Ci riferiamo di nuovo all’articolo intitolato Il calendario di Dio preso dal sito www.chiesadidio.com, su cui abbiamo già discusso in due nostri precedenti studi (intitolati Il calendario di Dio e Ancora sul calendario) sempre in questa stessa sezione.
“Il nostro Padre non ha mai comandato l'uso del calendario lunare per definire le Sue feste, è questo è assodato dalla Scrittura”, così sostiene il suddetto sito (da qui in poi richiamato con Ibidem). Premesso che si tratta di calendario lunisolare e non lunare, la Scrittura afferma che Dio “ha fatto la luna per le Festività [מֹועֲדִים (moadìm)]”. - Sl 104:19, Dia.
“I mesi dell'anno sono 12 e mai si parla nella Bibbia di un 13° mese” (Ibidem). Infatti, i mesi sono e rimangono 12. Quello che viene chiamato tredicesimo mese per comodità, si chiama in ebraico veadàr (ואדר), ovvero “e adàr”, “ancora adàr”. Il Talmùd ebraico e altre opere postesiliche ebraiche attestano questo nome. Sette volte nell’arco di 19 anni, il mese di adàr (אדר) continuava come veadàr (ואדר).
“L'anno in cui il Messia fu ucciso (30 d.C.), il 1° di Abib coincideva con l'equinozio di primavera” (Ibidem). Concordiamo sull’anno 30 E. V. quale data della morte di Yeshùa, ma smentiamo l’affermazione che in quell’anno “il 1° di Abib coincideva con l'equinozio di primavera” (Ibidem), cui manca l’appoggio di una fonte valida. L’equinozio di primavera, come quello d’autunno, è uno dei due momenti dell’anno in cui giorno e notte sono in perfetto equilibrio (la parola “equinozio” deriva dal latino aequus nox, "notte uguale"). Ebbene, l’equinozio di primavera cadde, nell’anno 30 E. V., mercoledì 22 marzo del calendario giuliano ovvero mercoledì 20 marzo del calendario gregoriano (quello attuale usato in Occidente), alle ore 22 di Greenwich. Il novilunio relativo cadde mercoledì 20 marzo del nostro calendario attuale alle ore 20,59 di Gerusalemme. Nello stesso giorno, dunque? No. Secondo il computo biblico che calcola il giorno dall’oscurità al tramonto successivo (Lv 23:32), il novilunio (ovvero il primo giorno del mese) cadde giovedì 21 marzo del nostro calendario. – Naval Oceanografic, Spring Ohenomena 25 BCE to 38 CE.
Abbiamo quindi: Equinozio di primavera dell’anno 30, mercoledì 20 marzo; 1° giorno del mese di Abìb/nisàn (novilunio) dell’anno 30, giovedì 21 marzo. Questi sono dati astronomici.
“Il 1° di Nisan avvenne proprio durante il novilunio visibile del 21 marzo (il 2° giorno di Abib)” (Ibidem). Falso: si veda la tabella sopra, ricavata da dati astronomici. Abìb e nissàn sono esattamente lo stesso mese. Abìb era il primo mese dell’anno: “Questo mese sarà per voi il primo dei mesi: sarà per voi il primo dei mesi dell'anno”; “Voi uscite oggi, nel mese di Abib” (Es 12:2;13:4). Dopo l’esilio gli israeliti chiamavano i mesi coi nomi usati in Babilonia. Il mese di abìb fu quindi chiamato nissàn, ma era esattamente lo stesso mese di abìb, come dimostra Est 3:7: “Il primo mese, cioè il mese di Nisan”.
“Il 14 di Abib dell'anno 30 d.C, lo stesso in cui gli Apostoli celebrarono la vera Pasqua con il Messia (Lv 23). Ma, come è scritto nei Vangeli, era anche il giorno che precede la preparazione della Pasqua Giudaica (13 Nisan). Come abbiamo potuto vedere il mese di Abib non coincide mai con quello di Nisan!” (Ibidem). Come abbiamo potuto vedere poco sopra, citando la Scrittura, abìb e nissàn coincidono perfettamente. Non si faccia poi confusione tra l’ultima cena e la Pasqua. Quell’anno la Pasqua era Yeshùa stesso (1Cor 5:7; Gv 1:29,36). Yeshùa e gli apostoli quella sera consumarono una cena, com’era d’uso la vigilia di Pasqua, ma non la cena pasquale, tanto è vero che il giorno dopo i giudei che condussero Yeshùa nel pretorio “non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter così mangiare la Pasqua” (Gv 18:28). Come poteva allora essere contemporaneamente “la vera Pasqua” e “anche il giorno che precede la preparazione della Pasqua”? - Ibidem.
