La suddivisione interna della Bibbia

Le Scritture Ebraiche

   Come spiegato nell’articolo La Bibbia, nome e composizione, in questa stessa categoria, gli ebrei accettano solo la parte ebraica della Bibbia. Il nome che essi le danno oggi è Tanàch (תנך). Si tratta di un acronimo: questa parola è infatti formata dalle iniziali ebraiche di tre altre parole ebraiche. Le tre iniziali sono: T (ת), N (נ), Ch (ך). Le tre parole sono:

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   La lettera כ (k) con cui inizia la parola ketuviìm diviene finale nella nuova parola Tanàch, per cui assume la forma ך e si pronuncia come la j spagnola.

   Questa triplice ripartizione è corretta? Sì. Questa suddivisione in tre blocchi è ricordata in Geremia, dove per accanirsi contro i profeti, si dice che “la legge [Toràh] non perirà dal sacerdote né il consiglio dal saggio né la parola dal profeta” (Ger 18:18, TNM). La medesima triplice autorità appare in Ezechiele, dove tra le sventure profetizzate si dice che “la gente realmente cercherà la visione dal profeta, e la legge stessa perirà dal sacerdote e il consiglio dagli anziani”. – Ez 7:26, TNM.

   Questa suddivisione fu usata anche dall’ebreo Yeshùa (Gesù) che disse: “Si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi” (Lc 24:44), stando qui “salmi” per l’intera sezione degli altri scritti, essendone la parte più corposa.

   Il Tanàch fu scritto quasi interamente in ebraico, con poche sezioni scritte in aramaico. Queste sono: Esd 4:8-6:18;7:12-26; Ger 10:11; Dn 2:4b-7:28.

   Le Scritture Ebraiche costituiscono circa i tre quarti dell’intera Bibbia.

   Nel Tanàch o Scritture Ebraiche sono annoverati 39 libri. Gli ebrei univano però alcuni di questi libri e quindi ne avevano solo 22 o 24, ma il materiale era sempre quello. Non bisogna dimenticare che si trattava di rotoli, non di pagine rilegate come nei libri moderni. Una suddivisione generica potrebbe essere la seguente:

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   Si tratta però di una suddivisione generica, in quanto i libri storici contengono brani poetici e anche profetici; i libri poetici contengono materiale storico e anche profetico; e nei libri profetici si trovano dati storici e brani poetici.

   Sebbene il testo delle traduzioni del Tanàch sia del tutto corrispondente all’originale, l’ordine dei libri è diverso.

   Diamo più avanti una comparazione tra l’ordine dei singoli libri della Scrittura così come appaiono nel Tanàch ebraico e nelle nostre traduzioni.

   Toràh (Insegnamento). Questa sezione della Bibbia ebraica o Tanàch è costituita dai primi cinque libri delle Scritture Ebraiche ed è detta anche Pentateuco (parola derivata dal greco e che significa “cinque libri” – pente in greco significa “cinque”, tèuchos significa “libro”). Normalmente Toràh è tradotta con “legge”, ma in ebraico significa “insegnamento”. I cinque libri biblici che la compongono sono:

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   Il vocabolo Toràh (תורה) è tradotto generalmente con “Legge”. È un grave errore originatosi con la pessima traduzione che ne è stata fatta. Tanto per cominciare, la parola “legge” in ebraico è חק (khoq). Per la prima volta troviamo questa parola in Gn 47:26: “Giuseppe ne fece una legge [חק (khoq)], che dura fino al giorno d’oggi”. Il vocabolo Toràh (תורה) significa invece “istruzione/insegnamento”.

I due termini li troviamo, ben distinti, nel Sl 94:

v. 12 “Beato l’uomo che tu correggi, o Signore, e istruisci con la tua toràh [תורה]”
v. 20 “Il trono dell’ingiustizia ti avrà forse come complice? Esso, che trama oppressioni in nome della legge [חק (khoq)]?”

Si noti, al verso 12, che viene detto beato chi è istruito dalla Toràh. La legge regola, l’insegnamento istruisce. Non si istruisce con la legge.

