Le donne menzionate nella Bibbia – Voce MOGLIE

Moglie – definizione (ebraico: אִשָּׁה, ishàh, “donna”; greco: γυνή, günè, “donna”)

“L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne”. – Gn 2:24.

   La parola greca corrispondente è γυνή (günè), “donna”; questa parola greca – proprio come l’ebraica אִשָּׁה (ishàh), “donna”, indica una donna di qualsiasi età – vergine, sposata o vedova – oppure una moglie: è il contesto che le dà il senso.

   La monogamia fu la norma originaria di Dio. Così fu anche subito dopo il peccato, finché “Lamec prese due mogli” (Gn 4:19), dando origine alla poligamia che continuò a imporsi nella storia ebraica. La società corrotta dal peccato e diventata maschilista (Gn 3:16b) permetteva ad un uomo di avere una pluralità di mogli, ma imponeva ad una donna di avere un solo marito. I diritti della prima moglie erano difesi (Es 21:10) e i compiti muliebri furono specificati (Pr 31:10-31; cfr. 1Tm 5:14). La moglie poteva essere cacciata (si veda la voce Divorziata) in casi particolari (Dt 22:13-21), ma lei non poteva divorziare dal marito. Il divorzio fu limitato da Yeshùa (che ripristinò l’originale norma divina) al solo e unico caso di adulterio. – Mt 19:3-9.

   I ruoli dei mariti e delle mogli nei loro rapporti reciproci sono indicati in 1Cor 7:2-5; Ef 5:22-33; Col 3:18,19; 1Pt 3 :1-7.

   In 1Cor 7:3,4 Paolo raccomanda vivamente che i coniugi abbiano regolarmente rapporti sessuali.

Moglie dell’Agnello (γυνή, günè, “donna”)

“Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell’Agnello”. – Riv 21:9.

   Nel simbolismo del linguaggio apocalittico dell’ultimo libro della Bibbia, l’“agnello” è Yeshùa, “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Gv 1:29). La “sposa”, sua “moglie”, non è altro che la congregazione dei suoi discepoli. – Ef 5:23,25.

   “Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata”, si esulta in Ap 19:7. E Giovanni, lo scrittore del libro, racconta: “Vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. – Ap 21:2.

   “Chi vince”, ovvero chi è fedele fino all’ultimo, – è detto in Ap 3:12 – sarà “come colonna nel tempio” di Dio, e sarà scritto “su di lui il nome” di Dio stesso e il nome della “nuova Gerusalemme che scende dal cielo”, oltre al nuovo nome di Yeshùa”.

   È questa “sposa” che in chiusura della Rivelazione (Apocalisse, in greco) dice a Yeshùa, insieme allo spirito: “Vieni”. – Ap 22:17.

Moglie di Abimelec (אִשְׁתֹּו, ishtò, “donna di lui”)

“Abraamo pregò Dio e Dio guarì Abimelec, la moglie e le serve di lui, ed esse poterono partorire. Infatti, il Signore aveva reso sterile l’intera casa di Abimelec, a causa di Sara, moglie di Abraamo” (Gn 20:17,18). Abimelec aveva preso Sara (moglie di Abraamo) come sua moglie, per cui Dio aveva punito l’intera famiglia di Abimelec. Le sue donne non furono in grado di avere figli fino a che Abimelec non restituì Sara. Abimelec aveva creduto che Sara fosse la sorella di Abraamo. Egli, comunque, non l’aveva toccata: fu avvertito da Dio. Il re Abimelec restituì allora Sara ad Abraamo, dandogli come compenso bestiame, schiavi e mille sicli d’argento quale garanzia della castità di Sara. Abimelec e Abraamo conclusero in seguito un patto di pace. – Gn 20:1-18;21:22-34.

Moglie di Caino (אִשְׁתֹּו, ishtò, “sua donna”)

“Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc”. – Gn 4:17.

   Il lettore occidentale ha difficoltà a comprendere il verbo “conobbe”, sebbene ne intuisca subito il senso che qui significa avere rapporti sessuali. In ebraico la “conoscenza” è sempre di tipo esperienziale, mai intellettuale.

Moglie di Cam (אִשָּׁה, ishàh, “donna”)

“Noè, Sem, Cam e Iafet, figli di Noè, la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi figli entrarono con loro nell’arca”. – Gn 7:13.