“Da questo appare chiaro che l'Emmanuele si rifaceva ad un calendario solare che si presume simile a quello usato dalla comunità di Qumran” (Ibidem). Solo chi non sa mettere insieme i dati biblici ricorre a spiegazioni astruse. Che mai c’entra, poi, Yeshùa con la comunità di Qumràn?
“Anche i Masada (contemporanei del Messia), hanno lasciato delle testimonianze in questo senso” (Ibidem). Ignoriamo chi siano “i Masada”. Forse si vuol far riferimento a Masada, la fortezza ricavata da una montagna rocciosa posta sul versante occidentale del Mar Morto? Giuseppe Flavio scrive che fu costruita dal sommo sacerdote Gionata verso l'80 a.E.V. (Guerre giudaiche VIII, 285). Erode il Grande la utilizzò per nascondersi dopo una sconfitta (Antichità giudaiche XIV, 280-303). Qualche anno dopo, modificò la struttura e vi costruì una nuova fortezza (Guerre giudaiche VII, 280-300). All'inizio della prima rivolta giudaica, nel 66 E.V., il luogo era una guarnigione romana. Ma gli zeloti se ne impossessarono; furono poi sconfitti definitivamente dall'esercito imperiale il 2 maggio del 73 (Guerre giudaiche II, 408). Che ha mai a che fare tutto ciò con Yeshùa?
“Forse, la più ragionevole soluzione al problema delle due Pasque è stata suggerita da A. Jauber: La sua ipotesi è che l'Emmanuele non si attenesse al calendario dei Farisei, ma ad un altro calendario tradizionale . . . secondo la nostra opinione, è il migliore approccio al problema sulla data della Pasqua relativa alla morte dell'Emmanuele”. - Ibidem.
Probabilmente, con “A. Jauber” si vuole intendere Annie Jaubert, che nel suo libro La Date de la Cène (Paris, Gabalda 1957) e nel suo articolo Jésus et le calendrier (New Testament Studies) espone ipotesi alternative circa le date della morte di Yeshùa. Ella si basa, va detto, su uno scritto apocrifo del 3° secolo, la Didascalia degli Apostoli, e su altri apocrifi, testi che nulla hanno a che fare con la Sacra Scrittura.
Sappiamo che in Palestina si faceva uso di un altro calendario liturgico solare, il cui primo giorno non era una domenica ma un mercoledì, giorno della creazione o, meglio, dell’apparizione degli astri (Gn 1:14-18); esso era costituito da 8 mesi di 30 giorni (i mesi 1, 2, 4, 5, 7, 8, 10, 11) e da 4 di 31 (i mesi 3, 6, 9 e 12), il che dava un anno di 364 giorni, cioè 52 settimane esatte, facendo così cadere le feste sempre lo stesso giorno della settimana: la Pasqua, di mercoledì (celebrata il martedì sera). Questo sistema, di certo attraente per la sua regolarità, generava però alcune difficoltà: il sincronismo tra l’anno solare (364 giorni) e lunare (354 giorni) poteva essere raggiunto ogni tre anni aggiungendo un mese di 30 giorni (364 x 3 = 354 x 3 + 30); ma restava comunque un errore di 1,2422 giorni all’anno rispetto all’anno solare reale. Tra le soluzioni proposte c’è l’intercalazione di 35 giorni ogni 28 anni, suggerita dalla Jaubert.
Di questo secondo calendario fa menzione il Libro dei Giubilei, un apocrifo datato al 125 a.E.V. circa; ciò è confermato anche da Enoch etiopico. Tutti testi estranei alla Scrittura. Probabilmente tale calendario derivava in qualche modo da un calendario solare babilonese di 364 giorni - come suggerisce il Libro dell’Astronomia (82,4-6) - in uso in un periodo non successivo al 3° sec. a.E.V., che andò a sostituire un altro calendario solare precedente di 360 giorni. È stato ipotizzato con buone probabilità, quindi, che l’antica Israele conoscesse da tempo il calendario solare, ma che quello lunisolare fu conservato all’epoca di Neemia (cfr. i numerosi studi della Jaubert). La Jaubert stessa lo ammette. E, si noti, Neemia è uno straordinario esempio di fedeltà e devozione: conosceva la Legge di Dio e la applicava. Soprintese alla ricostruzione di Gerusalemme dopo l’esilio e, per ordine suo, si tenne un’assemblea nella pubblica piazza presso la Porta delle Acque. Anche se fu soprattutto il sacerdote Esdra a insegnare la Legge, Neemia pure vi prese parte (Nee 8:1-12). Durante questa riunione generale fu fatta confessione dei peccati di Israele. Fu anche redatto un documento con la confessione scritta, autenticato dai principi, dai leviti e dai sacerdoti; Neemia fu il primo ad autenticarlo imprimendovi il sigillo. - Nee 8:13–10:1.
