Le tentazioni di Yeshùa

Fëdor Michajlovič Dostoevskij ha espresso in modo geniale l’essenza delle tre tentazioni di Yeshùa:

“Pensi tu che tutta la sapienza riunita della terra potrebbe parlare con la forza e la potenza di queste tre domande che, di fatto, formulò allora il poderoso e intelligente spirito del deserto? Solo per queste domande, per il miracolo della sua apparizione si può comprendere che vi è presente uno con intelligenza sovrumana. Infatti, in queste tre domande è compendiata e pronosticata tutta la storia umana, e vi sono espresse le tre immagini in cui si fondano le insolubili antitesi storiche della natura umana sulla terra intera”. – Il Grande Inquisitore.

Circostanze delle tentazioni

   Dove avvennero le tentazioni? Avvennero forse nel deserto giudaico, in un luogo che la tradizione identifica con Gebel Garantal o Monte della Quarantena, aspra solitudine che si erge sulla infuocata pianura di Gerico (4 km a nord di Gerico), nel punto della massima depressione terrestre? Il picco si eleva a 323 m sulla valle giordanica, dominandola. È possibile che Yeshùa abbia avuto lì le tentazioni, ma non è sicuro.

   Meglio limitarsi alla descrizione biblica: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo” (Mt 4:1). Si tratta del deserto di Giuda, non lontano da Qumràn.

   Digiuno. Prima delle tentazioni, Lc e Mt ricordano il digiuno di Yeshùa: “Nel deserto per quaranta giorni, dove era tentato dal diavolo. Durante quei giorni non mangiò nulla” (Lc 4:1,2), “Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti” (Mt 4:2). Il digiuno di Yeshùa rientrava nelle tradizioni dei grandi personaggi della storia salvifica. Mosè digiunò: “Mosè rimase lì con il Signore quaranta giorni e quaranta notti; non mangiò pane e non bevve acqua” (Es 34:28). Elia digiunò: “Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio” (1Re 19:8). Il digiuno era osservato nei momenti di supremo raccoglimento in attesa che Dio manifestasse la propria volontà. Costituiva un atto tipicamente giudaico, per cui i suggerimenti per il digiuno si trovano sono in Mt (6:16-18), che è il Vangelo più giudaico di tutti. Mr, invece scritto per i gentili o pagani, non menziona il digiuno di Yeshùa prima delle tentazioni: “Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto; e nel deserto rimase per quaranta giorni, tentato da Satana. Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (1:12,13), pur riferendo l’uso di digiunare presso i discepoli di Giovanni e i farisei (2:18). Luca parla del fariseo vanaglorioso che digiunava “due volte la settimana” (18:12). Luca riferisce anche il digiuno di Anna: “Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (2:37). Nelle Scritture Greche non si parla quasi mai del digiuno dei discepoli di Yeshùa praticato nella prima chiesa o congregazione. Ciò non significa affatto che essi non praticassero il digiuno. In At 27:9 è menzionato “il giorno del digiuno”, τὴν νηστείαν (ten nestèian, “il digiuno”) evidentemente il Giorno delle Espiazioni: “Il decimo giorno di questo settimo [10 tishrì, settembre-ottobre] mese sarà il giorno delle espiazioni; avrete una santa convocazione, vi umilierete […] sarà per voi un sabato, giorno di completo riposo, e vi umilierete; il nono giorno del mese, dalla sera alla sera seguente, celebrerete il vostro sabato” (Lv 23:27,32). In At non è menzionato quale semplice dato cronologico (il contesto lo esclude): evidentemente questo comando della Legge era rispettato, come gli altri. Come mai allora il digiuno dei discepoli non è quasi mai menzionato? Evidentemente perché esso si prestava troppo alla vanagloria personale. Cosa diversa quando si parla dell’intera congregazione dei discepoli: “Celebravano il culto del Signore e digiunavano” (At 13:2). Oggi, troppe persone che si definiscono “cristiani” hanno dimenticato la pratica del digiuno. Dovrebbero provare – se ne sono capaci – a digiunare, riservando un’intera giornata alla contrizione, in intima comunione con Dio. Queste persone, però, pare non siano neppure capaci di inginocchiarsi durante una preghiera. Citare Col 2:20-22 per evitare i comandi di Dio è una mistificazione che non porta lontano. Paolo scrive: “Perché, come se viveste nel mondo, vi lasciate imporre dei precetti, quali: Non toccare, non assaggiare, non maneggiare (tutte cose destinate a scomparire con l’uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini?”. Si noti che: 1. Paolo scrive ai colossesi (che non erano giudei e quindi non avevano mai praticato il digiuno); 2. Dice: “come se viveste nel mondo”, ma chi pratica il digiuno non fa parte di chi vive nel mondo, ma di chi osserva la Legge di Dio; 3. Il “non assaggiare” è definito un modo di fare “secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini”, ma il digiuno è invece secondo i comandamenti e le dottrine di Dio; 4. Nel passo non si parla neppure di digiuno (cosa sconosciuta ai pagani), ma di “non toccare, non assaggiare, non maneggiare”, tutti precetti pagani secondo le dottrine umane di chi vive nel mondo.

