“Sono venuto”
“Non pensate che io sia venuto [ἦλθον (èlthon)] per abolire la legge”. Il verbo ἦλθον (èlthon) è al tempo aoristo. Si tratta di un tempo mancante nella lingua italiana; l’aoristo indica un’azione puntuativa del passato. I traduttori cercano di renderlo con il nostro passato remoto, messo poi al congiuntivo richiesto dalla presenza di “non pensate che”, che in italiano richiede appunto il congiuntivo: non possiamo, infatti, dire “non pensate che io venni”; sarebbe scorretto. Il tempo greco aoristo indica sempre, comunque, un’azione avvenuta nel passato. Per esprimere un’azione continua nel passato, il greco ha altri tempi. L’aoristo esprime un’azione compiuta una sola volta e nel passato. La presenza di questo aoristo ci obbliga a intendere che Yeshùa stava dicendo che “venne”, riferito al suo passato.
Yeshùa però stava parlando ai suoi discepoli riferendo ogni cosa al presente: “Veramente vi dico [λέγω (lègo), indicativo presente]” (Mt 5:18, TNM). Questo crea una contraddizione, perché se dovessimo stare alla logica dell’aoristo greco, dovremmo pensare che stesse dicendo che non era venuto per abrogare la Legge in passato (tempo aoristo); ma ora? D’altra parte, al presente (“vi dico”) dichiara che “fino a quando ci saranno il cielo e la terra, nemmeno la più piccola parola, anzi nemmeno una virgola, sarà cancellata dalla legge di Dio”.
Quest’apparente contraddizione si spiega solo con un substrato ebraico del testo. Gli studiosi sono ormai concordi nel ritenere che Mt sia stato dapprima scritto in ebraico e poi tradotto in greco. Lo storiografo palestinese Eusebio (2°-3° secolo), citando Papia, scrisse: “Matteo raccolse quindi i detti [di Yeshùa] nella lingua degli Ebrei” (Storia ecclesiastica, III, XXXIX, 16). Origène (3° secolo) scrisse che “per primo fu scritto quello Secondo Matteo, il quale era stato un tempo pubblicano, poi apostolo di Gesù Cristo . . . nella lingua degli Ebrei” (Storia ecclesiastica, VI, XXV, 3-6). Girolamo (4°-5° secolo) attestò che Matteo “scrisse il Vangelo di Cristo, nella lingua degli Ebrei, per quelli che s’erano convertiti dal giudaismo . . . lo stesso originale si trova tuttora nella biblioteca di Cesarea, raccolto con somma diligenza dal martire Panfilo”. – De viris inlustribus, capitolo III; cfr. E. Camisani, Opere scelte di San Girolamo, Torino, 1971, vol. I, pagg. 114, 115.
Per capire cosa accadde nella traduzione greca di Mt ebraico si può usare un sistema utilissimo che gli studiosi adottano in questi casi: tradurre il greco in ebraico e poi ritradurlo. Ora, il verbo greco ἦλθον (èlthon) sarebbe in ebraico בָאתִי (bàty), che è un tempo perfetto. L’ebraico non è una lingua complessa come il greco o l’italiano. Il tempo perfetto dell’ebraico riassume in sé tutti i nostri tempi del passato (passato prossimo, trapassato prossimo, passato remoto, trapassato remoto e imperfetto); riassume anche tutti ti tempi greci del passato, aoristo compreso. Ad esempio, in Nm 22:38 il verbo בָאתִי (bàty) è reso in italiano “sono venuto”. In Nee 13:7 troviamo ἦλθον (èlthon), nella LXX greca, che traduce addirittura l’ebraico אָבֹוא (avò), reso con “venni” da TNM. Ora, אָבֹוא (avò) è nella forma yqtòl (יקטל) che indica un’azione sì del passato ma che perdura. Quando in Nee 13:7 Neemia dice: “Venni [אָבֹוא (avò)] a Gerusalemme”, non intende dire che era venuto e poi sen’era andato: era ancora lì. Per questo in ebraico si usa אָבֹוא (avò), forma yqtòl (יקטל), che sarebbe meglio tradurre come fa Diodati: “Giunto in Gerusalemme” o come fa PdS: “Ottenni nuovamente il permesso di venire a Gerusalemme” (vv. 6,7). Il greco della LXX usa qui ἦλθον (èlthon), lo stesso verbo di Mt 5:17. Se applicassimo lo stesso criterio, avremmo che l’espressione di Yeshùa corrispondeva all’ebraico אָבֹוא (avò), denotando che era venuto e ancora era lì o – per rimanere al testo di Mt – non era “venuto per” nel senso che ‘era ancora lì non per abrogare la Legge’. Queste sfumature non sono reperibili sulle grammatiche, ma si apprezzano esaminando bene i testi e vedendo come i verbi vengono usati. Yeshùa non parlava quindi di un evento del passato (“io non venni per”), ma di un evento del passato che era tuttora in corso (“io non sono venuto per”).
Inoltre, nella Bibbia il verbo “venire” è spesso usato per indicare un intento o uno scopo.
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“Venire” per (uno scopo) - Esempi
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Mt 20:28
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“Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto”
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Mt 21:32
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“Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia”
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Lc 19:10
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“Il Figlio dell'uomo è venuto per
cercare e salvare ciò che era perduto”
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1Gv 5:20
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“Il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato intelligenza per conoscere colui che è il Vero”
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Gda 14,15
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“Il Signore è venuto con le sue sante miriadi
per giudicare tutti”
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Mt 9:13
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“Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori”
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Mt 10:34
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“Non sono venuto a metter pace, ma spada”
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Lc 12:49
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“Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra”
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Gv 1:31
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“Io sono venuto a battezzare in acqua”
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Gv 10:10
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“Io sono venuto perché abbiano la vita”
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Eb 10:7
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“Ecco, vengo . . . per fare, o Dio, la tua volontà”
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Dicendo; “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge”, Yeshùa stava facendo riferimento al suo intento; la sfumatura che assume qui il verbo è “non pensiate che io sia venuto (con l’intento di)”. E tale intento non era quello di abolire la Legge.