   Questa donna sposò Cam prima del Diluvio e sopravvisse ad esso con il marito, i due cognati Sem e Iafet con le loro mogli, il suocero Noè e la suocera (Gn 6:18;7:13;8:15,16,18). “Poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l’acqua” (1Pt 3:20). Ebbe figli dopo il Diluvio.

Moglie di Cefa (γυνή, günè, “donna”; questa parola greca – proprio come l’ebraica אִשָּׁה, ishàh, “donna” – indica una donna di qualsiasi età – vergine, sposata o vedova – oppure una moglie: è il contesto che le dà il senso)

“Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”. – 1Cor 9:5.

   Cefa era il nome di Pietro prima che Yeshùa glielo cambiasse (Gv 1:42). La moglie di Pietro accompagnava il marito nella sua missione apostolica, come si deduce dal riferimento che Paolo fa nel passo: “Condurre con noi una moglie”.

Moglie di Efraim (אִשְׁתֹּו, ishtò, “sua donna”)

“[Efraim] entrò da sua moglie, la quale concepì e partorì un figlio; ed egli lo chiamò Beria, perché questo era avvenuto durante la sua afflizione in casa”. – 1Cron 7:23.

Moglie di Fineas (אֵשֶׁת־פִּינְחָס, èshet-Fynechàs, “donna di Fineas”)

“Sua nuora, moglie di Fineas, era incinta e prossima al parto; quando udì la notizia che l’arca di Dio era stata presa e che suo suocero e suo marito erano morti, si curvò e partorì, perché sorpresa a un tratto dai dolori. Mentre stava per morire, le donne che l’assistevano le dissero: ‘Non temere, poiché hai partorito un figlio’. Ma lei non rispose e non ci fece caso. Al suo bambino mise il nome di Icabod, dicendo: ‘La gloria si è allontanata da Israele!’, perché l’arca di Dio era stata presa, ed erano morti suo suocero e suo marito. E disse: ‘La gloria si è allontanata da Israele, perché l’arca di Dio è stata presa’”. – 1Sam 4:19-22.

   Questa donna mostrò una notevole sensibilità per il Signore nei suoi ultimi momenti. Mentre gli altri guardavano alla nascita di suo figlio come una causa per la pace, lei si rese conto che Israele aveva perso quanto di più prezioso aveva: la presenza di Dio. La sua profonda mestizia volle rappresentarla nel nome che diede a suo figlio appena nato: “Icabod, dicendo: ‘La gloria si è allontanata da Israele!’, perché l’arca di Dio era stata presa”. L’arca (la cassa sacra collocata nel più santo dei luoghi, all’interno del Santuario) era in relazione con la presenza di Dio. – Es 25:22; Lv 16:2.

   Questa donna seppe  intuire che la gloria di Dio si era allontanata da Israele.

Moglie di Galaad (אֵשֶׁת־גִּלְעָד, èshet-Ghileàd, “donna di Galaad”)

“La moglie di Galaad gli aveva dato dei figli”. – Gdc 11:2.

   “Iefte, il Galaadita, era un uomo forte e valoroso, figlio di una prostituta, e aveva Galaad per padre. La moglie di Galaad gli aveva dato dei figli; e quando essi furono grandi, scacciarono Iefte e gli dissero: ‘Tu non avrai eredità in casa di nostro padre, perché sei figlio di un’altra donna’. Iefte se ne fuggì lontano dai suoi fratelli” (Gdc 11:1-3). Ancora una volta, questa è una situazione in cui si sa poco circa le donne coinvolte (la prostituta e la moglie legittima di Galaad), ma si può avere un’idea della loro vita da ciò che fanno gli altri. Che i figli di questa donna (la moglie di Galaad) arrivino a scacciare il loro fratellastro (Gdc 11:2,3) indica l’attrito all’interno della famiglia. L’espressione “sei il figlio di un’altra donna”, rinfacciata a Iefte dai loro fratellastri, sembra indicare che la moglie di Galaad aveva formato una specie di fazione domestica con i suoi figli, che poi cacciano Iefte lontano da loro. Perché ciò accadde? La questione economica aveva certo il peso preponderante, dato che i figli della moglie di Galaad dicono chiaro e tondo al loro fratellastro: “Tu non avrai eredità in casa di nostro padre”. Ma ciò non si era anche ripercosso negli affetti? Pensiamo proprio di sì. Il clima doveva essere quello della gelosia che aleggiava in quella casa. Anche i rapporti tra lei e il marito dovevano risentirne, compresa la loro intimità. A farne le spese erano, come quasi sempre in queste situazioni, i figli.

