3 - Invenzione di particolari
- Genealogie. Secondo il presbitero Girolamo (morto nel 420 E. V.) i giudei avrebbero una predilezione per le genealogie, che conoscevano a meraviglia, risalendo assai indietro nel loro elenco, anziché fermarsi come noi alla sola paternità. “I [giudei] sono abituati sin dalla loro infanzia a ricordare tutte le genealogie da Adamo fino a Zorobabele a memoria così velocemente che tu pensi che essi riferiscano il loro proprio nome” (Girolamo in Ad Titum 3,9 PL 36,595). Tuttavia, occorre ricordare che le genealogie bibliche hanno dei procedimenti loro propri, che bisogna conoscere per comprenderne il senso profondo. Esse possono seguire le seguenti linee direttive:
· Vera nascita da padre e figlio.
· L'adozione, come si vede nel caso di Yeshùa a riguardo di Giuseppe.
· Il levirato, per cui il figlio nato da un padre reale e da una vedova, viene ritenuto figlio del cognato defunto e primo marito della vedova senza alcuna discendenza. - Dt 25:5-10.
· Possono poi avere un carattere fittizio, per ricollegare dei dati storici.Tale è il caso di Gn 10 dove i vari regni e le varie città sono riunite informa genealogica.
Il Durant per documentarne il valore creò un esempio simile tratto dalla storia moderna, che così si potrebbe ricostruire sulla scia della genealogie antica: “Roberto il Diavolo generò Guglielmo di Normandia, Guglielmo generò Inghilterra, Inghilterra generò Stati Uniti, Stati Uniti generò Washington”. - P. Durant, Critique Biblique, in Dict Apol I, col 797.
Le genealogie ubbidiscono talora a princìpi teologici. Così la genealogia di Yeshùa in Matteo si suddivide in tre serie di 14 nomi ciascuna, forse per ricollegarle a Davide, il cui nome calcolato in cifre dà appunto il numero quattordici. Infatti, le consonanti D(a)V(i)D(e) (ebraico דוד) danno tale somma: 4 + 6 + 4 = 14. Per raggiungere tale scopo, Matteo (in 1:8) tra Ioram e Giosia tralascia tre re: Acazia, Ioas, Amasia, quasi come una damnatio memoriae. Infatti, così scrive Girolamo (in Mt 1:8 PL 26,29): “Siccome Matteo si era proposto di distribuire tutto in tre serie di 14 numeri, e siccome il figlio di Ioram si era invischiato con l'empia Gezabele, se ne toglie la memoria sino alla terza generazione”. Non manca però la solita spiegazione (errata) all’occidentale: “Uno dei problemi posti è perché Matteo ometta alcuni nomi riportati negli elenchi di altri cronisti. Prima di tutto, per provare la propria discendenza non era necessario menzionare per nome ogni anello di congiunzione. Per esempio Esdra, nel provare la propria discendenza sacerdotale, in Esdra 7:1-5, omise diversi nomi riportati nell’elenco della discendenza sacerdotale in 1 Cronache 6:1-15. Ovviamente non era necessario che menzionasse tutti i suoi antenati per convincere gli ebrei della sua discendenza sacerdotale. Lo stesso vale per Matteo: egli senza dubbio consultò il registro ufficiale e copiò da esso, se non ogni nome, almeno quelli necessari a dimostrare la discendenza di Gesù da Abraamo e Davide. Aveva accesso anche alle Scritture Ebraiche, che consultò insieme alle registrazioni ufficiali” (Perspicacia nello studio delle Scritture Vol. 1, pag. 1012, al § 1 del sottotitolo “Attendibilità delle genealogie dei Vangeli”, alla voce “Genealogia di Gesù Cristo”). Matteo avrebbe riportato "se non ogni nome, almeno quelli necessari a dimostrare la discendenza di Gesù da Abraamo e Davide” (Ibidem). Ma – se così fosse – perché Matteo parla di 14 generazioni e lo precisa pure? “Quindi tutte le generazioni da Abraamo fino a Davide furono quattordici generazioni, e da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici generazioni, e dalla deportazione in Babilonia fino al Cristo quattordici generazioni” (Mt 1:17, TNM). Occidentale è anche il ragionamento proposto subito dopo: “Sia gli scribi e i farisei che i sadducei erano acerrimi nemici del cristianesimo, e sarebbero ricorsi a qualsiasi argomento possibile per screditare Gesù, ma va notato che non misero mai in dubbio queste genealogie” (Ibidem, § 2). Ciò che qui non si comprende è che gli scribi e i farisei erano ebrei e, come tali, non avrebbero trovato nulla da dire sul conteggio sbagliato perché per loro non era sbagliato.
