La prima Pasqua di Yeshùa

Gli storici greci e latini, quando scrivevano la vita di personaggi illustri, si dilettavano a presentare i primi anni di vita dei loro eroi per riscontrarvi i primi indizi della loro futura attività. Spesso li infarcivano anche di tratti leggendari che facevano presagire il loro genio futuro.

   Anche Luca ha sentito il bisogno di agire in tal modo, ma – senza inserire tratti leggendari – ha scelto solo un avvenimento storico di per sé insignificante, che però faceva presagire chi sarebbe stato Yeshùa nella realtà. Si tratta del pellegrinaggio di Yeshùa dodicenne a Gerusalemme in occasione della sua rima Pasqua.

   La Pasqua (פֶּסַח, pésakh) si celebrava nel primo mese dell’anno e nel pomeriggio del 14 nissàn (marzo-aprile) era scannato l’agnello pasquale. La Bibbia connette la Pasqua con l’uscita degli ebrei dall’Egitto e ricollega l’etimologia del nome al “passaggio” (pésakh – פֶּסַח – significa “un passare oltre”) dell’angelo che passò oltre le case degli ebrei segnate con il sangue dell’agnello, senza ucciderne i primogeniti (Es 12:1-40). L’agnello veniva immolato senza che se ne spezzassero le ossa e, al tempo di Yeshùa, doveva essere immolato nel Tempio. La cena si consumava poi la sera, dopo il tramonto, nelle vicinanze della città, non oltre il cammino sabbatico.

   Yeshùa, all’età di dodici anni, si recò lui pure alla Pasqua secondo l’uso ebraico (Lc 2:42), assieme alla folla che secondo Giuseppe Flavio ammontava a circa tre milioni di persone. – Guerra Giudaica, 6,9,3.

   Forse lo stesso Yeshùa aiutò a condurvi l’agnello, assistette al turno della sua immolazione e aiutò a portare nella casa che li ospitava l’agnello già spellato perché fosse arrostito e mangiato con le erbe amare.

   Grande impressione dovette fare sul suo animo devoto il rito della circostanza e il suono delle trombe che segnavano l’inizio dell’immolazione. Incancellabile dovette essere l’impressione di quella sua prima cena pasquale che gli ricordava le meraviglie di Dio nella liberazione degli ebrei dall’Egitto. Presagiva di già la sua immolazione per inaugurare la nuova liberazione dal peccato? Certo non ancora.

   La brama di conoscenza, che superava quella del suo maestro di sinagoga, lo indusse a cercare la soddisfazione alla sua sete di sapere tra i rabbini che insegnavano nel Tempio. Così, mentre gli altri pellegrini al termine della loro permanenza di alcuni giorni si preparavano a partire, egli rimase nel Tempio per interrogare i dottori: “Passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all’insaputa dei genitori”. – Lc 2:43.

   Secondo l’usanza rabbinica, Yeshùa, seduto per terra in mezzo agli altri uditori, poneva domande ai maestri e lasciava tutti stupiti per le sue questioni e risposte: “Tutti quelli che l’udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte” (Lc 2:47). Questo stare nel Tempio tra i dottori da parte di un ragazzino non era un fatto insolito. Anche Giuseppe Flavio riferisce che lui stesso, all’età di quattordici anni, era solito recarsi nel Tempio e discutere con i dottori di Gerusalemme. Comunque, in genere i rabbini disdegnavano i ragazzi più piccoli. Va poi detto che allora in Medio Oriente un ragazzo semita di dodici anni era molto più maturo dei nostri ragazzini della stessa età. Da notare è il modo in cui Yeshùa sviluppa la sua conoscenza: interroga i maestri e risponde alle loro domande.

   Nel frattempo la carovana parte e i genitori di Yeshùa, pensando che fosse con qualche parente o amico della comitiva (ormai aveva dodici anni), lasciano Gerusalemme. Ma alla prima tappa, non trovandolo, tornano a Gerusalemme. Dopo averlo cercato ovunque lo ritrovano al Tempio.

   Miryàm lo rimprovera dolcemente: “Ragazzo, perché ci hai fatto questo?” (Lc 2:48, traduzione dal greco). Il testo non dice “figlio” (NR, TNM), che il greco è υἱός, üiòs (cfr. Lc 3:23), ma dice τέκνον (tèknon) che significa “ragazzo”. Miryàm mostra anche rispetto per Giuseppe, nominandolo per primo: “Tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena”. – V. 48.

   La risposta di Yeshùa è tra lo stupito e la dimostrazione, per la prima volta, di una certa indipendenza: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?”. – V. 49.

   La comune traduzione “nella casa del Padre mio” va puntualizzata. È più corretto mettere “casa” tra parentesi quadrate, come fa TNM: “Nella [casa] del Padre mio”. La parola “casa”, infatti, non compare nel testo greco. Il testo originale ha ἐν τοῖς τοῦ πατρός μου (en tòis tu patròs mu) che letteralmente significa “negli/nelle del Padre mio”.

