L’esistenza di Dio e ciò che comporta per noi

Il filosofo Søren Kierkegaard scrisse: “Se Dio non esiste, dimostrarne l’esistenza è una sciocchezza; ma se Dio esiste, dimostrarne l’esistenza è una bestemmia”. Parrebbe che occorre credere e basta. Stando a Kierkegaard, nel cercare le prove dell’esistenza di Dio, o si sarebbe sciocchi oppure bestemmiatori. Kierkegaard era un credente. Credeva nell’esistenza di Dio e basta.

   Questa impostazione filosofica sembra non fare una piega. E – per la verità – ci fa un po’ specie mettere in discussione l’esistenza di Dio. “Pensano tra sé gli incoscienti: ‘Ma dov’è Dio?’” (Sl 14:1, PdS). Discutere con gli stolti è inutile: “Non dire parole sagge a uno stolto, perché disprezzerà i tuoi discorsi”. Dio esiste? “Non rispondere a una domanda stupida e non somiglierai allo stolto che l’ha fatta”. – Pr 23:9;26:4, PdS.

   Condividiamo appieno l’affermazione filosofica di Kierkegaard, tuttavia dobbiamo fermarci lì. Ovvero al fatto che Dio esiste. Se iniziamo a domandarci in quale Dio si dovrebbe credere e perché, le cose si complicano. Non esistono forse migliaia di religioni? Ciascuna, ovviamente, asserisce di avere l’unica verità.

   Il semplice, seguendo un popolare quanto sciocco modo di pensare (o di non pensare?), asserisce che ognuno ha la sua verità perché ci sono più verità. Questo è un assurdo. La verità è sempre una e una sola. Non esistono – né potrebbero esistere – più verità relative ad un’unica realtà. Possono al massimo esserci più percezioni di una stessa realtà, ma la realtà vera è una e una soltanto. Se una persona dice che è bianco e un’altra dice che è nero, la verità può avere solo una tra queste quattro possibilità: è bianco oppure è nero oppure è di un altro colore oppure è incolore. Non c’è scampo. Il fatto che si percepisca in modo diverso può dipendere solo dalle facoltà percettive soggettive, ma queste nulla tolgono alla verità oggettiva.

   Mentre, quindi, ci sembra del tutto inutile dover dimostrare che Dio esiste, riteniamo che sia perfino doveroso dare le ragioni di questa fede. Questo duplice atteggiamento crediamo sia ben espresso dalla Bibbia:

   ● “Ciò che si può conoscere di Dio è visibile a tutti: Dio stesso l’ha rivelato agli uomini. Infatti, fin da quando Dio ha creato il mondo, gli uomini con la loro intelligenza possono vedere nelle cose che egli ha fatto le sue qualità invisibili, ossia la sua eterna potenza e la sua qualità divina. Perciò gli uomini non hanno nessuna scusa”. – Rm 1:19,20, PdS.

   ● “Siate sempre pronti a rispondere a quelli che vi chiedono spiegazioni [“a chiunque vi chieda ragione”, TNM] sulla speranza che avete”. – 1Pt 3:15, PdS.

   Circa duemila anni fa, Saulo di Tarso (più noto come l’apostolo Paolo), si trovava ad Atene, in Grecia. “Alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: ‘Che cosa dice questo ciarlatano?’. E altri: ‘Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere’ . . . Presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: ‘Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose’”. – At 17:18-20.

   Paolo colse l’occasione al volo. “Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: ‘Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: ‘Poiché siamo anche sua discendenza’”. – At 17:22-28.

   Nell’annunciare a quegli ateniesi il Dio unico della Bibbia, Paolo non suggerì l’idea che occorreva aver fede e basta. Evidenziò che Dio “ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso” e “che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa”. Nell’affermare che l’umanità fu creata da Dio si avvalse anche citazioni tratte da opere di ‘loro poeti’ (tratte dai Fenomeni di Arato e dall’Inno a Zeus di Cleante). Paolo usò, insomma, delle argomentazioni sull’esistenza di Dio, in cui credeva fermamente.