Moglie di Geroboamo (אִשְׁתֹּו, ishtò, “sua moglie”)

“In quel tempo, Abiia, figlio di Geroboamo, si ammalò. Geroboamo disse a sua moglie: ‘Àlzati, ti prego, e travestiti, affinché non si sappia che tu sei moglie di Geroboamo, e va’ a Silo. Là c’è il profeta Aiia, il quale predisse che sarei stato re di questo popolo. Prendi con te dieci pani, delle focacce, un vaso di miele, e va’ da lui; egli ti dirà quello che avverrà di questo ragazzo’. La moglie di Geroboamo fece così; partì, andò a Silo, e giunse a casa di Aiia. Aiia non poteva vedere, poiché gli si era indebolita la vista per la vecchiaia”. – 1Re 14:1-4.

   Il bambino Abia si era ammalato, e la famiglia voleva sapere cosa sarebbe successo. Invece di inviare un servo fidato, un uomo, Geroboamo affidò il compito a sua moglie. Eppure, fu inviata sotto mentite spoglie, in modo che Aiia non sapesse chi era. Lei viaggiò fino a Silo per vedere il profeta, a quanto pare, da sola. La Bibbia non offre alcuna critica o alcuna indicazione che il viaggio fosse insolito. Perché lei ebbe bisogno di indossare un travestimento, se il profeta “non poteva vedere, poiché gli si era indebolita la vista per la vecchiaia”?

   “Il Signore aveva detto ad Aiia: ‘La moglie di Geroboamo sta per venire a consultarti riguardo a suo figlio, che è ammalato. Tu parlale così e così. Quando entrerà, fingerà di essere un’altra’” (1Re 14:5). Nonostante lei agisca per conto del marito, Dio parla al profeta come fosse lei che vuole chiedere informazioni.

   “Quando Aiia udì il rumore dei passi di lei che entrava per la porta, disse: ‘Entra pure, moglie di Geroboamo; perché fingi d’essere un’altra? Io sono incaricato di dirti delle cose dure’” (1Re 14:6). Il profeta, riconoscendola prima che lei dica qualcosa, le parla e dice che è a lei (“sono incaricato di dirti”) che deve annunciare “cose dure”.

   “Va’ e di’ a Geroboamo: ‘Così parla il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho innalzato in mezzo al popolo, ti ho fatto principe del mio popolo Israele. Ho strappato il regno dalle mani della casa di Davide e l’ho dato a te. Ma tu non sei stato come il mio servo Davide il quale osservò i miei comandamenti e mi seguì con tutto il suo cuore, facendo soltanto ciò che è giusto ai miei occhi. Tu hai fatto peggio di tutti quelli che ti hanno preceduto, e sei andato a farti degli altri dèi e delle immagini fuse per provocarmi a ira e hai gettato me dietro alle tue spalle. Per questo io faccio piombare la sventura sulla casa di Geroboamo, e sterminerò la casa di Geroboamo fino all’ultimo uomo, tanto chi è schiavo come chi è libero in Israele, e spazzerò la casa di Geroboamo, come si spazza lo sterco finché sia tutto sparito. Quelli di Geroboamo che moriranno in città, saranno divorati dai cani; e quelli che moriranno nei campi, saranno divorati dagli uccelli del cielo; poiché il Signore ha parlato. Quanto a te, àlzati, va’ a casa tua; non appena avrai messo piede in città, il bambino morrà. Tutto Israele lo piangerà e gli darà sepoltura. Egli è infatti il solo della casa di Geroboamo che sarà messo in una tomba, perché è il solo nella casa di Geroboamo in cui si sia trovato qualcosa di buono, rispetto al Signore, Dio d’Israele. Il Signore stabilirà sopra Israele un re, che in quel giorno sterminerà la casa di Geroboamo. E che dico? Non è forse quello che già succede?”. – 1Re 14:7-14.

   “La moglie di Geroboamo si alzò, partì, e giunse a Tirsa; e come metteva il piede sulla soglia di casa, il ragazzo morì”. – 1Re 14:17.