   Questa espressione può avere due significati. Può significare “nelle cose del Padre mio”, ovvero le cose che riguardano Dio. Così appare in vari passi: “Tu non hai il senso delle cose di Dio [τὰ τοῦ θεοῦ, ta tu theù, “gli/le del Dio”]” (Mt 16:23); “Non mi è lecito fare del mio [ἐν τοῖς ἐμοῖς, en tòis emòis, “nei miei” o “nelle (cose) mie”] ciò che voglio?” (Mt 20:15); “Colui che è sposato si dà pensiero delle cose del mondo [τὰ τοῦ κόσμου, ta tu kòsmu, “gli/le del mondo”] […]. La donna senza marito o vergine si dà pensiero delle cose del Signore [τὰ τοῦ κόσμου, ta tu kürìu, “gli/le del Signore”]”. – 1Cor 7:33,34.

   Oppure l’espressione potrebbe significare “nella casa del Padre mio”. Questo è il senso che dà la LXX greca in alcuni passi: “Eretto nella casa di Aman” (Est 7:9, TNM); “Non ci sarà superstite nel suo luogo di residenza” (Gb 18:19, TNM). La parola “casa” (“luogo di residenza” in TNM) viene tradotta nel greco della LXX semplicemente con ἡτοίμασεν Αμαν (etòimasen Aman), “eretto Aman”, nel primo caso; e con ἐν τοῖς αὐτοῦ (en tòis autù, “negli/nelle di lui”, nel secondo caso. Quale preferire? Il contesto della frase di Yeshùa suggerirebbe “nella [casa] del Padre mio”, dato che egli si trova nel Tempio.

   Si noti anche l’enfasi posta nel “Padre mio”, in contrasto con il “tuo padre e io” di Miryàm. Il Padre di Yeshùa, in modo tutto particolare, è Dio e non Giuseppe. Si noti anche il “dovevo [greco δεῖ (dèi)]” detto da Yeshùa. Tale verbo si trova altre sei volte in Lc ed è sempre connesso alla passione e alla morte di Yeshùa, come in Lc 13:33: “Bisogna che io [greco δεῖ με (dèi me), “si deve io”]”. Forse anche nel passo relativo al Tempio c’è un vago accenno di Luca alla morte di Yeshùa, dato che si precisa che i genitori lo trovarono “tre giorni dopo” (Lc 2:46; cfr. 24:7); sembrerebbe quasi che Luca voglia dire: Yeshùa deve trovarsi nel Tempio e compiere la volontà del Padre fino al suo culmine nella morte e alla sua resurrezione dopo tre giorni. In questa prospettiva la visita al Tempio sarebbe un preannuncio del calvario e della sua resurrezione.

   La risposta di Yeshùa è la chiave per comprendere tutto l’episodio. “Perché mi cercavate?”. Tale domanda ha senso solo nel caso in cui egli avesse già avvertito i genitori che si sarebbe allontanato per recarsi al Tempio. Che egli lo avesse già detto loro sembra anche arguirsi dal seguente “non sapevate che […]?”. Yeshùa, sapendo di averli avvertiti, pensava che loro lo sapessero e quindi non si preoccupava di loro. Era tranquillo e li attendeva: non capiva infatti il motivo di tanta pena da parte di Miryàm e il suo rimprovero. Ciò spiega il tono un po’ stupito di Yeshùa.

   Ma se i genitori erano stati avvertiti, perché si erano così agitati non trovandolo più? Luca ce lo spiega: “Essi non avevano capito quanto aveva detto loro” (v. 50, Dia). NR ha “Essi non capirono le parole che egli aveva dette loro”; TNM: “Non afferrarono la parola che disse loro”; Did: “Essi non intesero le parole ch’egli avea lor dette”. Tuttavia, in questo passo così imbevuto di semitismi, il verbo usualmente tradotto con il passato remoto (“non capirono”) può anche essere tradotto – come in ebraico – con il trapassato (“non avevano capito”). In ebraico non vi è distinzione tra i due tempi. Questa traduzione elimina tutte le difficoltà insiste nelle comuni traduzioni del brano. Si era quindi trattato di un malinteso: Yeshùa, prima di lasciare Gerusalemme voleva visitare ancora una volta il Tempio e aveva avvisato i genitori; questi, forse per la confusione della carovana, non avevano capito bene il senso di quello che lui aveva detto loro oppure avevano pensato che sarebbe tornato subito. Simili inconvenienti non erano rari nei pellegrinaggi; non c’è festività in cui qualcuno non si perda. Yeshùa si era avviato al Tempio sicuro di poterci rimanere a piacimento perché lo avrebbero mandato a chiamare prima della partenza. I genitori, non avendo ben capito, non se ne preoccuparono, pensando che fosse già da qualche parte nella loro comitiva in partenza. Ormai non era più un bambino. Poi dovettero pensare che lui, non trovando più la carovana, doveva essersi recato a casa di qualche parente o conoscente, così lo cercarono. Il ragazzo, invece, non si preoccupava perché era certo che lì nel Tempio i genitori alla fine lo avrebbero trovato.