L’archeologia illumina l’ambiente biblico

Innegabile contributo archeologico per una migliore comprensione biblica

 

L’archeologia ci svela in modo meraviglioso l’ambiente nel quale si è sviluppata la Bibbia. La Scrittura diviene così ben più comprensibile. Eccone alcuni esempi esplicativi.

   Assimilazione di espressioni, di cultura e di simbolismi. Il nome di Dio El non è una creazione del popolo ebraico, ma fu adottato da esso perché il suo nome era assai diffuso presso i semiti (el, ilu) per indicare il Dio supremo. Sopraffatto poi presso i cananei, quel nome era riferito a Baal (continuo pericolo e tentazione per la fedeltà ebraica) con i suoi culti licenziosi. Il Dio El fu accolto anche dagli ebrei perché, appunto per essere un nome noto presso gli altri popoli, si prestava bene a indicare il Dio universale. Yhvh divenne invece il Dio nazionale, protettore degli ebrei. Si spiegano così i brani yavistici ed eloistici nei quali predominano rispettivamente i nomi di Yhvh e di Elohìm; i brani compositi che hanno di Yhvh-elohìm (Gn 2) indicano che i due s’identificano tra loro.

   Nonostante l’opposizione generica al culto licenzioso cananeo, di fatto, gli ebrei accolsero molti elementi fenici (ossia cananei). Nella costruzione del Tempio, Salomone utilizzò materiale, architetti e operai specializzati fenici. Non fa quindi meraviglia che l’architettura templare ricalchi quella del tempio fenicio di Byblos. È pure interessante notare che anche in Fenicia, nel ciclo letterario di Baal, riaffiori l’idea che il Tempio sia voluto da Dio (1Re 5:19) e che sia in rapporto con la pioggia fecondatrice: la festa della dedicazione del Tempio ebraico avveniva in settembre-ottobre a conclusione dell’annata con la festa delle Capanne, nella quale con un rito apposito si attingeva dell’acqua fecondatrice (quasi il Dio di Israele fosse identico a Baal, dio della pioggia). In Is 12:3 si accenna all’acqua tolta dalla fontana di Siloe (Is 8:6) che veniva versata (processionalmente) sull’altare degli olocausti. Pensando a questo rito, Yeshùa presentò la sua dottrina dell’acqua che conduce alla vita eterna. – Gv 7:37;4:14.

   Anche alcune espressioni ci vengono chiarite con l’indagine filologica o mitologica dei testi di Rash Shamra. Il vet khàver (בֵית חָבֶר) di Pr 21:9 significa “magazzino”, per cui il passo che normalmente è tradotto: “È meglio dimorare sull’angolo di un tetto che con una moglie rissosa, benché in una casa in comune” (TNM), va tradotto: “È meglio vivere in un angolo del tetto anziché in un magazzino con una donna litigiosa”, intendendo che è meglio star da soli in un angolo senza nulla che in compagnia di una moglie litigiosa in un magazzino ricolmo di cose.

   Nel poema di Keret (“verso il fiume”) il dio El, assiso in mezzo all’assemblea degli dèi, giudica e condanna a morte i colpevoli. Su tale tratto mitologico è formata l’espressione del Salmo 82:1. NR adatta la traduzione del testo ebraico, parlando di “assemblea divina”: “Dio sta nell’assemblea divina; egli giudica in mezzo agli dèi”. TNM, più letterale, traduce: “Dio si pone nell’assemblea del Divino; in mezzo agli dèi giudica”. Anche qui, pur cercando di mantenere il letterale ebraico, si cerca di adattare: ne risulta una frase incomprensibile (che mai sarà questa “assemblea del Divino”? Giacché Dio si pone in essa, esiste forse un Dio e anche un Divino? E, se sono la stessa persona, perché il testo non dice che Dio si pone nella sua assemblea?). Il testo ebraico ha: “Elohìm si pone nell’assemblea di El, in mezzo agli elohìm giudica”, che dovremmo tradurre: “Dio si pone nell’assemblea di El, in mezzo agli dèi giudica”. Naturalmente, nel monoteismo biblico la frase assume un significato diverso, perché gli “dèi” non sono vere divinità, bensì i giudici, rappresentanti di Dio nel condannare sulla terra i colpevoli e nel prosciogliere gli innocenti.