Moglie di Giobbe (אִשְׁתֹּו, ishtò, “moglie di lui”)

Sua moglie gli disse: ‘Ancora stai saldo nella tua integrità? Ma lascia stare Dio, e muori!’”. – Gb 2:8,9; nel Testo Masoretico corrisponde al v. 9.

   Giobbe era un uomo che mantenne la sua integrità fino al limite delle forze pur passando attraverso durissime prove (si veda il libro biblico di Gb). Vedendo la sua integrità nonostante tutte le disgrazie che gli erano capitate e da cui non usciva, la moglie di Giobbe (molto risentita con Dio) si esprime sarcasticamente dicendo “Benedici Dio e muori!” (testo ebraico). La sua espressione assomiglia a quelle di tante persone ciniche che di fronte a chi ringrazia Dio domandano beffardamente se si dovrebbe ringraziare Dio anche per le disgrazie. “Giobbe le rispose: ‘Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?’”. – Gb 2:10.

   La moglie di Giobbe senza dubbio considerava la morte rapida del marito come il modo migliore per lui di sfuggire a una situazione insostenibile. Era una donna normale, che – non capendo le circostanze della vita – non riusciva a sopportare la sofferenza e non riusciva più a fidarsi di Dio. Forse lei pensava addirittura di avere scoperto la causa dei guai di suo marito e lo riprese nell’intento che si smuovesse. Anche in questo lei assomiglia a tanti miscredenti che, non capendo la fede di chi crede in Dio, incitano a smettere di fare quelli che per loro sono solo sogni controproducenti.

   Si potrebbe valutare che fino ad allora lei aveva resistito di fronte all’afflizione del marito, alla perdita di tutti i loro figli e dei beni materiali: era sopravvissuta a queste prove. Come suo marito, era scombussolata in mezzo a così tante calamità. Valutando questi aspetti si potrebbe credere che il suo dire “lascia stare Dio, e muori!” fosse dettato da compassione e amore verso il marito, preferendo vederlo morire che soffrire in quel modo. Ma se così fosse, perché avrebbe detto con sarcasmo “benedici Dio” (testo ebraico), intendendo chiaramente che doveva maledirlo?

   Cercando di immedesimarci nella psicologia di lei, possiamo vedere con i suoi occhi: la grave e nauseabonda malattia del marito lo aveva reso inabile e ciò aveva limitato la loro libertà; la pena era costante, inoltre aveva già perso tutti i suoi figli. Giobbe dirà: “Il mio fiato ripugna a mia moglie” (Gb 19:17). Suo marito, uno dei più ricchi e più grandi uomini del suo tempo, aveva perso ogni cosa. Tutta quella serie di tragedie accadute in crescendo l’avevano sconvolta. Il suo risentimento l’aveva messa sottosopra e deve aver pensato: “Perché proprio a noi?” Vedendo il marito così fermo nel mantenere la sua fede, lei si sentì esasperata. Frustrata e rabbiosa, aveva perso di vista la cosa più importante: la propria relazione con Dio.

Moglie di Iafet (אִשָּׁה, ishàh, “donna”)

“Noè, Sem, Cam e Iafet, figli di Noè, la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi figli entrarono con loro nell’arca”. – Gn 7:13.

   La moglie di Iafet non ebbe figli fin dopo il Diluvio, poi ebbe sette maschi (Gn 10:1,2; 1Cron 1:5). “Da costoro derivarono i popoli sparsi nelle isole delle nazioni, nei loro diversi paesi, ciascuno secondo la propria lingua, secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni” (Gn 10:5; 1Cron 1:6,7). Storicamente, è del tutto fantasiosa l’idea di Iafet progenitore del ramo indoeuropeo della famiglia umana. – Cfr. La favola dell’indoeuropeo di Giovanni Semerano.

Moglie di Lappidot: vedere Donna di lampi

Moglie di Lot (אִשְׁתֹּו, ishtò, “donna di lui”)

“La moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale”. – Gn 19:26.

