Bibbia e scienza, errori di traduzione

A volte si accusa la Bibbia di narrare assurdità semplicemente basandosi su errori di traduzione che fanno credere ai semplici che la Bibbia dica davvero così. Ora vedremo alcuni di questi errori.

   Il sole fermato

   “Sole, fèrmati” (Gs 10:12). L’episodio dell’arresto del sole ha suscitato una letteratura immensa e soluzioni di vario genere, che intendono accordare scienza e fede. Parlando secondo le apparenze – dicono alcuni – Dio avrebbe arrestato la terra, dando quindi l’illusione che il sole si fosse fermato. Tuttavia, siccome appare assai strano che Dio abbia ad arrestare il moto dell’universo (ricollegato all’arresto temporaneo della terra) per un fatto così poco importante come la vittoria di Giosuè (giacché egli permise molte altre sconfitte), si è tentata una soluzione naturalista meno straordinaria, per concordare tale fenomeno con la scienza odierna. Alcuni ricorsero al fenomeno delle meteoriti, che cadendo nottetempo avrebbero diffuso la luce; oppure alla rifrazione dei raggi solari dopo la tempesta che avrebbe permesso di vedere il sole anche dopo il suo tramonto. Oggi dominano presso gli studiosi altre soluzioni, poggianti sul fatto che la descrizione dell’arresto del sole si trova in un brano poetico e va quindi inteso secondo le leggi della poesia. È così? È un fatto che la poesia, descrivendo eventi terreni, ama far partecipare anche la natura. Secondo un inno di vittoria gli stessi astri combatterono contro Sisera a favore di Israele (Gdc 5:20); i monti si sciolsero “nel sangue degli uccisi” (Is 34:3 e sgg.). Al ritorno degli esuli “i monti e i colli danno grida di gioia e gli alberi della campagna battono le mani” (Is 55:12). Non potrebbe anche il “fèrmati, o sole!” essere una semplice iperbole? È quanto pensano alcuni biblisti come il Lesêtre che così scrive: “Anziché cercare delle spiegazioni fisiche per interpretare questo passo di Giosuè, è meglio vedervi un problema letterario e supporre, con un buon numero di esegeti contemporanei, che si è di fronte a una citazione poetica da intendersi secondo le regole della poesia” (Lesêtre, Josué et le soleil , in Rev. Pratique d’Apologétique 4, 1907, pagg. 351-356). Con questa iperbole l’autore sacro avrebbe voluto dire che la vittoria di quel giorno fu tale da non potersi concludere in un sol giorno, senza un preciso intervento miracoloso di Dio a favore delle truppe di Israele. Queste poterono ottenere in un giorno un risultato così imponente da essere umanamente impensabile in ventiquattro ore. Il Bressan nota che un procedimento simile non è proprio solo dei semiti, trovandosi pure nella poesia greca del tempo omerico: “In Odissea 23:243 e sgg., Minerva allunga la notte affinché Ulisse e Penelope abbiano più tempo per le loro effusioni d’amore; In Iliade 18:239 e sgg., Giunone, per salvare i greci premuti dai troiani, fa affrettare suo malgrado l’instancabile sole verso l’oceano, il sole s’immerge e i divi Achei hanno respiro; secondo Iliade 2:412 e sgg., Agamennone fa una preghiera esattamente parallela a quella posta in bocca a Giosuè: ‘O Zeus, non tramonti il sole e non sopravvengano le ombre prima che si distrugga Troia’. Chi crederebbe Omero così ingenuo da prendere alla lettera le sue stesse parole? E allora, perché imprestare tale ingenuità allo scrittore ebreo?”. – Gino Bressan, Giosuè il condottiero , in “cento problemi biblici”, Assisi, pagg. 143-148, la citazione si legge a pag. 147.

   Questa ipotesi ha accolto il favore di molti autori cattolici, come lo Schulz, il Veronnet, il Clamer, altri. – A. Schulz, Das Buch Josue , Bonn, pagg. 37-41; A. Veronnet, L’arret du soleil par Josué, in Rev. de Clergè Francais 41, pagg. 585-609; A Clamer, Josué, in Dict. Theol. Cath., Paris, colonne 1560-1562.

   L’uso d’iperboli è assai comune sia presso il mondo orientale sia presso quello occidentale specialmente antico. Tuttavia non convince del tutto che si possa parlare nel caso di Giosuè di una vera iperbole, poiché l’espressione biblica è ben diversa dal desiderio espresso da Agamennone di poter distruggere i troiani prima del calar del sole; di più, il dato poetico su Giosuè è smentito dalla conclusione prosaica: “E il sole si arrestò” al comando di Giosuè. Sembra che si debba concludere che qualcosa di straordinario avvenne per rendere più facile la vittoria di Giosuè.

