Il nome di Dio – Il suo uso al tempo di Yeshùa

Si legge ne La Torre di Guardia del 1° novembre 1993: “I discepoli di Gesù usavano il nome di Dio (di solito reso in italiano con ‘Geova’ o ‘Yahweh’)? Ci sono validi motivi per ritenere che lo usassero. Gesù insegnò ai suoi seguaci a pregare Dio dicendo: ‘Sia santificato il tuo nome’. (Matteo 6:9) E alla fine del suo ministero terreno egli stesso disse in preghiera al suo Padre celeste: ‘Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo’. (Giovanni 17:6)” (pag. 30). Non possiamo fare a meno di notare l’astuzia dell’impostazione. La domanda è se i discepoli di Yeshùa usavano il “nome” di Dio. Domanda molto interessante e più che legittima per chi non conoscere gli usi e i costumi dei tempi biblici. Ma si noti l’astuto abbinamento, messo tra parentesi: “(di solito reso in italiano con ‘Geova’ o ‘Yahweh’)”. Doppiamente astuto. Il “nome di Dio” è il tetragramma, e su questo non ci piove. Ma questo tetragramma diventa subito ciò che è “di solito reso”. C’è un baratro tra il tetragramma e come esso viene reso, ma qui il baratro sparisce per identificare il tetragramma con ciò con cui è reso. L’altro aspetto, sottile, sta nel fatto di abbinare “Geova” a “Yahweh”. Quest’ultimo termine, lo sappiamo, è quello che più probabilmente può rendere il tetragramma. Abbinandolo a “Geova” si legittima anche questo. Il fatto è che Yahvèh è molto probabilmente la pronuncia giusta, mente “Geova” è con la massima certezza quella errata. Ma l’aspetto più grave sta nel prendere la parola “nome” alla lettera (tipico errore della mentalità occidentale). Nella Bibbia il “nome” non è il nome in se stesso. “Sia santificato il tuo nome”, non significa santificare il nome come tale (lettura occidentale), ma santificare Dio che è la realtà dietro la concretezza che gli ebrei attribuivano al nome. Così, “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini” non significa affatto che Yeshùa facesse conoscere in giro il “nome” di Dio o la sua pronuncia. Questo è un modo di leggere la Bibbia all’occidentale, che non ha senso. Gli uomini e le donne cui Yeshùa aveva predicato erano giudei: il tetragramma lo conoscevano, eccome. Ci sia scusato il paragone molto profano, ma è come se oggi andassimo in giro a far conoscere alle persone il nome e cognome del sovrano di un ipotetico regno in cui viviamo. Saremmo derisi. Altra cosa se andassimo in giro a far conoscere le gesta, il valore e le qualità del sovrano. Ecco, è in quest’ultimo senso che Yeshùa fece conoscere il “nome” di Dio. Quando il salmista promette: “Sicuramente dichiarerò il tuo nome ai miei fratelli”, non allude di certo al fatto che andrà in giro ripetendo il tetragramma (che tra l’altro conoscevano bene quanto lui), ma allude alla lode, come si arguisce dall’emistico parallelo: “In mezzo alla congregazione ti loderò” (Sl 22:22). Qui il parallelo è “nome”-“ti”: “nome” è sinonimo di “ti”, ovvero “te” ovvero Dio.

   Ogni volta che la letteratura della Watchtower riporta dati su dati circa ritrovamenti storici e archeologici che hanno a che fare con il tetragramma, scopre l’acqua calda. Il tetragramma è una realtà documenta. Fa parte della Bibbia! Però, in queste citazioni viene sempre ricordato che si tratta del “nome di Dio”. E qui si gioca sull’equivoco, perché i lettori Testimoni di Geova capiscono “Geova”. Nessuno dice loro che il tetragramma non ha nulla a che fare con la parola “Geova”, se non per l’eclatante errore in cui caddero i lettori occidentali. Di Yeshùa è detto: “Quando nella sinagoga di Nazaret Gesù si alzò e, ricevuto il libro di Isaia, lesse Isaia 61:1, 2 dove c’è il Tetragramma, pronunciò il nome divino” (Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture con riferimenti, pag. 1566, appendice 1D). Ci si riferisce qui a Lc 4:16-22: “E venne a Nazaret, dov’era stato allevato; e, secondo la sua abitudine, entrò in giorno di sabato nella sinagoga, e si alzò per leggere. 17 E gli fu consegnato il rotolo del profeta Isaia, ed egli, aperto il rotolo, trovò il luogo dov’era scritto: 18 ‘Lo spirito di Geova è su di me, perché egli mi ha unto per dichiarare la buona notizia ai poveri, mi ha mandato per predicare la liberazione ai prigionieri e il ricupero della vista ai ciechi, per mettere in libertà gli oppressi, 19 per predicare l’anno accettevole di Geova’. 20 Quindi avvolse il rotolo, lo riconsegnò al servitore e si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. 21 Quindi cominciò a dir loro: ‘Oggi questa scrittura che avete appena udito si è adempiuta’. 22 E tutti davano di lui testimonianza favorevole e si meravigliavano delle avvincenti parole che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: ‘Non è questo un figlio di Giuseppe?’”.

