Spiegazione dell’atteggiamento di Paolo nella visione della donna

Leggendo semplicemente le lettere paoline senza andare molto a fondo, fidandosi delle traduzioni e avendo in mente dottrine religiose e non bibliche, sembrerebbe che l’apostolo Paolo imponga alla donna la sottomissione al marito, le imponga addirittura il velo e le imponga perfino il silenzio nelle riunioni liturgiche. Se non nasce risentimento a questa lettura, ne sorge almeno molta perplessità. Soprattutto se si ricorda l’atteggiamento di Yeshùa nei confronti del mondo femminile e la sua prassi liberatrice della donna.

   Alcuni studiosi hanno cercato di spiegare questi atteggiamenti così scomodi di Paolo con gli usi e costumi sia ebraici che greco-romani del tempo e con quella che apparirebbe una mentalità misogina di Paolo dovuta alla sua formazione farisaica, che egli stesso ricorda: “Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città [Gerusalemme], educato ai piedi di Gamaliele [membro del Sinedrio, fariseo e insegnante della Legge] nella rigida osservanza della legge dei padri” (At 22:3). Ma ciò non risolve il problema. Le affermazioni paoline sono parte della Scrittura. Per quanto le si possano giustificare, rimangono lì ed esse furono prassi reale nella primitiva congregazione.

   Altri ancora leggono, intendono in un certo modo e accettano in pieno.

   Tentiamo quindi noi di leggere bene, di analizzare e di capire, accertandoci che ogni deduzione sia in armonia con il testo biblico.

   Possiamo intanto stabilire un punto ben fermo. Paolo, proprio Paolo, afferma: “Ora che la fede è venuta . . . siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3:25-28). Paolo dice “ora”, al presente. Non riguarda il mondo futuro. Eppure, lo riguarda. Perché quando dire che ora non c’è più “né maschio né femmina”, dice anche che ora “non c’è né schiavo né libero”. Affermazione vera nella nuova prospettiva di “essere una nuova creatura” (Gal 6:15), ma non ancora verificatasi nella realtà: “Come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste.  . . .  tutti saremo trasformati” (1Cor 15:49-51). Schiavi e liberi continuavano ancora ad esserci nella comunità dei fedeli. Paolo stesso, nella sua lettera a Filemone, parla di uno schiavo scappato dal padrone e che egli rimanda al suo proprietario; e si trattava di uno schiavo e di un padrone credenti (cfr. Flm). Il “non c’è né maschio né femmina” va quindi preso come una verità che deve essere pienamente attuata in futuro. Ma questo basta già ad escludere qualsiasi misoginia paolina. Anzi, proprio a Paolo si deve riconoscere la più audace di tutte le affermazioni che riguardano la donna contenute nella Bibbia. Dovette suonare similmente scandalosa, per il mondo giudaico, l’affermazione paolina che “non c’è né giudeo né greco”, abolendo così ogni distinzione tra gli “eletti” e i pessimi e degradati pagani. E certamente era sorprendente la sua negazione della differenza tra l’uomo libero e lo schiavo. Quello di Paolo non è un manifesto con cui dà inizio ad una riforma sociale per affermare quelli che oggi si chiamerebbero diritti civili. Egli vuol dire che ora sono accolti nel popolo di Dio sia giudei che pagani, sia liberi che schiavi, sia uomini che donne.

   L’affermazione “non c’è né maschio né femmina” (Gal 3:28, TNM) va analizzata. Sebbene le tradizioni non la rilevino, c’è qui una formulazione diversa rispetto alle altre due affermazioni. Lo si noti:

 

1. οὐκ ἔνι Ἰουδαῖος οὐδὲ Ἕλλην

uk èni iudàios udè èllen

non c’è giudeo greco

2. οὐκ ἔνι δοῦλος οὐδὲ ἐλεύθερος

uk èni dùlos udè elèutheros

non c’è schiavo libero

3. οὐκ ἔνι ἄρσεν καὶ θῆλυ

uk èni àrsen kài thèlü

non c’è maschio e femmina

 

   Questa formulazione richiama Gn 1:27: “Dio creava l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina” (TNM). Anche qui dobbiamo fare delle precisazioni. La Bibbia non dice che Dio “li creò maschio e femmina”, ma che “lo [אֹתֹו (otò)] creò maschio e femmina”. Nella Bibbia che Paolo usava, come del resto tutta la congregazione primitiva (ovvero la versione greca dei LXX), Gn 1:27 era così tradotto:

 

ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν ἄνθρωπον . . . ἐποίησεν αὐτόν, ἄρσεν καὶ θῆλυ

epòiesen o theòs ton ànthropon . . . epòiesen autòn, àrsen kài thèlü

creò il Dio l’essere umano . . . creò lui, maschio e femmina  

 

   Il termine greco ἄνθρωπος (ànthropos) indica l’essere umano sia maschio che femmina; sebbene venga tradotto “uomo”, va tenuto conto del significato greco. La lingua greca ha tre parole differenti per intendere uomo (maschio), donna e uomo come essere umano (maschio o femmina che sia). Se in italiano diciamo che tutti gli uomini vanno rispettati, tutti capiamo che stiamo parlando di esseri umani, uomini o donne che siano. In greco sarebbe una certezza, perché si userebbe la parola ἄνθρωποι (ànthropoi), “esseri umani”. Detto questo, si noti la formulazione ἄρσεν καὶ θῆλυ (àrsen kài thèlü), “maschio e femmina”. È la stessa identica che usa Paolo, ma in una nuova visione. Mentre alla creazione l’essere umano era maschio e femmina, Paolo dice che nella nuova creazione “non c’è maschio e femmina”. Giovanni dice dei credenti: “Ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand’egli sarà manifestato saremo simili a lui” (1Gv 3:2). L’essere umano, maschio e femmina, Dio lo creò “a sua immagine; lo creò a immagine di Dio” (Gn 1:27). Nella nuova creazione questa somiglianza sarà piena. Anche Pietro afferma: “La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita . . . ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina dopo essere sfuggiti alla corruzione”. – 2Pt 1:3,4.

   “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura” (1Cor 5:17), dice Paolo. La nuova creazione è già iniziata e i credenti sono trasformati nella loro interiorità, in attesa di essere “trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità”. – 1Cor 15:51-53.

   C’è quindi una realtà iniziale in cui i credenti sono già nuove creature, ma sono nuove creature in divenire e questa realtà è al momento spirituale, vissuta nell’interiorità. Se si rimane “saldi, incrollabili” (1Cor 15:58), avverrà la trasformazione definitiva. Con questo senso, tutto la relativizzato. Così Paolo può dire: “Da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l’avessero” (1Cor 7:29) e nello stesso tempo può dire: “Ogni uomo abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; lo stesso faccia la moglie verso il marito”. – 1Cor 7:2,3.

   Sebbene ormai tutti i credenti siano “un corpo unico” (1Cor 10:17), la differenziazione di ruoli e di responsabilità nei rapporti interpersonali rimangono indispensabili, infatti “il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo . . . Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi” (1Cor 12:12,13). L’unità del corpo non annulla, ma valorizza la pluralità delle persone che lo compongono ciascuna secondo la propria diversità. Intanto si aspetta il tempo in cui Yeshùa “trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria”. – Flp 3:21.

   In questa attesa la peculiarità dell’essere uomo e dell’essere donna resta indispensabile: “Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna” (1Cor 11:11). Si tratta di una’interdipendenza necessaria.

   Comprendere con chiarezza la novità di vita (in cui nell’unità del corpo già si annullano le differenze uomo-donna per essere tutti figli di Dio nella parità) deve illuminare la comprensione anche della diversità dell’essere ancora uomo e donna. Questa diversità va espressa con dei segni simbolici, nello stile concreto degli ebrei, come il vestire e l’acconciatura dei capelli.

   La sottomissione della donna. È la prima espressione problematica. “Le donne tacciano nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare; stiano sottomesse, come dice anche la legge” (1Cor 14:34). Il verbo che Paolo usa è ὑποτάσσω (üpotàsso), numero Strong G5293, che significa “subordinare, sottoporsi, obbedire, essere soggetto”. Questo verbo ricorre, nel vocabolario di Paolo: 9 volte in 1Cor, 6 volte in Rm, 1 in Flp, 4 in Ef, 1 in Col, 3 in Tit; in totale di 24 volte.

   “La donna impari in silenzio con ogni sottomissione” (1Tit 2:11). Qui la parola greca è ὑποταγή (üpotaghè), derivata dal precedente verbo ὑποτάσσω (üpotàsso), numero Strong G5292, e significa “l’atto di sottoporre, obbedienza, soggezione”. Compare: 1 volta in 2Cor, 1 volta in Gal e 2 volte in Tit; in totale di 4 volte.