   Con un paradosso, Georg Cristoph Lichtenberg disse: “Grazie a Dio, sono ateo”. Fu poi seguito a ruota da Errico Malatesta, Luis Bunuel e Woody Allen. Al di là delle battute, chi si definisce ateo dovrebbe lui dimostrare che Dio non esiste. In passato con il termine ateo i fedeli di una certa religione semplicemente indicavano, spregiativamente, gli appartenenti a religioni o fedi diverse dalla propria. I fedeli della religione romana chiamavano infatti atei i “cristiani”. Nelle culture teocratiche è ateo chi non crede nel Dio di quella cultura. Nelle nazioni comuniste in cui vigeva un “ateismo di stato”, al contrario, erano perseguitate le persone religiose. Esistono poi atei dichiarati che credono in concetti come “forza universale” o simili; costoro conservano elementi di religiosità, pur non credendo in un Dio.

   Il termine “ateo” indica l’idea di chi afferma positivamente che l’esistenza di una divinità sia impossibile (ed eventualmente sappia anche dimostrarlo). Pare proprio, però, che finora nessuno mai sia riuscito a dimostrare che Dio non esista. Un vero ateo – ovvero uno che sappia dimostrare che Dio non esiste -, ecco, un vero ateo è lui che non esiste.

   Si può parlare allora più correttamente di agnosticismo. Vi appartengono tutti coloro che sulla questione dell’esistenza o inesistenza di Dio sospendono il loro giudizio o si astengono dall’esprimerlo. Semplicemente dicono che non sanno (àghnostos, ἄγνωστος, “sconosciuto”; da cui “agnostico”). Non conoscere o non sapere una cosa non significa necessariamente che quella cosa non sia vera. Semplicemente non la si sa.

   Abbiamo dunque i sedicenti atei che non sanno né potrebbero dimostrare l’inesistenza di Dio e abbiamo gli agnostici che semplicemente non si pongono la questione. Ma – per amore di ragionamento – l’esistenza di Dio è dimostrabile?

Quale Dio?

   Occorre definire intanto la parola “Dio”. Qui incontriamo immediatamente dei problemi. Infatti, una nozione universale di Dio non è possibile, perché la parola “Dio” (e il suo equivalente nelle altre lingue) è stata usata in modi molto differenti lungo tutto il corso della storia umana. Per i romani e per i greci la parola più appropriata sarebbe stata “dèi”, dato che per loro non c’era un solo dio. Oggigiorno, in oriente vengono ancora adorati milioni di dèi. Di fatto il politeismo esiste ancora.

   Anche rimanendo in tema di monoteismo i problemi non scompaiono. I “cristiani” si definiscono monoteisti. Ma i cristiani sia cattolici che protestanti credono in un “Dio” trino, una Sostanza in tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Varie chiese derivate dalla Chiesa di Dio Universale credono addirittura in due Dèi, il Padre e il Figlio.

   Non si tratta solo di quantità, per così dire. Si tratta anche di qualità. I Testimoni di Geova, la Chiesa del Regno di Dio e le Chiese Cristiane di Dio sono di certo monoteiste: credono in un solo Dio (non trino). Ma la domanda è: In quale Dio? Anche i mussulmani sono rigidamente monoteisti, ma in quale Dio credono?

   La nostra indagine non può – e non deve, per ora – mirare a dimostrare l’esistenza di un Dio particolare. Riformuliamo allora la domanda in modo più corretto: Esiste la Divinità, sia essa un Dio unico o una pluralità di dèi?

   Pur definendo così la questione, si prospetta un nuovo problema: la Divinità si rivela agli esseri umani? Del Dio degli ebrei, che pur si rivela, la Bibbia afferma: “Nuvole e oscurità lo circondano” (Sl 97:2); “Fece quindi delle tenebre il suo nascondiglio”. – Sl 18:11, TNM.

   Il già citato Paolo affermò che “ciò che si può conoscere di Dio è visibile a tutti” perché “Dio stesso l’ha rivelato agli uomini” (Rm 1:19,20, PdS). Si noti: “Ciò che si può conoscere”. Tutto “ciò che si può conoscere” lo si può conoscere solo perché “Dio stesso l’ha rivelato”. Per questo tipo di conoscenza non occorre chissà quale sapienza donata dall’alto: “Gli uomini con la loro intelligenza” sono in grado di conoscere. – Ibidem.

