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La lingua ebraica - Caratteristiche

Struttura della lingua e verbi
Scrittura e fonetica dell’ebraico
 
   L'ebraico si scrive da destra a sinistra. L’alfabero comprende 22 lettere, tutte consonanti (cinque delle quali posseggono una forma distinta in fine di parola). L’alfabero ebraico non ha vocali. I piccoli segni posti al di sopra, al di sotto o all'interno delle lettere sono un’aggiunta posteriore (nyqùd, “puntatura”, vocalizzazione), inventata a Tiberiade nel 7° secolo, e non vengono usate neppure nell’ebraico moderno.

   La caratteristica più nota ed evidente della scrittura ebraica corrente è la forma squadrata delle sue lettere. Occorre quindi stare attenti a non confondere tra loro alcune lettere, e precisamente: א con צ; ד con ו; ה con ח; ב con כ; ו con ז; ד con ר; י con ו; ג con נ; ח con ת; ע con צ. Perfino alcuni scribi fecero a volte confuzione nelle trascrizioni, specialmente se il testo da ricopiare era usurato.  
   L'alfabeto ebraico "quadrato" che oggi conosciamo è una variante dell'alfabeto aramaico usato ufficialmente dall’impero persiano, alfabeto che aveva rimpiazzato il precedente alfabeto fenicio-ebraico impiegato nel Regno di Giuda, nel Regno di Israele e in gran parte del Medio Oriente antico prima della cattività babilonese. Quest’antico alfabeto si estinse completamente dopo la rivolta di Bar Kokhba contro i romani nel secondo secolo; lui stesso fece coniare delle monete usando quell’alfabero. Esso compare ancora oggi su alcune monete dello Stato di Israele, la cui valuta è lo shèkel. L’alfateto ebraico non ha lettere diverse per le minuscole, come il greco. L’alfabeto corsivo, usato nella scrittura a mano, non è biblico; fu ideato da comunità ebraiche ashkenazite europee. Chi, per curiosità, volesse vederlo, lo trova all’indirizzo http://www.hebrewworld.com/ab.html.
 
 
Struttura della lingua ebraica
 
   Nelle lingue semitiche (quindi, anche nell’ebraico) una caratteristica importante è la radice. La radice è un morfema composto da tre o quattro lettere (di solito, tre). Da tali radici vengono derivate parole (vocaboli e verbi) riconducibili ad uno stesso campo semantico. La radice, modificata da prefissi, da suffissi e adeguatamente vocalizzata, assume significati diversi. Diamo un esempio. La radice כ-ת-ב (KTV) esprime l’idea dello scrivere. Da essa deriva katàv, “scrivere”; miktàv, “lettera”; katòv, “scritto”, kitèv, “incidere; hiktìv, “dettare”; miktavàh, “scrittoio”, ketàv, “scrittura” (in rosso la radice).  
 
 
Il verbo ebraico
 
   I verbi ebraici hanno sette coniugazioni o forme, dette binyanìm (“costruzioni”). La prima forma, la più semplice, è detta qal (קל), “leggera”, che esprime l’azione nel modo più elementare. Nel dizionario i verbi sono rintracciabili sotto questa forma. Se cerchiamo in un dizionario ebraico, ad esempio, “scrivere”, troveremo la voce כתב (katàv), che è nella forma qal e significa “scrisse”. Così per tutti verbi; il dizionario dà sempre questa forma, che per noi corrisponde al passato remoto, terza persona singolare. Nei vocabolari italiani noi troviamo i verbi all’infinito (esempio: amare, mangiare, dormire); in quelli ebraici troviamo invece la loro forma qal (esempio: amò, mangiò, dormì).
   L’antico paradigma ebraico del verbo è quello del verbo פעל (paàl), “fece” (noi diremmo “fare”) che viene preso a prestito quale paradigma tipico per tutti i verbi. Così, le sette forme sono:
Forme
Valore
1a
qal
Semplice
2a
nifàl
Riflessivo o passivo
3a
pièl
Intensivo attivo
4a
puàl
Intensivo passivo
5a
hifìl
Causativo attivo
6a
hofàl
Causativo passivo
7a
hitpaèl
Riflessivo intensivo
 
