La morte del battezzatore

La morte di Giovanni il battezzatore è narrata in Mr 6:14-29; Mt 14:1-12; Lc 3:19;9:7 e sgg..

   Della morte del battezzatore ne parlano principalmente Marco e Matteo. Luca, secondo il suo metodo consistente nel riferire tutto quello che sa del battezzatore per poi soffermarsi esclusivamente su Yeshùa, ne narra l’imprigionamento e la morte prima del battesimo di Yeshùa:

“Erode, il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiada, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione. Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato”. – Lc 3:19-21.

   Non si tratta affatto di un anacronismo. Dato che a Luca interessa parlare principalmente di Yeshùa, quando poco prima ha parlato del battezzatore, ne ha narrato anticipatamente tutte le vicende.

   Quasi tutti gli studiosi ammettono che il racconto di Marco (assai vivido, popolare e colorito) sia il più antico e indipendente da altri. Secondo alcuni, Marco non avrebbe fatto altro che correggere e semplificare un racconto precedente. Qualcuno, poggiando sul fatto che i contatti con Mr sono minori della percentuale solita (33% anziché il consueto 49-51%), pensa che Matteo attinga da una tradizione indipendente. – Lohmeger, Matthäus pag. 233 n. 1.

   Comunque, il fatto che ci sia un’identica successione degli episodi (Antipa sente le dicerie riguardanti Yeshùa, pensa che sia risorto il battezzatore da lui decapitato, Yeshùa sfama 5000 uomini) ci fa supporre che entrambi attingano alla medesima fonte e che Mt dipenda da Mr. Non manca il solito critico che pensa che il racconto non sarebbe altro che una leggenda creata dalla fantasia dei discepoli sullo schema di simili leggende ellenistiche (Bultmann). In realtà non vi è nessun parallelo né nel campo ellenistico né nel campo ebraico. Si può quindi ritenere più che mai storico il racconto.

   Vi sono diversi problemi suscitati dal confronto dei sinottici da una parte e Giuseppe Flavio dall’altra. Anzitutto, v’è diversità di nome del primo marito di Erodiade. Giuseppe Flavio lo chiama “Erode”, Marco e Matteo lo chiamano “Filippo”. Si è suggerito che i sinottici abbiano errato. Al riguardo, pare ci sia sempre una reazione scontata: quando c’è diversità tra i dati biblici e quelli storici, sarebbe sempre la Scrittura che sbaglia. In verità, ogni volta si è sempre dimostrato che sono i dati storici a dover essere aggiornati. Altri hanno suggerito che il nome “Filippo” non sia genuino, in quanto manca presso Mt  in D, Vetus Latina (a, c, 8, 18, g, k, l), Vulgata. In Mr sembra che manchi in P45. Tuttavia, l’assenza di tale nome nella tradizione occidentale (tutti manoscritti citati sono occidentali) non può vincerla su tutte le testimonianze favorevoli in oriente. È più probabile che il marito di Erodiade fosse “Erode Filippo”, tanto più che “Erode” era il nome dinastico.

   Il motivo dell’uccisione del battezzatore per Giuseppe Flavio è eminentemente politico: la paura di un’insurrezione. Per i Vangeli è invece l’ira di Erodiade (“Erodiada gli serbava rancore e voleva farlo morire”, Mr 6:19), che era stata pubblicamente biasimata dal battezzatore per la sua condotta matrimoniale illegittima secondo la Legge di Dio. Infatti, parlando della sconfitta di Antipa ad opera del nabateo Areta IV, Giuseppe Flavio così osserva: “Molti giudei credettero che fosse stato Dio a permettere che Erode perdesse questa battaglia per punirlo di aver fatto uccidere Giovanni detto il battista. Costui era un uomo giusto che portava i giudei alla virtù, alla giustizia degli uni verso gli altri. Una grande moltitudine di popolo si dava premura di seguirlo e di ascoltarlo. Erode temeva che la fama di quell’uomo, la cui dottrina tutti ritenevano di seguire, potesse spingere il popolo a una rivolta, perciò decise di disfarsi di lui piuttosto che affrontare il pericolo di dannosi cambiamenti di cui sarebbe dovuto pentirsi per non averli prevenuti. Covando questi sospetti, fece incatenare Giovanni”. – Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 18,116-119.