   Usi dei pagani. La proibizione di cuocere il capretto nel latte di sua madre, ripetuta più volte in un contesto cultuale (Es 23:19b, codice dell’alleanza; Es 34:26b, decalogo rituale; Dt 14:21b, conclusione di prescrizioni alimentari), era stata interpretata come un gesto sacrificale superstizioso, anche perché i LXX in Es 34:26, al posto di “cuocere” o “bollire”, hanno “non offrirlo in sacrificio”. I testi di Ugarit (Rash Shamra) confermarono tale supposizione: gli abitanti del luogo facevano bollire un capretto nel latte; questo latte veniva poi versato nei campi per accrescerne la fertilità. Si legge, infatti, nel Poema degli Dei graziosi e belli: “Fa cuocere un capretto nel latte”. Contro tale rito magico la Bibbia si erge severa, anzi, per aumentarne l’odiosità, parla del latte della madre, perché ciò che doveva servire per la sua vita si era trasformato in uno strumento di morte.

   Conferme storiche.

   I patriarchi. I patriarchi erano dei proto-aramei (o semiti occidentali) che si andavano spostando: Labano, nipote di Abraamo è chiamato con insistenza “l’arameo” (Gn 25:20;28:5;31:20-24). Più tardi ogni israelita, offrendo le primizie, doveva dire: “Mio padre era un Arameo errante” (Dt 26:5). Ora gli aramei sono documentati non solo nel primo millennio a. E. V., come si affermava in passato da alcuni critici, ma anche per il secondo, come appare dall’archivio di Drehem rivenuto a Ur, il quale attesta per il 2000 a. E. V. l’esistenza della città di Aram. Anche i testi di Rash Shamra (secolo 14° a. E. V.) e di Mari (secolo 18° a. E. V.) parlano di aramei che dovevano quindi già esistere ed essere noti. Abraamo passò da Ur dei Caldei a Harran nella Mesopotamia settentrionale con una marcia di circa 1000 km; di qui raggiunse poi Sichem in Palestina, passando per la Siria, soffermandosi a Betel, a Mamre, per recarsi infine in Egitto attraverso il Neghev.

   È difficile comprendere lo spostamento del patriarca da Ur verso il 2000-1800 a. E. V. in quanto, essendo allora tale città passata dal dominio sumero a quello semitico (amorriti), doveva favorire la permanenza del semita Abraamo. Anche la trasformazione di Abraamo dalla vita cittadina (Ur) a quella seminomade costituisce un’ulteriore difficoltà. Non si deve tuttavia pensare subito a creazioni mitiche riguardanti il mito lunare (dio Sin o luna), corroborandole con il fatto che molti nomi patriarcali sono epiteti lunari, come Terach (luna), Sara (signora), Milca (regina), Laban (bianca) e così via. Contro di ciò milita l’antichità del racconto biblico, l’etimologia dei cui nomi non era già più compresa dagli scrittori biblici. Perciò Isacco, che significa “possa Dio sorridere” (ossia mostrarsi favorevole, Ytzqàch), è inteso in modo assai vario e inesatto quale sinonimo di “compiacersi” (Gn 17:17), di “sorridere per incredulità” (Gn 18:12), di “scherzare” (Gn 21:9) o infine di “divertirsi” (Gn 26:8). Va poi notato che le città di Ur e di Harran avevano tra loro rapporti religiosi, come appare dal fatto che veneravano lo stesso dio Luna (Sin) e Ningal. Inoltre è da prendere in seria considerazione il fatto che vicino a Harran esisteva un’altra città, Ura (=Ur,) e che potrebbe anche identificarsi con la Ur biblica (cfr. F. Vattioni, Nuovi aspetti del problema dei Patriarchi, in Agostonianum 4, pagg. 331-357, specialmente pagg. 354-357). Sarebbe così escluso lo spostamento dal sud mesopotamico al settentrione e si comprenderebbero meglio i nomi di Nahor, Serug, Terach, Haran. Si capirebbe anche meglio il fatto che la Bibbia attribuisce ad Abraamo due città originarie, vale a dire Ur (Gn 11:28-31;15:7) e Harran (Gn 12:1-4) perché sarebbero entrambe da collocare nella stessa regione. Siccome i patriarchi sono dei seminomadi in via di sedentarizzazione, se ne ricordano raramente i cammelli; il loro patrimonio essenziale è costituito da greggi di pecore (Labano) ai quali in Palestina si aggiungono le mandrie spostabili con maggiore difficoltà. Nei loro movimenti seguono una linea subdesertica che corre in vicinanza dei centri abitati e, pur muovendosi, cominciano ad acquistare dei beni immobili. – Gn 23, Macpela; 33:19, Sichem.

