Home > Psicologia > Psicologia biblica individuale

Psicologia biblica individuale

Perchè una psicologia biblica individuale?
Psicologia
 
   La parola “psicologia” deriva dal greco ψυχή (psüché)”, anima/spirito”, e dal greco λόγος (lògos), “parola/discorso” (e quindi studio). Letteralmente la psicologia è quindi lo studio dello spirito o dell'anima umana. Si tratta della disciplina che studia il comportamento degli individui, i loro processi mentali, le loro dinamiche interne, i rapporti che intercorrono tra l’individuo e l'ambiente, il comportamento umano ed i processi mentali che intercorrono tra gli stimoli sensoriali e le relative risposte.
 
 
Biblica
 
   La psicologia, sorta a metà del 19° secolo, ha avuto molti sviluppi. Già il filosofo greco Aristotele (384 - 322 a. E. V.) si interessava della capacità razionale umana e della percezione che la persona ha del mondo. Prima che sorgesse la psicologia vera e propria, questo campo di indagine competeva alla filosofia. Filosofi come Cartesio, Hobbes e Locke rifletterono sulla mente umana e proposero delle teorie. Oggi ci sono diverse correnti psicologiche. Una psicologia biblica vera e propria, però, manca. Sebbene ci siano istituti biblici che offrono corsi anche specifici di psicologia biblica, si tratta per lo più di “cura delle anime” o cura pastorale. In verità c’è una limitata comprensione della psicologia biblica. Spesso poi con psicologia biblica s’intende solo il delineamento delle personalità e degli atteggiamenti di personaggi biblici.
   Noi intendiamo invece una psicologia che faccia costante riferimento alla parola di Dio. Il disagio interiore in cui persone di tutto il mondo, di tutte le culture e di tutte le epoche spesso vivono sta a dimostrare che c’è qualcosa nella natura umana che non va. Lo stesso Paolo, apostolo e uomo di grande fede, dovette riconoscere: “Io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l'uomo interiore, ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice!”. - Rm 7:22-24.
   “Non c'è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai” (Ec 7:20). “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi” (1Gv 1:8).
   Il fatto è che anche quando ci si sforza di rivolgere l’attenzione a cose buone, a volte entrano nella mente cattivi pensieri. “Quando voglio fare il bene, il male si trova in me”, dice ancora Paolo (Rm 7:21). L’esperienza umana di Paolo è la nostra stessa esperienza: “Ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio” (Rm 7:15). Paolo sapeva qual era la causa di ciò, e la riconobbe: “Io sono carnale, venduto schiavo al peccato”. - Rm 7:14.
   Schiavi del peccato, dice Paolo. Le persone di oggi, che si ritengono illuminate e libere, deridono la stessa parola “peccato”. Probabilmente il retaggio religioso ha svilito e resa sorpassata questa parola. Memori di un tempo in cui si condannavano molte azioni perché “si fa peccato”, oggi questo atteggiamento viene definito bigotto. Oggi la stragrande maggioranza delle persone non si ritiene peccatrice, anzi. Al massimo le persone parlano di sbagli, di errori. Persino coloro che ancora dicono di credere in Dio non usano neppure più la parola “peccato”. Ma cos’è il peccato? Non ci interessano qui le definizioni religiose. Noi guardiamo alla Scrittura, non alla religione. Per capire il senso della parola “peccato” si può esaminare il significato che la parola ha nelle lingue originali in cui fu scritta la Bibbia. In ebraico la parola è חַטָּאת (khatàt) e il verbo relativo è חטא (khatà); il senso è quello di “mancare il bersaglio”. In greco la parola è ἁμαρτία (amartìa), dal verbo ἁμαρτάνω (amartàno), sempre con il significato di “mancare il bersaglio”. Noi diremmo “fallire”. Le due parole, ebraica e greca, hanno il significato di non riuscire a raggiungere non solo obiettivi materiali, ma anche mete morali e intellettuali. Si tratta quindi, nella Bibbia, di mancare il bersaglio nei confronti delle norme divine. La definizione che la Bibbia dà di peccato è questa: “Il peccato è la violazione della legge” (1Gv 3:4). Non si tratta qui della violazione della legge contenuta nei Codici Civili o nei Codici Penali, ovvero di “illegalità” (TNM); si tratta della violazione dell’Insegnamento di Dio (la Toràh, impropriamente tradotto Legge). Più falliamo il bersaglio e manchiamo di osservare i comandamenti di Dio, più ci allontaniamo dall’amore di Dio, “perché questo è l'amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti” (1Gv 5:3). È questa la norma che dobbiamo seguire? Sì, se vogliamo la felicità. Il Creatore è Dio, ed è Dio che sa cosa è meglio per noi. Trascurarlo, fare di testa propria, non è illuminazione e conquista da parte di persone che si reputano moderne e libere, ma è solo il ripercorrere le vecchie vie della disubbidienza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il mondo va come va, e va male. È Dio, e solo Dio, che sa cosa è meglio per noi. “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita”. – Dt 30:19.
   Schiavi del peccato, dice Paolo. Sono solo le persone che non sono davvero libere a credere che il capriccio personale sia una pratica di libertà. L’idea che la libertà sia fare ciò che ci pare e piace, sia pure non danneggiando altri, è alla fin fine l’affermazione che a guidarci debba essere il capriccio personale. E seguire il proprio capriccio, andare ‘dove ci porta il cuore’, cos’è alla fine se non essere schiavi della propria indole che non tiene conto dell’Insegnamento di Dio? “Costoro sono fonti senz'acqua e nuvole sospinte dal vento . . . promettono loro la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione, perché uno è schiavo di ciò che lo ha vinto” (2Pt 2:17,19). Come disse Albert Camus: “La libertà non è che una possibilità di essere migliori, mentre la schiavitù è la certezza di essere peggiori. Chi non sa rinunciare non è libero. E bisogna fare attenzione: i desideri capricciosi cui non si sa rinunciare, prima o poi diventano bisogni.   
   Il fatto è che abbiamo una lotta interiore continua: mentre cerchiamo di attenerci a ciò che è giusto e buono, riscontriamo che tendiamo a fare ciò che è cattivo, ciò che ci fa male.
   Si dice che riconoscere il problema sia già parte della sua soluzione. Paolo aveva identificato il problema della natura umana: “Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no”. - Rm 7:18.
   Una psicologia biblica deve quindi spiegarci i meccanismi dei nostri comportamenti e “il modo di compiere il bene”. Per realizzarci pienamente. Per godere la vita. Per essere felici.
 
 
Individuale
 
   Perché individuale? Non è forse egoistico pensare a se stessi? No, “infatti, che serve all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso?” (Lc 9:25). È da se stessi che occorre iniziare. Riguardo al comandamento “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22:39), si tende a focalizzarsi sulla prima parte trascurando la seconda: “Come te stesso”. Del resto, questo è “il secondo” più importante comandamento (Mt 22:39). “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e il primo comandamento” (Mt 22:37,38). “Ama”: tu, singolarmente, personalmente. È al singolo individuo che sono rivolte queste parole: “Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te”. - Gn 4:6,7.