Luca invece presenta 72 anelli, perché tale numero secondo la tradizione è quello delle nazioni (cfr. Gn 10). Yeshùa così ricapitola tutto il genere umano in se stesso (Ef 1:10). “Perciò la genealogia di Luca da Adamo a Cristo pone 72 generazioni; congiungendo la fine con il principio significa che Gesù avrebbe ricapitolato in se stesso tutte le lingue e le generazioni degli uomini che si erano disperse dopo Adamo. Perciò da Paolo lo stesso Adamo è detto il tipo del futuro Adamo”. - Epifanio, Contra haereses 3,22,3 oppure cap. 33 in PG 7,958.
- Approssimazioni nei particolari. Mentre l'occidentale moderno, anche nei minimi particolari, cerca di essere accurato, lo storico biblico (come in genere tutti gli antichi) guardano alla sostanza, ma si riservano maggior libertà nei particolari, tanto nei racconti quanto nei discorsi.
I. Nei racconti. Si spiegano in tal modo le piccole differenze tra i racconti del libro dei Re e quello delle Cronache. In Gv più soldati danno da bere a Yeshùa mediante una spugna inzuppata di aceto (Gv 19:29), mentre in Mt ciò lo fece un soldato solo (Mt 27:48). La diversità sul mezzo usato: la canna per Matteo e il ramo d'issopo per Giovanni, si spiega probabilmente con la critica testuale. Un ramoscello d’issopo non può servire per sollevare la spugna inzuppata, in quanto non è lungo e non ha consistenza; serve infatti per spruzzare l'acqua, non per elevare un peso, anche piccolo. Si è quindi proposta una correzione: non sarebbe üssòpo (“issopo”) ma ΰsso (“lancia”), per cui si avrebbe: “Posta [una spugna] su una lancia”. L’errore sarebbe dovuto a diplografia (ripetizione errata di una sillaba (op, nel nostro caso). Così, dall'originale ΰsso (“lancia”), si giunse a üssòpo (“issopo”) per l’errore di un copista che copiò due volte la stessa sillaba op (le parole nei manoscritti sono tutte attaccate):
ὑσσώπῳπεριθέντες
üssopoperithèntes
Tuttavia, anche in tal caso vi è sempre una leggera differenza: "canna" in Mt e "lancia" in Gv. La seconda lezione è più probabile perché le lance erano a disposizione immediata dei soldati. Di solito è Matteo a preferire il plurale (di categoria?).
I discepoli mormorano contro la prodigalità di Maria (Mt 26:8), mentre secondo Giovanni (12:4) ciò fu compiuto solo da Giuda; gli indemoniati di Gerasa sono due (Mt 9:28), ma per Luca e Marco è solo uno (Mr 5:1; Lc 8:26); per Matteo entrambi i ladroni sul palo o croce oltraggiano Yeshùa (Mt 27:38,44), per Luca è solo uno (Lc 23:36); per Matteo Yeshùa appare a più donne (Mt 28:9,10), per Giovanni solo alla Maddalena (Gv 20:11-17); i cechi di Gerico sono per Matteo due (Mt 20:30), mentre per Marco e Luca sono solo uno (Mr 10:46; Lc 18:25). Secondo Matteo (8:5) è il centurione in persona che parla con Yeshùa, ma in Luca (7:3) egli non è presente e parla tramite alcuni amici.
