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La lettera ai filippesi - 2:5-11 (prima parte)

L'inno cristologico
Inno cristologico 
 
   “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù” (2:5):  
6
Il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente,
I
7
ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;
8
trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
II
9
Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome,
III
10
affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio* nei cieli, sulla terra, e sotto terra,
IV
11
e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.”
* La citazione è tratta da Is 45:23: “Ogni ginocchio si piegherà davanti a me”.
    Il v. 5 è semplicemente l’introduzione all’inno che Paolo qui presenta e che noi dobbiamo esaminare a parte.
   Per indurre meglio i filippesi al medesimo sentire, a stare di buon animo ed essere umili anziché esaltarsi al di sopra degli altri, Paolo presenta l’esempio di Yeshùa il consacrato. Il sentimento dei filippesi – e quindi anche il nostro – deve essere quello di Yeshùa. L’inno propriamente detto inizia al v. 6 e si conclude con il v. 11.
   L’inno è di Paolo? In tempi moderni si è fatta strada l’idea che l’inno, già usato nella preghiera o nel culto, sia stato accolto da Paolo. Vi si trovano, infatti, delle parole che non sono propriamente paoline e non sembrano dovute alla sua mano.
   Ripartizione delle strofe. Tre studiosi hanno tentato la ripartizione strofica dell’inno. Si tratta di Lohmeyer, Jeremias e Talbert.
   Lohmeyer suddivise l’inno in sei strofe di tre versi (per ogni versetto biblico) ciascuna secondo la divisione seguente:
I strofa
v. 6
IV strofa
v. 9
II strofa
v. 7
V strofa
v. 10
III strofa
v. 8
VI strofa
v. 11
   Jeremias oppone alla precedente soluzione la mancanza di parallelismo tra “si pieghi ogni ginocchio” del v. 10 e ”ogni lingua confessi” del v. 11, che sono in due differenti strofe e in linee differenti. In più oppone la mancanza di parallelismo tra “simile agli uomini” del v. 7 e “trovato esteriormente come uomo” del v. 8; inoltre, la fine della strofa non corrisponde alla fine del periodo. Jeremias propone quindi un suo proprio schema che è questo:
I strofa
v. 6,7
II strofa
v. 8
III strofa
v. 9-11
  Jeremias ha però il torto di raggiungere questa divisione a scapito di molte parole che egli è costretto ad eliminare. Questo si potrebbe anche accettare per la frase “e alla morte di croce” (alla fine del v. 8), poiché sono parole tipicamente paoline e quasi tutti gli studiosi sono concordi nel ritenerle aggiunte da Paolo all’inno anteriore. Ma non vi è motivo di eliminare altre parole, come fa Jeremias. D’altra parte, se si lasciano le parole come sono nel testo, la terza strofa diviene del tutto impossibile. Tra il salvaguardare le strofe proposte da Jeremias eliminando parole del testo biblico e il mantenere il testo scritturale respingendo l’ipotesi dello studioso, senza la minima esitazione scegliamo questa seconda ipotesi e rifiutiamo la teoria dello studioso tedesco (anche se trova accoglienza presso molti altri studiosi).
   Quella del Talbert pare proprio la soluzione migliore. È lo schema che abbiamo presentato in apertura di questo sottotitolo. In esso si presentano i riferimenti formali caratteristici che si richiamano a vicenda e servono da divisione.
   L’inno risulta così composto da quattro strofe perfettamente parallele:
6
Il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente,
I
Vita terrena di Yeshùa prima della resurrezione
7
ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;
8
trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
II
9
Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome,
III
Vita di Yeshùa dopo la resurrezione
10
affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra,
IV
11
e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.”
   L’inno è poggiato in modo particolare sul parallelismo, che facciamo qui notare:
6
Il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente,
I
L’umiliazione
di Yeshùa
7
ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;
8
trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
II
9
Perciò* Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome,
III
Effetto e scopo dell’umiliazione
di Yeshùa
 