   Oscuramento del sole. Secondo un’ipotesi, che ora va diffondendosi sempre più, Giosuè non avrebbe chiesto il prolungamento del giorno solare, bensì l’oscuramento del sole. Eccone le ragioni fondamentali:

  1. Il bisogno di Giosuè. Giosuè, partendo da Ghilgal, aveva marciato con le sue truppe per tutta la notte in modo da gettarsi d’improvviso e di buon mattino sull’esercito cananeo accampato a Gabaon: “Giosuè piombò loro addosso all’improvviso: aveva marciato tutta la notte da Ghilgal” (Gs 10:9). L’inattesa comparsa delle truppe israelitiche gettò lo scompiglio sui nemici che si dettero alla fuga per la salita di Bet-Horon. Quando Giosuè rivolse il suo comando al sole, esso stava ancora su Gabaon e la luna su Aialon: “Sole, fermati su Gabaon, e tu, luna, sulla valle d’Aialon!” (v. 12); ora. siccome Gabaon giace a oriente di Bet-Horon, si deve concludere che esso era tuttora nella sua fase ascendente e doveva continuare il suo corso apparente ancora per più di mezza giornata. Non si era infatti ancora a mezzogiorno, per cui in quell’istante il sole doveva mandare i suoi dardi infuocati sulle truppe in corsa, le quali grandemente risentivano la fatica e il calore nella salita che stavano percorrendo. Quale ragione avrebbe avuto in quel momento Giosuè per desiderare l’arresto del sole e il perdurare di quel caldo soffocante? Non sarebbe stato più auspicabile un po’ di refrigerio e di fresco in tale circostanza?
  2. Il senso dei vocaboli. Giosuè, rivolgendosi al sole, così disse: “Sole, resta immoto su Gabaon, e, luna, sul bassopiano di Aialon” (Gs 10:12, TNM). In una nota in calce, TNM fa notare che il termine tradotto usualmente “fèrmati” può essere anche reso “sta quieto (fa silenzio)”. Questo “sta quieto (fa silenzio)” significa forse “fèrmati”? Così è stato inteso dai traduttori. A ben pensarci, significa altro: Sta calmo, smettila di ardere così, fai silenzio. Il testo ebraico è:

שֶׁמֶשׁ בְּגִבְעֹון דֹּום

shèmesh beghivòn dom

 

   Si noti quel dom. È un imperativo. L’imperativo dom viene dal verbo damàm che indica lo stroncamento di un’azione già iniziata, che nel caso del sole e della luna, può intendersi sia come moto locale, sia come diffusione della luce. Nella lingua babilonese l’eclissi del sole e della luna sono espresse con il verbo nàchu che ha il senso di “fermarsi”, “arrestarsi”, come l’ebraico damàm (cfr. F.X. Kgler, Astronomische und Meterriologische Finsterniss, in Zeitschr der deutschen morgenlandischen Geselleschaft 56, 1902, pagg. 60-70).  Non potrebbe questo verbo avere il medesimo senso babilonese di “oscuramento”? È possibile, anche se tale senso non appare altrove nella Bibbia. In Am 8:9 (“Farò tramontare il sole a mezzogiorno e farò oscurare la terra in pieno giorno”) si usa il verbo hifìl di bo (hevetìy, “farò venire”). Se s’intende, quindi, il verbo in tal senso, Giosuè avrebbe ordinato al sole non di fermarsi nel suo luogo, ma di fermarsi nell’inviare i suoi raggi infuocati, chiedendo l’ombra e non il sereno. E Dio avrebbe esaudito la preghiera di Giosuè con un grandissimo improvviso temporale.

  1. Il contesto. Se guardiamo al contesto, notiamo che il cap. 10 di Giosuè si divide in due sezioni: una in prosa (vv. 7-11 e 15-17) e l’altra poetica (vv. 12-14).

a)       Secondo il brano in prosa, mentre Giosuè insegue i nemici sulla salita di Bet-Horon, un furioso uragano si abbatte sui nemici, e, come conclude il narratore: “Avvenne che, mentre fuggivano d’innanzi a Israele ed erano nella discesa di Bet-Oron, Geova scagliò dai cieli su di loro grosse pietre fino ad Azeca, così che morirono. Furono più quelli che morirono per le pietre della grandine che quelli che i figli d’Israele uccisero con la spada” (Gs 10:11, TNM). Dunque Dio intervenne con un grandioso temporale.

b)       La stessa cosa si deve trovare nel brano poetico, tratto da un ignoto Libro del Giusto (sèfer ha-yashàr): “Non è scritto nel libro di Iashar?” (v. 13, TNM). Da questo Libro del Giusto proviene pure il lamento di Davide per la morte di Saul e di Gionata: “Davide intonava questo canto funebre su Saul e su Gionatan suo figlio […]. Ecco, è scritto nel libro di Iashar” [libro del Giusto] (2Sam 1:17); qui anche la LXX ha γέγραπται ἐπὶ βιβλίου τοῦ εὐθοῦς  (ghègraptai epì biblìu tu euthùs, “è scritto nel libro del giusto”; nella LXX è al v. 18). Come armonizzare la richiesta di un arresto del sole con la tempesta provvidenziale? Non è forse proprio questa la risposta di Dio al comando di Giosuè? Dio non solo arresta i raggi solari con la nube, ma anzi interviene a favore delle sue truppe con la violenta grandinata gettata contro i loro nemici.