   Questi due racconti (quello di Giuseppe Flavio e quello degli evangelisti) si integrano a vicenda. Se il motivo morale domina i Vangeli, presso Giuseppe è posto in risalto il problema politico. La Legge di Dio disapprovava il comportamento di Antipa. Questa disapprovazione non riguardava il divorzio di Erodiade da Filippo; il divorzio era possibile tra i pagani e, anche se non usuale, era possibile anche tra di ebrei: “Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così” (Mt 19:8), “Se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mr 10:12). Non si trattava neppure del fatto che aveva sposato poi Antipa: la poligamia era permessa a quel tempo. La ragione della disapprovazione stava nell’aver preso per moglie la moglie del fratello: “Se uno prende la moglie di suo fratello, è una impurità; egli ha scoperto la nudità di suo fratello” (Lv 20:21). “Giovanni infatti gli diceva: ‘Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!’” (Mr 6:18). Questo era permesso solo nel caso del levirato e con lo scopo di dare una progenie al fratello defunto: “Se dei fratelli staranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà fuori, con uno straniero; suo cognato verrà da lei e se la prenderà per moglie, compiendo così verso di lei il suo dovere di cognato; e il primogenito che lei partorirà porterà il nome del fratello defunto, affinché questo nome non sia estinto in Israele”. – Dt 25:5,6.

   Anche Giuseppe Flavio ammette che Antipa, per sposare Erodiade, dovette divorziare da sua moglie, la figlia di Areta. Questo recò delle conseguenze politiche. La protesta di Giovanni contro Antipa fu vista anche come un pericolo di sommossa contro il capo dello stato. Nessuna contraddizione, quindi, tra i Vangeli e Giuseppe Flavio.

   Leggendo Mr 6:21 (“Venne un giorno opportuno quando Erode, al suo compleanno, fece un convito ai grandi della sua corte, agli ufficiali e ai notabili della Galilea”) sembrerebbe naturale che la festa avvenisse a Tiberiade, dove Erode Antipa risiedeva. Tuttavia, non vi si parla affatto di luogo. Gli evangelisti non indicano la località della celebrazione, per cui non è vi alcuna contraddizione con Giuseppe Flavio che riferisce che il battezzatore fu fatto uccidere nel castello di Macheronte. È probabile che il luogo dell’esecuzione sia stato proprio questo castello, dove Erode doveva trovarsi per sorvegliare meglio i movimenti dell’ex suocero Areta.

   Si noti che ci fu una delegazione galilaica: “Erode, al suo compleanno, fece un convito ai grandi della sua corte, agli ufficiali e ai notabili della Galilea” (Mr 6:21). I membri della Perea non vengono nominati: questo fa supporre che Antipa fosse già in questa provincia. Pare quindi logico concludere che Giovanni fu imprigionato e ucciso a Macheronte.

   Erode Antipa era tetrarca: “Erode tetrarca della Galilea” (Lc 3:1). Non solo della Galilea, ma anche della Perea, una provincia della Palestina, non nominata con questo nome nelle Scritture Greche, ma ci sono riferimenti all’area “oltre il Giordano” (Mt 4:25;19:1; Mr 3:8; 10:1). Ai giorni di Yeshùa era una provincia giudea, e la governava Erode il tetrarca.

   Oltre che “tetrarca”, i Vangeli lo chiamano “re”: “Il re Erode” (Mr 6:14). Si tratta di una denominazione popolare; anche Archelao era chiamato così (Mt 14:9; Mr 6:14,22,25-27). L’attività libera di Erode, poco controllabile dai romani, poteva favorire tale titolo di “re”. Per di più, l’aramaico מלכיא  (malchà), oltre a “re”, ha anche il significato più vasto di “capo di stato”.

