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La psicologia dell'spirazione - Mentalità semitica - 1

Ermeneutica biblica
   Mentalità semitica. Gli orientali, cui appartengono gli ebrei, hanno dei gusti ben diversi da quelli occidentali, e questi si rivelano nei loro scritti nonostante l'ispirazione divina: 
  1. Descrizione concrete (talora urtanti la nostra mentalità), spesso falsate. Se non si comprende questa differenza, non è possibile capire bene la Bibbia. Occorre accettare che la mentalità semitica è alquanto diversa da quella occidentale. Ciò che per noi risulta scandaloso, per gli ebrei era solo un modo concreto di parlare. Dio, ad esempio, è paragonato ad un ubriaco che si risveglia dal vino: “Geova si svegliava come dal sonno, come un potente che torna in sé dal vino” (Sl 78:65, TNM). Le donne ricche di Gerusalemme sono paragonate alle vacche di Basan, le migliori del paese: “Udite questa parola, vacche di Basan, che siete sul monte di Samaria, che frodate i miseri, che schiacciate i poveri” (Am 4:1, TNM). Israele è paragonata agli assorbenti sporchi di una donna durante le sue mestruazioni: “Diveniamo come qualcosa d’impuro, noi tutti, e tutti i nostri atti di giustizia sono simili a una veste per periodi di mestruazione” (Is 64:6, TNM; nel Testo Masoretico è al v. 5); qui non si tratta di “veste”, come pretende TNM: è vero che il termine ebraico בֶגֶד (bèghed) usato da Isaia può significare “veste” (anche in italiano si dice “lavare i panni” intendendo ogni sorta di stoffa), ma tradurre “veste per periodi di mestruazione” non ha senso (lascia intendere che ci fosse una speciale veste femminile da indossare durante il ciclo mensile, cosa non vera); Did ha “panno lordato”, CEI hapanno immondo”. Israele è paragonata anche ad una procace prostituta: “Tu confidavi nella tua bellezza e divenisti una prostituta“ (Ez 16:15, TNM); le due nazioni separate (Regno di Giuda e Regno di Israele) assomigliano a due sorelle adultere: “C’era una volta due sorelle, figlie della stessa madre. Quando erano ancora ragazze incominciarono a prostituirsi in Egitto dove persero la loro verginità” (Ez 23:2,3, PdS); CEI ha: “Dove venne profanato il loro petto e oppresso il loro seno verginale”, TNM – con una bruttissima espressione -ha “Là furono premute le loro mammelle, e là compressero i seni della loro verginità”.
  2. Esagerazioni iperboliche. Per rafforzare un'idea, gli ebrei presentano dei confronti per noi esagerati o di scarso buon gusto. Nel Cantico dei Cantici il collo dell'amato è paragonato a una torre d'avorio, dalla quale pendono degli scudi; i denti sono paragonati a greggi di pecore ciascuna delle quali ha il suo compagno. Un ragazzo d’oggi si beccherebbe di certo un sonoro ceffone se rivolgesse a una ragazza il complimento che il giovane ebreo rivolgeva pieno d’amore alla sua innamorata: “Amica mia, io ti assomiglio alla mia cavalla che si attacca ai carri”, “I tuoi capelli sono come un gregge di capre”, “I tuoi denti sono come un branco di pecore, che tornano dal lavatoio” (Cant 1:9;4:1;6:6); “Il tuo naso è come la torre del Libano, che guarda verso Damasco. La tua testa su di te è come il Carmelo, e la chioma della tua testa è come lana tinta di porpora rossiccia” (Cant 7:4,5, TNM). Eppure, queste espressioni mandavano in visibilio la giovane ragazza ebrea. Era il linguaggio concreto ebraico. A ragione, il Cantico è annoverato tra le più belle pagine di poesia di tutti i tempi e di tutto il mondo. 