    Ma la Divinità, per definizione, è soprannaturale e ha poteri soprannaturali. Sono proprio queste capacità sovrannaturali di Dio che vengono opposte alla possibilità scientifica di investigazione. Se la Divinità si tiene nascosta, come possiamo conoscerla? Gesù stesso (o, per usare il suo vero nome, Yeshùa) disse che “nessuno conosce il Padre [Dio], se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Mt 11:27). Se Dio non vuole rivelarsi, non si rivela. Di fatto – afferma Yeshùa – Dio non si rivela sempre e a chiunque.

   Tornando alla semplice esistenza di Dio, i sostenitori del disegno intelligente credono che esistano prove che indicano l’esistenza di un creatore intelligente. Uno scrittore biblico argomenta in modo semplice: “Certo ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio” (Eb 3:4). Una casa non viene all’esistenza da sola: qualcuno, intelligentemente, la progetta e la costruisce. L’universo non è certo da meno di una casa. Tuttavia, questa deduzione viene rigettata dalla comunità scientifica, che parla del “Dio dei vuoti”: dato che la scienza non sa spiegare tutto, il ruolo di “Dio” è confinato ai vuoti lasciati dalle spiegazioni scientifiche della natura. Per fare un esempio, le prime descrizioni religiose di oggetti ed eventi (sole, luna e stelle; tuoni e fulmini) ponevano tutto ciò nel reame delle cose create o controllate dalle divinità. Man mano che la scienza trovava spiegazioni alle sue osservazioni nei reami di astronomia, meteorologia, geologia, cosmologia e biologia, il bisogno o necessità logica di un Dio per spiegare quei fenomeni venne progressivamente ridotto, andando a occupare i vuoti. Dato che i fenomeni naturali in precedenza spiegati con la Divinità si stanno restringendo, le spiegazioni teistiche o divine per qualsiasi fenomeno naturale diventano meno plausibili. In ogni caso, le teorie sull’origine della vita e sul perché l’universo esista, rimangono problemi notevoli per cui non si è ancora formato un consenso scientifico. Rimangono dei vuoti.

   Triste a dirsi, gli scienziati che non credono all’esistenza di Dio sono spesso indotti a tale atteggiamento proprio dalla religione. La Divinità che le varie religioni presentano è spesso frutto di concezioni umane o di interpretazioni umane di libri sacri, Bibbia compresa. Spesso è difficile accettare il Dio che le religioni presentano.

Fede o conoscenza? 

 

   Non si può dire di conoscere qualcosa solo perché ci si crede. La conoscenza è una cosa, la credulità un’altra. Altra cosa ancora è la fede. La fede esclude forse l’indagine e il rigore scientifico? Certo che no. Ciò in cui si crede deve essere anche vero. Ma il fatto è che non sempre l’indagine rigorosamente scientifica è in grado di dare dimostrazioni nel campo della fede. Non perché le dimostrazioni non siano possibili, ma perché la conoscenza scientifica non ci è ancora arrivata. Si potrebbero riempire chilometri e chilometri di scaffali con i libri di scienza ormai obsoleti. Affidarsi alla scienza di oggi per avere una prova dell’esistenza di Dio sarebbe come essersi affidati al primo prototipo della bicicletta per andare sulla luna. Si doveva attendere che l’uomo fosse in grado di costruire l’Apollo 11, per andare sulla luna. Per ora la scienza si deve limitare a studiare la creazione, non il Creatore. E Dio solo sa quanto essa abbia da imparare e per quanto tempo ancora debba studiare.

   Non tutti gli scienziati sono agnostici. Einstein era credente. Lo scienziato italiano Zichichi è credente. Il matematico italiano Vincenzo Flauti (1782-1863) pubblicò perfino una dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio. George Boole (1815-1864), inventore dell’algebra della logica, espresse in formule la dimostrazione dell’esistenza di Dio (The Laws of Thought, cap. XIII, MacMillan, 1854). Noi riteniamo che la matematica in sé sia già una dimostrazione dell’intelligenza geniale di Dio.