   Chi era la danzatrice? “La figlia della stessa Erodiada entrò e ballò” (Mr 6:22). Vi sono tre lezioni riguardo a questo passo:

  1. τῆς θυγατρὸς αὐτῆς Ἡρῳδιάδος (tes thügatròs autès Erodiàdos).

Letteralmente: “La figlia della stessa Erodiade”. Questa è la lezione meglio attestata (A, C, K, Q, P, F, Vulgata, Siriana Esichiana) e usualmente seguita dai commentatori. Questa lezione collima con la testimonianza di Mt che ha “la figlia di Erodiada” (14:6) e con Giuseppe Flavio, secondo cui dal precedente matrimonio di Erodiade nacque la figlia Salomè. In questa lezione si pone enfasi sul fatto che la danzatrice era proprio la figlia di Erodiade, riproducendo la lezione aramaica b(e) rattàh d(e)rodiàm, “la figlia di lei Erodiade”.

    2.       Una seconda lezione ha τῆς θυγατρὸς αὐτοῦ Ἡρῳδιάδος (tes thügatròs autù Erodiàdos), “la figlia di lui, Erodiade”. Vale a dire: la figlia di Antipa, di nome Erodiade. Questa lezione è sostenuta dal Sinaitico (א), dal Vaticano (B), e da D, L, D 238.565. Si tratta di una lezione bene attestata, ma che non si accorda né con Mt, che ha “la figlia di Erodiada” (14:6), né con la storia (non risulta che dal precedente matrimonio con la figlia di Areta, Antipa avesse avuto una figlia). Una figlia nata da lui e da Erodiate, dato che il matrimonio era recente, sarebbe stata troppo piccola per danzare.

   3.       Alcuni pochi codici mancano del pronome e hanno (come Mt): τῆς θυγατρὸς τῆς Ἡρῳδιάδος (tes thügatròs tes  Erodiàdos), “della figlia della Erodiade”. Si tratta della lezione presente nelle versioni Copta, Saidica, Gotica, Armena, Etiopica, Georgiana; e in , 22, it. La lezione, poco attestata, è un chiaro tentativo di armonizzare Mr con Mt e di rendere il greco meno sovrabbondante.

   Si può concludere criticamente che la lezione originale doveva essere la prima: τῆς θυγατρὸς αὐτῆς Ἡρῳδιάδος  (tes thügatròs autès Erodiàdos), “La figlia della stessa Erodiade”.

   Marco (6:22) chiama da danzatrice κοράσιον (koràsion): ὁ δὲ βασιλεὺς εἶπεν τῷ κορασίῳ (o de basilèus èipen to korasìo), “E disse il re alla ragazza” (“alla fanciulla”, TNM). Si tratta del diminutivo di κόρη (kòre), “ragazza”: quindi “ragazzina”. Presso la LXX (dove ricorre 16 volte), due volte traduce l’ebraico יַּלְדָּה (yaldà): “Han venduto una fanciulla [τὰ κοράσια (ta koràsia), LXX] in cambio di vino” (Gle 4:3, CEI), TNM ha “la fanciulla (in TNM si trova in 3:3); “Le piazze della città saranno piene di ragazzi e di ragazze [ebraico ילָדֹות (yeladòt); LXX: κορασίων (korasìon)]  che si divertiranno” (Zc 8:5), TNM ha pure “ragazze”; negli altri 14 casi κοράσια (koràsia), “ragazza”, traduce l’ebraico נערה (naaràh) che implica l’età della responsabilità e del matrimonio. Nelle Scritture Greche tale vocabolo è adoperato per la figlia di Giairo, che aveva 12 anni: “[Giairo] aveva una figlia unica di circa dodici anni, che stava per morire” (Lc 8:42); “[Yeshùa] presala per mano, le disse: ‘Talità cum!’ che tradotto vuol dire: ‘Ragazza [greco κοράσιον (koràsion)], ti dico: àlzati!’” (Mr 5:41). Va ricordato che ai tempi di Yeshùa una ragazza poteva sposarsi già a 12 anni. Oggi, nell’ebraismo, una ragazza ottiene la maggiorità religiosa (bat mizvà, בת מצווה, “figlia del comandamento”) a 12 anni (i ragazzi – bar mizvà, בר מצווה, “figlio del comandamento” – a 13). Dato che il battezzatore fu decapitato nel 29 E. V., anche la figlia di Erodiade doveva avere circa 12 anni, dato che Erodiade nacque tra il 10 a. E. V. e il 7 a. E. V.. Dovette sposarsi tra il 10 e il 14/15 E. V. ed avere Salomè tra il 15 e il 19 E. V.. Era naturale per una ragazza sui 12-14 anni chiedere alla madre come avrebbe dovuto comportarsi di fronte alla promessa di Antipa: “La figlia della stessa Erodiada entrò e ballò, e piacque a Erode e ai commensali. Il re disse alla ragazza: ‘Chiedimi quello che vuoi e te lo darò’. E le giurò: ‘Ti darò quel che mi chiederai; fino alla metà del mio regno’. Costei, uscita, domandò a sua madre: ‘Che chiederò?’”. – Mr 6:22-24.

