Uso apologetico dell’archeologia

Archeologia per confermare apologeticamente la Bibbia

 

Un gruppo di studiosi (non specialisti) utilizzò l’archeologia come mezzo apologetico per dimostrare l’esattezza dei racconti biblici contro le difficoltà critiche. Ma questa corrente apologetica non fu onesta. Esempi tipici di questa corrente furono W. Keller, Marston e Horn. Basti ricordare qualche esempio di concordismo forzato tra Bibbia e archeologia, utilizzato da questi autori, i quali talvolta riferiscono delle interpretazioni favorevoli alla Bibbia, che in seguito furono smentite dagli stessi archeologi o da studi successivi. Così si è voluto trovare una conferma del Diluvio negli strati del deposito alluvionale rinvenuti da Wooley a Kish, a Ur, a Lagash, ma si è dimenticato di dire che essi non appartengono tutti al medesimo periodo e sono depositi parziali dovuti a semplici sedimentazioni fluviali. Ci si è dimenticati di dire che un Diluvio durato solo 40 giorni non può aver lasciato resti visibili sulla terra. Si asserì che il crollo delle mura di Gerico sarebbe stato documentato dall’archeologo Garstang, ma ci si dimenticò di aggiungere che ciò fu invece contestato dagli scavi successivi assai più accurati di Miss Kenyon.

   Occorre quindi evitare di erigere l’archeologia al rango di “apologeta” della Bibbia e lasciare che essa cammini per proprio conto, anche se dovesse sollevare delle difficoltà al racconto biblico. Anziché andare a caccia di concordismi forzati, si dovrebbe accettare il fatto archeologico così com’è, tentando la soluzione delle difficoltà con un esame più accurato delle regole dell’interpretazione biblica e ricercandone in modo più profondo il messaggio spirituale.

   Si affermò da parte di Harrison (a pag. 125 della sua Introduction to the O.T.) che a Ezion-Geber (l’attuale Tell el-Kheleifeh) si sarebbe trovata una fornace per costruire le navi di Salomone e di Giosafat descritte nella Bibbia: “Il re Salomone costruì anche una flotta a Esion-Gheber, presso Elat, sulla costa del mar Rosso, nel paese di Edom”, “Giosafat costruì delle navi di Tarsis per andare a Ofir in cerca d’oro; ma poi non andò, perché le navi naufragarono a Esion-Gheber” (1Re 9:26; 22:49); “Navi che andassero a Tarsis; e le costruirono a Esion-Gheber” (2Cron 20:36). Ma lo stesso Glueck nel The Biblical Archeologist (settembre 1965, pagg. 70-77) ritrattò la sua opinione precedente; così la fornace diventò un buco scavato nei mattoni per decadimento naturale o per il bruciamento di travi di legno.