La donna ebrea nella vita quotidiana ai tempi biblici

Abbiamo già notato negli studi precedenti come la donna ebrea trascorresse il tempo particolarmente in casa. Era oberata da duri lavori, che sono poi quelli della donna di oggi (che ha però l’aiuto egli elettrodomestici). 1Sam 8:13 aveva previsto che il re avrebbe preso le donne del suo regno “per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie”. Al di là delle prerogative reali, questo passo ci dice che lavorare di mortaio, macinare, impastare e cuocere era un compito lasciato alle donne. “Le donne impastano la farina per fare delle focacce” (Ger 7:18). Così era, tanto che Gn 18:6 ci presenta una scena usuale:  “Abraamo andò in fretta nella tenda da Sara e le disse: ‘Prendi subito tre misure di fior di farina, impastala e fa’ delle focacce’”. Era normale anche trovare “ragazze che uscivano ad attingere acqua”. – 1Sam 9:11; cfr. Gn 24:11.

   L’uomo di oggi, abituato a farsi servire da una donna, era così anche allora: “Amnon dunque si mise a letto e si finse ammalato; e quando il re lo venne a vedere, Amnon gli disse: ‘Fa’, ti prego, che mia sorella Tamar venga e prepari un paio di frittelle in mia presenza; così mangerò’”. – 2Sam 13:6.

   Oltre a questi oneri, le donne svolgevano lavori ritenuti specificamente femminili, come filare e tessere. “Mette la mano alla rocca, e le sue dita maneggiano il fuso”, “Si procura lana e lino, e lavora gioiosa con le proprie mani”, “Si fa dei tappeti, ha vesti di lino finissimo e di porpora”. – Pr 31:19,13,22.

   Molte donne moderne forse possono identificarsi nella donna ebraica dei tempi biblici: “Si alza quando ancora è notte, distribuisce il cibo alla famiglia”, “Si cinge di forza i fianchi e fa robuste le sue braccia . . . la sua lucerna non si spegne la notte ”, “Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutta la sua famiglia è vestita”. – Pr 31:15,17,21.

   Per un uomo una cosa impossibile è impossibile e basta, ma una donna sa trovare il possibile nell’impossibile: “Posa gli occhi sopra un campo, e l’acquista; con il guadagno delle sue mani pianta una vigna”. – Pr 31:16.

   La cura materna è una caratteristica femminile di sempre: “Sua madre gli faceva ogni anno una piccola tunica e gliela portava” (1Sam 2:19). Allora come oggi, le donne si davano da fare per sostenere il bilancio economico della famiglia, così fabbricavano tuniche e altri oggetti per venderli: “Fa delle tuniche e le vende e delle cinture che dà al mercante” (Pr 31:24). Oppure lavoravano a pagamento. Dalla letteratura ebraica del tempo, anche se non biblica, abbiamo uno squarcio di questo genere di lavoro delle mogli: “Mia moglie Anna lavorava nelle sue stanze a pagamento, tessendo la lana che rimandava poi ai padroni e ricevendone la paga. Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando essa tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto per il desinare”. – Tobia 2:11,12, CEI.

   C’erano poi dei lavori da operaie specializzate, come diremmo oggi. “Tutte le donne abili filarono con le proprie mani e portarono i loro filati di color violaceo, porporino, scarlatto, e del lino fino. Tutte le donne il cui cuore spinse a usare la loro abilità, filarono del pelo di capra” (Es 35:25,26). C’erano donne che svolgevano anche lavori delicati che richiedevano molta fiducia, come la cura di luoghi sacri, “donne che venivano a gruppi a fare il servizio all’ingresso della tenda di convegno [= Santuario]” (Es 38:8), “donne che erano di servizio all’ingresso della tenda di convegno” (1Sam 2:22). Ai tempi di Yeshùa, “Anna, profetessa”, “non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno” (Lc 2:36,37). Forse queste donne pulivano, confezionavano e lavavano e riparavano vesti sacre.

   Le donne lavoravano anche come pastore: “Esse andarono al pozzo ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e abbeverare il gregge” (Es 2:16). Così, troviamo “Rachele con le pecore di suo padre; perché era lei che le portava al pascolo” (Gn 29:9). Il giovane innamorato della sulammita le rivolge questo invito: “Esci e segui le tracce delle pecore, e fa’ pascolare i tuoi capretti presso le tende dei pastori”. – Cant 1:8.

   La donna di classe sociale più elevata assegna “il compito alle sue serve” e “sorveglia l’andamento della sua casa”. – Pr 8:15,27.