   Deserto. Nella tradizione biblica il deserto è il luogo dove si è formato il popolo ebraico. È il luogo dove Dio si “fidanza” con la sua amata Israele:

“Io l’attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”, “’Quel giorno avverrà’, dice il Signore, ‘che tu mi chiamerai: Marito mio!’”, “Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore”. – Os 2:14,16,19,20.

   Nel deserto si temprarono i grandi del passato. Nel deserto sinaitico Mosè si preparò alla grande missione che Dio gli voleva affidare: “Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb” (Es 3:1). Fu nel deserto che il profeta Elia, sfiduciato per la quotidiana lotta contro i nemici di Dio, si ritirò per ritemprare le proprie forze spirituali per tornare poi alla lotta con nuovo ardore: “S’inoltrò nel deserto una giornata di cammino”, “Camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio”, “Il Signore gli disse: ‘Va’, rifà la strada del deserto, fino a Damasco’” (1Re 19:4,8,15). Nel deserto si recarono anche gli esseni di Qumràn per prepararsi all’arrivo del messia.

   Il deserto è anche il luogo dove dimora satana, e quindi è il luogo della tentazione: “Quando lo spirito immondo esce da un uomo, si aggira per luoghi aridi cercando riposo e non lo trova” (Mt 12:43; cfr. Lc 11:24). Nella letteratura ebraica, a proposito della Babilonia, si legge: “Un fuoco cadrà su di lei per lunghi giorni per volere dell’Eterno e per molto tempo sarà abitata da demoni” (Baruq 4:35), e la Bibbia profetizza: “Vi riposeranno le bestie del deserto e le sue case saranno piene di gufi; vi faranno dimora gli struzzi, le capre selvatiche vi balleranno”. – Is 13:21.

   Fu nel deserto che gli ebrei furono messi alla prova e in gran parte vi caddero e furono puniti. Solo i due (Giosuè e Caleb) che non persero la fede in Dio poterono entrare nella Terra Promessa: “Ma Giosuè, figlio di Nun, e Caleb, figlio di Gefunne, rimasero vivi” (Nm 14:38); tutti gli altri perirono nel deserto. Lo stesso Mosè vi perse un giorno la sua fiducia in Dio e venne punito con l’esclusione dall’ingresso nella Terra Promessa, pur potendola vedere da lontano sul monte Nebo, dove morì.

“Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti”. – Dt 8:2.

I racconti evangelici

   Mr 1:12,13. Tutti i sinottici ricollegano le tentazioni al battesimo di Yeshùa, anche se Marco lo mette in risalto più degli altri. “Subito dopo [il battesimo] lo Spirito lo sospinse nel deserto; e nel deserto rimase per quaranta giorni, tentato da Satana. Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”.

   “Lo Spirito lo sospinse nel deserto”. Lo spirito di Dio è sempre associato con la forza, la potenza divina: “Quanto a me, io sono pieno di forza, dello Spirito del Signore” (Mic 3:8); “Andrà davanti a lui con lo spirito e la potenza di Elia” (Lc 1:17); “Gesù, nella potenza dello Spirito” (Lc 4:14); “Dio lo ha unto di Spirito Santo e di potenza”. – At 10:38.