   Il totale generale è di 28 volte. Tante. Troppe per essere un comando e troppe per essere un consiglio. Sia il comando che il consiglio si danno una volta sola, e al massimo li si ripete. Si deve quindi trattare di altro. Facendo parte di tutta la visione paolina di un corpo organizzato che deve tendere all’unità (“Noi, che siamo molti, siamo un corpo unico”, 1Cor 10:17), queste espressioni fanno parte di un ordinamento in cui, separando e coordinando (cfr. 1Cor 12:12-18, in cui tutte le membra, così diverse tra loro, formano un solo corpo), tende ad una unità superiore.

   Questo ordinamento appare anche in 1Cor 15:20-28 in cui Yeshùa è la “primizia” della resurrezione seguito poi da “ciascuno al suo turno” (v. 23), “ciascuno nel proprio ordine” (TNM). In questa fase futura avvengono delle sottomissioni (meglio sarebbe dire: subordinazioni) che interessano anche Yeshùa, il quale si vede sottoposte tutte le cose e che alla fine si dovrà sottoporre lui pure: “Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta [ὑποταγῇ (üpotaghè)], allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto [ὑποταγήσεται (üpotaghèsetai)] a colui che gli ha sottoposto ogni cosa” (1Cor 15:28). Obiettivo finale è che “Dio sia tutto in tutti”. – V. 28.

   Di certo il sottoporre tutto a Yeshùa implica la sua signoria, eppure c’è qualcuno superiore a lui e a cui lui dovrà sottoporsi: Dio. Ciò implica forse una condizione disonorevole per Yeshùa? Certo che no. Dopo la resurrezione di Yeshùa avviene quella dei credenti, “ciascuno nel proprio ordine”. Implica questo che la differenziazione causi disonore o sia un attentato alla loro dignità? Certo che no. Alla fine tutti saranno uno e Dio sarà in tutti. Questo risultato finale è anticipato già all’inizio del processo: prima Yeshùa, poi gli altri che a loro volta sono subordinati “ciascuno nel proprio ordine”. È questa la chiave per comprendere la sottomissione della donna all’uomo. Non si tratta affatto di una visione arcaica che colpisce la dignità femminile (come purtroppo è vista ancor oggi da diverse religioni cosiddette cristiane). Si tratta di ordine, un ordinamento che interessa Yeshùa stesso.

   In 1Cor 11:2-16 non si trova il termine “sottomissione”, ma troviamo alcune immagini che articolano la relazione uomo-donna in quella più ampia di tutto e tutti in Yeshùa e alla fine tutti e tutto (Yeshùa compreso) in Dio.

“Voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, che il capo della donna è l’uomo, e che il capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto fa disonore al suo capo; ma ogni donna che prega o profetizza senza avere il capo coperto fa disonore al suo capo, perché è come se fosse rasa. Perché se la donna non ha il capo coperto, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se per una donna è cosa vergognosa farsi tagliare i capelli o radere il capo, si metta un velo. Poiché, quanto all’uomo, egli non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo; perché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Perciò la donna deve, a causa degli angeli, avere sul capo un segno di autorità. D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna. Infatti, come la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna e ogni cosa è da Dio. Giudicate voi stessi: è decoroso che una donna preghi Dio senza avere il capo coperto? Non vi insegna la stessa natura che se l’uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore? Mentre se una donna porta la chioma, per lei è un onore; perché la chioma le è data come ornamento. Se poi a qualcuno piace essere litigioso, noi non abbiamo tale abitudine; e neppure le chiese di Dio”.

   Se l’uomo è capo della donna, Yeshùa è capo dell’uomo e Dio è capo di Yeshùa. Non ci si deve fermare alla prima affermazione (“Il capo della donna è l’uomo”), gridando ingiustizia e ignorando il resto. Tutti accettiamo che “il capo di ogni uomo è Cristo”, e ne gioiamo. Yeshùa accetta pure con gioia che Dio sia il suo capo, e ne diede la massima prova con la sua ubbidienza fino alla morte. Ora, non si deve vedere qui nessuna presunta superiorità del maschio rispetto alla femmina. Paolo impedisce una conclusione maschilista e dice chiaramente non solo che “né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna”, ma va oltre e afferma che se “la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna”. E noi aggiungiamo: la donna venne dall’uomo una sola volta, all’inizio, gli uomini vengono continuamente e sempre dalle donne tuttora.