   I costumi patriarcali. I costumi patriarcali sono simili a quelli esistenti all’inizio del secondo millennio a. E. V.. Vi è infatti grande affinità tra le norme giuridiche patriarcali e quelle indicate dai testi di Mari, di Nuzu e di Bogazköi. Ad esempio, l’acquisto della grotta di Macpela con il campo attiguo segue la norma ittita (Gn 23:9). La ragione del disaccordo tra l’ittita che vende e l’acquirente Abraamo sta nei paragrafi 46 e 47 del codice ittita scoperto a Bogazköi, l’antica Hattusha, capitale del loro impero dal 1800 al 1200: “Se uno in un villaggio possiede per eredità dei campi soggetti a servitù, se tutti i campi gli sono dati, egli stesso fornirà le prestazioni; se i campi gli sono dati solo in parte non fornirà le prestazioni; le forniranno quelli che sono della casa di suo padre”. Da qui l’interesse dell’ittita di liberarsi di tutto il campo, onde non avere più nulla da pagare, e il desiderio di Abraamo di comprare solo la grotta per lasciare ogni onere all’ittita.

   Abramo credeva di dover lasciare tutto al servo Eliezer, in quanto egli, privo com’era di figli, pensava di adottarlo (Gn 15:1-4). L’adozione, ignorata dal diritto ebraico, era molto comune a Nuzu. In una tavoletta di Nuzu si legge che un tale fece adottare suo figlio Shennima da Shuriha-ilu e che “di tutte le sue terre e di tutti i suoi guadagni ha dato a Shennima una parte della sua proprietà. Se Shuriha-ilu avrà un figlio proprio, questi, come figlio principale, prenderà due parti dell’eredità. Shennima gli seguirà e prenderà la sua parte propria . . . Quando Shuriha-ilu morirà Shennima ne diverrà l’erede”. – HSS V, 67; cfr. Gn 15:2,4.

   Anche i patriarchi attuarono con frequenza l’adozione: i figli di Bilha sono adottati da Rachele (Gn 30:3,8); i due ragazzi di Giuseppe sono adottati da Giacobbe (Gn 48:5); i figli di Makir da Giuseppe che per questo se li pone sulle ginocchia (Gn 50:23). L’adozione, non più praticata in seguito dagli ebrei, prova l’antichità di questi racconti.

   I matrimoni di Abraamo con Agar, schiava di Sara (Gn 16:1-2), di Giacobbe con Bilha, schiava di Rachele (Gn 30:3), poi con Zilpa, schiava di Lia (Gn 30:9), corrispondono alle leggi di Hammurabi e di Nuzu. Un contratto di Nuzu ne fa un obbligo per la sposa sterile e osserva che la discendenza della concubina non potrà essere scacciata. Si capisce quindi come Abraamo allontani Agar a malincuore dopo la nascita di Isacco (Gn 21:10-13), pur cedendo all’insistenza di Sara, poiché ciò andava contro la legge normale. Secondo la già citata tavoletta di Nuzu, Shennima sposa Kelim-ninu: “Se [questa] gli partorirà dei figli Shennima non prenderà altra moglie, ma se Kelim-ninu non gli partorirà figli, Kelim-Ninu prenderà una donna della regione di Lullu, come sposa di Shennima, e Kelim-ninu non potrà scacciare i figli della nuova venuta”. – HSS V, 67.