   “Nel deserto rimase per quaranta giorni, tentato da Satana. Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”. Al tempo di Yeshùa nel deserto giudaico vivevano ancora delle bestie non domestiche e pericolose: vipere, capre selvatiche, gazzelle, aquile. Di notte si udivano gli ululati degli sciacalli e delle iene. Al tempo di Eliseo, nei boschi tra Betel e Gerico vivevano gli orsi: “Due orse uscirono dal bosco” (2Re 2:24). Il mosaico di Madama (6° secolo E. V.) riproduce il deserto giudaico con la presenza di leoni. I leoni c’erano: “L’uomo di Dio se ne andò, e un leone lo incontrò per strada, e l’uccise” (1Re 13:24). Ma al tempo di Yeshùa i leoni dovevano essere già scomparsi. La fauna selvatica palestinese è andata sempre più riducendosi nel corso dei secoli. – Smith, The Historical Geography and the Holy Land pag. 316; Abel, Gèographie de la Palesatine vol. I, pag. 224.

   Secondo Marco sembrerebbe che Yeshùa vi sia stato tentato per 40 giorni: “Egli stette nel deserto quaranta giorni, essendo tentato da Satana” (1:13, TNM). “Essendo tentato” traduce il participio presente greco πειραζόμενος  (peirazòmenos), letteralmente “essente tentato”. Va però notato che l’aiuto angelico avvenne solo dopo le tentazioni, e non durante: “Gli angeli lo servivano” (TNM); l’imperfetto usato dal greco (“servivano”) è segno di durata. Così, anche le tentazioni non durarono tutto il tempo della sua permanenza nel deserto. Allora perché quel participio presente (“essente tentato”)? Esso ha valore finale, quindi va tradotto: “Per essere tentato da satana” (J. H. Moulton, A Grammar of N. T. Greek vol. III (Syntax), Edinbourgh, pag. 157). Questa forma si rinviene anche, sempre presso Mr, in 1:14: “Gesù andò nella Galilea, predicando la buona notizia di Dio” (TNM); viene tradotto “predicando” il participio presente greco con valore finale (κηρύσσων, kerΰsson), ma correttamente è: “Andò nella Galilea per predicare la buona notizia”. Stessa costruzione in Mt 27:49; At 8:27;22:5;25:13; Lc 7:6;10:25; At 24:11-17. Che sia così è confermato da Mt 4:1: “Gesù fu quindi condotto dallo spirito nel deserto per essere tentato dal Diavolo”. – TNM.

   Il nome del tentatore è detto “satana”. Non si tratta affatto di un nome proprio (non richiede quindi la maiuscola iniziale). Il vocabolo è in ebraico שָּׂטָן (satàn), “colui che osteggia/accusa”. In greco fu tradotto con διάβολος (diàbolos), “calunniatore”: “Il Signore disse a Satana [ebraico שָּׂטָן (satàn); LXX greca: διάβολος (diàbolos)]” (Gb 2:1). In Gb è detto che questo satana deve ricevere il permesso di Dio per poter mettere gli uomini alla prova (2:6-10). Marco parla di “satana”: “Tentato da Satana [greco σατανᾶ (satanà)]” (1:13). Matteo e Luca parlano di “diavolo”: “Per essere tentato dal diavolo [greco διαβόλου (diabòlu)]” (Mt 4:1), “Era tentato dal diavolo [greco διαβόλου (diabòlu)]” (Lc 4:1). Matteo, comunque, nel comando “Vattene, Satana” (4:10; la frase manca in Lc) fa riapparire l’originale ebraico (traslitterato, ovviamente, in greco): σατανᾶ (satanà). La parola ebraica satàn, traslitterata in greco satanà, è più frequente il Paolo: 10 volte contro le 6 o 7 di “diavolo”. Marco (come Giovanni) ama le locuzioni semitiche, per cui egli non usa mai “diavolo” (forma greca), ma solo il vocabolo ebraico “satana”. Marco, come Paolo, usa anche l’ebraico abà per “padre”.

   La brevità di Mr, in confronto a Mt e Lc, pone una questione critica. In Mr mancano le tentazioni. Alcuni pensano che Marco, conoscendo la tradizione più lunga di Mt e Lc, l’avrebbe compendiata in quanto ne supponeva già noti al lettore i particolari. Ma è più facile che egli conoscesse soltanto il fatto che Yeshùa fu tentato dal demonio senza altri particolari: Marco avrebbe apprezzato questi particolari, dato che ama sovrabbondare. Le tentazioni non erano puri discorsi (Marco tralascia i discorsi): esse presentavano una concretezza così vivida che i loro particolari sarebbero stati certamente graditi da Marco, tanto più che egli ama la lotta di Yeshùa con satana. L’unica spiegazione è che non gli erano noti i particolari.