10
affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra,
IV
11
e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.”
* Si umiliò perché fosse elevato: È stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”. - Rm 4:25.
   Qual è il significato dell’inno? Sin dall’antichità ci sono state due interpretazioni di questo inno. La prima – basandosi sui vv. 6-8 - lo riferisce alla preesistenza di Yeshùa, antecedente alla sua vita umana. L’altra interpretazione – basandosi sempre sugli stessi vv. 6-8 – vi vede solo la sua vita terrena.
   Nell’interpretazione antica e moderna la prima idea è la più diffusa. A questa idea aderiscono ovviamente i trinitari e i bibitari, per i quali la preesistenza di Yeshùa è una preesistenza eterna. A questa idea della preesistenza aderiscono anche le Chiese Cristiane di Dio, i Testimoni di Geova, la Chiesa del Regno di Dio e altre denominazioni religiose; per costoro non si tratta però di una preesistenza eterna, in quanto viene riconosciuto che Yeshùa è un essere creato; tuttavia, viene ammessa una sua esistenza celeste prima di quella terrestre.
   L’interpretazione che sostiene la preesistenza di Yeshùa presenta diverse difficoltà, di cui ecco le principali:
  • Mentre i più antichi inni presentano il farsi carne di Yeshùa come l’epifania (manifestazione) di questa divinità precedente (“dio” distinto dal Dio unico), qui appare come lo svuotamento della divinità. “Nessun uomo ha mai visto Dio; l’unigenito dio che è nel[la posizione del] seno presso il Padre è colui che l’ha spiegato” (Gv 1:18, TNM). “Colui che è stato manifestato in carne” (1Tm 3:16). In questi due passi si parla di manifestazione, ma nel nostro passo (Flp 2:6,7) si parla di svuotamento: “Pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini”.
  • In tutte le Scritture Greche solo in questo passo si accennerebbe alla decisione del cristo prima della sua esistenza terrestre: “Non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso”. In Eb 10:5 è detto: “Cristo, entrando nel mondo”. Quando Yeshùa entrò nel mondo? Quando nacque o quando si presentò al battesimo? Meglio quest’ultimo caso, perché si presuppone già esistente con un corpo quando, ‘entrando nel mondo’, dice: “Mi hai preparato un corpo”. - V. 5.
  • Lo svuotamento nel caso presente significherebbe allora l’eliminazione della divinità per accogliere l’umanità: “Spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini”.
  • Solo con grande difficoltà si può cercare di evitare, ma senza riuscirci del tutto, la conclusione che l’esaltazione di Yeshùa è uno stato superiore allo stato precedente in cui Yeshùa sarebbe stato in forma di divinità. Se fu esaltato dopo, non lo era prima. Questo è un punto di enorme difficoltà, insuperabile per i trinitari e i bibitari. Per costoro Yeshùa era Dio, perciò come poteva Dio essere “sovranamente innalzato” (v. 9) più di quanto non lo fosse già? Anche se meno difficoltoso, per gli unitari (coloro che ammettono un solo Dio e accettano Yeshùa come creatura) questo è pur sempre un ostacolo. Infatti, costoro ammettono Yeshùa come la prima di tutte le creazioni di Dio e come già superiore a tutto il creato. Come potrebbe allora essere poi esaltato ancora di più se sopra di lui c’era già soltanto Dio?
   Come superare tutte queste difficoltà? Forse sono proprio queste difficoltà (le quali mettono in crisi l’idea della preesistenza) che invalidano la teoria di una vita preumana di Yeshùa. Infatti, se si vede in questo inno soltanto un riferimento storico alla vita terrena di Yeshùa, tutte le difficoltà svaniscono.
   Ora, questa seconda interpretazione è proprio quella che ci viene suggerita dall’esame accurato del testo biblico, inteso nella sua divisione da noi sopra proposta. Le prime due strofe, tra loro parallele, riguardano la vita terrena del cristo presentata come quella del nuovo Adamo.
   Vediamo innanzitutto il senso della prima parte della prima strofa: “Essendo in forma di Dio” (2:6). TNM non si discosta: “Benché esistesse nella forma di Dio”; aggiunge solo l’articolo “la” (“nella”) a “forma”, articolo che non è presente nel testo greco.