   Tra gli gnostici che non possono ignorare che l’universo stia lì a dimostrare un Creatore, ci sono coloro che assurdamente ipotizzano che l’universo sia lì da sempre. Eludono il problema, spostandolo nel remoto infinito passato. In ogni caso è dimostrabile che l’universo non esiste da sempre. La prova sta nella radioattività. La radioattività, o decadimento radioattivo, è un insieme di processi tramite i quali dei nuclei atomici instabili (nuclidi) emettono particelle subatomiche per raggiungere uno stato di stabilità. È vero che il momento in cui un atomo instabile decadrà non è prevedibile, ma una cosa è certa: decadrà. Inoltre, il decadimento rispetta una precisa legge statistica. Questa legge può essere descritta tramite l’equazione differenziale che ha questa soluzione:

 sol

   Se l’universo fosse lì da sempre non avremmo più radioattività: il decadimento apparterebbe al passato remoto.

   Anche la teoria del Big Bang sposta il problema. Ammesso e non concesso (ma molte religioni concedono) che tutto sia iniziato con il Big Bang, rimangono le domande: Cosa o chi lo avrebbe causato? E da dove è venuta la materia iniziale da cui si sarebbe sviluppato?

   Oggi sappiamo che l’universo è finito. Secondo lo scienziato italiano Zichichi possiamo perfino sapere quanto pesa. Alla domanda su cosa mai ci sia oltre i confini dell’universo la risposta data da Zichichi è: il nulla. Ma non si confonda il nulla con il vuoto (il vuoto è qualcosa e occupa spazio). Il nulla è qualcosa che non conosciamo.

   A noi piace fare l’esempio del sogno. Quando si sogna – a parte i rari sogni coscienti – c’è un solo modo di sapere che si tratta di un sogno: svegliarsi. Nel sogno tutto appare assolutamente reale. Ma dove si trova lo spazio del sogno e quanto in esso contenuto? Dove sono gli oggetti e le persone che mentre sogniamo sono per noi del tutto reali? Inoltre, cosa mai c’è oltre lo spazio delimitato del sogno? Quello spazio onirico non è da alcuna parte. Ci appare reale, ma è solo nei nostri pensieri.

   Questo esempio forse ci aiuta a comprendere l’universo e quanto in esso accade. È come se fossimo il sogno di Dio (o chissà – se ci è concessa una battuta – l’incubo).

   È da sciocchi credere che Dio abbia un corpo, per quanto spirituale, e che occupi uno spazio. Rasenta la blasfemia. Dio non è in un universo materiale o spirituale, altrimenti quell’universo sarebbe il contenitore di Dio. Piuttosto, è l’universo che è in Dio. “In lui infatti noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17:28, PdS). Non ha senso alcuno tradurre questo passo con “mediante lui” (TNM). Il testo originale greco non lascia dubbi: ἐν αὐτῷ (en autò), “in lui”.

   Siamo, per così dire, il sogno di Dio. Ma la materia è reale? Se un mattone ci cade in testa non abbiamo dubbi. Ma qual è l’elemento più piccolo che costituisce quel mattone e noi stessi? Una volta si sarebbe detto l’atomo.

   Nella teoria atomica di un tempo l’atomo era ritenuto indivisibile per definizione. Si scoprì poi che l’atono ha una sua struttura interna: è cioè composto da particelle più semplici, che vennero inizialmente dette “particelle subatomiche”. Queste poi vennero chiamate “particelle elementari”. Dopo le scoperte iniziali di elettrone, protone e neutrone, il numero e la tipologia delle particelle elementari crebbero in modo continuo. Si rese necessario dedicare allo studio delle particelle una nuova branca della fisica: la fisica delle particelle. La fisica delle particelle è la branca della fisica che studia i costituenti fondamentali e le interazioni fondamentali della materia.

   Alcune delle particelle che venivano considerate elementari si rivelarono a loro volta composte di particelle ancora più elementari.

   Va notato che il termine particella non è del tutto adeguato: la meccanica quantistica ha eliminato la distinzione tra particelle e onde che aveva caratterizzato la fisica del 19° secolo. In senso stretto, il termine particella non è del tutto corretto. Gli oggetti studiati dalla fisica delle particelle obbediscono ai principi della meccanica quantistica. Come tali, mostrano una dualità onda-corpuscolo, in base alla quale manifestano comportamenti da particella sotto determinate condizioni sperimentali e comportamenti da onda in altri.

   Nella fisica classica con “materia” genericamente si indica qualsiasi cosa che abbia massa e occupi spazio, escludendo l’energia dovuta al contributo del campo delle forze. Questa definizione non è più adatta per la moderna fisica atomica e subatomica, per la quale lo spazio occupato da un oggetto è prevalentemente vuoto, e l’energia è equivalente alla massa (E=mc²). Si può invece adottare la definizione che la materia è costituita da una certa classe delle più piccole e fondamentali entità fisicamente rilevabili.

