Ma il punto è: cosa è mai questa “forma”? I trinitari e i bibitari rispondono con l’opinione del Lightfoot, secondo cui la “forma” indica la “sostanza, la natura” di Dio. È davvero così? Sarebbe un errore addentrarsi in una speculazione teologica basandosi sulla parola “forma” come si presenta nelle nostre Bibbie tradotte nelle lingue occidentali. Dobbiamo riferirci prima di tutto alla parola greca originale presente nel testo, e poi domandarci che significato aveva nella Bibbia quella parola.
La parola in questione (tradotta in genere con “forma”) è
μορφή
che si legge morfè. Ecco la frase originale del testo biblico:
ἐν μορφῇ θεοῦὑπάρχων
en morfè theù üpàrchon
in morfè di Dio esistente
Con quale significato tradurre morfè? Esattamente con il valore che la Scrittura le dà. Se esaminiamo la versione greca dei LXX scopriamo che la parola morfè traduce l’ebraico תמונה (tmunàh). La parola ebraica tmunàh significa “immagine”. È interessante notare che questa parola fa parte anche del vocabolario dell’ebraico moderno, in cui assume anche il significato di “fotografia”. Tmunàh (“immagine”)viene tradotta nel greco della LXX con μορφῇ (morfè) oppure con ὁμοίωμα (omòioma) che significa “somiglianza”.
In Dt 4:12 si legge in NR: “Non vedeste nessuna figura”; in TNM: “Non vedevate nessuna forma”. Ma Diodati traduce accuratamente: “Non vedeste alcuna somiglianza”. A noi interessa soprattutto il testo ebraico e quello greco della LXX. Eccolo:
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Dt 4:12
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Ebraico
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תְמוּנָה אֵינְכֶם רֹאִים
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tmunàh enechèm roìm
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Greco (LXX)
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ὁμοίωμα οὐκ εἴδετε
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omòioma uk èidete
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Greco (Simmaco)
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μορφὴν οὐκ εἴδετε
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morfèn uk èidete
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Traduzione
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“Non vedeste alcuna somiglianza”. – Did.
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“Non vedeste alcuna figura”. - Con.
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In Dn 3:18 abbiamo: “Non adoreremo l’immagine d’oro che hai eretto” (TNM). Qui la parola “immagine” traduce l’aramaico צֶלֶם (tzèlem) che è tradotto, in 1Sam 6:5, nel greco della LXX con ὁμοίωμα (omòioma). La versione siriaca Peshitta traduce il greco μορφῇ (morfè)con l’ebraico תמונה (tmunàh), “immagine”.
Abbiamo dunque questa corrispondenza:
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Ebraico
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תמונה
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tmunàh
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Aramaico
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צֶלֶם
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tzèlem
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Greco
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μορφῇ
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morfè
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Italiano
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immagine
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Ora, se prendiamo la parola greca morfè di Flp 2:6 nel senso di “immagine”, tutto procede chiaro e senza difficoltà: Adamo era a immagine di Dio, ma egli volle farsi uguale a Dio per rapina, disobbedendo ed auto-elevandosi. Al contrario, Yeshùa, lui pure fatto a immagine di Dio come secondo Adamo, non volle rapire l’uguaglianza a Dio (l’autorità divina, il dominio sull’universo) con la disubbidienza; fu invece ubbidiente fino a umiliarsi.
C’è qui la presentazione di Yeshùa come nuovo Adamo, che è presente in Paolo anche altrove: “Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo […] Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire […] come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. - Rm 5:12,14,18; “’Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente’; l'ultimo Adamo è spirito vivificante”. - 1Cor 15:45.
Yeshùa non solo è a somiglianza di Dio (come Adamo), ma è anche della stessa discendenza di Adamo. Ha quindi lo stesso aspetto di Adamo, la sua stessa immagine umana: Yeshùa è anche a immagine dell’uomo. Anche qui la parola “immagine” rientra nella terminologia delle Scritture Ebraiche in cui si parla di Set come discendente di Adamo
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“A sua somiglianza,
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בִּדְמוּתֹו
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bidmutò
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κατὰ τὴν ἰδέαν
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katà ten idèan
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“A sua immagine”
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כְּצַלְמֹו
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ketzàlimò
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κατὰ τὴν εἰκόνα
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katà ten eikòna
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(Gn 5:3)
Nel passo di Flp si vuol dire che Yeshùa ebbe la natura umana come quella dei discendenti di Adamo. Contro la tendenza a farne un angelo (eresia del tempo di Paolo) si dice di lui che fu “simile agli uomini” (2:7), completamente identico all’immagine di Adamo come si afferma di Set.
Si può trovare un perfetto parallelismo con il nostro passo nel testo greco dei LXX riguardante Adamo e Set:
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Flp 2
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Gn 5
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6
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“Il quale, pur essendo in forma [= immagine] di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente,
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1
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“Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio
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7
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ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini”.
