L’apostolo Paolo non si convertì mai

Tra le poche cose che alla maggior parte delle persone religiose rimangono in mente, c’è la cosiddetta “conversione di san Paolo”. Qualcuno riuscirà anche ad abbinare a questa “conversione” la via di Damasco. A livello religioso un po’ più alto di quello popolano, tale conversione è un dato acquisito. Papa Benedetto XVI, nella sua udienza generale del 3 settembre 2008, dedicò una catechesi all’apostolo delle genti parlando – parole sue – di “quella che comunemente si chiama la sua conversione”. In campo protestante, pure si parla di conversione dell’apostolo Paolo. Gli stessi dirigenti americani dei Testimoni di Geova parlano di “conversione”.

   A questa diffusa credenza religiosa si abbina la questione del nome: colui che era Saulo di Tarso sarebbe poi divenuto – dopo tale presunta conversione – Paolo o, per i cattolici, san Paolo.

   In questo studio vogliamo dimostrare biblicamente che Saulo/Paolo non si convertì mai e che non mutò mai il suo nome.

   Il punto di partenza – che dà origine all’idea religiosa della presunta conversione – è in At 9:1-9:

“Saulo, sempre spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote, e gli chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se avesse trovato dei seguaci della Via, uomini e donne, li potesse condurre legati a Gerusalemme. E durante il viaggio, mentre si avvicinava a Damasco, avvenne che, d’improvviso, sfolgorò intorno a lui una luce dal cielo e, caduto in terra, udì una voce che gli diceva: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’ Egli domandò: ‘Chi sei, Signore?’ E il Signore: ‘Io sono Gesù, che tu perseguiti. Àlzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare. Gli uomini che facevano il viaggio con lui rimasero stupiti, perché udivano la voce, ma non vedevano nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla; e quelli, conducendolo per mano, lo portarono a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda”.

   Chi era questo Saulo? Lui stesso così si presenta: “Io, circonciso l’ottavo giorno, della razza d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d’Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile”. – Flp 3:5,6.

   Ma il suo nome era Saulo oppure Paolo (At 9:17; 2Pt 3:15)? Come molti ebrei del suo tempo, ebbe due nomi di suono alquanto simile: ebraico l’uno ed ellenista l’altro (usato specialmente nel contatto con i pagani). Nell’onomastica, nomi greci e semiti abbinati sono frequenti; ciò è dimostrato dalle iscrizioni sepolcrali delle catacombe romane, in cui vi sono nomi latini accanto a quelli semiti. Divenuto poi apostolo di Yeshùa, è del tutto ovvio che Saulo preferisse farsi chiamare col nome romano, poiché la sua missione era rivolta ai non ebrei (At 9:15; Gal 2:7,8). Occorre quindi sfatare l’idea religiosa del cambio del nome.

   Dunque, Saulo/Paolo fu folgorato dalla visione di Yeshùa apparsogli sulla via per Damasco, dove stava recandosi per arrestare i seguaci di Yeshùa. Lui stesso racconta quell’evento decisivo:

“Mentre ero per strada e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, improvvisamente dal cielo mi sfolgorò intorno una gran luce. Caddi a terra e udii una voce che mi disse: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’ Io risposi: ‘Chi sei, Signore?’ Ed egli mi disse: ‘Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti’. Coloro che erano con me videro sì la luce, ma non intesero la voce di colui che mi parlava.  Allora dissi: ‘Signore, che devo fare?’ E il Signore mi disse: ‘Àlzati, va’ a Damasco, e là ti saranno dette tutte le cose che ti è ordinato di fare’. E siccome non ci vedevo più a causa del fulgore di quella luce, fui condotto per mano da quelli che erano con me; e, così, giunsi a Damasco”. – At 2:6-11.

   Un’altra narrazione autobiografica, dello stesso accadimento, la troviamo in At 26:12-18:

“Mentre viaggiavo verso Damasco con autorità e un mandato dei capi sacerdoti, vidi a mezzogiorno sulla strada, o re, una luce oltre lo splendore del sole che dal cielo sfolgorò intorno a me e intorno a quelli che viaggiavano con me. E quando fummo tutti caduti a terra udii una voce che mi diceva in lingua ebraica: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro continuare a ricalcitrare contro i pungoli’. Ma io dissi: ‘Chi sei, Signore?’ E il Signore disse: ‘Io sono Gesù, che tu perseguiti. Tuttavia, alzati e sta in piedi. Poiché a tal fine mi sono reso visibile a te, per sceglierti come servitore e testimone sia delle cose che hai visto che delle cose che ti farò vedere riguardo a me; mentre ti libero da [questo] popolo e dalle nazioni, ai quali ti mando per aprire i loro occhi, per farli volgere dalle tenebre alla luce e dall’autorità di Satana a Dio, affinché ricevano il perdono dei peccati e un’eredità fra i santificati mediante la [loro] fede in me’”. – TNM.