In Dt 4 le due parole compaiono diverse volte:

v. 1 “Ora, dunque, Israele, da’ ascolto alle leggi [חקים (khuqìm), plurale di חק (khoq)] e alle prescrizioni che io v’insegno”.
v. 8 “Qual è la grande nazione che abbia leggi e prescrizioni giuste come è tutta questa toràh [תורה] che io vi espongo oggi?”.
v. 44 “Questa è la toràh [תורה] che Mosè espose ai figli d’Israele”.
v. 45 “Queste sono le istruzioni, le leggi [חקים (khuqìm), plurale di חק (khoq)] e le prescrizioni che Mosè diede ai figli d’Israele”.

Va notato il passaggio dal v. 44 al v. 45:

“Ora questa è la legge che Mosè pose davanti ai figli d’Israele. Queste sono le testimonianze e i regolamenti e le decisioni giudiziarie che Mosè pronunciò ai figli d’Israele”. – Dt 4:44,45, TNM.

A quanto pare in questa traduzione ci sono espressioni simili. Vediamole nell’ordine di comparizione e confrontiamo le traduzioni con la Bibbia originale.

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   Vediamo di esaminare ora bene il passo. Notiamo subito che solo una parola è al singolare, mentre le altre sono al plurale. La parola al singolare è Toràh (תורה). Il testo dice: “Questa è la toràh (תורה) che Mosè espose ai figli d’Israele” (v. 44, NR). Poi, al verso successivo: “Queste sono” … e si menzionano i precetti (עדת, edòt), le leggi (חקים, khuqìm) e le prescrizioni (משפטים, mishpatìm).

   Esaminando le traduzioni vediamo che tutte concordano nel tradurre Toràh (תורה) con “legge”, che – come abbiamo già visto – è una traduzione errata. La conseguenza dell’errore appare subito dopo, quando al v. 45 compare davvero la parola legge al plurale, in ebraico (חקים, khuqìm). NR è costretta a ripetere la parola, creando non solo una brutta traduzione ripetitiva, ma mostrando di non tener conto che il testo ebraico ha due parole diverse. TNM ovvia inserendo “regolamenti”, che se non è zuppa è pan bagnato. Did usa “statuti”, ma poi cade nella ripetizione traducendo משפטים (mishpatìm) con “leggi”. In quanto a “testimonianze” non si comprende cosa possano essere.

   Meglio attenersi alla Bibbia:

“Questo è l’insegnamento che Mosè espose agli israeliti. Questi sono i precetti, le leggi e le prescrizioni”. – Dia.

   Nel sistema espressivo ebraico il concetto è spiegato con altri tre termini:

Insegnamento: Precetti
Leggi
Prescrizioni

Dal passo precedente apprendiamo che l’Insegnamento (la Toràh) include anche delle leggi, ma non è esclusivamente legge.

La parola Toràh (תורה) – che significa “insegnamento” – deriva dall’ebraico yaràh (ירה), “istruire”. Originariamente questa radice significava “gettare le sorti”, una specie di divinazione; senso che si trova ancora in Gs 18:6: “Dovrò gettare le sorti per voi” (TNM). I sacerdoti potevano interrogare Dio mediante l’uso degli urìm e tumìm (una specie di sorte) almeno sino all’epoca davidica. – Es 28:30.

I sacerdoti dovevano dedicarsi specialmente ad istruire: “Essi insegnano i tuoi statuti a Giacobbe e la tua legge a Israele; mettono l’incenso sotto le tue narici e l’olocausto sopra il tuo altare” (Dt 33:10); “Poiché tu hai rifiutato la conoscenza, anch’io rifiuterò di averti come mio sacerdote; poiché tu hai dimenticato la legge del tuo Dio” (Os 4:6; cfr. Mic 3:11); “Insegneranno al mio popolo a distinguere fra il sacro e il profano, e gli faranno conoscere la differenza tra ciò che è impuro e ciò che è puro” (Ez 44:23); “Domanda ai sacerdoti che cosa dice la legge” (Ag 2:11); “La legge di verità era nella sua bocca [della tribù di Levi, quella dei sacerdoti] […]. Infatti le labbra del sacerdote sono le custodi della scienza e dalla sua bocca si ricerca la legge, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti” (Mal 2:6,7). Il testo delle Cronache afferma che “per lungo tempo Israele è stato senza vero Dio, senza sacerdote che lo istruisse, e senza legge”. – 2Cron 15:3.