   In parole povere, andando sempre più nel sottile per scoprire da cosa è composta la materia, ad un certo punto non troviamo più entità con massa e che occupano spazio, ma onde di energia.

   Fede e conoscenza non sono in contrasto, ma la conoscenza non è affatto un requisito della fede né, tantomeno, della salvezza. Paolo, che di certo era uomo di grande fede, riconobbe: “Ora conosco in parte” (1Cor 13:12). L’antico patriarca ebreo Abraamo è definito “il padre di tutti quelli che hanno fede”. (Rm 4:11, TNM). Eppure, Abraamo – trasferendosi verso la Palestina – “partì senza sapere dove andava” (Eb 11:8). Abraamo fu “dichiarato giusto per le opere” – non per la conoscenza – perché la sua “fede operava insieme alle sue opere” (Gc 2:21,22, TNM). E che conoscenza poteva mai avere la pagana “donna cananea” a cui Gesù (il cui nome vero è Yeshùa) disse: “Donna, grande è la tua fede” (Mt 15:22,28)? Probabilmente non aveva mai neppure letto un solo versetto della Bibbia. E di certo non aveva la minima conoscenza della Bibbia il pagano centurione romano di cui Yeshùa disse: “In nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande!” (Mt 8:10). In Israele c’erano allora i “dottori della legge” (Lc 5:17), tra cui gli scribi che facevano per professione uno studio sistematico della Toràh (i primi cinque libri della Bibbia) e la spiegavano. Ma a quel centurione pagano del tutto ignorante di Bibbia fu riconosciuta più fede che a tutti quei gran dottori.

   Eppure c’è ancora chi pensa che “acquistare accurata conoscenza della verità insegnata nella Bibbia è essenziale per essere salvati” (La Torre di Guardia del 1° dicembre 1989, pag. 11, § 7), arrivando al punto di affermare che “la vera fede si basa sull’accurata conoscenza”. – Perspicacia nello studio delle Scritture Vol. 1, pag. 35.

   L’equivoco nasce dalla non comprensione del significato di “conoscenza” secondo la Bibbia. Intendendo la conoscenza in senso occidentale, ovvero intellettuale, si insiste sullo studio. Non è affatto vero che “la vera fede si basa sull’accurata conoscenza” (Ibidem). La fede non si acquista, la fede è un dono: “Il frutto dello spirito [di Dio; ovvero la sua energia o forza] è […] fede” (Gal 5:22, TNM). Si può studiare quanto si vuole e si può anche arrivare a credere, ma la fede è altra cosa: “Tutto dipende da Dio che ha misericordia, e non da ciò che l’uomo vuole o si sforza di fare”. – Rm 9:16, PdS.

   Come intendere ciò che dice la Bibbia in Rm 10:2? Vi si legge, riferito ai giudei: “Hanno zelo verso Dio; ma non secondo accurata conoscenza” (TNM). Non si faccia l’errore di intendere qui la conoscenza all’occidentale, ovvero quella che si acquisisce con lo studio. Chi insiste su questo tipo di conoscenza fa lo stesso errore di quei giudei: “Essi non hanno capito che Dio mette egli stesso gli uomini nel giusto rapporto con sé, e hanno cercato di arrivarci da soli”. – Ibidem, verso 3, PdS.

    Lo ripetiamo: si può studiare quanto si vuole e si può anche arrivare a credere, ma la fede è altra cosa: “Tutto dipende da Dio che ha misericordia, e non da ciò che l’uomo vuole o si sforza di fare”. – Rm 9:16, PdS.

   Pur essendo consapevoli che la conoscenza mentale o intellettuale (quella che si acquista con lo studio, per capirci) non è un requisito della fede, non dobbiamo demonizzare questo tipo di conoscenza. Pietro e Giovanni, due dei principali apostoli di Yeshùa, “erano popolani senza istruzione” (At 4:13). Ma Paolo era “istruito secondo il rigore della” Toràh. – At 22:3, TNM.