“Altri che rimasero fedeli alla tradizione d'Israele; fra i quali gli Esseni di Qumran”. - Ibidem.
L’esistenza di questo calendario solare, e la sua diffusione ancora ai tempi di Yeshùa, è stata confermata dal rinvenimento nella grotta n. 4 di Qumràn negli anni ’50 di alcune tavole di concordanza tra i due calendari, allo scopo di calcolare i turni di servizio sacerdotale. Com’è noto, tali frammenti rappresentano il pensiero di una setta che si opponeva al culto del Tempio, secondo loro celebrato da sacerdoti indegni (non sadociti) e secondo un calendario sbagliato, quello lunisolare. Gli Esseni di Qumràn usavano il calendario ufficiale lunisolare per gli affari quotidiani, ma per il servizio liturgico ammettevano solo quello solare descritto dal Libro dei Giubilei (un apocrifo, lo ricordiamo). Gli studi della Jaubert hanno mostrato l’identità tra questo calendario esseno e quello già conosciuto dell’apocrifo Giubilei.
Tutto ciò non porta nulla di nuovo: quella della Jaubert (la teoria secondo cui Yeshùa avrebbe usato il calendario solare esseno) rimane una pura ipotesi basata su testi apocrifi e non sulla Bibbia. In più, che mai hanno a che fare gli esseni con Yeshùa? Le difformità tra la dottrina biblica di Yeshùa e quella dei settari esseni sono notevoli e incolmabili: il loro isolazionismo, il complesso sistema di norme che regolava il loro tipico modo di vivere e il loro comportamento. L’ascetismo, il legalismo, il ritualismo e l’esclusivismo degli esseni non erano di certo praticati da Yeshùa. Infine il movimento esseno era un movimento politico-religioso che ammetteva la lotta armata contro l’oppressore e contro i traditori, ma Yeshùa non era un rivoluzionario. Gli esseni sognavano una strage imminente in cui essi, insieme con gli angeli di Dio, avrebbero massacrato i figli delle tenebre, tra cui tutti gli stranieri e tutti gli infedeli (cfr. Rotolo della Guerra 1QM). Un esseno di nome Giovanni fu comandante di alcuni settori della Giudea durante la rivolta giudaica del 69-70 (Giuseppe Flavio, De Bello Judaico 2,20,4, § 567). Lo stesso Giuseppe Flavio riferisce che gli esseni si difendevano con le armi (De Bello Judaico 2,8,4, § 125). Yeshùa agiva diversamente (Mt 5:38-41). “Gli Esseni erano di un'altra tempra. Essi costituivano un movimento apocalittico e rivoluzionario. La loro ideologia della povertà era strettamente legata al loro insegnamento di una doppia predestinazione: essi erano i figli della luce, i poveri, eletti di Dio, che presto nella prossima fine dei giorni avrebbero preso possesso della terra grazie alle loro armi e aiutati dalle armate celesti. Allora sarebbero stati annientati i figli delle tenebre, il resto d'Israele e le nazioni” (David Flusser, Jesus). Si veda invece l’atteggiamento di Yeshùa in Lc 6:27-36. La tesi dell’essenicità di Yeshùa nacque nel periodo dell'illuminismo con Voltaire. “Ad uno studio più approfondito dei testi risulta chiaro che Gesù non poteva essere stato un Esseno, né un ‘discepolo’ né il ‘Maestro di Giustizia’: Anche l'ipotesi che Gesù abbia vissuto a Qumran è completamente erronea. Il Messaggio di Gesù è in forte contraddizione con gli insegnamenti degli Esseni” (A.Schick, Il fascino di Qumran, pag. 102). Il celebre teologo Hans Kung conclude: “La conclusione sembra inevitabile . . . La successiva tradizione anacoretico-monastica potrebbe richiamarsi, nel suo straniamento dal mondo e nella sua forma e organizzazione di vita, alla comunità di Qumran. Ben difficilmente a Gesù. Egli non incoraggiò nessuna emigrazione interna o esterna. I cosiddetti ‘consigli evangelici’ come modello di vita - cessione dei propri beni alla comunità (povertà), celibato (castità), assoluta sottomissione alla volontà di un superiore (obbedienza), il tutto garantito da voti (giuramenti) - erano sicuramente una realtà a Qumran, non tra i discepoli di Gesù”.