   Che significa che “la donna è la gloria dell’uomo”? Se l’uomo è “immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo”, non comporta ciò l’inferiorità femminile? Così potrebbe concludere un semplice, ma noi vogliamo riferirci alla Scrittura, non ad una lettura superficiale di una traduzione. Paolo dice che “la donna è δόξα [dòcsa] dell’uomo. La parola greca δόξα (dòcsa) ha vari significati: “opinione / gloria / splendore / onore”. È ovviamente il contesto che ne chiarisce il significato. Parlando degli israeliti, Paolo dice che a loro “appartengono l’adozione, la δόξα [dòcsa], i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse” (Rm 9:4); qui ci sembra che si parli più di “onore” piuttosto che di gloria: Dio mise Israele più in alto di tutte le altre nazioni (Dt 26:19). In 1Cor 15:43, parlando del corpo dei resuscitati, è detto che “è seminato nel disonore [ἀτιμία (atimìa)], è destato nella δόξα [dòcsa]”; in contrasto con il “disonore” c’è l’“onore”, la dòcsa. In 2Cor 6:8 vengono opposti “δόξα [dòcsa] e disonore [ἀτιμία (atimìa)]”, “cattiva fama e buona fama”; anche qui, l’opposto del “disonore” è l’”onore”, la dòcsa. Ora, in 1Cor 11:14,15 si noti che Paolo mette in contrasto δόξα (dòcsa) con ἀτιμία (atimìa) ovvero “disonore”: “Non vi insegna la stessa natura che se l’uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore [ἀτιμία (atimìa)]? Mentre se una donna porta la chioma, per lei è un onore [δόξα (dòcsa)]”. Quindi proprio questa δόξα (dòcsa), “onore”, fa sì che la donna non sia considerata serva dell’uomo, ma suo onore. Nella visione paolina che tutto subordina e coordina, distinguendo e anticipando la finalità del tutto riunito in Yeshùa, l’uomo è capo della donna e deve sentirsi onorato di esserlo, essendo la donna è il suo “onore”. La stessa cosa avviene tra Yeshùa e la sua congregazione.

   Paolo ci aiuta a capire così il nostro essere in Yeshùa, facendoci intuire il futuro compimento. La stessa “gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo” (2Cor 4:6), “che è l’immagine di Dio” (2Cor 4:4), questa stessa gloria la partecipiamo e “contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria” (2Cor 3:18). Attraverso Yeshùa, questa gloria, che per noi è una gloria-onore, torna a Dio. Con la nostra partecipazione ubbidiente “tutte le promesse di Dio hanno il loro «sì» in lui; perciò pure per mezzo di lui noi pronunciamo l’Amen alla gloria di Dio”. – 2Cor 1:20.

   Nella novità di essere nuove creature in Yeshùa, Paolo non dice che la donna è immagine dell’immagine dell’uomo. Dio aveva creato l’essere umano a immagine divina, maschio e femmina, e la donna era a immagine di Dio esattamente come l’uomo (Gn 1:27). Né Adamo pretese che Eva fosse a sua immagine: era ossa delle sue ossa e carne della sua carne (Gn 2:23). La donna non era l’immagine dell’uomo: era la sua gloria-onore. L’essere gloria-onore – δόξα (dòcsa) – della donna non comporta assolutamente una sua inferiorità rispetto all’uomo. Anzi. A rigor di termini, comporta casomai una sua certa superiorità. Esaminiamo. Yeshùa è paragonato nella Bibbia a uno sposo e la sua congregazione a una sposa: “Sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata”, dice profeticamente Ap 19:7. Questa sposa non è altro che la congregazione, i cui membri sono “fidanzati a un unico sposo”, e che deve presentarsi “come una casta vergine a Cristo” (2Cor 11:2). Ora, in questa relazione mistica di marito-moglie, è proprio Yeshùa-marito che è la gloria-onore della moglie-congregazione. Dice Giacomo: “Gesù Cristo, nostra [ἡμῶν (emòn), “di noi”] gloria [δόξα (dòcsa)]”. –  Gc 2:1,  TNM.

   La priorità dell’uomo rispetto alla donna appare nel simbolismo paolino della testa-capo: “Il capo [κεφαλὴ (kefalè), “testa”, metaforicamente “capo”] della donna è l’uomo” (2Cor 11:3). Si faccia molta attenzione. Questa posizione maritale di testa-capo non significa affatto una posizione di dominio. Forse può apparire un paradosso, ma significa una posizione di servizio. “Chi agisce da capo [divenga] come uno che serve” (Lc 22:26, TNM). Infatti, non si tratta di dipendenza, ma di dipendenza da. Vi è cioè un’interdipendenza. “La testa [κεφαλὴ (kefalè)] [non può dire] ai piedi [o qualsiasi altra parte del corpo]: ‘Non ho bisogno di voi’” (1Cor 12:21, TNM). L’interdipendenza donna-uomo e Yeshùa-congregazione è finalizzata all’unità finale e definitiva che mette insieme origine e compimento: “Affinché Dio sia tutto in tutti”. – 1Cor 15:28.

