Paolo scrive: “Ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: ‘Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me’. Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: ‘Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga’”. – 1Cor 11:23-26.
Paolo chiama questa commemorazione “la cena del Signore” (1Cor 11:20). La celebrazione commemorativa di questa cena fu comandata da Yeshùa stesso: “Fate questo in memoria di me”. - Lc 22:19.
La data in cui questo memoriale va celebrato è la stessa data in cui Yeshùa lo istituì: il 14 nissàn del calendario biblico, al suo inizio ovvero dopo l’oscurità che cala sul giorno 13, la “notte in cui fu tradito” (1Cor 11:23). L’origine di questa cerimonia è indicata nel Vangelo lucano così:
“Quando giunse l'ora, egli si mise a tavola, e gli apostoli con lui. Egli disse loro: ‘Ho vivamente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima di soffrire; poiché io vi dico che non la mangerò più, finché sia compiuta nel regno di Dio’. E, preso un calice, rese grazie e disse: ‘Prendete questo e distribuitelo fra di voi; perché io vi dico che ormai non berrò più del frutto della vigna, finché sia venuto il regno di Dio’. Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: ‘Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi’”. - Lc 22:14-21.
Il cosiddetto cristianesimo fa molta confusione circa la Cena del Signore. Gli errori più comuni sono:
· Ritenere la Cena del Signore sostitutiva della Pasqua. Si tratta invece di due cerimonie diverse e separate.
· Celebrare la Cena del Signore nella data sbagliata.
· Celebrare la Cena del Signore con pani azzimi.
Per la confutazione di questi errori rimandiamo agli studi L’ultima Pasqua di Yeshùa e L’ultima cena di Yeshùa nella sezione Yeshùa.
Qui evidenziamo alcune osservazioni sul passo biblico di Lc 22:14-21, riportato più sopra. La frase di Yeshùa: “Ho vivamente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi”, esprime un vivo desiderio che rimase tale, perché in quella Pasqua era lui stesso l’Agnello pasquale. La frase di Yeshùa: “Io vi dico che non la mangerò più, finché sia compiuta nel regno di Dio”, non appare così nella Bibbia. La poca comprensione che si ha del fatto che quella Pasqua lui non la mangiò, fa perfino aggiustare certe traduzioni: “Vi dico: Non la mangerò di nuovo finché non sia adempiuta nel regno di Dio” (Lc 22:16, TNM). Quel “di nuovo” fa intendere che la mangiasse, ma si tratta di un’aggiunta del tutto assente nel testo biblico. Eccolo il vero testo biblico:
λέγω γὰρ ὑμῖν ὅτι οὐ μὴ φάγω αυτὸ
lègo gar ümìn òti u me fàgo autò
dico infatti a voi che non affatto mangerò essa
La negazione οὐ μὴ (u me), “non affatto”, è categorica: Yeshùa sta dicendo che non la mangerà per nulla. Yeshùa avrebbe voluto mangiare la cena pasquale con i suoi apostoli, lo aveva vivamente desiderato, ma sapeva che sarebbe morto prima di quell’occasione. Egli fu il compimento della Pasqua ebraica: “La nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata” (1Cor 5:7). È per questo che doveva morire nello stesso momento in cui gli agnelli pasquali venivano sacrificati, nel pomeriggio del 14 nissàn. L’ultima cena di Yeshùa avvenne all’inizio del 14, detto “giorno della Preparazione” (Lc 23:54), giorno in cui si toglieva ogni traccia di lievito dalle case e in cui si preparava l’agnello da consumare dopo la fine del 14, quando scendeva l’oscurità all’inizio del giorno 15.
La frase “il primo giorno degli azzimi” (Mt 26:17), riferita al giorno in cui i discepoli domandarono a Yeshùa dove volesse che predisponessero per la Pasqua, va compresa nel greco che ha τῇ πρώτῃ(te pròte), erroneamente tradotto “il primo [giorno]”; nel greco popolano delle Scritture Greche (che non è greco classico), l’aggettivo πρῶτος (pròtos), “primo”, è usato a volte al posto di πρότερος (pròteros), “antecedente”. Ciò accade, ad esempio, in Gv 1:15,30: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima [πρῶτος (pròtos)] di me”; qui grammatica vorrebbe che si traducesse “primo di me”, il che sarebbe insensato. La stessa cosa avviene in Mt 26:17, che andrebbe tradotto: “Nel giorno antecedente”. – Cfr. Es 12:6,8,18.
