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La psicologia dell'ispirazione - Mentalità semitica - 2

Ermeneutica biblica
  1. Cultura dell'epoca. Gli scrittori sacri danno suggerimenti pratici tratti dall'esperienza e dagli usi del tempo. Paolo suggerisce a Timoteo di bere un po' di vino – la medicina del tempo –  per il suo stomaco (1Tim 5:23); Giacomo ricorda agli anziani – i padri della famiglia dei discepoli, la congregazione – di non dimenticare le unzioni con olio (il corroborante del tempo) per gli ammalati (Gc 5:16; Mc 6:13; Lc 10:34). L’uso dell’olio per tale scopo è chiarito da una citazione da Is: “Dalla pianta del piede fino alla testa non c'è nulla di sano in esso: non ci sono che ferite, contusioni, piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né lenite con olio” (Is 1:6). E pensare che (con il solito errato intendimento occidentale che prende la Bibbia alla lettera) ci sono ministri della Chiesa di Dio Unita che vanno in giro con in tasca un vasetto d’olio per assistere i loro confratelli malati!
   Paolo non contesta il regime sociale dell'epoca, compresa la schiavitù (1Cor 7:20,24), ma v’introduce solo uno spirito nuovo: quello della fraternità, almeno tra i discepoli; così prega Filemone di riprendere Onesimo (lo schiavo che era scappato da lui) e di trattarlo ora come fratello, pur rimanendo schiavo: “Preferisco fare appello al tuo amore […]. Te lo rimando […] non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro” (Flm 9-16).  Lo stesso apostolo Paolo presenta i capelli delle donne quasi fossero un velo e ne deduce l'obbligo di tenere il capo velato quando pregano o profetizzano nelle assemblee (1Cor 11:6; 1Tim 2:11-14). La cultura dell'epoca appare anche dall'uso di scritti allora noti e chiamati con i nomi delle persone cui si attribuivano. Non fa meraviglia quindi che Giuda parli della profezia di Enoc, anche se costui non ne fu l'autore (Gda 14), che siano citati brani di scritti sacri con il nome di Mosè, o di Davide, anche se forse quel preciso brano non era stato composto proprio da Mosè o da Davide, ma il nome fu introdotto posteriormente nei lori scritti. Per indicare tali testi si dovevano ben adoperare i nomi con cui essi erano noti, alla stessa maniera con cui oggi noi parliamo di Omero o di Shakespeare, senza per questo voler decidere se tali brani siano proprio di questo o di quell'autore. Con allusioni al noto dramma pirandelliano, Mac Kenzie dice argutamente che per la Bibbia si potrebbe parlare di sessantasei libri “in cerca di autore” (Mc Kenzie, Some Problems in the Field of Inspiration, in Cath. Bibl. Quart 20 (1958) 2). È infatti molto lontana dalla verità l'opinione talmudica che assegna i trentanove libri protocanonici a Mosè, Giosuè, Samuele, Davide, Geremia, Esdra, Neemia, oltre agli uomini del re Ezechia e della grande sinagoga (Talmud B., Baba Bathra 14d). Perciò, quando la Bibbia parla di questi autori non fa che adattarsi alla concezione comune. Non ci si può comprendere se non chiamando un libro con il nome con cui era solitamente nominato e conosciuto. Così non fa meraviglia che, secondo il pensiero generale, si possa attribuire il libro di Daniele a questo profeta, anche se esso parla di Daniele (anziché presentarsi come uno scritto composto da lui). E non dovrebbe fare meraviglia che si possa ritenere come storia reale ciò che probabilmente era solo una parabola (Giona), senza nulla togliervi in quanto alle implicazioni profetiche. Anche noi, per esempio, parliamo del buon samaritano, del figlio prodigo, del ricco crapulone, di Lazzaro il mendico finito nel “seno di Abraamo”, come se fossero delle realtà, mentre essi sono solo persone fittizie. Gli scrittori non fanno della critica biblica, ma si esprimono secondo le convinzioni generali dei contemporanei, per farsi comprendere e accogliere da loro.