“L'errore che fanno coloro che osservano il Sabato. Essi pensano che il giorno finisca con tramonto del sole ed hanno ragione, ma sbagliano quando fanno iniziare il nuovo giorno con il sopraggiungere della notte. Il nuovo giorno inizia all'alba (la notte è solo un intermezzo fra un giorno e l'altro): "E così fu sera, poi fu mattina: il primo giorno" (Gn 1:5)” (Ibidem). Notiamo subito un’incongruenza: se “il giorno inizia all’alba” (Ibidem) e finisce “con tramonto del sole ed hanno ragione” (Ibidem), dove mai va collocata la notte? Eppure l’articolo sostiene proprio che un “giorno inizia all'alba” e “finisca con tramonto del sole” (Ibidem, sic). E la notte dove si colloca? L’incredibile risposta è che “la notte è solo un intermezzo fra un giorno e l'altro” (sic). - Ibidem.
Nel passo di Gn 1:5 e nei successivi che seguono la chiusa “Fu sera, poi fu mattina”, il testo ebraico dice esattamente וַיְהִי־עֶרֶב וַיְהִי־בֹקֶר (vayè-èrev vayèh-bòker): “E fu sera e fu mattina”. Non si può dare al primo “e” il senso di “poi” e al secondo il senso di “e” come congiunzione. Nel testo ebraico sono tutt’e due congiunzione (וַ, va, “e”). Non possiamo dunque intendere come se dicesse: ‘Poi fu sera e fu mattina’. La Bibbia non dice così. In ebraico l’avverbio “poi” esiste: è אַחַר (achàr), e lo troviamo in Gn 18:5: “Io andrò a prendere del pane e vi ristorerete; poi [אַחַר (achàr)] continuerete il vostro cammino”. La formula “sera e mattino” per indicare un giorno di trova anche in Dn 8:14.
“Dalla sera alla sera seguente, celebrerete il vostro sabato” (Lv 23:32). Non ci sono dubbi: il giorno biblico va da una sera all’altra. La pratica di iniziare il giorno all’alba è pagana e ha la sua origine in Babilonia:
“Presso i Babilonesi l'inizio del giorno era fissato all'alba.” - Eugenio Songia.
“Per gli antichi Egizi, i Babilonesi, i Persiani ed i Greci esso [il giorno] cominciava al levare del Sole.” – V. Santopaolo, A. Tarsia, Università della Calabria.
“Persiani, Egiziani, e Babilonesi davano inizio al nuovo giorno all’alba.” – P. Pecoraro, Piccola storia della divisione del tempo.
“Egiziani, Persiani e Babilonesi iniziavano il nuovo giorno all'alba.” – R. Finozzi, Arte solare.
“L'ora babilonese considera l'alba come inizio del giorno.” – Unione Astrofili Italiani.
“Nel sistema orario detto Babilonico l'inizio e la fine del giorno sono fissati all'istante del sorgere del Sole.” – S. Giuliani, Arte Sole.
“Per Babilonia, l'India (quasi tutto l'Oriente) [il giorno] era dal sorgere al tramonto del Sole.” – Maschito, Viaggio nel tempo.
“Ore babilonesi (o babiloniche): in questo tipo di computo, l’inizio del giorno viene posto alla levata del Sole.” – Sundials.
“Diversamente dai babilonesi, che fissavano l'inizio delle ventiquattro ore dal sorgere del sole o dai greci che lo facevano cominciare dal suo tramonto, per i romani, come ancora per noi, l’inizio del giorno è dalla metà della notte, la mezzanotte.” – Wikipedia, Misura del tempo nell'antica Roma.
“Un altro sistema detto Babilonico . . . Con questo metodo la giornata iniziava al sorgere del Sole”- Quadera, Meridiane.
“Ore babilonesi: l’ora del sorgere del Sole corrisponde all’ora zero.” – C. Cecotti, Il paese delle meridiane.