Anche il suicidio di Giuda mostra una grande differenza nei due racconti di Matteo e di Luca (Atti) che è ben difficile concordare. Per Matteo s’impiccò (27:5), per Luca si precipitò squarciandosi il ventre cosicché le interiora si sparsero (At 1:18). Si è creato il romanzo che Giuda, essendosi spezzata la corda o il ramo, sarebbe caduto dall'albero al quale si era impiccato, con la successiva rottura del ventre e fuoriuscita delle interiora. È la teoria che sposano i dirigenti dei Testimoni di Geova: “Mentre Matteo sembra indicare la maniera in cui avvenne il tentato suicidio, Atti ne descrive i risultati. A quanto pare Giuda legò una fune al ramo di un albero, si mise il cappio al collo e tentò di impiccarsi saltando giù da una rupe. Sembra però che la fune o il ramo si sia spezzato così che egli precipitò e si sfracellò sulle rocce sottostanti. La topografia dei dintorni di Gerusalemme mostra che questa conclusione è ragionevole” (La Torre di Guardia del 15 luglio 1992, pag. 6). Ma è una ricostruzione non verace perché il testo dice, in At 1:18, “essendosi precipitato” (da un'altura posta sui monti; ne esistono tante a Gerusalemme). Il greco ha πρηνὴς γενόμενος (prenès ghenòmenos), “con capo in giù ponendosi”. La voce media passiva del verbo indica un'azione compiuta su se stesso (ghenòmenos). Al di là del verbo (che rimane determinante), non si comprende come lo spezzarsi della corda dell’impiccagione (di per sé già strano) abbia permesso al corpo di Giuda di cadere “con [il] capo in giù” (testo greco). È molto meglio dire che la sostanza del fatto consiste nel "suicidio", che poi gli autori descrissero ad arte come sembrò loro meglio per mostrare la conseguenza del tradimento di Yeshùa e la punizione divina dei malfattori. Così come si può pensare che la morte di Erode sia descritta secondo uno schema comunemente applicato agli idolatri: “Roso dai vermi”. - At 12:23.
Luca tralascia il ritiro di Paolo in Arabia, di cui lo stesso Paolo parla: “Me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco” (Gal 1:17); e lo blocca in uno dei due soggiorni dell'apostolo a Damasco (At 9:9-25). Gli eventi di Gerusalemme sono presentati come se fossero frutto di una sola riunione, mentre secondo alcuni autori di riunioni ce ne sarebbero state due e forse anche tre (vedere i nostri sudi sulla vita di Paolo).
II. Nei discorsi. Anche i greci e i latini utilizzavano i discorsi dei loro protagonisti per mostrare la propria personale eloquenza, per cui la storia diveniva “un'opera di grande valore retorico” (Cicerone, De leg. 1,2,25, “opus oratorium maxime”). Gli autori ponevano sulle labbra dei loro personaggi delle magnifiche arringhe create di sana pianta dallo scrittore. Qualcosa di simile, anche se non inventato del tutto, fu compiuto dagli scrittori sacri. Un esempio assai evidente si ha nelle parole che Natan rivolge a Davide in nome di Dio quando lui vuole costruire il Tempio al Signore; in modo sobrio gli dice: “Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu riposerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, il figlio che sarà uscito da te, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli costruirà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e, se fa del male, lo castigherò con vergate da uomini e con colpi da figli di uomini, ma la mia grazia non si ritirerà da lui, come si è ritirata da Saul, che io ho rimosso davanti a te” (2Sam 7:12-15). Il libro delle Cronache, riferendo il medesimo discorso senza accennare alla sua possibile defezione, esalta ancor più la gloria di Salomone, presentandolo in forma messianica, e vi aggiunge: “Egli mi costruirà una casa, e io renderò stabile il suo trono per sempre. Io sarò per lui un padre, ed egli mi sarà figlio; e non gli ritirerò la mia grazia, come l'ho ritirata da colui che ti ha preceduto” (1Cron 17:12,13). Tali discorsi furono creati (così come sono) da persone vissute dopo Salomone.
Il libro degli Atti introduce una trentina di discorsi (quasi un terzo di tutto il libro) dei quali otto sono posti in bocca a Pietro e dieci attribuiti a Paolo: È interessante notare che tutti sono stilisticamente poco differenti in quanto tutti gli oratori parlano come scrive Luca. Vi si possono distinguere tre tipi:
1. Un primo tipo riflette il primitivo messaggio rivolto ai giudei e ai gentili, riporta il kèrygma (= annuncio) apostolico della vita, morte e resurrezione di Yeshùa intrecciato con profezie delle Scritture Ebraiche e si chiude poi con un appello alla conversione e alla fede:
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At
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Kèrigma (annuncio)
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Profezie
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Appello alla fede
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2:
14-38
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“Inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; ma Dio lo risuscitò”
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“fu annunziato per mezzo del profeta Gioele”; “Davide dice di lui”
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“Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo”
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3:
12-26
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“Uccideste il Principe della vita, che Dio ha risuscitato dai morti”
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“Mosè, infatti, disse”, “Tutti i profeti, che hanno parlato da Samuele in poi”
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“Lo ha mandato per benedirvi, convertendo ciascuno di voi dalle sue malvagità”
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4:
8-12
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“Che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai morti”
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Salmo 118:22 e
Isaia 28:16 citati al v. 11
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“Per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati”
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5:
29-32
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“Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù che voi uccideste”
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“Anche lo Spirito Santo [è testimone]”
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“Per dare ravvedimento a Israele, e perdono dei peccati”
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10:
34-43
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“Essi lo uccisero, appendendolo a un legno. Ma Dio lo ha risuscitato”
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“Di lui attestano tutti i profeti”
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“Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati”
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13:
16-41
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“Dio lo risuscitò dai morti”
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“Adempirono le dichiarazioni dei profeti”, “E’ scritto nel salmo”
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“Vi è annunziato il perdono dei peccati”, “chiunque crede è giustificato”
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2. Apologie personali di Paolo, le più importanti delle quali furono tenute al popolo di Gerusalemme (At 22:1-21); a Cesarea in presenza di Felice (At 24:10,21), e poi del re Agrippa (At 26:2-23). In esse Paolo difende la propria fedeltà alla professione di fede ebraica nella quale fu devotamente educato, e che poi integrò per divina chiamata con la fede in Yeshùa, la quale non è altro che il conferimento della prima.