   Cosa cambiò per Paolo dopo quell’evento? Molto, moltissimo, quasi tutto. Nella vita di Paolo, tutto, tanto che lui stesso poté dichiarare: “Tutto è una perdita di fronte al vantaggio di conoscere Gesù Cristo, il mio Signore. Per lui ho rifiutato tutto questo come cose da buttar via per guadagnare Cristo, per essere unito a lui nella salvezza” (Flp 3:8,9, PdS). Qualche studioso ha detto con buona ragione che senza l’opera di Paolo la congregazione dei discepoli di Yeshùa sarebbe rimasta una piccola corrente all’interno del giudaismo. Tuttavia, si può parlare di conversione di Paolo?

   Il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana così definisce la conversione: “Mutamento radicale e profondo di vita, di abitudini, di opinioni; in partic., il passare da una religione a un’altra”. Se un musulmano, che crede in Allah, diventa cattolico, credendo nella trinità, costui si converte. Se un cattolico, che crede nella trinità, diventa membro dei Testimoni di Geova, credendo nel Dio unico, pure costui si converte. Ma Paolo, a cosa mai doveva convertirsi? Egli aveva fede nel Dio unico di Israele, lo stesso Dio in cui aveva fede Yeshùa. Quando Paolo, dopo aver accettato Yeshùa quale Messia, salì “a Gerusalemme per adorare” (At 24:11), dichiarò esplicitamente: “Adoro il Dio dei miei padri, secondo la Via che essi chiamano setta, credendo in tutte le cose che sono scritte nella legge e nei profeti” (v. 14). Questo era il messaggio di Paolo ai giudei di Damasco, Tessalonica e Corinto: “Saulo si fortificava sempre di più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo [= Messia]” (At 9:22); “Giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei Giudei […] ‘Il Cristo (= Messia)’, egli diceva, ‘è quel Gesù che io vi annunzio’”  (At 17:1,3); “Paolo si dedicò completamente alla Parola, testimoniando ai Giudei che Gesù era il Cristo” (At 18:5). “Con gran vigore confutava pubblicamente i Giudei, dimostrando con le Scritture che Gesù è il Cristo” (At 18:28). La differenza tra lui e i giudei – l’unica – era che i giudei non accettavano Yeshùa quale Messia.

   Queste sono dichiarazioni di Paolo stesso:

  • Romani 11:1“Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! Perché anch’io sono israelita, della discendenza di Abraamo, della tribù di Beniamino. Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha preconosciuto”. – Rm 11:1,2.
  • “Sono Ebrei? Lo sono anch’io. Sono Israeliti? Lo sono anch’io. Sono discendenza d’Abraamo? Lo sono anch’io”. – 2Cor 11:22.

   Paolo non è mai rinunciato alla sua eredità ebraica, la sua fede ebraica, o le sue credenziali come un fariseo.Paolo non rinunciò mai al suo retaggio ebraico, alla sua fede ebraica, alle sue credenziali quale fariseo. Egli rimase giudeo fino alla morte. Quando ormai era già divenuto discepolo di Yeshùa, di fronte al Sinedrio (la massima corte giudaica) dichiarò: “Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei (At 23:6). Tuttavia, occorre capire bene quest’ultimo passo. Paolo era stato accusato di fronte alla corte di giustizia ebraica, e il motivo lo spiega lui stesso: “È a motivo della speranza e della risurrezione dei morti, che sono chiamato in giudizio” (Ibidem). La sua rivendicazione d’essere un fariseo era quindi relativa a una dottrina della fede ebraica, la resurrezione. Il corpo dottrinale farisaico non fu mai rinnegato da Paolo. I farisei avevano però un loro modo di vivere la fede: il legalismo.

   Se analizziamo attentamente i testi biblici, scopriamo una grande continuità nella fede di Paolo tra il prima e il dopo. In chi aveva fede Saulo di Tarso? Nel Dio di Israele. Come aveva praticato la sua fede? “Essendo assai più zelante nelle tradizioni dei miei padri” (Gal 1:14), dice lui stesso. Si noti: “Nelle tradizioni dei miei padri”. Paolo praticava la sua fede nel Dio di Israele, basata sulle Scritture (che mai rinnegò), secondo le tradizioni dei farisei. Quelle stesse “tradizioni” di cui Yeshùa disse, proprio ai farisei: “Avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione” (Mt 15:6, TNM). Si trattava dell’eccessivo legalismo con cui i farisei praticavano la Legge, aggiungendo alla Toràh norme su norme.