 

“Un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui;

e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui”. – 1Cor 8:6, CEI.

 

   La nostra origine è da Dio, il Padre; in lui sarà il nostro compimento. Il servizio di Yeshùa è unico: permette la nostra partecipazione nella comunione con lui, non nella confusione ma nella peculiarità delle persone.  Ecco allora che Paolo si leva contro ogni indipendenza (causa di divisioni, di sette) e afferma la grande ricchezza che deriva dal servizio fatto in comunione: “Tutto vi appartiene . . . E voi siete di Cristo; e Cristo è di Dio”. – 1Cor 3:21-23.

   Nello stesso modo, di fronte ad ogni pretesa maschilista o femminista, Paolo afferma la fondamentale parità e interdipendenza: “Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna” (1Cor 11:11). Poi completa questa reciprocità spiegando: “Infatti, come la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna e ogni cosa è da Dio” (1Cor 11:12). La subordinazione – si badi: sub-ordinazione – non implica inferiorità né tantomeno oppressione, ma esaltazione e gloria. Esattamente come la sovra-ordinazione non implica superiorità né tantomeno dominio, ma servizio d’amore.

   Paolo riprende questa prospettiva e la rende più chiara in Ef 5:21:33:

“Sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa. Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile. Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso. Infatti nessuno odia la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. ‘Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diverranno una carne sola’. Questo mistero è grande; dico questo riguardo a Cristo e alla chiesa. Ma d’altronde, anche fra di voi, ciascuno individualmente ami sua moglie, come ama se stesso; e altresì la moglie rispetti il marito”.

   Il rapporto concreto tra marito e moglie Paolo lo fonda sul grande mistero (v. 32) del rapporto tra Yeshùa e la sua sposa (l’ekklesìa, ἐκκλησία, la congregazione), simbolismo che la Bibbia usa per la relazione tra Dio/marito e Israele/moglie (Is 54:5). In questo passo paolino ritroviamo i termini, già esaminati, di “sottomissione”. Al v. 1: “Sottomettendovi” (ὑποτασσόμενοι, üpotassòmenoi); al v. 24: “La chiesa è sottomessa [ὑποτάσσεται, üpotassetai] a Cristo”, “le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti”. Vi ritroviamo anche l’immagine del capo-testa (κεφαλὴ, kefalè) al v. 23. Ora si noti che proprio qui l’apparente superiorità del “capo” è ribaltata nella sottomissione del servizio per amore fino al dono di sé per realizzare l’altro: “Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile” (vv. 25-27). In Yeshùa avviene un passaggio paradossale: lui fa stare in alto ciò che era in basso. Questo essere in basso, tanto che si ha bisogno di essere purificati e lavati per comparire davanti a Yeshùa, non è una condizione che appartiene solo alla donna: appartiene a tutti, uomini e donne. La relazione di comunione che i credenti hanno con Yeshùa non è donata solo all’uomo, ma a tutti, uomini e donne. Questa relazione diviene così intima da portare all’unità definitiva, che Paolo paragona ad “una sola carne” citando Gn 2:24 dalla versione dei LXX, parola per parola:

 

Gn:

καταλείψει ἄνθρωπος [τὸν] πατέρα καὶ [τὴν] μητέρα καὶ

προσκολληθήσεται πρὸς τὴν γυναῖκα αὐτοῦ καὶ ἔσονται οἱ δύο εἰς σάρκα μίαν

Ef:

 καταλείψει ἄνθρωπος [τὸν] πατέρα αὐτοῦ καὶ [τὴν] μητέρα αὐτοῦ καὶ

προσκολληθήσεται πρὸς τὴν γυναῖκα αὐτοῦ, καὶ ἔσονται οἱ δύο εἰς σάρκα μίαν

katalèipsei ànthtopos [ton] patèra autù kài [ten] metèra autù kài

proskollethèsetai pros ten günàika autù kài èsontai oi düo èis sàrka mìan

abbandonerà uomo [il] padre è [la] madre e

si attaccherà a la donna di lui e saranno i due in [una] carne sola

 

   La subordinazione esprime quindi la reciprocità dell’amore. Il risultato è la riconciliazione. “Per mezzo di lui  [Yeshùa] riconciliare di nuovo con sé [Dio] tutte le cose”. – Col 1:20, TNM.