3. Discorsi particolari sono quelli di Stefano (At 7:2-53), di Pietro (At 15:7-11) e di Giacomo (At 15:14-21) alla riunione di Gerusalemme, e infine quello di Paolo a Mileto. - At 20:18-35.
Dallo stile identico si potrebbe concludere che Luca li abbia creati di sana pianta. Ma occorre pure rilevare che il contenuto arcaico di tali discorsi mostra che essi rispecchiano, almeno sostanzialmente, l'annuncio primitivo, anteriore alla teologia paolina e lucana, già più evoluta, e Luca ne avrebbe quindi conservata la sostanza arcaica pur dando loro il proprio stile. Si notino nel discorso di Stefano le allusioni rabbiniche (e anche paoline) alla Legge data dagli angeli (At 8:38; Gal 3:19; At 7:30,35), l'acquisto della tomba di Sichem ad opera di Abraamo anziché di Giacobbe:
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At 7:16 (TNM)
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Gn 33:19 (TNM)
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“Che Abraamo aveva comprato a prezzo con denaro d’argento dai figli di Emor, a Sichem”
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“[Giacobbe] acquistò dalla mano dei figli di Emor padre di Sichem”
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Errore mnemonico da parte di Stefano o di Luca? Se di Stefano, non ci sarebbe alcun problema, in quanto Luca riferirebbe ciò che il protomartire aveva detto. Ma potrebbe anche essere una modifica propria di Luca (se non fu semplicemente una svista) per meglio esaltare l'importanza del terreno conquistato da colui che era il massimo patriarca. Non sarebbe questa l'unica modifica del caso esistente nelle Scritture Greche. Anche Mt abbiamo un disaccordo con Mic:
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Mt 2:6 (TNM)
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Mic 5:2 (TNM)
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“E tu, Betleem del paese di Giuda, non sei affatto la [città] più insignificante fra i governatori di Giuda”
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“E tu, o Betleem Efrata, quella troppo piccola per essere fra le migliaia di Giuda”
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Nel caso di Abraamo/Giacobbe si potrebbe anche trattare di un errore di nome dovuto a un copista: si dovrebbe allora correggere “Sichem” con “Malpela”, dove Abraamo comperò una grotta per seppellire Sara. Fu invece Giacobbe che acquistò a Sichem un terreno per erigervi un altare. Differenze verbali si notano anche nei seguenti detti, nei quali tuttavia la sostanza è peraltro identica:
a) Mr 1:7 e Lc 3:16 hanno: “Sciogliere il legaccio dei calzari”; Mt 3:11 ha: “Portargli i calzari”. Entrambi esaltano la superiorità di Yeshùa su Giovanni il battezzatore.
b) Mt 10:10 e Lc 9:3 hanno: “Né di bastone”; Mr 6: 8 ha: “Soltanto un bastone”. Entrambi vogliono dire di portare solo ciò che è necessario.
c) Lc 19:1-10 parla di “mine”; Mt 25:14-30 di “talenti”. Si tratta di un adattamento di Luca alle misure greche.
Riguardo ai discorsi va notato che un'approvazione generica non ne garantisce tutti i particolari. Giobbe fu approvato da Dio (Gb 42:7), ma non lo fu in tutto. Ad esempio, in Gb 38:2 è biasimato da Dio; in 42:3 Giobbe biasima se stesso. Gli amici di Giobbe, anche se sono in generale biasimati da Dio, possono aver detto qualcosa di buono. 1Cor 3:19 cita, approvando, Gb 5:13 (“Egli prende i sapienti nella loro astuzia”): “[Dio] prende gli abili nella loro astuzia”.