   Saulo di Tarso cambiò fede? No davvero. Il suo Dio rimase il Dio di Israele e la sua fede rimase quella basata sulla Scrittura. Cosa avvenne allora? Egli dice: “Dio, che mi aveva separato dal seno di mia madre e [mi] aveva chiamato mediante la sua immeritata benignità, ritenne bene di rivelare riguardo a me il Figlio suo”. – Gal 1:15,16, TNM.

   Dio, il Dio di Israele, l’unico vero Dio, aveva inviato Yeshùa a Israele. Dio agì sempre con continuità. La sua rivelazione progressiva doveva condurre Israele a Yeshùa il Messia, per allargarsi poi a tutta l’umanità. Paolo, come la maggioranza degli ebrei suoi contemporanei, si era fermato alle “tradizioni dei padri” non riconoscendo e non accettando il Messia di Dio. Fu necessario un intervento diretto di Yeshùa risorto per farlo ricredere. “Dio” – dice Paolo – “ritenne bene di rivelare riguardo a me il Figlio suo”.

   Paolo era e rimase sempre al servizio dell’unico Dio di Israele. A quale altro Dio doveva mai convertirsi? Paolo viene chiamato in una visione ad essere apostolo del Messia ebreo del Dio di Israele.

   Si tratta quindi di una chiamata, non di una conversione. A che fede avrebbe mai potuto convertirsi, se il Messia di Dio era un ebreo praticante e tale rimase per tutta la sua vita?

   Paolo continuò a sottolineare senza posa la sua appartenenza al popolo ebraico di Dio, il suo essere ebreo, la sua fede ebraica nel Dio di Israele. Il “cristianesimo” come religione organizzata sorse solo molto più tardi della morte di Paolo, con l’apostasia che lo stesso Paolo aveva preannunciato: “So che dopo la mia partenza [morte] entreranno fra voi oppressivi lupi i quali non tratteranno il gregge con tenerezza, e che fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose storte per trarsi dietro i discepoli”. – At 20:29,30 TNM.

   Il termine greco per “conversione” (ἐπιστροφή, epistrofè) ricorre una sola volta in tutte le Scritture Greche e si trova in At 15:3 in cui si parla della “conversione di persone delle nazioni”. Si noti, “persone delle nazioni”. Il termine epistrofè – numero Strong 1995 – sta ad indicare “la conversione (di gentili, dall’idolatria al vero Dio)”. – Vocabolario del Nuovo Testamento.

   Non si confonda ciò che dice la Scrittura con ciò che dice una traduzione. Ad esempio, in TNM, in 2Cor 3:16 si legge: “Quando c’è una conversione a Geova”. Il testo greco è: ἐπιστρέψῃ πρὸς Κύριον ha (epistrèpse pros kΰrion). A parte il fatto che il testo originale ha “Signore” – Κύριον (kΰrion) – (la parola “Geova” in greco non esiste neppure), che dire di ἐπιστρέψῃ (epistrèpse)? Non è la stessa cosa di ἐπιστροφή (epistrofè). Si tratta del verbo greco ἐπιστρέφω (epistrèfo), numero Strong 1994, cui il Vocabolario del Nuovo Testamento dà questi significati:

1) transitivamente1a) girare a

1a1) all’adorazione del vero Dio

1b) fare ritornare, portare indietro

1b1) all’amore e obbedienza di Dio

1b2) all’amore per i bambini

1b3) all’amore, saggezza e rettitudine

2) intransitivamente

2a) girarsi

2b) voltarsi

2c) ritornare, tornare indietro

   Nel passo in questione il verbo è usato in modo intransitivo (pros + dativo, “verso”), quindi ha il secondo significato. Il passo dovrebbe essere tradotto: “Quando [Israele] sarà ritornato al Signore”. Stessa cosa per Mt 13:15, in cui si parla ancora di Israele e dove il “non si convertano” di TNM dovrebbe essere tradotto con “non ritornino” (ἐπιστρέψωσιν, epistrèpsosin). E così in tutti gli altri casi in cui si usa il verbo “ritornare”. Infatti, a chi mai avrebbero dovuto convertirsi gli ebrei se già avevano il Dio uno e unico? Dovevano però ritornare alla loro fede.

   Saulo di Tarso non doveva affatto convertirsi (né lo fece mai). Doveva però accettare il Messia.

   Nell’unico passo delle Scritture Greche in cui si parla di “conversione” (ἐπιστροφή, epistrofè) – At 15:3 – lo stesso Paolo usa il termine esattamente nel senso rabbinico, raccontando la conversione dei pagani al Dio di Israele, proprio come facevano i profeti.

   Paolo rimase sempre fedele alla sua vocazione, alla chiamata del Dio di Israele. La “conversione sulla via di Damasco” è diventata un’espressione proverbiale. Ma si basa su un grave errore religioso. Fa ingiustizia a Paolo. Non gli dovrebbe essere più attribuita.