   Marco dice che fu lo stesso spirito sceso su Yeshùa al battesimo a spingerlo nel deserto: “Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto” (1:12). “Lo sospinse”: meglio il “lo spinse” di TNM. Il verbo greco è ἐκβάλλει (ekbàllei), “spinse”, che si trova 17 volte in Mr e designa usualmente la cacciata dei demòni da parte di Yeshùa. Qui in 1:12 indica invece una forza che costringe Yeshùa a recarsi nel deserto, il luogo della prova. Per la tentazione Marco usa il verbo πειράζω (peiràzo): πειραζόμενος (peirazòmenos), letteralmente “essente tentato” (1:13). Questo verbo deriva da πεῖρα (pèira), numero Strong 3985, e significa qui: provare; fare prova di, per lo scopo di accertare la sua quantità, o quello che pensa, o come si comporterà; esaminare qualcuno con malignità; mettere alla prova con furbizia i suoi sentimenti o giudizi; provare la fede, virtù, carattere, con una seduzione a peccare; sollecitare a peccare, tentare. Si tratta, quindi, di una prova con intento ostile, per allontanare l’uomo da Dio. – Cfr. Kittel, Theolog. Wort. Zum Neuen Test. VI, pagg. 33-39. Questa prova costituisce l’inizio dell’era escatologica (relativa agli ultimi tempi) con la conseguente lotta tra satana e Yeshùa. È il primo contatto tra i due avversari.

   Mt 4:1-11 e Lc 4:1-13. Mt è più esteso e completo ed è affine a Lc. Luca però inverte le ultime due tentazioni.

 

Mt 4:3,6,9

Lc 4:3,6,7,9

1

“Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani”

1

“Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”

2

“Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù”

2

“Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni; perché essa mi è stata data, e la do a chi voglio. Se dunque tu ti prostri ad adorarmi, sarà tutta tua”

3

“Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori”

3

“Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui”

 

   Questa inversione è dovuta probabilmente al fatto che le parole “Non tentare il Signore Dio tuo” (Lc 4:14) formavano una conclusione migliore alla serie delle tentazioni. Queste parole, pronunciate da Yeshùa, sono una citazione da Dt 6:16: “Non tenterete il Signore, il vostro Dio, come lo tentaste a Massa”, dove si riferiscono a Israele che tentò Dio: “Il popolo protestò contro Mosè e disse: ‘Dacci dell’acqua da bere’. Mosè rispose loro: ‘Perché protestate contro di me? Perché tentate il Signore?’. Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: ‘Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?’. Mosè gridò al Signore, dicendo: ‘Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po’, e mi lapideranno’. Allora il Signore disse a Mosè: ‘Mettiti di fronte al popolo e prendi con te alcuni degli anziani d’Israele; prendi anche in mano il bastone col quale hai percosso il Fiume e va’. Ecco io starò là davanti a te, sulla roccia che è in Oreb; tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell’acqua e il popolo berrà’. Mosè fece così in presenza degli anziani d’Israele, e a quel luogo mise il nome di Massa e Meriba a causa della protesta dei figli d’Israele, e perché avevano tentato il Signore, dicendo: ‘Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?’” (Es 17:2-7). Il tentare Dio non è altro che una mancanza di fede.

   Va decisamente respinta l’ipotesi dei soliti critici che pensano che le tentazioni siano uno sviluppo fantastico di Matteo e Luca sul semplice dato di Marco che dice solo che Yeshùa fu spinto nel deserto per essere tentato (Mr 1:13). Le tentazioni non sono fantasia narrativa. Esse, al contrario, provengono da una tradizione diversa (fonte Q o Lòghia) che Marco non conosceva. È vero che le tentazioni suscitano problemi non indifferenti, ma questi vanno affrontati e spiegati con la Scrittura.