   Poteva Salomè danzare in un banchetto alla presenza di uomini, come solevano fare le prostitute? Non è affatto necessario intendere il passo biblico nel senso di una danza immorale. Vi erano vari tipi di danze, alcune delle quali potevano essere fatte da persone rispettabili (Suk. V,1-4; Tos. Suk. IV,1-4). Si può quindi ammettere la storicità della danza di Salomè e ritenerla una danza graziosa ma onesta, tale da suscitare l’entusiasmo di Antipa (e dei commensali) con il suo giuramento avventato: “A un certo punto entrò nella sala del banchetto la giovane figlia di Erodiade e si mise a danzare. La sua danza piacque talmente a Erode e agli invitati che il re le disse: ‘Giuro che ti darò quel che mi domanderai, anche se fosse la metà del mio regno!’”. – Mr 6:22, PdS.

   Marco è il solo a parlare del giuramento di Erode Antipa. La sua frase: “Ti darò quel che mi chiederai; fino alla metà del mio regno” (6:23) ha precedenti biblici. Si ricordi il caso di Ester: “Che hai, regina Ester? Che cosa domandi? Se anche chiedessi la metà del regno, ti sarà data” (Est 5:3); “Ma l’uomo di Dio rispose al re: ‘Anche se tu mi dessi la metà della tua casa, io non entrerò da te’”. – 1Re 13:8.

   Erodiade suggerì di chiedere la testa di Giovanni il battezzatore. Erode, pur rattristato, non osò venir meno ai propri giuramenti fatti pubblicamente: “Il re ne fu rattristato ma, a motivo dei giuramenti e degli invitati, comandò che le fosse data [la testa del battezzatore]” (Mt 14:9). Si noti che Salomè, per parlare alla madre, uscì dal banchetto: “Costei, uscita, domandò a sua madre” (Mr 6:24), segno che ella non era presente e che le donne non vi si trovavano; infatti “la figlia della stessa Erodiada entrò e ballò” (Mr 6:22). Il pranzo è chiamato δεῖπνον (dèipnon), vale a dire un convito serale. Traduce bene TNM: “Erode imbandì un pasto serale [δεῖπνον (dèipnon)]” (Mr 6:21). Il plurale “giuramenti” (“A motivo dei giuramenti”, Mr 6:26) potrebbe essere un plurale di generalizzazione, a meno che si tratti del giuramento ripetuto. Agli occhi degli scribi un simile giuramento non avrebbe potuto comportare un assassinio. Secondo Origène fu la reazione dei convitati a essere decisiva. Va detto che nel compleanno del re si soleva liberare i prigionieri, non ucciderli.