   Lot era imparentato con Abraamo, essendo questi suo zio (Gn 11:27). Lot, con la sua famiglia si era accampato vicino a Sodoma (Gn 13:8-12), famosa per pratiche immorali come l’omosessualità. “Il loro peccato è molto grave”, aveva sentenziato Dio (Gn 18:20). Il termine moderno “sodomia” deriva proprio da quest’antica città e caratterizza alcuni atti sessuali, come il sesso anale, il sesso orale o la parafilia. La parafilia (dal greco παρά, parà, “oltre”, e φιλία, filìa,”amore”) indica in ambito psichiatrico, psicopatologico e sessuologico, le praticate sessuali su soggetti non consenzienti e/o caratterizzate da dipendenza ossessiva-compulsiva; questo termine andò a sostituire la definizione scientifica di perversione o deviazione sessuale: dopo gli eventi degenerativi del ’68 tali perversioni sparirono dai testi di psicopatologia; oggi, alcune nazioni ammettono perfino il matrimonio omosessuale.

   La famiglia di Lot fu visitata da due angeli prima della distruzione di Sodoma; gli stessi angeli furono oggetto delle attenzioni sessuali dei sodomiti (Gn 19:1-11). “Quando l’alba cominciò ad apparire, gli angeli sollecitarono Lot, dicendo: ‘Àlzati, prendi tua moglie e le tue figlie che si trovano qui, perché tu non perisca nel castigo di questa città’. Ma egli indugiava; e quegli uomini presero per la mano lui, sua moglie e le sue due figlie, perché il Signore lo voleva risparmiare; lo portarono via, e lo misero fuori della città. Dopo averli fatti uscire, uno di quegli uomini disse: ‘Metti la tua vita al sicuro: non guardare indietro e non ti fermare in alcun luogo della pianura; cerca scampo sul monte, altrimenti perirai!’ . . .  Il sole spuntava sulla terra quando Lot arrivò a Soar. Allora il Signore fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco, da parte del Signore; egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo. Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale”. – Gn 19:15-26.

   Cosa spinse la moglie di Lot a voltarsi? Solo curiosità? O non rimpiangeva forse ciò che aveva lasciato? Ben diversa l’attitudine di Paolo che di sé diceva: “Una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta” (Flp 3:13,14). Yeshùa prese la moglie di Lot ad esempio da non imitare: “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la sua vita, la perderà; ma chi la perderà, la preserverà”. – Lc 17:32,33

Moglie di Manoà (אִשְׁתֹּו, ishtò, “donna di lui”)

“C’era un uomo di Sorea, della famiglia dei Daniti, di nome Manoà; sua moglie era sterile e non aveva figli. L’angelo del Signore apparve alla donna, e le disse: ‘Ecco, tu sei sterile e non hai figli; ma concepirai e partorirai un figlio’”. – Gdc 13:2,3.

   In molte religioni s’insegna che la moglie deve passare attraverso il marito. Dalla Bibbia però sappiamo che Yeshùa è l’unico mediatore (1Tm 2:5) e non ce ne servono altri. Anche nelle Scritture Ebraiche troviamo che le offerte venivano fatte dalle donne direttamente a Dio (Lv 4:27). Dio ha parlato direttamente a Debora (cfr. Debora) e non a suo marito, guidò Iael e non suo marito (cfr. Iael). Ora, qui troviamo un angelo del Signore che appare direttamente alla moglie di Manoà. Lei, dice l’angelo, partorirà un figlio, anche se lei è al momento sterile.

   “La donna andò a dire a suo marito: ‘Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio: un aspetto davvero tremendo. Io non gli ho domandato da dove veniva, ed egli non mi ha detto il suo nome; ma mi ha detto: ‘Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio’” (Gdc 13:6,7). La donna va a casa e informa semplicemente il marito. Lei sa con chiarezza che le si era presentato un uomo di Dio che era come un angelo del Signore. Quante donne oggi hanno un’esperienza simile, sapendo che la loro relazione con Dio è reale? Queste donne sanno senza ombra di dubbio che sono protette da Dio e che Dio tiene lo sguardo su di loro. Con questa esperienza vera e reale, loro possono condividere l’eccitazione che visse quell’antica donna.