   Abramo diede i suoi beni a Isacco, ma fece dei doni ai figli delle sue concubine (Gn 25:5,6) perché Sara, avendo riconosciuto come propri i loro figli (Gn 16:2), aveva creato per essi un diritto all’eredità.

   Gli “dèi” del padre adottivo dovevano passare al figlio naturale o, in caso di mancanza, al figlio adottivo. Erano gli dèi lari (terafìm o dèi; cfr. Gn 31:30), una specie d’immagini divine destinate ad allontanare il male o i demoni, che spettavano all’erede principale; il loro possesso costituiva un titolo all’eredità. In una tavoletta di adozione di Nuzu si legge che per avere Nashwi adottato Wullu, alla sua morte “Wullu diventerà l’erede. Se Nashwi avrà un figlio proprio, questo dividerà la proprietà in parti uguali con Wullu, ma il figlio di Nashwi prenderà lui gli dei di Nashwi. Però se Nashwi non avrà un figlio proprio, allora sarà Wullu a prendere gli dèi di Nashwi” (RA 23, 1926, pag. 126). È per questo Rachele ruba tali “dèi” (Gn 31:19) e Labano, pur essendo disposto a perdonare la fuga, non si dà pace per il furto dei propri dèi che avrebbero potuto un domani far accampare a Giacobbe dei diritti ereditari. – Gn 31:30.

   Anche il caso di Tamar, che dopo la morte di Onan attende invano di avere per sposo un altro fratello del marito defunto e che a tal fine si unisce con frode al suocero Giuda, si spiega con la legge assira (tavola A, par. 33): “Se, mentre una donna vive ancora nella casa di suo padre, le muore il marito senza darle figli, il suo suocero la darà in sposa a un figlio di sua scelta . . . oppure se lei desidera, la si può dare in sposa a suo suocero”. È appunto quanto tentò di fare Tamar unendosi al suocero, e così farsi dare lo sposo che non arrivava mai. Per questo Giuda afferma: “È più giusta di me, perché non l’ho data a mio figlio Sela”. – Gn 38:26.

   L’alleanza di Abraamo con Dio mediante il sezionamento di alcuni animali (Gn 15), si spiega con simile usanza diffusa nell’antichità sia orientale sia occidentale e che perdurava ancora sino a poco fa, presso gli arabi di Moab. Gli animali uccisi simboleggiavano ciò che sarebbe accaduto a coloro che avessero violato l’accordo (Tito Livio I, 24; cfr. l’alleanza conclusa tra Assur-Nizari e il principe siro Mati’ilu, Ger 34:18). –  cfr. H. Cezelles, Connexions et structure de Ge 15, in Rev. Bibl.  69 (1962), pag. 344 e sgg..

   Cronologia. Per l’affinità culturale dei patriarchi con le tavolette di Nuzu, alcuni studiosi vorrebbero far scendere la loro esistenza al secolo 18° o 17°, in coincidenza appunto con l’epoca di tali tavolette (cfr. A. Rasco, Migratio Abramae circa annum 1650, in Verbum Domini 35, 1957, pagg. 143-154; C.H. Gordon, Il V.T. e i popoli del Mediterraneo, Brescia, 1959, pag. 108 e sgg.). Si tratta però di problemi tuttora aperti e per ora è meglio supporre il secolo 19° come data probabile della loro attività. La calata dei patriarchi in Egitto si pone nel quadro degli spostamenti degli Hiksos, semiti che, impadronitisi dell’Egitto, dovettero favorire l’insediamento di Giuseppe, pur esso semita, a vice re dello stato (fine secolo 18°). Le difficoltà incontrate dai discendenti dei patriarchi coincidono senza dubbio con lo sforzo di restaurazione nazionale attuato dall’energico Ramses II (1300-1234). La data dell’Esodo, pur non potendosi stabilire con sicurezza, andrebbe posta probabilmente al 13° secolo.