   Riguardo all’odio di Erodiade verso il battezzatore, va rammentato quanto un libro apocrifo (non parte della Bibbia ispirata, ma pur sempre parte della letteratura ebraica) dice a proposito dell’ira delle donne: “Preferirei abitare con un leone e con un drago piuttosto che abitare con una donna malvagia. La malvagità di una donna ne àltera l’aspetto, ne rende il volto tetro come quello di un orso. Suo marito siede in mezzo ai suoi vicini e ascoltandoli geme amaramente. Ogni malizia è nulla, di fronte alla malizia di una donna” (Siracide 25:15-18). Si ricordi l’odio feroce di Izebel contro Elia: “Izebel mandò un messaggero a Elia per dirgli: ‘Gli dèi mi trattino con tutto il loro rigore, se domani a quest’ora non farò della vita tua quel che tu hai fatto della vita di ognuno di quelli’”. – 1Re 19:2; cfr. 21:15.

   “Perciò Erodiada gli serbava rancore e voleva farlo morire, ma non poteva. Infatti Erode aveva soggezione di Giovanni, sapendo che era uomo giusto e santo, e lo proteggeva; dopo averlo udito era molto perplesso, e l’ascoltava volentieri” (Mr 6:19,20). Questo è un brano particolare di Mr e presenta difficoltà. TNM, similmente, ha: “Ed Erodiade nutriva rancore contro di lui e lo voleva uccidere, ma non poteva. Poiché Erode aveva timore di Giovanni, sapendo che era un uomo giusto e santo; e lo custodiva. E dopo averlo udito era molto indeciso sul da farsi, ma continuava a udirlo con piacere”. La difficoltà sta in quel πολλὰ ἠπόρει (pollà epòrei), tradotto letteralmente: “molto era perplesso” (“era molto indeciso”, TNM). La lezione è insicura. Si hanno, infatti, queste altre lezioni (con varianti a ἠπόρει, epòrei) :

  1. ἐποίει (epòiei) (manoscritti A, C, D, N, E). In tal caso la traduzione sarebbe: “Dopo averlo udito, faceva molte cose”, nel senso che ascoltava i consigli e li applicava. Ma le parole seguenti (“ma continuava a udirlo con piacere”, TNM) sarebbero del tutto inutili. Questa lezione va quindi scartata.
  2. ἠπόρει (epòrei), “era perplesso”, è la lezione che viene di solito accettata (NR, TNM). È la lezione più difficile, ma è attestata da buoni codici (א, B, L, W, θ) ed è seguita generalmente dalle edizioni critiche. La traduzione sarebbe: “Dopo averlo udito era molto perplesso”, a causa degli insegnamenti e delle osservazioni che udiva.
  3. ἠπόρει (epòrei). La lezione è la stessa, ma al verbo viene dato un senso che è testificato presso Aristotele e riservato alla questioni dialettiche, così da tradurre: “Dopo averlo udito, poneva molte domande” (Lexicon Graecum colonna 158). C’è solo da domandarsi come mai un’espressione tecnica del greco classico sia presente nel greco popolare della Bibbia.

   Matteo e Marco parlano di discepoli che chiesero il cadavere del battezzatore per seppellirlo: “E i discepoli di Giovanni andarono a prenderne il corpo e lo seppellirono” (Mt 14:12), “I discepoli di Giovanni, udito questo, andarono a prendere il suo corpo e lo deposero in un sepolcro” (Mr 6:29). Questo era l’uso romano (Filone, In Flaec. 10,78,299). Anche il cadavere di Yeshùa fa consegnato da Pilato a Giuseppe di Arimatea (Mt 27:58). Antipa, vassallo di Roma, poteva anche lui andare contro l’uso giudaico di seppellire in fosse comuni i cadaveri dei giustiziati. Questi erano infatti proprietà del tribunale (A. Buchler, L’enterrement des criminels d’après le Talmud et le Midrash). Questa eccezione poteva essere favorita dal favore che il battezzatore godeva presso il popolo.

   Matteo aggiunge anche che i discepoli riferirono il fatto a Yeshùa: “Lo seppellirono; poi vennero a informare Gesù” (14:12). Ciò mostra i rapporti esistenti tra Yeshùa e il battezzatore.

   Si preannunciava così anche la morte di Yeshùa.