   Si noti ora la reazione del marito: “Allora Manoà supplicò il Signore e disse: ‘Signore, ti prego che l’uomo di Dio che ci avevi mandato torni di nuovo a noi e ci insegni quello che dobbiamo fare per il bambino che nascerà’” (Gdc 13:8). In verità, Dio aveva mandato il suo angelo a lei, ma lui dice “ci avevi mandato”. Inoltre, lei aveva spiegato per filo e per segno cosa l’angelo aveva detto di fare riguardo al bambino (cfr. Gdc 13:7). Ma, si sa, gli uomini sono un po’ lenti a capire. Loro credono di essere più intelligenti delle donne, mentre le donne sanno di essere più intelligenti di loro. Chissà se quella donna alzò gli occhi al cielo vedendo la poca prontezza del marito. La Bibbia ci risparmia le motivazioni di Manoà, ma – a quanto pare – gli era difficile accettare il fatto che il Signore avesse trattato direttamente con una donna, in particolare sua moglie. Ad ogni modo, possiamo imparare qualcosa da lui. Dobbiamo stare attenti a non rifiutare il messaggio di Dio a causa delle nostre opinioni sul mezzo che lui usa. Molte volte alle persone religiose piace annunciare che Dio è sovrano, ma solo quando segue le loro regole. Inoltre, abbiamo bisogno di stare molto attenti a non soffocare l’entusiasmo di altri per qualche dono spirituale che possono aver ricevuto. Quante volte capita di essere invidiosi per un nuovo ministero o per un nuovo incarico spirituale dato a qualcuno? Mettendo in dubbio la persona che Dio può aver scelto, si mette in dubbio anche la capacità di Dio di scegliere le persone. Purtroppo, troppi ministeri con un potenziale meraviglioso falliscono perché persone malintenzionate remano contro.

   “Dio esaudì la preghiera di Manoà; e l’angelo di Dio tornò ancora dalla donna, che era seduta nel campo; ma Manoà, suo marito, non era con lei” (Gdc 13:9). Povero Manoà. Ma non aveva chiesto: “Signore, ti prego che l’uomo di Dio che ci avevi mandato torni di nuovo a noi e ci insegni quello che dobbiamo fare”? Dio esaudisce la sua richiesta, ma non a modo suo. Dio manda il suo angelo “ancora dalla donna”. Che lo abbia fatto per dargli una lezione? Ci sono persone che pregano dicendo a Dio quello che deve fare. Bisognerebbe invece imparare a pregare come Yeshùa: “Non come voglio io, ma come tu vuoi”. – Mt 26:39.

   “La donna corse in fretta a informare suo marito e gli disse: ‘Ecco, quell’uomo che venne da me l’altro giorno mi è apparso’. Manoà si alzò, andò dietro a sua moglie e, raggiunto quell’uomo, gli disse: ‘Sei tu che parlasti a questa donna?’ E quegli rispose: ‘Sono io’. E Manoà: ‘Quando la tua parola si sarà avverata, quale norma si dovrà seguire per il bambino? Che cosa si dovrà fare per lui?’ L’angelo del Signore rispose a Manoà: ‘Si astenga la donna da tutto quello che le ho detto. Non mangi nessun prodotto della vigna, né beva vino o bevanda alcolica, e non mangi niente d’impuro; osservi tutto quello che le ho comandato”. – Gdc 13:10-14.

   Possiamo immaginare cosa la moglie di Manoà pensasse in quel momento. Aveva di fronte un uomo alquanto ottuso. Lei “corse in fretta” ad informarlo, dicendogli chiaramente: “Quell’uomo che venne da me l’altro giorno mi è apparso”, e lui che fa? Come un baccalà domanda all’angelo: “Sei tu che parlasti a questa donna?” Squisita la risposta del messaggero divino: “Sono io”, quasi volesse vedere dove quello voleva arrivare. Manoà però sembra essere determinato a prendere in mano la situazione. Vuole sapere esattamente che cosa deve fare. Fantastica la paziente risposta dell’angelo: gli ripete quello che aveva già detto alla donna e che lei stessa aveva già riferito al marito, aggiungendo: “Osservi [lei, la donna] tutto quello che le ho comandato”. L’angelo, significativamente, non aggiunge alcuna responsabilità per Manoà.

   Ci domandiamo come alcuni insegnanti religiosi di oggi guardino a questa situazione. Due volte il messaggero del Signore era venuto per la moglie, due volte il Signore aveva aggirato il marito. L’unica volta che il messaggero divino parla al marito, gli dice che la moglie dovrebbe fare come già le era stato detto. Questo esempio biblico sembra sfidare molti punti di vista religiosi.