   Qui, per un esempio, prendiamo il paradigma il verbo קטל (qatàl):
Forme
Valore
Traduzione
1a
קטל (qatàl)
Semplice (qal, קל)
Uccise
2a
niqtàl (נקטל)
Riflessivo o passivo
Si uccise, fu ucciso
3a
qittèl (קטל)
Intensivo attivo
Uccise violentemente, massacrò
4a
quttàl (קטל)
Intensivo passivo
Fu ucciso violentemente, fu massacrato
5a
hiqtìl (הקטיל)
Causativo attivo
Fece uccidere
6a
hoqtàl (הקטל)
Causativo passivo
Fu fatto uccidere
7a
hithqattèl (התקטל)
Riflessivo intensivo
Si uccise violentemente
   Così, ad esempio, hiqtìl (הקטיל) significa “fece uccidere”, e la sua forma si chiama hifìl.
   In italiano esistono i tempi del verbo (presente, passato e futuro); in ebraico invece conta l’aspetto verbale ovvero la condizione dell’azione, che può essere completa o incompleta. “Il tempo com’è inteso in quasi tutte le lingue moderne non è lo stesso per la mentalità semitica. La cognizione del tempo di un’azione non è d’importanza capitale secondo la mentalità ebraica. Per una mente indogermanica è indispensabile collocare l’azione nella sua accentuatissima valutazione temporale. La condizione dell’azione intesa nella sua completezza o incompletezza era in genere sufficiente per i semiti e, in caso contrario, qualche termine dal significato temporale o storico avrebbe messo a fuoco il tempo”. - K. Yates, The Essentials of Biblical Hebrew, 1954, pag. 129.
   Il perfetto esprime di per sé un’azione completa. In Gn 3:23, nella frase: “Dio il Signore mandò via l'uomo dal giardino d'Eden”, il verbo è al perfetto, indicando un’azione compiuta ovvero finita. Se l’azione non è termitata ovvero è incolpleta, il verbo ebraico è all’imperfetto. Così, in Gn 1:2, dove è detto che lo spirito di Dio “aleggiava sulla superficie delle acque”, il verbo è all’imperfetto, indicando che l’azione non era terminata. Siccome in ebraico la forma perfetta o compita è la sola che riguarda il passato, in essa sono comprese tutte le sfumature dei nostri tempi (passato e trapassato prossimo, passato e trapassato remoto). Nella frase “in principio Dio בָּרָא [barà] i cieli e la terra” (Gn 1:1), il verbo בָּרָא (barà) è al perfetto (azione terminata, completata) e può essere tradotto con l’italiano “ha creato”, “aveva creato”, “creò”, “ebbe creato”. Come si fa a tradurre con il giusto senso? Ovviamente tenendo conto del contesto. In questo caso la traduzione giusta è “aveva creato”, perché al v. 2, subito dopo, è detto che la terra הָיְתָה (haytàh; tempo perfetto), “divenne” informa e vuota. Ora, siccome Is 45:18 afferma che Dio non creò la terra così, è ovvio che si hanno due tempi: Dio aveva creato la terra e poi la terra divenne informa e vuota. Sbaglia quindi NR che traduce: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota”, dando l’idea che Dio l’avesse creata così. Sbaglia parzialmente TNM che traduce: “In principio Dio creò i cieli e la terra. Ora la terra risultò essere informe e vuota”, in modo equivoco, non distinguendo bene i passaggi: stato della creazione iniziale e stato successivo.
   In ebraico il tempo perfetto indica, come detto, un’azione compiuta; ciò però può essere riferito a qualsiasi periodo di tempo: passato, presente o futuro. Per l’imperfetto è la stessa cosa, indicando un’azione incopleta che può riguardare qualsiasi periodo di tempo.
   Aggiungendo alla forma del perfetto (detta qal), espressa alla terza persona, i suffissi corrispondenti alle altre persone (numero e genere), si ottiene la flessione del perfetto. La flessione dell’imperfetto si ottiene invece con prefissi anteposti all’infinito costrutto qal.   
 
 
I sostantivi ebraici
 
   I nomi possono essere in ebraico mashili o femminili, come in italiano. Manca il neutro, che il greco ha. Il femminile si ottiene aggiungendo una ה- (-h) al machile; esempio: אִישׁ (ysh), “uomo”, אִשָּׁה (yshàh), “donna”. Il femminile può essere però anche ottenuto aggiungento un ת- (-t) al nome maschile; esempio: כְּנַעֲנִי (kenaanì), “cananeo”, כְּנַעֲנִית (kenaanìt), “cananea”. Il plurale ha come desinenze ים- (-im) per il maschile e ות- (-ot) per il femminile; esempio: שָׁרִים וְשָׁרֹות (sharìm vesharòt), “cantori e cantatrici”. Ci sono tuttavia moltissimi termini maschili che hanno desinenza plurale -ot pur rimanendo maschili (e perciò gli eventuali aggettivi vanno messi al plurale in –im); similmente molti termini femminili invece hanno la desinenza in -im, pur rimanendo femminili (gli aggettivi vanno concordati al femminile). 
 
   Come forse si è notato dall’esempio שָׁרִים וְשָׁרֹות (sharìm vesharòt), “cantori e cantatrici”, la congiunzione “e”, in ebraico וְ (ve), viene posta come prefisso alla parola.
   In ebraico, il numero può essere anche duale (come in greco), oltre che singolare e plurale. Tipici duali sono “occhi”, “orecchi”, “caviglie” e così via; tuttavia, ci sono altre parole duali, come “cielo” (שָּׁמַיִם, shamàiym) e acqua (מָּיִם, màiym). La terminazione del duale è ַיִם– (-aiym).