Le donne nella vita pubblica ebraica

   Gezabele. Gezabele esercitò un vero e proprio potere politico, tanto che “uccideva i profeti del Signore” (1Re 18:13). Già il matrimonio di questa principessa pagana con il re Acab era stato fatto per ragioni politiche. Gezabele era devota adoratrice di Baal e ottenne da suo marito il re che fosse costruito un tempio e un altare al dio pagano Baal, cosa che lui fece per compiacerla (1Re 16:32,33). Dopo l’ottenimento del riconoscimento ufficiale dell’adorazione di Baal da parte della Corona ebraica, non era ancora soddisfatta: suo obiettivo fu di sbaragliare l’adorazione del Dio d’Israele. Fu per questo che ordinò che fossero uccisi tutti i profeti ebrei (1Re 18:13). C’erano ben 450 profeti di Baal più 400 profeti dell’“idolo d’Astarte” che venivano protetti da Gezabele e mantenuti a spese della Corona. – 1Re 18:19.

   Donna del tutto egoista e senza scrupoli, Gezabele mostrò la sua arroganza e crudeltà in ogni circostanza. Quando in un’occasione suo marito il re era abbattuto, “sua moglie, andò da lui e gli disse: ‘Perché hai lo spirito così abbattuto, e non mangi?’”. Scoperto che un tale Nabot non voleva vendergli la vigna che aveva ereditato, sbottò: “Sei tu, sì o no, che eserciti la sovranità sopra Israele? Àlzati, mangia, e sta’ di buon animo; la vigna di Nabot d’Izreel te la farò avere io”. (1Re 21:1-7). Con un piano diabolico, Gezabele scavalcò l’autorità regale falsificando delle lettere cui appose il sigillo reale e ordinò ai notabili di far accusare ingiustamente Nabot, tanto che fu lapidato. Così il re Acab poté impadronirsi della vigna. – 1Re 21:8-16.

   Morto il marito, il re Acab, essendo lei regina madre, continuò a far danni in tutto il regno (2Re 9:22). Quando suo figlio Ieoram divenne re, Ieu (uno dei comandanti dell’esercito) lo uccise. Gezabele “si diede il belletto agli occhi, si acconciò la capigliatura, e si mise alla finestra” attendendo il suo ritorno trionfale per salutarlo e dirgli: “Porti pace, nuovo Zimri, uccisore del tuo signore?” Questo sarcasmo conteneva una minaccia, tanto che Zimri, dopo aver usurpato il trono, si suicidò dopo aver regnato solo sette giorni. – 2Re 9:30,31; 1Re 16:10,15,18.

   Da parte sua, Ieu non si era dato pena per quel sarcasmo e aveva risposto: “Chi è per me? chi?” “Due o tre funzionari, affacciatisi, volsero lo sguardo verso di lui [Ieu]. Egli disse: ‘Buttatela giù!’ Quelli la buttarono; e il suo sangue schizzò contro il muro e contro i cavalli. Ieu le passò sopra, calpestandola; poi entrò, mangiò e bevve, quindi disse: ‘Andate a vedere quella maledetta donna e sotterratela, poiché è figlia di un re’. Andarono dunque per sotterrarla, ma non trovarono di lei altro che il cranio, i piedi e le mani. E tornarono a riferir la cosa a Ieu, il quale disse: ‘Questa è la parola del Signore pronunciata per mezzo del suo servo Elia il Tisbita, quando disse: I cani divoreranno la carne di Izebel nel campo d’Izreel; e il cadavere di Izebel sarà, nel campo d’Izreel, come letame sulla superficie del suolo, in modo che non si potrà dire: Questa è Izebel’”. – 2Re 9:32-37.

   Atalia. Atalia fu un’altra donna abile e ambiziosa che esercitò il potere politico. Atalia era regina del Regno meridionale (Regno di Giuda), figlia di Acab re d’Israele (il Regno settentrionale) e di sua moglie Gezabele, e nipote di Omri (2Re 8:18,26). Figlia di Gezabele: è il caso di applicarle il proverbio “quale la madre, tale la figlia”. – Ez 16:44.

   Come sua madre, Atalia esercitò sul marito una pessima influenza, incitandolo a fare il male per tutti gli otto anni del suo regno (1Re 21:25; 2Cron 21:4-6). Come la madre, sparse molto sangue innocente. Dopo la morte del malvagio figlio Acazia, fece uccidere tutti gli eredi al trono, eccezion fatta per il piccolo Ioas, che era stato nascosto. Atalia si autoproclamò quindi regina. Regnò per sei anni. I suoi figli saccheggiarono il Tempio di Gerusalemme e ne offrirono gli oggetti sacri al dio pagano Baal. – 2Cron 24:7.