   Ma c’è di più. “Chi ama sua moglie ama se stesso” (v. 28). Paolo dice: “Tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’” (Gal 5:14; cfr. Lv 19:18). Si tratta della dualità riconciliata. In questa nuova subordinazione ciascuno è riconciliato anche con se stesso, ciascuno con gli altri diversi da sé, il marito con la moglie, l’umanità con Dio. Ecco il grande mistero espresso nel simbolo biblico dell’unione matrimoniale. La sottomissione femminile va perciò inquadrata nell’esortazione generale, di cui è un particolare: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. – Ef 5:21, TNM.

   La sottomissione implica un abbassamento per poi essere innalzati: “Chi si abbasserà sarà innalzato” (Mt 23:12), aveva già detto Yeshùa, premettendo (v. 11): “Il più grande tra voi sia vostro servo”. Si ha il paradosso: “Foste chiamati a libertà . . . ma per mezzo dell’amore fate gli schiavi gli uni agli altri” (Gal 5:13, TNM). Ci troviamo in un ordine, in cui siamo tutti sub-ordinati, nel quale le rivendicazioni e le prevaricazioni dividono ciascuno in se stesso, ognuno dal diverso da sé, la donna dall’uomo e l’umanità da Dio.

   Il velo. Sembrerebbe una contraddizione: proprio Paolo, che parla della subordinazione di tutti i credenti a Yeshùa, imporrebbe il velo alle donne per pregare e profetizzare (1Cor 11:2-16). Si tratta di semplice costume dovuto alla tradizione palestinese? Molti la pensano così. Noi crediamo che Paolo non parla affatto di velo. Ma ciò sarà considerato in prossimo studio, intitolato Il velo svelato.

   Abbiamo già esaminato che nella coerenza del testo paolino l’opposizione gloria/onore-disonore (δόξα-ἀτιμία, dòcsa atimìa) illumina il significato del simbolismo del “capo” dandogli il senso di essere inter-dipendente fino all’essere interdipendente per lei, “come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei”. – Ef 5:25.

   La diversità esteriore tra l’uomo che “non deve coprirsi il capo” (1Cor 11:7) e la donna che “deve portare sul capo un segno” (1Cor 11:10) significherebbe una differenziazione che esprime – nella comune partecipazione al corpo di Yeshùa, la “congregazione, che è il suo corpo” (Ef 1:22,23, TNM) – il modo di essere dell’uomo e della donna.  Questa la spiegazione data in un’esegesi che appare già molto avanzata rispetto al maschilismo di alcune religioni.

   Il capo scoperto dell’uomo svelerebbe la sua relazione con Yeshùa e con Dio tramite Yeshùa, e nel contempo la sua relazione con la donna. Nel segno del capo scoperto l’uomo rivelerebbe e riconoscerebbe non solo la superiorità di Yeshùa, ma anche quella della congregazione che serve. Il suo capo scoperto sarebbe segno dell’autorità-servizio dell’uomo nella congregazione. Per l’uomo pregare e profetizzare col capo coperto sarebbe un coprire o nascondere la propria identità ovvero non riconoscere e non manifestare l’onore-gloria di cui è partecipe. Ma allora perché la tradizione ebraica richiede un copricapo proprio all’uomo? Evidentemente, va rivista la precedente spiegazione.

   Allo stesso modo, il capo coperto della donna svelerebbe la sua sub-ordinazione, cioè il rapporto che la unisce all’uomo in Yeshùa nell’edificazione del suo corpo-chiesa. Per la donna pregare e profetizzare con il capo scoperto sarebbe un mimetizzare la propria identità ovvero non riconoscere e non manifestare il suo essere gloria-onore per l’uomo. In tal modo non renderebbe onore a se stessa, ma disonore. “Per questo la donna deve avere un segno di autorità [ἐξουσίαν (ecsusìan)] sul capo” (1Cor 11:10, TNM). Anche questa esegesi, di per sé avanzata e progredita, va rivista. Infatti, siamo proprio così sicuri che Paolo parli di un copricapo?

   Nell’assemblea liturgica la donna ha un proprio posto e un suo ruolo peculiare, ha la sua ecsousìa (ἐξουσία), la sua “autorità” articolata con quella maschile nella loro interdipendenza che li accomuna eppure li differenzia nella comunione del corpo di Yeshùa. Donna e uomo, in un abbigliamento diverso e con una diversa acconciatura dei capelli, attuano insieme il grande mistero dell’unione mistica della congregazione con Yeshùa.