  1. Progresso delle idee secondo la situazione sociologica del momento. L'ambiente nel quale il singolo libro biblico fu scritto, lascia le sue impronte anche nel modo con cui una dottrina vi è presentata. Basti esaminare la concezione messianica. Essa, di volta in volta, è descritta ora come un nuovo esodo (Is 40 e 41), ora come una nuova attraversata del deserto (Ez 20:35), ora come un nuovo patto (Ger 31:31-34), ora come una nuova divisione palestinese (Ez 48) la cui capitale Gerusalemme sarà chiamata con un nome nuovo. - Is 62:4.
   Tre figure dominano nella storia di Israele: il re, il profeta e il sacerdote. E tutt’e tre servono nel corso dei secoli per presentare il messia:
·         Re. Il messia è il re davidico (Is 7:14;9:1-6;11:1-5), il “germoglio di Davide” (Ger 23:5). Anzi, è lo stesso Davide redivivo: “Certamente susciterò su di loro un solo pastore, ed egli le dovrà pascere, sì, il mio servitore Davide. Egli stesso le pascerà, ed egli stesso diverrà il loro pastore. E io stesso, Geova, diverrò certamente il loro Dio, e il mio servitore Davide un capo principale in mezzo a loro. Io stesso, Geova, ho parlato”, “E il mio servitore Davide sarà re su di loro, e un solo pastore è ciò che tutti avranno […]. Davide mio servitore sarà il loro capo principale a tempo indefinito”. - Ez 34:23,24;37:24,25, TNM.
·         Profeta. Al tempo dell'esilio i profeti stanno in primo piano per cui anche il messia viene presentato come un profeta nei carmi di Yhvh.
·         Il sommo sacerdote della restaurazione serve per presentare il messia in quel tempo (Sl 110:4). Il culto messianico riproduce il pensiero del tempo: Yhvh tornerà sul monte Sion (Ez 43:1-9; Is 52:8), nel Tempio che non sarà mai distrutto (Ez 37:26), con i sacerdoti presi tra i discendenti di Aronne, per offrire sacrifici di animali (Ger 33:19) e durante le usuali feste israelitiche (Is 66:23; Zc 14:16-19). In un ambiente con strutture politiche, civili e culturali diverse, ben diversa sarebbe risultata anche la presentazione del messianismo. Attenzione, però: Dio ha utilizzato quella cultura, quel popolo, quella lingua: questo implica che Dio ha voluto parlarci così, indicandoci realtà vere e profetiche. Se da una parte non si deve fare l’errore di prendere tutto letteralmente (errore tipico degli occidentali), dall’altra non si deve fare l’errore opposto (sempre tipico degli occidentali) di buttare tutto su un modo di dire solo descrittivo, buttando con l’acqua anche il bambino. La Scrittura va presa molto sul serio. È per questo che occorre entrare nella mentalità semitica per capire a fondo il messaggio vero che la Bibbia ci reca.   
   Membri di una società che concepisce la natura come inseparabilmente legata alla vita dei suoi abitanti e insozzata dai peccati degli uomini, gli scrittori ispirati la fanno punire o premiare insieme con i suoi abitanti. Perciò anche per Paolo il peccato di Adamo e la redenzione di Yeshùa hanno risonanze cosmiche: “La creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8:19-23). Attenzione ancora una volta, però. Compreso il concetto, nulla dobbiamo togliere alle implicazioni: i credenti aspettano davvero la redenzione del corpo. La natura prende parte attiva alla punizione degli empi, come Sisera (Gdc 5:20; cfr. Ab 2:11; Gb 20:27; Ez 36:16), alla gioiosa liberazione di Israele (Is 44:23) e all'inizio dell'era messianica: “Risuoni il mare e quanto contiene, il mondo e i suoi abitanti. I fiumi battano le mani, esultino insieme i monti davanti al Signore. Poich'egli viene a governare la terra”. - Sl 98:7,8.