L’obbligatorietà della celebrazione della Cena del Signore è data dalle parole stesse di Yeshùa che disse che chi non la celebra è escluso dalla vita eterna: “In verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”. – Gv 6:53,54.
Solo conoscendo bene l’efficacia del simbolismo associato alla Cena del Signore, si capirà perché Yeshùa fece quest’affermazione.
L’efficacia del segno biblico
Il segno o simbolo biblico è intimamente legato con la realtà che in esso viene in un certo modo resa presente rappresentandola. Segno e realtà, nel pensiero biblico, formano un tutto unico inscindibile. Le nostre categorie mentali occidentali di semplice raffigurazione non bastano a spiegare il simbolismo biblico. Nella Bibbia il segno sta di mezzo tra la rappresentazione simbolica pura e semplice e l’identità essenziale. Il segno biblico entra in una categoria di relazione che spesso è stata trasferita, in modo superficiale e semplicistico, nella categoria occidentale della semplice raffigurazione.
Un caso classico è quello della Cena del Signore. Sono ambedue occidentali (e non bibliche) le categorie in cui si fa ricadere il segno del pane e del vino della Cena del Signore. Queste due categorie (occidentali) sono ben lontane dalla categoria mediorientale e semitica della Scrittura.
Da una parte c’è la categoria occidentale dell’essenza, adottata dai cattolici: “Questo è il mio corpo”, “Questo è il mio sangue” (Mt 26:26,28, CEI), in cui pane e vino diventano vero corpo e vero sangue; non dice forse la Bibbia: “è”? E l’occidentale legge alla lettera, inventandosi l’assurdità della transustanziazione.
Dall’altra parte c’è la categoria, sempre occidentale, della semplice raffigurazione: “Questo significa il mio corpo”, “Questo significa il mio sangue“ (Mt 26:26,28, TNM), in cui si vede una semplice commemorazione intellettuale; non dice forse la Bibbia: “significa”?
Le azioni simboliche dei profeti racchiudono in sé la realtà profetizzata. Le frecce, scagliate da Ioas in direzione di Aman, racchiudevano in loro stesse (e, in un certo senso s’identificavano) con le vittorie israelitiche sugli aramei. Da qui l’ira di Eliseo nel vedere che Ioas alla terza freccia si ferma: compiuto tale segno diverrà ineluttabile che solo tre saranno le vittorie del re d’Israele sulla potenza nemica che non potrà più essere debellata del tutto. “Avresti dovuto percuoterlo” – continua Eliseo - “cinque o sei volte; allora tu avresti sconfitto i Siri fino a sterminarli; mentre adesso non li sconfiggerai che tre volte”. - 2Re 13:14-19.
Quando gli ebrei celebrano ancora oggi la cena pasquale, riproducono l’azione compiuta dagli ebrei quando furono liberati dalla schiavitù egizia con la mano potente del loro Dio. Tale “segno” ha in sé la stessa carica salvifica di quel primo gesto attuato dagli israeliti prima della loro liberazione. Tale segno rende partecipi tutti gli ebrei ai benefici effetti di quella liberazione miracolosa. Il padre di famiglia è invitato a spiegare al figlio che ciò si faceva “a motivo di quello che il Signore fece per me quando uscii dall'Egitto” (Es 13:8). Si noti attentamente - e ci si commuova, se si riesce a comprendere l’efficacia del segno biblico – cosa dice ogni ebreo anche oggi, a distanza di millenni: “Per me”, “quello che il Signore fece per me quando uscii dall’Egitto”. Rabbi Gamaliele aggiungeva: “Ogni generazione deve considerarsi come una generazione uscita dall’Egitto, ogni persona di Israele deve conoscere che è stata liberata dalla schiavitù”. - Pesachìm X, 5b.
Non era e non è in virtù di un’identificazione collettiva che l’ebreo si sentiva liberato dalla schiavitù egiziana, ma per il fatto che nel momento liturgico della cena pasquale egli sentiva dispiegarsi e riprodursi la potenza divina della prima celebrazione pasquale. L’ebreo si ricorda di quell’evento: “Ricordate questo giorno” (Es 13:3). Il ricordarsi non è un semplice andare con la mente al fatto, ma un riviverlo.