   Davvero Yeshùa pronunciò il tetragramma? Il testo biblico non lo dice, ma ci sono indizi – sia contestuali che storici che biblici – che ci fanno dire decisamente di no.

   Vediamo prima i dati storici. Nella sinagoga di Nazaret il rotolo di Is probabilmente era in ebraico. Che mai ci sarebbe stata a fare lì una versione greca? La LXX era stata fatta per gli ebrei della diaspora. I giudei palestinesi non avevano motivo di usarla. Possiamo essere certi che il tetragramma ebraico fu in quella occasione sotto gli occhi di Yeshùa. Da questo a dire che lo pronunciò, però ce ne corre. Si era, infatti, già da un paio di secoli (come minimo) nel periodo di drastica proibizione di pronunciare il tetragramma. In verità, qualcuno lo pronunciava ancora. Era il sommo sacerdote. Inoltre, la pronuncia del tetragramma era consentita solo nel Tempio, probabilmente perché esso era il posto che Dio aveva scelto “per porvi il suo nome” (Dt 12:5; cfr. 14:23). Il tetragramma era pronunciato unicamente dal sommo sacerdote solo una volta all’anno, nel Giorno dell’Espiazione (yòm kippùr), quando recitava le tre confessioni di peccato. Secondo alcuni testi, in quel giorno il tetragramma veniva pronunciato dal sommo sacerdote 4 volte, secondo altri testi 10 volte. Il coro dei sacerdoti rispondeva ogni volta cantando il responsorio: “Benedetto sia il Nome [hashèm] del suo Regno glorioso di eternità in eternità”.

   La limitazione così drastica e radicale della pronuncia del tetragramma aveva avuto come prima conseguenza che andò perduto il ricordo della vocalizzazione di Yhvh e della sua precisa pronuncia. Lo fanno pensare i testi rabbinici del 1° secolo che parlano di difficoltà a poter udire o ricordare il suono pronunciato nello yòm kippùr dal sommo sacerdote.

   Un primo testo dice: “Coloro che stavano vicini [al sommo sacerdote] cadevano faccia a terra [dopo la pronuncia del tetragramma]; quelli lontani gridavano: ‘Sia lodato il Nome [hashèm]!’. Ma tanto gli uni come gli altri, appena se ne andavano, ecco: non ricordavano più”. Un secondo testo rabbinico dice: “Precedentemente il sommo sacerdote pronunciava il Nome ad alta voce, ma quando aumentò il numero degli insolenti, il sacerdote cominciò a pronunciarlo a voce sommessa”. Si possono citare infine le parole di Rabbi Tarfon (1° secolo E. V., il secolo in cui visse Yeshùa) che diceva: “Io ero nella fila tra i miei fratelli, i sacerdoti, e ho teso l’orecchio verso il sommo sacerdote per udire il nome e ho udito come il sommo sacerdote ha lasciato che fosse ricoperto dal canto dei sacerdoti”.

   Yeshùa non era sommo sacerdote, non era neppure sacerdote, e non avrebbe potuto esserlo: era della tribù di Giuda, non di quella sacerdotale di Levi. Tra l’altro il sommo sacerdote era della classe levitica di Aaronne. Yeshùa non aveva nulla a che fare con la classe sacerdotale. Yeshùa sarebbe divenuto “sommo sacerdote alla maniera di Melchisedec” (Eb 5:10), ma solo dopo la sua resurrezione. Se i giudei stessi – sommo sacerdote a parte – non conoscevano più la pronuncia del tetragramma, la stessa cosa valeva per Yeshùa. Si potrebbe obiettare che egli aveva una sapienza tutta particolare. Vero. Si può ammettere anche che conoscesse la pronuncia del tetragramma, ma da questo a dire che lo pronunciasse ce ne corre ancora. Le circostanze storiche lo impedivano.

   Se poi a Nazaret il rotolo si Is era in greco (LXX), il tetragramma vi appariva sostituito da “Signore” in greco.

   Vediamo ora gli indizi contestuali. Il nostro passo, al v. 22, dice che quando Yeshùa si rimise a sedere dopo aver letto il passo di Is, “tutti davano di lui testimonianza favorevole”. Ora, se avesse pronunciato il tetragramma, con tutta probabilità sarebbe stato condotto subito fuori e lapidato sul posto. Ma nessuno si lamentò o ebbe da ridire, anzi “si meravigliavano delle avvincenti parole che uscivano dalla sua bocca” . – V. 22.

   Infine abbiamo gli indizi biblici. Un’altra conseguenza del divieto di pronunciare il tetragramma fu che si dovette creare tutto un sistema di nomi e di circonlocuzioni che consentissero di parlare di Dio o di alludere a lui senza nominarlo.

   Yeshùa si attenne a questo sistema usato dai giudei? Sì. L’argomento è così importante (oltre che interessante) che lo trattiamo nel prossimo studio.