mt lo stupore della folla è posto nel finale del discorso della montagna che viene documentato dal contenuto dell’insegnamento di Yeshùa; Mt occupa ben tre capitoli (5, 6 e 7) per narrare il contenuto dei discorso della montagna, e solo due piccoli versetti finali per dire che “Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, la folla si stupiva del suo insegnamento, perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi” (Mt 7:28,29). Marco invece vuole sottolineare l’importanza della fede nel fatto che essa ci fa capire e accogliere Yeshùa. Opposta a questa fede vi è l’incomprensione che non capisce neppure le parabole o illustrazioni: “Con molte parabole di questo genere esponeva loro la parola, secondo quello che potevano intendere” (Mr 4:33). Le illustrazioni o parabole o immagini non erano solo un sussidio pedagogico: esse hanno bisogno dell’aiuto di Yeshùa per essere capite. Chi non era interessato lasciava perdere. Ma l’interesse che era smosso in coloro che avevano fede li spingeva a ricercare l’incontro privato con Yeshùa per capire il linguaggio di Dio che egli usava: “Ma in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”. - V. 34.
I miracoli suscitavano impressione sulla persona di Yeshùa, confermavano che egli era davvero approvato da Dio, suscitavano meraviglia, creavano stupore e talvolta anche spavento. I miracoli narrati da Marco non presentano ancora l’aspetto simbolico che si riscontrerà in Giovanni (cfr. la guarigione del cieco nato in Gv 9 e l’applicazione simbolica: “quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi” del v. 39). Per Marco nulla è più stupefacente dell’esistenza stessa di Yeshùa: C’è Yeshùa!, è questo che egli dice in tutto il suo scritto. Si può definire questa fede come esperienza diretta dell’incontro con lo Yeshùa vivente. Accadde agli apostoli, accadde ai discepoli, accadde a Paolo. Accade oggi.
Il “vangelo” o “buona notizia”, per Marco si identifica con Yeshùa (la parola “vangelo” ricorre 8 volte in Mr, 4 in Mt e mai in Lc):
“Chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà”. - Mr 8:35.
“Non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto”. - Mr 10:29,30.
In Mr l’esaltazione di Yeshùa tende a far passare in secondo piano le altre persone. Marco non esalta per nulla l’importanza di Pietro che pur nomina diverse volte, né quella dei figli di Zebedeo (Giacomo e Giovanni). Marco non ha interesse per Giacomo, fratello di Yeshùa, e riporta le parole di Yeshùa: “Nessun profeta è disprezzato se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua” (Mr 6:4); e riferisce che i suoi fratelli, madre compresa, andarono per portar via Yeshùa “perché dicevano: ‘È fuori di sé’” (Mr 3:21); riferisce tutto ciò più duramente che non Matteo e Luca. Pur ricordando i dodici una decina di volte, Marco non attribuisce loro un posto privilegiato, anzi parla della loro vocazione ricordando le parole di Yeshùa: “Chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti” (Mr 10:43,44); non si tratta di biasimo, ma della condanna del desiderio umano di crearsi dei maestri terreni a scapito di Yeshùa (Paolo dirà lo stesso nella sua prima lettera ai corinti). Marco sottolinea, riguardo agli apostoli, che Yeshùa “ne costituì dodici per tenerli con sé e per mandarli a predicare”. - Mr 3:14,15. L’inciso “ai quali diede anche il nome di ‘apostoli’” che la TNMinserisce al v. 14 è quasi certamente una interpolazione; Diodati e altre versioni non la riportano. Il termine “apostoli” si trova in Mr solo in 6:30 quando i dodici tornano dalla missione compiuta, ed ha l’evidente senso di “inviati”: quelli inviati in missione che ritornano. Marco preferisce il verbo ἀποστέλλω (apostèllo, “inviare”) che indica l’idea di missione escludendone il rango. Per Marco la comunità è diretta dalla costante presenza di Yeshùa vivente tra i suoi discepoli.
Marco allude anche al fatto che pure i gentili o stranieri sono chiamati alla salvezza. Nel racconto dell’incontro di Yeshùa con la donna sirofenicia, Marco non fa dire a Yeshùa (come Matteo): “Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele” (Mt 15:24), ma: “Lascia che prima siano saziati i figli” (Mr 7:27), poi logicamente verranno gli altri. Così, il Tempio dev’essere la “casa di preghiera per tutte le genti” (Mr 11:17). Anche il rilievo con cui il centurione proclama Yeshùa come “figlio di Dio” (Mr 15:39) mostra come i gentili possano aprire gli occhi alla verità prima degli stessi ebrei. In Mr non vi sono esclusivismi né nazionali né regionali né sociali. Tutti sono ammessi: frequentatori di sinagoghe, pubblicani, miserabili, lebbrosi, prostitute, pagani.
Il centro del vangelo scritto di Marco – dato dalla confessione di Pietro a Cesarea che Yeshùa è il consacrato di Dio (Mr 8:27-29) – mette in risalto la diversità di dottrina insegnata nella prima parte e nella seconda. Nella prima s’insiste sulla necessità di comprendere il Regno, per cui si usano vocaboli come “comprendere” (4:12;6:52;7:14;8:17-21), “incapace di comprendere” (7:18), “capire” (7:18;8:17), “vedere” nel senso di capire (3:5;6:53;8:17), “ascoltare” nel senso di ubbidire (cap. 4, passim), “conoscere” (4:13), “nascondere” e “rivelare” (4:22). Occorre comprendere le parabole e capire il significato dei miracoli, in modo da afferrare il valore della “buona notizia” e del regno di Dio. Ma, nonostante le speciali spiegazioni ricevute, neppure i discepoli comprendono la parabola del seminatore (4:13), non capiscono come Yeshùa possa acquietare una tempesta (4:40) o camminare sul lago (6:49-51), non capiscono come mai possa con pochi pani saziare le folle affamate (6:51;8:14-21), non capiscono perché Yeshùa debba morire (8:32), anzi non afferrano neppure cosa significasse quel “resuscitare dai morti” che Yeshùa aveva detto di sé.
Dopo la confessione di Cesarea il tono cambia: non basta più comprendere, occorre l’impegno esistenziale di se stessi. Solo chi perde la propria vita la salverà (8:35), è necessario lasciare casa e parenti stetti e campi per il vangelo e la vita eterna (10:29, sgg.), piedi e mani vanno sacrificati per il Regno (9:34-47), non basta conoscere ma occorre “entrare” nel Regno (9:47;10:15,23). Dalla fase di conoscenza (va ricordato che la conoscenza biblica non è la conoscenza intellettuale occidentale, ma la conoscenza sperimentale) si deve passare ad una vita in comunione con Yeshùa.
Il vangelo di Marco, nonostante l’aspetto a prima vista storico, contiene una teologia molto profonda. Essa va scoperta. Va scoperta tra le righe della sua lieta notizia.