La preesistenza di Yeshùa secondo la Bibbia

Il concetto biblico di preesistenza

   Non occorre riferirsi all’interpretazione platonica, sostenuta da Origène, che poggia sulla dottrina della preesistenza delle anime; Origène sosteneva che l’anima del Cristo fosse preesistita in cielo anche prima della nascita di Yeshùa.

   Non occorre neppure riferirsi alla concezione mitica degli gnostici che supponevano che il corpo celeste di Yeshùa fosse preesistito in cielo fino alla sua apparizione sulla terra attraversando il ventre di sua madre come un raggio di sole attraversa un vetro.

   Per comprendere la preesistenza di Yeshùa è sufficiente richiamarsi ad altre preesistenze ammesse facilmente dagli ebrei per alcune realtà importanti. Questa è una di quelle categorie mentali tipiche della cultura mediorientale della Bibbia. Comprendendole con la nostra mentalità occidentale si prendono delle vere e proprie cantonate. Per gli ebrei attribuire la preesistenza a qualcosa era il modo concreto per esaltare quella cosa e metterla in intima connessione con Dio. Vediamo alcuni esempi biblici di preesistenza.

IL TABERNACOLO

   Prima di essere comunicato a Mosè, il tabernacolo “preesisteva” già presso Dio. Mosè ne vide il modello (Es 25:9,40). Per Paolo, le strutture del tempio sono “rappresentazioni tipiche delle cose nei cieli”. – Eb 9:23, TNM.

I RITI SACERDOTALI

   Non solo il Tabernacolo o santuario “preesisteva”, ma i riti stessi. Lo scrittore di Ebrei fa riferimento a questa idea comune al tempo di Yeshùa: “Rendono sacro servizio in una rappresentazione tipica e in un’ombra delle cose celesti; come Mosè, quando stava per completare la tenda, ricevette il comando divino: Poiché egli dice: ‘Guarda di fare ogni cosa secondo il modello che ti fu mostrato sul monte’” (Eb 8:5, TNM). Quindi, sia il tabernacolo che i riti erano solo “un’ombra delle cose celesti”, essendo la realtà vera in cielo presso Dio. Si trattava di “rappresentazioni tipiche delle cose nei cieli”. – Eb 9:23, TNM.

ALCUNI PATRIARCHI

   Origène riporta uno scritto giudaico in cui Giacobbe, il cui nome divino è Israele, è il primogenito delle creature, il primo spirito. Anche Filone riporta qualcosa di simile, presentando Giacobbe con il nome di Lògos, superiore a tutti gli angeli. Quindi, ancora prima di Giovanni e di Paolo, il giudaismo usava una terminologia identica a quella dei tempi di Yeshùa.

IL MESSIA

   Il libro di Enoc (che fa parte di quegli scritti degli ebrei che non entrarono nel canone biblico) parla del messia come di una persona preesistente presso Dio, prima ancora della creazione: “Prima che il sole e i segni fossero creati, prima che le stelle del cielo fossero fatte, il suo nome fu nominato davanti al Signore degli spiriti (Enoc 48:3). Sebbene questo libro non faccia parte della Bibbia, esso testimonia che presso gli ebrei, nella loro mentalità, si usava questa categoria della “preesistenza”. Va notato inoltre che il canone delle Scritture Ebraiche fu stabilito solo con il concilio ebraico di Jamnia verso il 90 E.V., per cui nel tempo apostolico questi scritti esclusi poi dal canone erano tenuti in considerazione.

LA SAPIENZA

   Essa appare all’origine della creazione e si trova presso Dio (Pr 8:22). Yeshùa si presenta come sapienza, assumendo gli attributi della sapienza. Ad esempio, in Mt 23:34 Yeshùa dice: “Vi mando profeti e saggi e pubblici insegnanti” (TNM); nel testo greco la lezione ha: “Io [ἐγώ, egò] vi mando”; e Lc 11:49 – nel passo parallelo – mette: “La sapienza di Dio ha anche detto: ‘Manderò loro profeti e apostoli’”. – TNM.

LA TORÀH

   Nella concezione ebraica la Toràh data a Mosè sul Sinày già preesisteva in cielo presso Dio.

   La preesistenza di Yeshùa va quindi intesa nel modo in cui gli israeliti parlavano delle varie preesistenze. Ostinarsi a leggere la preesistenza di Yeshùa in modo diverso denota l’ostinazione di voler leggere la Bibbia con la propria mentalità occidentale. Come al solito, vi sono due modi di leggere la Bibbia: prenderla letteralmente o prenderla sul serio.