Lo stesso concetto ebraico si applica alla Cena del Signore: “In ricordo di me” (1Cor 11:25, TNM). Non si tratta semplicemente di commemorare, secondo la mentalità occidentale. Il greco dice εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν (èis ten emèn anàmnesin). Vi compare quell’èis (εἰς) che significa “verso”, “per”. E vi compare quell’anàmnesin composto da anà (ἀνά), “in mezzo” (“fra”), e da una parola derivata dal verbo μιμνῄσκομαι (mimnèskomai), “essere un ricordo”. Il senso letterale è: “Verso l’essere il mio ricordo in mezzo”. “Fate questo, ogni volta che ne berrete, per [rendere presente] il mio ricordo in mezzo [a voi]” (1Cor 11:25, traduzione dal greco). “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore” (v. 26): καταγγέλλετε (katanghèllete): “rendete noto”. Si tratta di un rivivere, di un rendere presente. Il significato ebraico del rivivere è ben diverso da una semplice cerimonia occidentale in cui le persone stanno lì a sentire un discorso in una commemorazione. Questo rivivere la morte di Yeshùa non è per nulla un ripetere la sua morte avvenuta una volta sola nel passato: “Non è per offrire se stesso spesso […]. Altrimenti, egli avrebbe dovuto soffrire spesso dalla fondazione del mondo. Ma ora si è manifestato una volta per sempre” (Eb 9:25,26, TNM). Non si tratta ripetere, ma si tratta piuttosto di rendere presente e attuale quell’evento del passato facendolo rivivere oggi.
Mentre per l’occidentale la “raffigurazione” o “immagine” è sempre considerata come qualcosa di distinto e separato dalla realtà rappresentata, per l’orientale essa s’identifica in un certo senso con la realtà, è il modo con cui la realtà diviene visibile e operante sulla persona. Se ciò si attua in ogni “raffigurazione” anche umana, tanto più si avvera quando tale “raffigurazione” è stabilita biblicamente.
Il segno non ha valore in se stesso, ma solo nel suo rapporto con la realtà raffigurata da cui trae la sua efficacia.
Le Chiese Cristiane di Dio, che hanno la loro casa madre in Australia, associano alla Cena del Signore la cerimonia della lavanda dei piedi. Ciò sulla base di Gv 13:2-5:
“Durante la cena . . . [Gesù] si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell'acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l'asciugatoio del quale era cinto”.
Tuttavia, questo suo gesto, Yeshùa non comandò di ripeterlo come fece per il pane e il vino. La sua frase “affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” è preceduta dalle parole “vi ho dato un esempio” (Gv 13:15). Si trattava solo di un esempio concreto alla maniera semitica. – Cfr. Lc 22:27.
A Pietro che si oppone e non vuole che Yeshùa gli lavi i piedi, il maestro dice: “Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo” (Gv 13:7). Infatti, subito dopo glielo spiega.
“Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: ‘Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri’” (Gv 13:12-14). Leggere alla lettera “anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” significa rispondere di no nei fatti alla sua domanda: “Capite quello che vi ho fatto?”.
La sua conclusione, dopo per quel gesto di umiltà, fu: “In verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che lo ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate” (Gv 13:16,17). Con la lavanda dei piedi che Yeshùa umilmente fece, intendeva da un esempio (concreto, al modo semitico) che non avrebbero dovuto sentirsi superiori ma mantenere l’umiltà. Si noti: “Se sapete queste cose, siete beati se le fate”; non si trattava di rifare una cerimonia ma di fare o mettere in pratica quelle cose (Mt 7:24, Lc 11:28) ovvero non sentirsi superiori al maestro.
Applicazioni pratiche del principio d’umiltà espresso nella frase “anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13:14) si trovano in Mt 20:26, Lc 9:48;22:26, Rm 12:10, Gal 5:13, 1Pt 5:5.
“Vi ho dato il modello, affinché come vi ho fatto io, così facciate anche voi” (Gv 13:15, TNM). - Flp 2:5, 1Pt 2:21, 1Gv 2:6.
È del tutto insensato e banale, quindi, limitarsi a una cerimonia formale, neppure comandata, come fa del resto anche il papa cattolico una volta l’anno nel rito del cosiddetto “giovedì santo”.
Ogni quanto va celebrata la Cena del Signore? Sicuramente nella stessa sera del calendario biblico in cui avvenne, all’inizio del 14 nissàn, dopo che è sopraggiunta l’oscurità. Anche in altri momenti? Per una disamina su questa questione rimandiamo all’articolo presente nella sezione Discussioni, intitolato Domande dai lettori - Con quale frequenza va celebrata la Cena del Signore?