   Itinerario dell’esodo. L’archeologia ci spiega pure come mai gli ebrei, uscendo dall’Egitto, non abbiano preso la via diritta che conduceva alla Palestina, ma si siano stranamente rivolti verso sud. Tale itinerario, che obbligò gli ebrei a rimanere per una generazione (40 anni) nel deserto, si rese provvidenziale perché creò nelle varie tribù il concetto dell’unità nazionale. Ma tale diversione aveva uno scopo ben preciso, come ci appare dal romanzo di Sinuhe l’egizio, costretto a fuggire dalla valle del Nilo per evitare la repressione di una congiura. Egli cercò rifugio nella ospitale terra di Canaan; ma per andarvi non ci si recò direttamente passando per il Neghev, ma attraverso un lungo giro nella penisola sinaitica. Anziché andare a nord, si rivolge proprio a sud e, quando invertì la marcia, ebbe cura di non farsi notare dalle “sentinelle che stavano sul muro eretto per resistere agli asiatici” (i primi manoscritti risalgono al 19° secolo a. E. V. e sono di poco posteriori alla vicenda che si svolge nel 20° secolo a. E. V.). Anche gli ebrei, per non incappare nelle opere fortificate egizie poste nell’attuale regione di Suez e per non trovarsi così presi tra due fuochi, si diressero verso il Sinày, sfuggendo in tal modo agli avamposti militari egizi.

   Storia dei re. I re di Ninive, vantandosi dei loro successi in Palestina, ricordano alcuni re d’Israele e di Giuda: Salmanassar III (859-824) afferma di aver vinto nella battaglia di Qarqar (853) Achab e i suoi alleati, e dichiara: “Sgozzai quattordicimila suoi soldati. Piombai su di essi come Adad [dio della tempesta] quando fa piovere a dirotto. Ne sparsi dovunque i cadaveri . . . troppo piccola era la pianura per permettere a tutte le anime di scendere nel mondo sotterraneo. Mi servii dei loro cadaveri per attraversare l’Oronte”. Questo stesso re fece raffigurare Ieu, re di Israele, in ginocchio in atto di offrirgli un tributo (cfr. 2Re 17:3). Tiglat-Pileser III racconta come trattò Menhaem: “Quanto a Menhaem, lo sopraffeci . . . Egli fuggì come un uccello tutto solo e si prostrò ai miei piedi . . . Gli imposi un tributo. Deportai i suoi abitanti e ne confiscai i beni” (cfr. 2Re 15:19 e sgg.;16:7 e sgg.). E ancora: “Deportai in Assiria il paese di Omri e tutti i suoi abitanti con quello che possedevano. Essi destituirono il loro re Peqah e costituii su di loro Osea. Ricevetti da loro come tributo 10 talenti d’oro, 1000 talenti d’argento e li trasportai in Assiria”. Sennacherib si gloria di aver strappato quarantasei città al re Ezechia e di aver fatto prigioniero il re nel suo palazzo “come un uccello in gabbia”. “Ridussi il suo territorio ed aumentai ancora il tributo che mi doveva versare ogni anno” (cfr. Is 39). Il fatto che non si ricordi la capitolazione della città, conferma la liberazione straordinaria di cui parla il testo sacro. In conseguenza di tali conquiste Damasco cadde nel 732, Samaria 10 anni dopo, Asdod nel 711; Gerusalemme fu salvata in extremis nel 702. Si spiega perciò l’odio di Israele contro l’Assiria, bene espresso nella parabola di Giona e la gioia di Naum quando essa cadde sotto i colpi dei Medi e dei Babilonesi. La “cronaca di Ninive” conferma il dato prima discusso di 2Re 23:29 nel quale si legge che Neco attraversò la Palestina per correre in aiuto del re assiro (“in favore”, non “contro”). I critici volevano correggere la preposizione “in favore” (ebraico al, עַל) in “contro” il re assiro, ma le recenti scoperte confermarono la verità della Bibbia. Il faraone Neco, nonostante la secolare ostilità con l’Assiria, si recò in suo aiuto mentre era oppresso dalla coalizione meda e neo-babilonese, forse perché temeva l’espandersi di questo popolo più della stessa potenza assira.