I sacerdoti dovevano proclamare le leggi pubbliche e gli insegnamenti privati. Talora la liturgia era un mezzo di istruzione. Un esempio ci è dato da quella specie di catechismo etico che abbiamo nel Salmo 15 e nel Salmo 24.

“O Signore, chi dimorerà nella tua tenda?

Chi abiterà sul tuo santo monte?

Colui che è puro e agisce con giustizia,

e dice la verità come l’ha nel cuore”. – Sl 15:1,2.

“Chi salirà al monte del Signore?

Chi potrà stare nel suo luogo santo?

L’uomo innocente di mani e puro di cuore,

che non eleva l’animo a vanità

e non giura con il proposito di ingannare.

Egli riceverà benedizione dal Signore,

giustizia dal Dio della sua salvezza”. – Sl 24:3-5.

   I sacerdoti furono attivi particolarmente dal tempo di Mosè a quello di Davide, e – dopo l’esilio – fino alla venuta di Yeshùa. Nell’ultimo periodo, comunque, l’insegnamento impartito al di fuori del culto era passato in mano agli scribi e ai dottori della Legge (che finirono con l’imporsi anche sulla classe sacerdotale).

   In Dt 4:44 – come abbiamo già visto – si legge nella traduzione: “Questa è la legge [toràh (תורה)]”. I traduttori della LXX tradussero in greco la parola ebraica תורה (toràh) con la parola greca νόμος (nòmos). Nòmos è normalmente tradotta in italiano con “legge”, tuttavia occorre dire che questo non è il significato originale di nòmos. L’autorevole Vocabolario greco-italiano di L. Rocci ne dà questa definizione: “Uso; usanza; costume; consuetudine”. Si tratta dunque di un modo di vita. Vero è che spesso i costumi diventavano legge nell’antichità, ma nel caso della Toràh non fu questo il processo. Infatti, il versetto dice: “Questa è la legge [toràh (תורה)] che Mosè espose ai figli di Israele”. Non vigeva già un certo costume che Mosè riassunse ad Israele per legittimarlo. Mosè, invece, espose per la prima volta quello che doveva essere l’uso in Israele; e questo era costituito dall’insegnamento ricevuto da Dio.    

 

   Neviìm (Profeti). Questa sezione comprende i profeti e viene così suddivisa:

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    Ed ecco il dettaglio:

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   Va notato che la sezione dei Profeti era divisa in due: anteriori e posteriori. Un’ulteriore suddivisione dei Profeti Posteriori è quella tra Profeti Maggiori e Profeti Minori. Non si faccia l’errore di ritenere i minori come meno importanti; il termine sta ad indicare solo l’estensione dei loro scritti.

   Ketuvìm (Scritti). La raccolta Ketuvìm (in italiano Scritti; più raramente Agiografi, “scrittori sacri”) è composta da 13 libri sapienziali. Comprende scritti di varie categorie: salmi, libri di saggezza, annali storici. Includono: Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici e Lamentazioni; ma includono anche Rut, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra, Neemia e Primo e Secondo Cronache. Si noti che Daniele è collocato in questa sezione e non è tra i profeti.

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   La sezione biblica chiamata Ketuvìm (“scritti”) raccoglie gli scritti dei saggi, ovvero ciò che l’antica sapienza che ci ha insegnato circa la vita umana. In questa classe di libri si distingue una duplice corrente:

  1. a) Conservativa, tradizionale, fiduciosa, didattica. Comprende i Proverbi, i detti dei consiglieri di Giobbe e alcuni Salmi come il 34, quelli da 12 a 23, il 37, il 127 e 110:10. Questa corrente predomina prima dell’esilio.
  2. b) Radicale, eterodossa, scettica. Coinvolge le parole di Agur (Pr 30:1-4), quanto si dice di Giobbe (l’eroe del poema Giobbe; non i suoi discorsi né quelli dei suoi consiglieri, ma quello che di lui si dice), Qohèlet o Ecclesiaste. Questa corrente predomina con l’esilio e dopo.