Il senso della preesistenza di Yeshùa

   Che senso dare alla preesistenza di Yeshùa? Intanto, nell’ambiente giudaico del tempo, preesistenza non significava divinità; essa era solo un mezzo per indicare qualcosa di divino, intimamente legato a Dio.

   Gli ebrei, molto concreti, non amavano le astrazioni e i ragionamenti astratti. Essi distinguevano tra la dimensione divina eterna e la dimensione terrestre. Affermavano che il terrestre non fa altro che sviluppare il celeste: il terrestre è l’ombra, l’immagine, l’incarnazione di quello celeste. L’unica realtà assoluta è quella celeste. Dato che Yeshùa detiene il centro della redenzione umana, esso “preesiste” già in Dio fino al suo apparire nella storia. È per questo che si può dire che “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e per lui”. – Col 1:16, TNM.

   È per questa preesistenza (intesa in senso biblico) che Yeshùa dà gioia ad Abraamo (Gv 8:56,sgg.). Anche il capitolo 8 di Giovanni va inteso in armonia con il capitolo 1. Abraamo aspirava a vedere i giorni messianici (cfr. 1Pt 1, 10-12) e – anche secondo un’esegesi dei maestri rabbinici – Dio gli rivelò i giorni felici del messia (Gv 8:56). Inoltre, dal momento che in Yeshùa dimorava la parola eterna di Dio, egli, pur essendo nato da una donna ebrea non molti anni prima (meno di cinquanta, v. 57), poteva ben dire di esistere già al tempo di Abraamo.

   È per questa stessa ragione che egli disseta gli ebrei nel deserto: “Bevevano al masso di roccia spirituale che li seguiva, e quel masso di roccia significava il Cristo” (1Cor 10:4), TNM); quel “significava il Cristo” è nel testo greco  “era il Cristo” (ἦν ὁ χριστός, en o Christòs). Per Paolo e per gli ebrei del tempo “era” (preesisteva); per noi (occidentali), “significava”. Se volessimo tradurre questa preesistenza in termini moderni ed occidentali, diremmo che l’universo fu creato in vista di Yeshùa, che gli israeliti nel deserto furono salvati dalla morte per sete in vista di Yeshùa.    Noi diremmo: Dio aveva in mente Yeshùa e quello che avvenne fu in vista di Yeshùa. Gli ebrei, molto concreti e non amanti delle astrazioni, per dire quelle stesse cose utilizzavano l’idea della preesistenza, per cui Yeshùa poteva agire e operare anche prima della sua comparsa.

   Yeshùa lascia la gloria che aveva presso Dio per riprenderla poi dopo la morte: “Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse” (Gv 17:5). Anche qui viene utilizzata la categoria della preesistenza. Nel linguaggio occidentale avremmo: ‘Padre, glorificami tu presso di te della gloria che tu avevi in mente per me prima che il mondo esistesse’; ma questa è una astrazione occidentale estranea al pensiero concreto dei semiti, per cui l’occidentale ‘che tu avevi in mente’ diventa il mediorientale “che avevo presso di te”.

   D’altra parte, coloro che usano le moderne logiche occidentali derivate dalla filosofia greca per interpretare scritti mediorientali, hanno un motivo di riflessione: possibile che nelle Scritture Ebraiche si parli chiaramente di tanti personaggi – perfino di satana – con ampi dettagli, mentre per Yeshùa si deve ricorrere a interpretazioni per trovarvi solo tracce (forzate dalle interpretazioni)? Non appare strano che angeli, demòni e satana siano chiaramente menzionati senza necessità di applicazioni interpretative per individuarli? Esistono, sono semplicemente lì.

   E Yeshùa? Yeshùa è il capolavoro di Dio. L’uomo Yeshùa, quale secondo Adamo, fu ubbidiente fino alla morte, riscattò il genere umano nato nel peccato, fu risuscitato dai morti e ora siede “alla destra di Dio” nella gloria. Con Paolo possiamo dire:

Se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così.

2Cor 5:16.

   Lo Yeshùa che era nella mente e nei progetti di Dio sin dai primi tempi (la Bibbia direbbe: preesisteva presso Dio) è l’unico mezzo che ci avvicina a Dio:

“Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”.

1Tm 2:5.