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3
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Adamo […] generò un figlio a sua somiglianza, a sua immagine, e lo chiamò Set”.
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L’espressione ἐν ὁμοιώματι ἀνθρώπων (en omoiòmati anthròpon), “in somiglianza di uomini”, di 2:7, attribuita a Yeshùa, sembra proprio volerlo presentare come figlio di Adamo.
Anche lo “spogliò sé stesso” (2:7), “vuotò se stesso” (TNM), si spiega riferito alla morte di Yeshùa, quando egli “rese lo spirito” (Mt 27:50), e potrebbe riferirsi a “ha dato sé stesso alla morte” di Is 53:12. La frase indicherebbe il dare la vita come “servo” (2:7) di Dio.
Si ha dunque, insieme, la figura del nuovo Adamo e la figura del servo di Dio profetizzato da Isaia. Questo è parallelo a quanto si legge nella seconda strofa, dove si dice che egli si fece ubbidiente sino alla morte abbassandosi in modo tale da essere poi elevato (terza strofa).
Parallela a questo è l’affermazione che “umiliò sé stesso” (2:8), proprio come il servo di Dio che in Is 53:7 “si lasciò umiliare”. Quindi, tanto il “vuotò se stesso” (2:7,TNM) quanto l’”umiliò se stesso” (2:8) vanno letti alla luce del servo di Dio di cui si parla nei canti di Isaia, come viene meglio chiarito con l’espressione “facendosi ubbidiente fino alla morte” (2:8). Va notato infine che il “servo” di Dio isaiano è chiamato indifferentemente sia “servo” sia “figlio”. Ecco quindi il senso che si può trarre da questo inno:
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I
strofa
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Yeshùa, pur essendo (come secondo Adamo) fatto a immagine di Dio, non si comportò in modo da tentare di divenire uguale a Dio per rapina, ma anzi annichilì se stesso sino a diventare il servo di Dio, assumendo l’aspetto del servo ubbidiente predetto da Isaia.
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II strofa
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Secondo il parallelismo ebraico, il medesimo concetto è ripetuto una seconda volta: Yeshùa era davvero un figlio dell’uomo, un uomo che (al pari di Set) aveva la stessa forma e la stessa immagine di Adamo, era pienamente uomo. Tuttavia, volle abbassarsi e divenire ubbidiente come servo di Dio sino alla morte.
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III strofa
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Proprio per questo, Dio l’ha elevato al di sopra di ogni essere, dandogli il nome (che in senso biblico significa la realtà) per essere superiore ad ogni creatura. Nella Scrittura il nome indica la realtà, la sostanza. Dargli il nome significa qui dargli il dominio su tutto.
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IV strofa
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Così, davanti a lui deve piegarsi ogni creatura sia in cielo sia sulla terra sia negli inferi. Anche qui, il parallelismo (amato dagli ebrei) ripete il concetto della strofa precedente. Ogni lingua deve così confessarlo come Signore, ma sempre alla gloria del Dio uno e unico.
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Anche in quest’ultima strofa si noti la superiorità del Padre sopra Yeshùa.
Dopo questo accurato e approfondito esame dobbiamo concludere che non si parla della preesistenza di Yeshùa alla sua vita sulla terra, ma solo della missione che Yeshùa ebbe su questa terra e del modo in cui egli ubbidì a Dio, sino alla morte.
Adamo volle farsi uguale a Dio e così perse ogni suo privilegio, attirando la morte e la rovina su di sé e su tutto il genere umano. Yeshùa, secondo Adamo, anche di fronte alla tentazione satanica non volle farsi uguale a Dio, ma con la sua ubbidienza, resa eroica con la morte, meritò la gloria e la salvezza per sé e per il genere umano, alla gloria di Dio.
Adamo disubbidendo tentò di divenire pari a Dio nell’autodeterminarsi e nel conoscere il bene e il male: “Sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male” (Gn 3:5). Ma anziché elevarsi a Dio, decadde.
Yeshùa riuscì a elevarsi nel suo rapporto con Dio, che lo pose alla sua destra, con la sua ubbidienza. Yeshùa avrebbe potuto conquistare il mondo intero senza soffrire: “Il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: ‘Tutte queste cose ti darò’” (Mt 4:8,9). Con le doti che aveva avrebbe potuto ridurre tutta l’umanità ai suoi piedi, ma questo sarebbe stato un rapinare Dio del suo diritto al dominio, un farsi uguale a Dio per “rapina”.
Yeshùa ottenne di sedere alla destra di Dio e di divenire il Signore di ogni cosa con la via dell’umiliazione e della morte. Questo esempio diviene luminoso per noi. Noi pure, anziché esaltarci per il nostro capriccio, dobbiamo metterci al servizio degli altri. L’esaltazione ci verrà da Dio. “Chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato”. - Mt 23:12.