   Per indicare gli umili inizi della congregazione dei discepoli in confronto al suo futuro sviluppo, Yeshùa la paragona al “granello di senape”, “il più piccolo delle sementi”, in rapporto all'”albero futuro” (Mt 13:31,32); si potrebbe osservare che un granello di senape non è “il più piccolo di tutti i semi” (i semi dell’orchidea sono infatti più piccoli) e che non diventa proprio “un albero”, in quanto la senape rimane pur sempre un arbusto; ma bisogna tenere presente che Yeshùa usava termini comprensibili e che gli ebrei non sottilizzavano come farebbe una mente occidentale: per loro un granello di senape era senz’altro uno dei semi più piccoli, e – tra l’altro - gli arabi (semiti anche loro) chiamano “alberi” anche piante più piccole della senape. Altra esagerazione (che nel linguaggio semitico dava enfasi) era la pianta vista da Nabucodonosor in sogno: era tanto alta da giungere fino al cielo ed era visibile da tutta la terra, cosa ovviamente impossibile data la curvatura del nostro pianeta (Dn 4:17). La torre di Babele doveva arrivare sino al cielo (Gn 11:4). Per il salmista i flutti s'innalzano al cielo e scendono negli abissi (Sl 106:26). Si tratta di espressioni iperboliche, da non prendersi alla lettera: “Propose loro un’altra illustrazione, dicendo: […]” (Mt 13:31, TNM). Anche quando Saul paragona la tribù di Beniamino alla più insignificante delle tribù di Giacobbe, non fa una statistica, ma usa l'iperbole orientale: “Non sono io un beniaminita della più piccola delle tribù d’Israele”? (1Sam 9:21, TNM), tanto che NR adatta il passo, forse per la probabile obiezione di una mente occidentale (che avrebbe stupito un ebreo):Non sono io un beniaminita, di una delle più piccole tribù d'Israele?”. Altra esagerazione: alla battaglia di Merom partecipò una quantità sterminata di soldati pari alla rena del lido marino con cavalli e carri numerosissimi (Gs 11:4). La sabbia e la pietra pesano meno del fastidio procurato da uno stolto (Pr 27:3). Dio promette ad Abraamo una posterità innumerevole come la sabbia del mare (Gn 22:17). Quando lo scrittore parla di un argomento divenuto comune come le pietre, usa un'iperbole (1Re 10:27). Anche Yeshùa, ebreo, usa delle esagerazioni: “È più facile a un cammello passare per la cruna di un ago che a un ricco entrare nel regno di Dio” (Mc 10:25, TNM); qui, tuttavia, non si tratta di “cammello”, ma di “fune” (evidente errore di un copista); si veda la somiglianza delle due parole:
κμηλον (kàmelon), “cammello”
κμιλον (kàmilon), “fune”
    In queste che sono per gli occidentali esagerazioni (ma per i semiti solo enfasi) rientrano i suggerimenti di Yeshùa a mozzarsi una mano, a tagliarsi un piede o a cavarsi un occhio: “Se dunque la tua mano o il tuo piede ti fa inciampare, taglialo e gettalo via da te” (Mt 18:8, TNM), “Se ora il tuo occhio destro ti fa inciampare, cavalo e gettalo via da te” (Mt 5:29, TNM). Allo stesso modo, non bisogna osservare “la pagliuzza che è nell’occhio” del fratello e non badare alla “trave” che è nel proprio occhio (Mt 7:3, TNM). Per Giovanni il mondo intero, addirittura, non potrebbe contenere tutti i libri che si potrebbero scrivere su quello che Yeshùa ha compiuto durante la sua vita terrena (Gv 21:25). Bisogna pregare senza interruzione (1Ts 5:17, TNM: “incessantemente”) e leggere la Legge di Dio meditandola “giorno e notte” (Sl 1:2); e, forse, il lettore occidentale si domanda come si possa mai fare una cosa simile; Agostino connette questo versetto con la preghiera interiore che fa l'uomo virtuoso, la cui vita si trasforma così in preghiera continua. -  Tract. in Ps. 1, 2, A Zingerle CSEL 22, 27.
   È sempre per iperbole che Yeshùa dice che chi prega Dio con fede può perfino trasportare un monte: “Veramente vi dico: Se avete fede e non dubitate […] se anche direte a questo monte: ‘Sollevati e gettati nel mare’, ciò avverrà” (Mt 21:21, TNM), e il senso è quello dato da Giovanni: “Questa è la fiducia che abbiamo verso di lui, che qualunque cosa chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta”. - 1Gv 5:14, TNM.
   Origène, facendosi evirare, non capì che con tali iperbole Yeshùa non intendeva insegnarci l'autolesionismo, bensì la superiorità del regno dei cieli su tutto il resto: “Vi sono degli eunuchi che sono tali dalla nascita; vi sono degli eunuchi, i quali sono stati fatti tali dagli uomini, e vi sono degli eunuchi, i quali si sono fatti eunuchi da sé a motivo del regno dei cieli. Chi può capire, capisca”. - Mt 19:12.