c)       Che la natura sia al servizio di Dio, risulta spesso nella Bibbia: “Quando ti estinguerò, velerò i cieli e ne oscurerò le stelle; coprirò il sole di nuvole, la luna non darà la sua luce” (Ez 32:7); si veda anche Sl 18:7-16. Questa soluzione suggerita per prima da W. Maunder, fu accettata, sia pure con sfumature diverse, da A. van Hoonacker, J. van Mierlo, Alfrink, J. de Fraine, A. Miller, A. Metzinger e dal Baldi (W. Maunder, A Misinterpreted Miracle, in The Expositor 10, pagg. 239-272; A. van Hoonacker, Das Wunder Josuas, in Theologie und Glaube 5, 1913, pagg. 454-461; questo autore suppone che il temporale durò 24 ore, per cui al suo termine il sole apparve proprio allo stesso punto celeste come il giorno precedente, quasi vi si fosse fermato). –  Cfr. J. Coppens, Le chanoin Albin van Hoonacker, pagg. 29-32; J. van Mierlo, Das Wunder Josuas, in Zeitschr für Katholische Theologie 37, 1913, pagg. 895-911; A.M. Kleber, Josua’s Miracle, in The Ecclesiastical Review 56, 1917, pagg. 477-488; G.B. Alfrink, Het Still Staan van Zon en Maan in Jos 10, 12-15, in Studia Cattolica, Nimgn 24, 1949, pagg. 238-268; J. de Fraine, De Miraculo solari Josue, in Verbum Domini 28, 1950, pagg. 277-286; Hopfl-Moller-Metzinger, Introductio specialis in V.T., Roma, 1946, pagg. 132,sgg.; P Baldi, Giosuè, Marietti, Torino. 1952, pagg. 78-87.

   Ecco quindi la traduzione che si dovrebbe dare a questo brano: “O sole, oscùrati [דֹּום, dôm] in Gabaon e tu, luna, nella piana di Aialon [il sole e la luna potrebbero essere indicati per parallelismo poetico; comunque, non è raro di vedere contemporaneamente il sole e la luna]. S’oscurò il sole e la luna finché la nazione fosse vendicata dai suoi nemici. Non sta forse scritto nel Libro del Giusto: S’oscurò il sole nel mezzo del cielo e non s’affrettò a venire per quasi un giorno intero? Mai vi fu un giorno come quello (né prima né dopo) in cui il Signore ascoltasse la voce di un uomo. Davvero il Signore combatteva per Israele!” .

   Al v. 13 il fermarsi del sole significa che non diede più luce (occultato dalle nubi), e così la luna che non diede più luce. Al v. 13 NR ha: “La luna rimase al suo posto”, ma “al suo posto” manca nell’originale ebraico; TNM ha, giustamente, solo: “La luna in effetti si fermò”.  Il “non si affrettò a tramontare” di TNM al v. 13 è, in verità, altro. Il testo ebraico ha לָבֹוא lavò): “dare luce”. Quindi, “il sole non si affettò a dare luce”. Il v. 14 ha: “Un giorno simile a quello” (“Nessun giorno è stato come quello”, TNM); questo avvenne per la potente intercessione di Dio; solo la Volgata aggiunge “lungo” che manca nell’originale (“Non fuit ante et postea tam longa dies”, “Non ci fu né prima né dopo un giorno tanto lungo”). Il brano è importante perché Dio ascolta la preghiera e combatte per Israele.

   Anche nella letteratura ebraica non biblica il passo può intendersi non nel senso di un prolungamento del giorno, bensì come un’interruzione della luce a causa della tempesta: “Al suo comando non si arrestò forse il sole [dal dare luce] e un giorno divenne lungo come due [diviso in due dalla tempesta]? Egli invocò l’Altissimo sovrano, mentre i nemici lo premevano da ogni parte; lo esaudì il Signore onnipotente scagliando chicchi di grandine di grande potenza”. – Siracide o Ben Sira o Ecclesiastico 46:4,5, CEI; deuterocanonico.

   Interessante anche qui la connessione dei due giorni, con la tempesta che lapidò i nemici in risposta alla preghiera di Giosuè. Fu la Volgata con la sua aggiunta del “tanto lungo” alla sola parola “giorno” del testo ebraico che creò la tradizione dell’arresto del sole nel suo viaggio diurno. E gli altri traduttori, da allora, tutti dietro.

   Una recente soluzione. Joseph Blenkinsopp, docente dell’Università di Notre Dame (nell’Indiana, U.S.A.), ha analizzato i due verbi ebraici damàm e amàd che si usano nel passo, ed ha trovato che appaiono riuniti in un episodio relativo a Gionata e assumono il senso di “attendere” senza dare battaglia (damàm) e di “starsene quieti” senza attaccare (amàd). Gionata che vuole attaccare i filistei dice: “Se ci dicono in questo modo: ‘State fermi [dòmu, “attendete”] finché vi raggiungiamo!’ dobbiamo quindi stare dove siamo [amàdnu, “ce ne staremo quieti”], e non dobbiamo salire da loro”. – 1Sam 14:9, TNM.