  1. Cognizioni personali dell'agiografo. I sentimenti, i dubbi, le opinioni e l'ignoranza che esistevano nella mente dello scrittore sacro sono presenti anche nella Bibbia. Lo scrittore ispirato ignora il futuro, per cui se non ne riceve una speciale rivelazione, deve solo mostrare la sua ignoranza. Paolo non sa se manderà Timoteo o no (Flp 2:19), se sarà salvo o perirà in carcere (Flp 1:23-25); afferma che non avrà più occasione di vedere quelli di Mileto, mentre invece li rivedrà ancora (At 20:37; cfr. 2Tim 4:20: “Trofimo l'ho lasciato ammalato a Mileto”). Paolo non si ricorda se, oltre alla famiglia di Stefana, abbia battezzato qualcun altro a Corinto (1Cor 1:14-16); se sia stato rapito al terzo cielo “con il corpo o senza corpo” non lo sa (2Cor 12:2,3). Giovanni ignora se le idre per le abluzioni contenessero “due o tre misure [greco μετρητς, metretàs]” (Gv 2:6; ogni “metreta” misurava 38-40 litri, e un’idra conteneva circa 100 litri). Gli apostoli non sapevano se i km che avevano remato prima di incontrarsi con Yeshùa che camminava sulle acque erano 5 o 6 (Gv 6:19; letteralmente: “Circa venticinque o trenta stadi”, uno stadio era pari a un ottavo di miglio romano, ovvero a 185 m). Gli apostoli riferiscono con imprecisione i detti di Yeshùa, il quale secondo Matteo proibisce l'uso dei calzari e del bastone, mentre secondo Marco, li permette: “Non vi procurate oro né argento né rame per le borse delle vostre cinture, né bisaccia da cibo per il viaggio, né due vesti, né sandali né bastone” (Mt 10:9,10, TNM); “Diede loro ordine di non portare nulla per il viaggio eccetto un solo bastone, non pane, non bisaccia da cibo, non denaro di rame nella borsa della loro cintura, ma di calzare i sandali e di non indossare due vesti” (Mc 6:8,9, TNM). Forse Matteo scrivendo per semiti accentua con tale espressione la fiducia che si deve avere in Dio quando si predica l'evangelo; Marco permette ciò che è indispensabile (sandali, bastone, tunica di ricambio).
   Talora l'autore umano può anche esprimere alcune sue opinioni, come quando credeva che fosse vicino il ritorno di Yeshùa prima della sua morte: “Poiché sappiamo che se la nostra casa terrestre, questa tenda [il corpo], è dissolta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta con mani, eterna nei cieli. Poiché in questa casa in cui dimoriamo, in realtà gemiamo, desiderando ardentemente rivestire quella [che è] dal cielo per noi, così che, avendola realmente rivestita, non siamo trovati nudi. Infatti, noi che siamo in questa tenda, gemiamo, essendo aggravati; perché vogliamo non svestircene, ma rivestire l’altra, affinché ciò che è mortale sia inghiottito dalla vita” (2Cor 5:1-4, TNM). Negli scritti posteriori tale convinzione va scomparendo. Dio non comunica ai suoi profeti tutto in una sola volta, ma secondo le circostanze realizza un progresso sotto la guida dello spirito santo, anima della congregazione, specialmente primitiva.
 
 
Conclusione
    
   Gli autori sacri sapevano di essere ispirati? Sì e no. Tutti sapevano di avere un'esperienza, un'idea da comunicare. I profeti certo erano consci di parlare a nome di Dio: “Così dice il Signore”, era la loro espressione. Lo sapeva anche Giovanni scrivendo la sua Apocalisse, che viene da lui presentata come una profezia alla quale nulla si può aggiungere e nulla si può togliere (Riv 1:1-3;22:16-20). Non sembra invece che lo sapesse l'evangelista Luca il quale dice di aver fatto studi e ricerche (come li facciamo noi) per rendere più sicura la fede del suo amico Teofilo (Lc 1:1-4). Non lo sapeva l'autore dell'Ecclesiaste (Qoèlet) e quelli dei Proverbi, che presentano semplicemente la loro esperienza di saggi. Ma in tale lavoro questi scrittori erano pur sempre aiutati da Dio che intimamente li guidava senza eliminare affatto la loro personale libertà d'espressione.