   Allo stesso modo di esprimersi semita, proprio della lingua ebraica, si rifà l'assenza di certe sfumature di contrasto, per questo - secondo la Bibbia - o si ama o si odia, o si fa o non si fa, non esistendo in ebraico le sfumature di “amare meno” e di “permettere”. Si spiegano così le espressioni di Paolo: “Come è scritto: ‘Ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù’” (Rm 9:13, TNM); di Yeshùa: “Se qualcuno viene a me e non odia suo padre e la madre e la moglie e i figli e i fratelli e le sorelle, sì, e perfino la sua propria anima, non può essere mio discepolo” (Lc 14:26, TNM). Forse che Dio o Yeshùa o la Scrittura insegnino l'odio? Ma no. È il profeta che si esprime secondo le categorie mentali dell'epoca, secondo le quali “odiare” può anche semplicemente indicare "amare di meno”: “[Giacobbe] ebbe relazione anche con Rachele e anche espresse amore a Rachele più che a Lea, e lo servì per altri sette anni. Quando Geova vide che Lea era odiata […]” (Gn 29:30,31, TNM). Matteo, riportando il medesimo testo di Luca, ne presenta il senso quando scrive (con più chiarezza per noi occidentali, ma per gli ebrei era chiarissimo anche Luca): “Chi ha più affetto per padre o madre che per me non è degno di me; e chi ha più affetto per figlio o figlia che per me non è degno di me” (Mt 10:37, TNM). A questo modo di esprimersi semitico si ricollega il gusto degli schemi fissi, retorici, che non si possono affatto prendere alla lettera (come fanno gli occidentali, prendendo così delle cantonate). Babilonia fu conquistata nottetempo: “In quella medesima notte Baldassarre il re caldeo fu ucciso” (Dn 5:30, TNM), eppure Isaia ne profetizza la distruzione e la caduta parlando non solo di stelle, ma di sole oscurato, e di terremoto: “Le medesime stelle dei cieli e le loro costellazioni di Chesil non irradieranno la loro luce; il sole realmente si oscurerà al suo spuntare, e la luna stessa non farà risplendere la sua luce”, “farò agitare lo stesso cielo, e la terra sobbalzerà dal suo luogo” (Is 13:10,13, TNM). Si tratta di un formulario fisso, che può servirci a chiarire espressioni simili del discorso escatologico di Yeshùa, che anziché essere applicato alla fine del mondo, può riguardare anche semplicemente la rovina di Gerusalemme: “Immediatamente dopo la tribolazione di quei giorni il sole sarà oscurato, e la luna non darà la sua luce, e le stelle cadranno dal cielo, e le potenze dei cieli saranno scrollate”. - Mt 24:29, TNM.
  1. Carenza di sintesi. Il gusto di mettere a fuoco i singoli particolari del problema crea delle presunte contraddizioni secondo il nostro gusto occidentale, amante di sintesi panoramiche. Così, nel presentare la giustizia divina, gli scrittori sacri sembrano dimenticare l'amore, ma quando parlano dell'amore di Dio, sembrano affermare che in lui non vi sia giustizia alcuna. Talora Dio è presentato come padrone assoluto di tutti, cosicché nessuno gli può dire: Che cosa fai? Secondo questo schema semitico, per un occidentale l'uomo sembra perdere tutta la sua libertà. Altrove, poi, sembra che tutto dipenda dall'uomo e che Dio possa ricevere da lui addirittura uno scacco matto. La fede ci giustifica senza le opere, dice Paolo (Rm 4:1-12); ma la fede, senza le opere dettate dalla Legge, è sterile e vana, afferma Giacomo (2:14-19). I due autori si accordano quando si pensa che trattano due aspetti dello stesso problema: a chi esaltava troppo le opere (in una maniera legalistica) Paolo presenta la fede come se tutto dipendesse da essa; a chi invece insiste sulla pura fede, Giacomo presenta la necessità delle opere come le uniche realtà necessarie. Per dirla secondo le categorie mentali occidentali: praticare le opere della Legge (le mitzvòt, i precetti) con l’intento di avere la salvezza è inutile, esse vanno praticarle come risposta a Dio, ubbidendo con gratitudine per la salvezza che ci reca con Yeshùa. 
  2. Antropomorfismi biblici. Senofane di Colofone criticava nel 4° secolo a. E. V. i miti pagani perché gli uomini supponevano che gli “dèi abbiano voce e corpo simili a loro”, che “gli etiopi dicono che i loro dèi sono neri e camusi, e i traci che hanno occhi azzurri e capelli rossi”, che “se i buoi, i cavalli e i leoni avessero mani e sapessero disegnare e compiere sculture come gli uomini, i cavalli farebbero i loro dèi simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi e ne rappresenterebbero il corpo simile al loro”. - Senofane, Frammenti 14. 16.15.
   Anche la Bibbia presenta Dio come un uomo: egli ha mani e dita; pianta un giardino nell'Eden, modella un uomo di creta; chiude la porta dell'arca dove stavano Noè e gli animali; scende a vedere la torre di Babele. Egli vede, fiuta, parla, grida, fischia, soffia; è soggetto all'ira, ama e odia, gioisce e si addolora. Queste espressioni hanno lo scopo di rendere Dio un essere vivo e concreto, che s’interessa al mondo da lui creato e partecipa alla vita. Tali espressioni mostrano la bontà di Dio, il pentimento, la misericordia, la gelosia, l'unicità divina, l'ira, l'odio, la punizione, la giustizia sia pure a scopo salvifico. Ma, altrove, nonostante tali espressioni umane, Dio è presentato come un essere totalmente diverso dall'uomo: “Sono Dio, e non un uomo” (Os 11:9); “Hai tu occhi di carne? Vedi tu come vede l'uomo?” (Gb 10, 4), “Colui che è la gloria d'Israele non mentirà e non si pentirà; egli infatti non è un uomo perché debba pentirsi” (1Sam 15:29). Riguardo a questo argomento si veda l’appendice alla fine di questo capitolo: La categoria ebraica del Pathos.