   Interessante è il particolare lucano che il diavolo non lasciò Yeshùa, ma “si allontanò da lui fino a un momento determinato” (4:13). TNM traduce: “Fino ad altro tempo conveniente”. Il greco ha καιροῦ (kairù), da καιρός (kairòs), numero Strong 2540. È vero che tra i significati c’è anche quello di “tempo conveniente”, scelto da TNM, ma questo pare il meno appropriato. I significati di kairòs sono: a) Un tempo fisso e definito, il tempo quando le cose sono portate ad una crisi, l’epoca decisiva che si aspettava; b) Il tempo opportuno o convenevole; c) Il tempo giusto; d) Un periodo limitato di tempo; e) Quello che il tempo porta, lo stato dei tempi, le cose ed eventi del tempo. Il significato più adatto è il significato a): “Un tempo fisso e definito, il tempo quando le cose sono portate ad una crisi, l’epoca decisiva che si aspettava”. Che questo è il vero scopo dell’allontanamento di satana è mostrato da come andarono le cose. Satana si allontana in attesa che avvenga la crisi, il periodo decisivo che egli aspettava: la passione di Yeshùa. Con linguaggio moderno potremmo dire che si allontanò e lo attese al varco. Quella fu, infatti, per usare le parole stesse di Yeshùa: “L’ora vostra [dei giudei che non accettarono Yeshùa], questa è la potenza delle tenebre” (Lc 22:53), in cui “Satana ha chiesto di vagliarvi [i discepoli fedeli di Yeshùa] come si vaglia il grano” (Lc 22:31). Fu in quell’ora che “Satana entrò in Giuda” (Lc 22:3) e Yeshùa stesso, provato nel Getsemani, raccomandò ai suoi di pregare per “non entrare in tentazione”. – Lc 22:40.

   Secondo Luca, dopo la difficilissima prova del Getsemani, “gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo” (22:43). Luca però non aveva ricordato nel suo scritto l’intervento angelico dopo le tre tentazioni nel deserto, cosa che invece fanno Matteo e Marco.

 

Mt 4:11

Mr 1:13

Lc 4:13

“Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano”

“Nel deserto rimase per quaranta giorni, tentato da Satana. Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”

“Allora il diavolo, dopo aver finito ogni tentazione, si allontanò da lui fino a un momento determinato”

 

   Con le tentazioni, Yeshùa diventa il nuovo Adamo. Il primo Adamo, cedendo alla tentazione, fu causa dell’umanità peccatrice. Il secondo Adamo, rifiutando le tentazioni e ubbidendo a Dio, divenne sorgente di un’umanità rigenerata.

“Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire”. – Rm 5:14.

“Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati”. – 1Cor 15:22.

“Così anche sta scritto: ‘Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente’; l’ultimo Adamo è spirito vivificante”. – 1Cor 15:45.

   Mt ha proprio “la città santa” invece di Gerusalemme: “Il diavolo lo portò con sé nella città santa” (4:5). Si tratta di un appellativo giudaico che viene usato un’altra volta e solo da Matteo: “Entrarono nella città santa”. – 27:53.

   Matteo insiste più di Luca sull’importanza della parola di Dio, quasi come un preludio alla funzione di Yeshùa quale vero dottore della Legge, il cui insegnamento sarà poi compendiato nel sermone del monte. Luca, invece, anziché rivolgersi al passato di Israele per mostrare l’attuarsi del piano divino, sembra orientato verso gli eventi cruciali della nuova economia divina: la passione, la resurrezione, la Pentecoste.

 

Mt 4:4,7,10

Lc 4:4,8,12

1

“Egli rispose: ‘Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio’”

1

“Gesù gli rispose: ‘Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo’”

2

“Gesù gli rispose: ‘È altresì scritto: Non tentare il Signore Dio tuo’”

2

“Gesù gli rispose: ‘Sta scritto: Adora il Signore, il tuo Dio, e a lui solo rendi il tuo culto’”.

3

“Gesù gli disse: ‘Vattene, Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto’”.

3

“Gesù gli rispose: ‘È stato detto: Non tentare il Signore Dio tuo’”

 

   Si può quindi concludere che i racconti delle tentazioni sono pervenuti in duplice forma: una breve che disconosce il dialogo (Mr) e un’altra con il dialogo (fonte Q) a cui attinsero Matteo e Luca. La forma originale è data da Matteo, mutata poi da Luca (inversione delle due ultime tentazioni).