   Quando Ioas (che era stato tenuto nascosto dal sommo sacerdote e da sua moglie) compì sette anni, il sommo sacerdote Ieoiada lo incoronò quale legittimo erede al trono. Atalia si precipitò allora al Tempio. “Guardò, e vide il re in piedi sul palco, secondo l’uso; i capitani e i trombettieri erano accanto al re; tutto il popolo del paese era in festa al suono delle trombe. Allora Atalia si stracciò le vesti, e gridò: ‘Congiura! Congiura!’ Ma il sacerdote Ieoiada diede i suoi ordini ai capitani che comandavano l’esercito, e disse loro: ‘Fatela uscire dalle file; e chiunque la seguirà sia ucciso con la spada!’ Infatti il sacerdote aveva detto: ‘Non sia uccisa nella casa del Signore’. Così quelli le fecero largo, e lei giunse alla casa del re per la strada della porta dei cavalli; e là fu uccisa”. – 2Re 11:1-20; 2Cron 22:1-23:21.

   Debora. La “profetessa Debora” (Gdc 4:4) funse da magistrato. “Lei sedeva sotto la palma di Debora, fra Rama e Betel, nella regione montuosa di Efraim, e i figli d’Israele salivano da lei per le controversie giudiziarie”. – Gdc 4:5.

   Debora compose un limpido cantico poetico, molto vivo, che denota la sua formazione letteraria. Parte del cantico è in prima persona, segno che l’aveva composto lei (Gdc 5:7). Di Debora abbiamo già parlato più sopra, nello studio La donna nel periodo dei Giudici.

   Profetesse. Diverse donne sono chiamate nella Bibbia “profetesse”. Abbiamo appena visto che Debora lo era.

   Anche Miryàm, sorella di Mosè, lo era: “Maria, la profetessa” (Es 15:20). C’è poi la “profetessa Culda” (2Re 22:14), cui il re Giosia mandò dei delegati per interrogare Dio dopo che aveva udito la lettura delle “parole del sèfer hatoràh [סֵפֶר הַתֹּורָה, “libro della Legge”]” ritrovato dal sommo sacerdote Ilchia durante i lavori di riparazione del Tempio. “Andarono dalla profetessa Culda . . . Lei abitava a Gerusalemme, nel secondo quartiere; e quando ebbero parlato con lei, lei disse loro: ‘Così dice il Signore, Dio d’Israele”, e spiegò loro che tutte le calamità descritte nel “sèfer” (סֵפֶר, “libro”) e dovute alla disubbidienza, si sarebbero abbattute su di loro, ma che Giosia, dato che si era umiliato davanti a Dio, non avrebbe visto quelle calamità e sarebbe morto in pace (2Re 22:8-20; 2Cron 34:14-28). Nee 6:14 ricorda la “profetessa Noadia”.

   Anche nel tempo apostolico ci furono profetesse. Lc 2:36 menziona “Anna, profetessa”, e At 21:9 parla di Filippo l’evangelista che “aveva quattro figlie non sposate, le quali profetizzavano”.

L’abbigliamento della donna israelita

   Anche oggi, nonostante certi abiti unisex, c’è una differenza tra abbigliamento maschile e femminile. Se la nostra è solo una differenza dovuta alla tradizione, quella in Israele era comandata dalla Legge di Dio: “La donna non si vestirà da uomo, e l’uomo non si vestirà da donna poiché il Signore, il tuo Dio, detesta chiunque fa tali cose”. – Dt 22:5.

   Questa proibizione potrebbe apparire fuori luogo in una società come quella odierna in cui ci si vergogna a biasimare l’omosessualità. Nonostante tutta la depravazione sessuale che viene ammessa in nome di una presunta libertà (che è invece libertinaggio), l’omosessualità rimane quello che è: “contro natura” (Rm 1:26). Paolo le chiama “indegne passioni” (1Ts 4:5, PdS). “Se uno ha con un uomo relazioni sessuali come si hanno con una donna, tutti e due hanno commesso una cosa abominevole”, sentenzia Lv 20:13. “Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento”. – Rm 1:26,27.

   Non sappiamo se la proibizione di vestire abiti dell’altro sesso fosse una misura contro la depravazione dell’omosessualità. Forse era dettata dal generale divieto di imitare gli usi e costumi dei popoli pagani. La pittura di Beni Hassan (19° secolo a. E. V., età del bronzo) ci mostra che l’abbigliamento era il medesimo sia per gli uomini che per le donne. Comunque, c’era sempre una certa raffinatezza nell’abbigliamento femminile e nell’acconciatura dei capelli. Gdc 5:30 menziona “vesti variopinte e ricamate, variopinte e ricamate d’ambo i lati”.