   “La conoscenza fa insuperbire” (1Cor 8:1, PdS), e questo è un rischio, ma lo studio accurato ci permette anche di capire il significato esatto dei passi biblici proprio come erano intesi ai tempi biblici.

   La fede non s’impara. Non si può studiare per avere la fede. “La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono” (Eb 11:1, PdS). Chi scrisse questo passo fece, nella lingua originale greca in cui scrisse, un’affermazione forte. Disse che la fede è ἔλεγχος (èlenchos) ovvero “prova” delle “cose che non si vedono” (“l’evidente dimostrazione di realtà benché non vedute”, TNM). La fede non cerca prove, la fede è in sé la prova. Si tratta della fede che Dio dona, non della credulità religiosa e neppure del frutto di tanto studio.

   “I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza” (1Cor 1:22). C’è chi per credere deve toccare con mano, mettendo il dito nelle ferite provocate dai chiodi; c’è chi ha una propria idea fantasiosa sotto le mentite spoglie di una religione o di una filosofia; c’è poi chi non crede. Intanto Dio “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni”. – Mt 5:45.

Qualcosa di ben più importante della conoscenza

   Paolo scrisse ai galati: “Non conoscevate Dio” (Gal 4:8, TNM); poi aggiunse: ‘Ora avete conosciuto Dio’ (Ibidem, verso 9), e subito si corresse: “O piuttosto ora che siete stati conosciuti da Dio”. – Ibidem.

   Da questo passo possiamo comprendere due cose.

  1. Il significato di “conoscere” in senso biblico. Cosa significa essere “stati conosciuti da Dio”? Dio già conosce (nel senso di sapere) ogni cosa di ciascuno di noi: “Signore, tu mi scruti e mi conosci; mi siedo o mi alzo e tu lo sai. Da lontano conosci i miei progetti: ti accorgi se cammino o se mi fermo, ti è noto ogni mio passo. Non ho ancora aperto bocca e tu già sai quel che voglio dire” (Sl 139:1-4, PdS). In questo senso anche quei galati erano di certo già conosciuti da Dio, dato che ‘nemmeno un passero cade a terra senza che Dio lo sappia’ (Mt 10:29). In che senso allora quei galati erano “stati conosciuti da Dio”?  La Bibbia stessa ci dà la risposta: “Se qualcuno ama Dio, è conosciuto da lui” (1Cor 8:3, TNM). Chi ama Dio entra in relazione con lui. Nella Bibbia la conoscenza non è quella mentale, ma quella relazionale. Ecco perché alle persone che vengono rifiutate Yeshùa dice: “Non vi conosco” (Mt 25:12, TNM). Biblicamente, conoscere Dio significa entrare in relazione con lui, non studiare quello che la Bibbia dice su di lui.
  2. C’è qualcosa di ben più importante che conoscere Dio. È che Dio conosca noi. La felicità non sta forse nella consapevolezza di essere importanti per qualcuno? A che ci serve tutta la conoscenza del mondo, perfino quella biblica, se poi Dio non s’interessa di noi?

   Perché allora questo sito che ha come sottotitolo esplicito: Uno studio accurato della Sacra Scrittura?

   I lettori dei tempi biblici non avevano bisogno di studi di teologia. La Bibbia parlava loro non solo nella loro lingua, ma anche nel loro linguaggio. Quei fedeli erano orientali e semiti. La Bibbia è un libro orientale e semita. Sia gli scrittori che i lettori biblici erano orientali e semiti. E vissero alcuni millenni or sono. Noi, lettori occidentali e non semiti del 21° secolo, noi sì che abbiamo bisogno di studiarne se vogliamo intendere nel giusto modo la Bibbia.

   Un solo esempio per tutti. L’espressione evangelica di Luca 14:26 è scioccante, sconcertante e scovolgente per l’occidentale del 21° secolo: “Se qualcuno viene a me e non odia suo padre e la madre e la moglie e i figli e i fratelli e le sorelle, sì, e perfino la sua propria anima, non può essere mio discepolo” (TNM). Ma chi conosce il modo di esprimersi ebraico sa che nell’ebraico non esistono le mezze misure. L’occidentale dice: amare qualcuno più di un altro, amare di più Dio, pur non smettendo di amare moglie e famiglia; il semita diceva: amare uno e odiare gli altri. Il semplice si scandalizza. Chi sa andare a fondo capisce.