   Alle pretese avanzate dalle donne corinzie, Paolo oppone un precetto particolare che è legato alle usanze del tempo. Si tratta di un grande insegnamento espresso con il linguaggio concreto degli ebrei che rifuggivano dalle astrazioni e i cui simboli erano tangibili.

   Il silenzio eloquente. Il brano più problematico lo troviamo in 1Cor 33:35: “Dio non è un Dio di disordine, ma di pace. Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea”. Tra i commentatori che non sanno comprendere questo testo ci sono coloro che hanno pensato bene di risolvere il problema ritenendo il brano un’aggiunta posteriore al testo sacro. Rimandiamo allo studio fatto da A. Feuillet (La dignité et le rôle de la femme d’après quelques textes pauliniens : comparaison avec l’Ancien Testament, 1974) per l’esame dei motivi addotti da tali studiosi e la loro confutazione. Il testo paolino in questione è parte della Sacra Scrittura.

   In questo brano ritroviamo la “sottomissione” come comando assoluto e in più sostenuto con riferimento alla Legge: “Le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse [ὑποτασσέσθωσαν (üpotassèsthosan)], come dice anche la legge” (1Cor 14:34, CEI); compare anche il motivo del disonore per proibire alle donne di parlare nell’assemblea liturgica: “È vergognoso per una donna parlare in assemblea”. – 1Cor 14:35.

   La maggior parte dei commentatori ritiene che il riferimento fatto da Paolo alla Legge sia da vedersi in Gn 3:16. TNM si allinea, richiamando nella nota in calce proprio questo passo genesiaco: “Alla donna [Dio] disse: ‘Aumenterò grandemente il dolore della tua gravidanza; con doglie partorirai figli, e la tua brama sarà verso tuo marito, ed egli ti dominerà’” (Gn 3:16, TNM). Noi pensiamo invece che il riferimento sia a Gn 2:18-24: “Poi Dio il Signore disse: ‘Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui’ . . . Allora Dio il Signore fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. Dio il Signore, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. L’uomo disse: ‘Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo’. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne”. Questa citazione, infatti, è cara a Paolo per sostenere il suo argomento e la usa anche in 1Cor 11:7-9 e in 1Tm 2:23. Con questa citazione non viene implicata una discriminazione della donna, cosa che accadrebbe invece riferendosi a Gn 3:16. In ogni caso, la discriminazione della donna presente in Gn 3:16 (“I tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te”) non avviene per volontà divina, ma umana: sono gli effetti del peccato della prima coppia umana. Paolo non può certo addurre questa conseguenza discriminante riferendosi alla Legge di Dio. Il silenzio imposto alla donna e il divieto di parola nell’assemblea non sarebbe quindi – secondo una certa esegesi, pure avanzata – discriminante. Dovremmo allora domandarci di che parlare della donna si tratti e quale sia il senso di questo silenzio della donna.

   Una esegesi progredita spiega le cose come segue. Le norme che devono regolare le riunioni di congregazione richiamano un certo ordine e un certo schema: “Ogni cosa sia fatta con dignità e con ordine” (1Cor 14:40). Se poi vogliamo capire meglio e gustare di più ciò che dice Paolo, dobbiamo riferirsi alle sue esatte parole: “Ogni cosa sia fatta εὐσχημόνως [euschemònos] e con ordine”; l’avverbio euschemònos deriva da εὐσχήμων (euschèmon), che è composto da εὖ (èu), “bene”, e da σχῆμα (schèma), significando “figura elegante, ben fatta, aggraziata, bella, onorabile”. Paolo chiede che le riunioni di congregazione avvengano in modo dignitoso o grazioso e in modo ordinato. La base di ciò è il progetto di Dio che vuole pace e non disordine, “perché Dio non è un Dio di confusione, ma di pace” (1Cor 14:33). Si tratta inoltre di un comandamento del Signore: “Le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore”. – 1Cor 14:37.