   Quelli che noi chiameremmo accessori di bellezza, erano presso i pagani ninnoli con poteri ritenuti magici. “I nemici avevano degli anelli d’oro perché erano Ismaeliti . . . E stesero un mantello, sul quale ciascuno gettò gli anelli del suo bottino. Il peso degli anelli d’oro, che egli aveva chiesto, fu di millesettecento sicli d’oro, oltre alle mezzelune, ai pendenti e alle vesti di porpora che i re di Madian avevano addosso, e oltre ai collari che i loro cammelli avevano al collo. Gedeone ne fece un efod, che pose in Ofra, sua città, e tutto Israele si prostituì al seguito di quello” (Gdc 8:24-27). “In quel giorno, il Signore toglierà via il lusso degli anelli dei piedi, delle reti e delle mezzelune, degli orecchini, dei braccialetti, dei veli, dei diademi, delle catenelle dei piedi, delle cinture, dei vasetti di profumo, degli amuleti, degli anelli, dei cerchietti da naso, degli abiti da festa, delle mantelline, degli scialli, delle borse, degli specchi, delle camicie finissime, dei turbanti e delle mantiglie. Invece del profumo si avrà fetore; invece di cintura, una corda; invece di riccioli, calvizie; invece di ampio mantello, un sacco stretto; un marchio di fuoco invece di bellezza”. – Is 3:18-24.

   Non si pensi ora bigottamente che tutti gli accessori di bellezza vadano evitati come la peste da parte delle donne credenti. Dio stesso dice a Gerusalemme: “Ti misi delle vesti ricamate, dei calzari di pelle di delfino, ti cinsi il capo di lino fino, ti ricoprii di seta. Ti fornii d’ornamenti, ti misi dei braccialetti ai polsi e una collana al collo. Ti misi un anello al naso, dei pendenti agli orecchi e una magnifica corona in capo. Così fosti adorna d’oro e d’argento; fosti vestita di lino fino, di seta e di ricami” (Ez 16:10-13). Un conto sono gli amuleti, altro gli accessori dell’abbigliamento. Pietro, parlando della “condotta casta e rispettosa” che le discepole di Yeshùa devono avere, raccomanda loro: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore, che consiste nell’intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d’oro e nell’indossare belle vesti, ma quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore” (1Pt 3:2-4). Che “intrecciarsi i capelli”, “mettersi addosso gioielli d’oro” e “indossare belle vesti” sia del tutto lecito, lo dice lo stesso Pietro quando raccomanda: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore”, ornamento cui non dare l’importanza primaria, ma pur sempre dato per scontato. Come dire: non è quello l’ornamento più importante. PdS rende con: “Non preoccupatevi di essere belle al di fuori”. “La grazia è ingannevole e la bellezza è cosa vana; ma la donna che teme il Signore è quella che sarà lodata”. – Pr 31:30.

   Nella Bibbia esistono riferimenti a bagni e profumi. Prima che incontri Boaz, Noemi dà questo consiglio a sua nuora Rut: “Profumati, indossa il tuo mantello” (Rut 3:3). Il re Davide “vide una donna che faceva il bagno. La donna era bellissima” (2Sam 11:2); era Betsabea, di cui s’innamorò. Gezabele, ormai di una certa età, cercando di rendersi attraente “si diede il belletto agli occhi, si acconciò la capigliatura” (2Re 9:30). Ez 23:40 menziona ciò che normalmente faceva una donna per curarsi: “Ti sei lavata, ti sei imbellettata gli occhi, ti sei coperta di ornamenti”. Nella sezione non ispirata di Dn, Susanna dice alle sue serve: “Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno”. – Dn 13:17, CEI.

   Anche in Israele, come negli altri paesi mediorientali antichi, le donne si truccavano gli occhi (Ez 23:40). La tinta per gli occhi era perlopiù nera, di modo che contrastando con il bianco degli occhi, tendeva a ingrandirli: “Hai un bel vestirti di scarlatto, un bel metterti i tuoi ornamenti d’oro, un bell’ingrandirti gli occhi con il belletto!” (Ger 4:30). Va comunque detto che i riferimenti biblici al trucco degli occhi riguardano di più le donne straniere. Cosa curiosa, la terza figlia di Giobbe si chiamava “Cornustibia” (Gb 42:14); il nome ebraico è קֶרֶן הַפּוּךְ (Qèren Hapùch), letteralmente “corno del trucco”, quello che noi diremmo un astuccio per il trucco. Come trucco va inteso quello degli occhi, dato che in 2Re 9:30 la parola puch (פּוּךְ) è riferita al trucco per gli occhi, come in Ger 4:30. Il nome così strano non deve stupire: la prima figlia si chiamava Colomba e la seconda Cassia.