   Anche la posizione di Daniele a terzo del regno dopo Betshazar si spiega con il fatto che costui, pur agendo da re, in realtà era il secondo, poiché il vero re Nabonide era ancora vivente nell’oasi di Teima. – Cfr. Dn 5 e Cronaca di Nabonide.

   Fiducia degli ebrei moderni. Se la Bibbia ha detto il vero per quanto riguarda la storia, perché non dovrebbe dire il vero per quanto riguarda le risorse naturali della Palestina? Così ragionarono gli esperti agricoli ed economici del nuovo stato di Israele fondato nel 1948. Per secoli il paese era rimasto incolto e la terra trascurata. Armati della fiducia nella Bibbia, i nuovi abitanti d’Israele si misero alla ricostruzione economica del loro paese. I risultati sono stati sensazionali. Hanno seminato grano dove un giorno Sansone liberò gli sciacalli nei campi di grano dei Filistei (Gdc 15:5) e piantato vigne là dove erano state una volta piantate (Gdc 14:5). Tutt’e due i prodotti sono cresciuti a meraviglia.

   Seguendo l’esempio di Abraamo (Gn 21:33), piantarono due milioni di alberi (tipo tamarindo) presso Beer-Sheba. È uno dei rari tipi di albero che può resistere in quella zona! Secondo Gs 17:17,18, gli alberi crescevano bene sulle montagne al nord di Gerusalemme fino al Monte Gherizim. Oggi, infatti, vi sono stati ripiantati e crescono ancora molto bene. Nella parte a sud, conosciuta come Neghev, si è di fronte ad una vasta zona arida, senz’acqua per bonificare. Secondo Gn 20:1, Abraamo passò da quelle parti, nonostante avesse molto bestiame (Gn 13:2). Come poté il bestiame attraversare quella zona se fosse stata senz’acqua? Ovviamente doveva essercene! E, infatti, alla fine del 20° è stata cercata e v’è stata trovata. È stato ripetuto oggi ciò che Isacco fece alcuni millenni addietro (Gn 26:17,18). Nel Neghev sono stati trovati migliaia di piccoli mucchi di pietra. Demoliti questi e portata via la sabbia, si sono trovate le radici di olivi e di vigne. I mucchi erano serviti per raccogliere e conservare l’umidità dell’aria notturna. Queste costruzioni hanno dimostrato che gli antichi ebrei ebbero una comprensione esatta e sorprendente del processo di condensazione. L’enigma di Dt 32:13 fu così risolto. Oggi, nella zona di Etsion-Geber (1Re 9:26), dove Salomone aveva le sue miniere e raffinerie di rame (1Re 7:45,46), gli esperti hanno installato impianti d’estrazione lavorando la stessa zona con strumenti e mezzi moderni. Non lontano da Beer-Sheba, dove abitavano i filistei (un popolo del ferro), gli esperti calcolano che ci siano giacimenti di ferro per circa 15 milioni di tonnellate. Il passo biblico che parla di un “denso fumo” che “ ascendeva dal paese come il denso fumo di una fornace” verso le parti di Sodoma e Gomorra (Gn 19:28, TNM) continuava a tormentare un industriale ebreo del 20° secolo. Forse dovevano esserci gas naturali. Forse si trattava di petrolio. Infatti, il 3 novembre 1953, fu scoperto nel Mar Morto il primo pozzo petrolifero. Si potrebbero moltiplicare questi esempi, ma essi bastano per insegnarci come l’archeologia spesso (anche se non sempre) ha confermato la Bibbia e ce ne ha reso più comprensibili gli usi e i costumi. Ed è già una conquista straordinaria.