   Nella congregazione di Corinto si fa un gran parlare. Il verbo λαλέω (lalèo), “parlare”, ricorre ben 34 volte in 1Cor, di cui 24 nel solo cap. 14! Davvero tante, considerato che tale verbo compare in tutto 59 volte nell’intero epistolario paolino. Basti questo. Se poi si vuole immaginare cosa accadeva lì, si legga 1Cor 14:26-31: “Che dunque, fratelli? Quando vi riunite, avendo ciascuno di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o un’interpretazione, si faccia ogni cosa per l’edificazione. Se c’è chi parla in altra lingua, siano due o tre al massimo a farlo, e l’uno dopo l’altro, e qualcuno interpreti. Se non vi è chi interpreti, tacciano nell’assemblea e parlino a se stessi e a Dio. Anche i profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino; se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il precedente taccia. Infatti tutti potete profetare a uno a uno, perché tutti imparino e tutti siano incoraggiati”. Paolo metterebbe quindi ordine imponendo il silenzio a:

  1. Chi parla in lingue quando non c’è un interprete: “Se non vi è chi interpreti, tacciano nell’assemblea e parlino a se stessi e a Dio”. – 1Cor 14:28.
  2. Chi stia parlando per ispirazione profetica quando si alzi un altro che ha una rivelazione: “Se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il precedente taccia”. – 1Cor 14:30.
  3. Le donne in genere quando ci siano questioni che su cui possono interrogare i mariti a casa per imparare: “Le donne tacciano nelle assemblee . . . Se vogliono imparare qualcosa, interroghino i loro mariti a casa”. 1Cor 14:34,35.

   Rispettando quest’ordine avviene una subordinazione degli uni agli altri, come nel caso di 1Cor 14:32: “Gli spiriti dei profeti sono sottoposti [ὑποτάσσεται (üpotàssetai), “sono subordinati”] ai profeti”. È evidente che lo spirito divino distribuisce a uomini e donne i doni come vuole: “A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune . . . ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole”. – 1Cor 12:7-11.

   È così confermata la fondamentale parità dell’uomo e della donna che prega o profetizza nella congregazione (1Cor 11:4,5). Ma c’è un ordine, una strutturazione del corpo-congregazione, stabilito da Dio stesso: “E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti?”. – 1Cor 12:28-30.

   Questa diversità e questa differenziazione va manifestata per essere se stessi e per edificarsi a vicenda nella comunione dell’amore. – 1Cor 13.

   Il divieto di “parlare” posto alle donne non riguarda di certo il pregare, il profetizzare o il parlare in lingue; ciò è implicito quando Paolo dice: “Ogni donna che prega o profetizza . . .” (1Cor 11:4). L’imposizione di Paolo del silenzio alle donne riguarderebbe quindi il porre fine d’autorità a ogni discussione, confusione e disordine durante le riunioni. Questa stessa preoccupazione Paolo la mostrerebbe con Evodia e Sintiche, che discutendo tra loro creavano confusione e divisione: “Esorto Evodia ed esorto Sintìche a essere concordi nel Signore”. – Flp 4:2.

   Nell’ordine che viene ristabilito nella congregazione, il silenzio delle donne assumerebbe un senso profondo: il silenzio femminile conterrebbe tutte le parole del suo essere donna perché esprimerebbe il suo essere profondo in tutta la sua verità davanti a se stessa, davanti agli altri e davanti a Dio. Come detto, siamo qui in un’esegesi già progredita, ma siamo convinti che occorre andare oltre. Lo faremo in un prossimo studio, intitolato Tacciano i misogini, non le donne.

   Conclusione. La positività delle prescrizioni di Paolo circa la subordinazione, il presunto velo e il presunto silenzio delle donne sarebbe in armonia con la gioia di essere nuove creature (2Cor 5:17). L’ordinamento, in cui c’è sub-ordinazione e coordinamento, rivela certamente una visione d’insieme positiva. Già partecipi della vita del Risorto, non c’è maschio né femmina (Gal 3:28). L’unità della nuova esistenza in Yeshùa implica però ancora diversità e diversificazione, che alla fine è interdipendenza reciproca. Non riconoscere questa sub-ordinazione, vissuta come risposta al gratuito dono di Dio, porta al ripiegamento in se stessi con la chiusura del femminile sul femminile e del maschile sul maschile, con tutte le ingiustizie conseguenti. – Rm 1:18-32.

   Alle rivendicazioni femministe o maschiliste la Bibbia contrappone la scelta consapevole del servizio per amore. Nella sua peculiarità, il femminile offre di sé una gloria che emerge dalla propria umiliazione. L’alterità con cui furono creati e l’interdipendenza che li avvicina continuano a costituire la grandezza così esaltante dell’essere donna e dell’essere uomo.

   Visto infine lo scempio che esegeti e commentatori hanno fatto delle parole di Paolo, non possiamo che convenire con Pietro che, parlando delle lettere di Paolo, disse: “Le lettere contengono anche cose difficili a capire: perciò vi sono persone ignoranti  e poco mature che ne deformano il significato, come fanno anche con altre parti della Bibbia”. – 2Pt 3:16, PdS.