    I saggi (gli scrittori dei Ketuvìm) si rivolgono più all’individuo che a tutto il popolo: “Perché l’uomo conosca la saggezza, l’istruzione e comprenda i detti sensati” (Pr 1:2); “Figlio mio, non dimenticare il mio insegnamento […]” (Pr 3:1). I profeti, invece, si rivolgono al popolo, alla massa. Secondo i saggi Dio è il creatore dell’universo e base necessaria per l’esistenza dell’uomo; l’uomo è colui che capisce e non capisce (piuttosto che uno che sceglie), che accetta o si ribella alle responsabilità avute da Dio. Per i saggi, Dio rimane misterioso, remoto, inaccessibile, e “non ce ne giunge all’orecchio che un breve sussurro” (Gb 26:14). È oscura la traduzione che ne fa TNM: “E qual sussurro di una questione si è udito riguardo a lui!”. Non si comprende il senso di questa traduzione. Il passo biblico intende dire che quello che noi possiamo vedere delle azioni di Dio è solo un “breve sussurro” o come, traduce TILC, “soltanto l’eco di una sua impresa”.

   Per i saggi l’anello di congiunzione con Dio non è posto tanto nella parola profetica o nel culto, ma nella sapienza che è dono di Dio. Il fine dei saggi è di raggiungere un equilibrio. Loro principio è “il timore del Signore” (Pr 1:7), che denota la fede in Dio e l’accettazione delle sue norme morali. Più che l’atteggiamento devozionale e la partecipazione a certi riti, per i saggi conta un’attitudine intellettuale e morale nei riguardi di Dio.

   In Pr 1:29 la “conoscenza” e il “timore di Dio” sono correlativi: “Hanno odiato la conoscenza, e non hanno scelto il timore di Geova [“Yhvh” nel testo ebraico]” (TNM). Appare quindi chiaro che per i saggi ebrei (gli scrittori dei Ketuvìm) il “timore di Dio” costituisce la vera “conoscenza”:

“Figlio mio, se riceverai i miei detti e farai tesoro dei miei propri comandamenti presso di te, in modo da prestare attenzione alla sapienza col tuo orecchio, per inclinare il tuo cuore al discernimento; se, inoltre, chiami l’intendimento stesso e levi la voce per lo stesso discernimento, se continui a cercarlo come l’argento, e continui a ricercarlo come i tesori nascosti, in tal caso comprenderai il timore di Geova, e troverai la medesima conoscenza di Dio”. – Pr 2:1-5, TNM.

     L’accento posto sulla sapienza è anche un aspetto relativo al re messianico: “Ho consiglio e saggezza. Io, intendimento; ho potenza” (Pr 8:14, TNM), “Io, la saggezza, sto con l’accorgimento e ho trovato la scienza della riflessione. Il timore del Signore è odiare il male” (Pr 8:12,13). La sapienza, riferita al re messianico, è il saper giudicare rettamente: “Dà dunque al tuo servo un cuore intelligente perché io possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male; perché chi mai potrebbe amministrare la giustizia per questo tuo popolo che è così numeroso?”, “La sapienza di Dio era in lui per amministrare la giustizia” (1Re 3:9,28). Secondo Is 11:2 il re messianico avrà anche “consiglio” e “forza”: “Lo Spirito del Signore riposerà su di lui: spirito di saggezza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di forza, spirito di conoscenza e di timore del Signore”. Il “consiglio” e la “forza” costituiscono la sapienza per governare di fatto: “Tu dici che, per fare la guerra, consiglio e forza sono soltanto parole” (2Re 18:20, “In Dio stanno la saggezza e la potenza” (Gb 12:13). Si tratta di conoscenza e di timore di Dio: la sapienza per venerare Dio in modo giusto.

   Ecco infine una panoramica delle Scritture Ebraiche:

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Le Scritture Greche

   La parte greca della Bibbia è composta da 27 libri. Eccone la suddivisione normalmente accettata dagli studiosi:

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