   Manoà poi invita l’angelo a fermarsi da loro (Gdc 13:15). L’angelo rifiuta di mangiare il capretto che Manoà aveva offerto e suggerisce di offrirlo piuttosto a Dio (Gdc 13:16). Il v. 16 annota: “Manoà non sapeva che quello fosse l’angelo del Signore”. Ma la moglie non gli aveva già detto da subito: “Aveva l’aspetto di un angelo di Dio”? A differenza di sua moglie, che riusciva a cogliere la natura di quel visitatore, lui non coglie. Poi sbaglia ancora. Lei si era astenuta dal fare domande invadenti all’angelo, e lo aveva detto anche al marito: “Io non gli ho domandato da dove veniva, ed egli non mi ha detto il suo nome” (Gdc 13:6). Manoà però vuol sapere il suo nome: “Qual è il tuo nome, affinché, quando si saranno adempiute le tue parole, noi ti rendiamo onore?” (Gdc 13:17). L’angelo gli domanda a sua volta perché lo vuole sapere, in quanto la risposta sarebbe al di là della sua comprensione. – Gdc 13:18.

   Infine, “Manoà prese il capretto e l’oblazione e li offrì al Signore su una roccia. Allora avvenne una cosa prodigiosa: Manoà e sua moglie stavano guardando, e mentre la fiamma saliva dall’altare al cielo, l’angelo del Signore salì con la fiamma dell’altare” (Gdc 13:19,20). Manoà ci riserva ancora delle sorprese. “Disse a sua moglie: ‘Noi moriremo sicuramente, perché abbiamo visto Dio’” (Gdc 13:22). Tocca ancora una volta alla moglie, sensata, sopperire alla sua scarsa intelligenza: “Se il Signore avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato dalle nostre mani l’olocausto e l’oblazione; non ci avrebbe fatto vedere tutte queste cose e non ci avrebbe fatto udire proprio ora delle cose come queste”. – Gdc 13:23.

   “Poi la donna partorì un figlio, a cui pose nome Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse”. – Gdc 13:24.

  “Sansone scese a Timna e vide là una donna tra le figlie dei Filistei. Tornato a casa, ne parlò a suo padre e a sua madre, e disse: ‘Ho visto a Timna una donna tra le figlie dei Filistei; prendetemela dunque per moglie’. Suo padre e sua madre gli dissero: ‘Non c’è tra le figlie dei tuoi fratelli in tutto il nostro popolo una donna per te? Devi andare a prenderti una moglie tra i Filistei incirconcisi?’ Sansone rispose a suo padre: ‘Prendimi quella perché mi piace’. Suo padre e sua madre non sapevano che questo veniva dal Signore; Sansone infatti cercava un’occasione di contesa da parte dei Filistei. In quel tempo, i Filistei dominavano Israele”. – Gdc 14.1-4.

   È interessante notare che, ancora una volta, troviamo la moglie di Manoà che sfida le attuali opinioni religiose. Spesso viene detto che la madre deve lasciare un certo tipo di questioni (tutte, per la verità) al marito, cui spetterebbe la decisione finale. All’interno di questa famiglia, tuttavia, sia la madre che il padre partecipano alla stessa questione. Possiamo notare anche che Sansone va immediatamente sia dalla madre che dal padre – lui non segue la catena di comando che certe religioni impongono. In più, si vede la moglie di Manoà che partecipa al processo decisionale, anche se il figlio è ormai un uomo adulto.

   Ci si può domandare perché Dio, che ha ispirato la Sacra Scrittura, ha incluso questa storia nella Bibbia e, più in particolare, perché i genitori di Sansone sono menzionati con tanti particolari. Ciascuno trovi le sue risposte. Le trovino gli uomini, troppo spesso maschilisti; ma anche le donne, troppo spesso (purtroppo) misogine loro stesse.  

Moglie di Noè (אִשְׁתְּךָ, ishtchà, “moglie di te”)

“Io [Dio] stabilirò il mio patto con te [Noè]; tu entrerai nell’arca: tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con te”. – Gn 6:18; cfr. 7:1;7:7,13-16.

   La moglie di Noè è senza dubbio una delle donne più importanti non solo nella storia della Bibbia, ma anche nella nostra storia personale. Dopo Eva, è la donna che ha rivestito più importanza per la nostra stessa esistenza: senza di lei non saremmo al mondo. Eppure, non abbiamo alcuna traccia del suo nome. Lei è semplicemente nominata come moglie di Noè tutte e cinque le volte che compare nella Bibbia (Gn 6:18;7:7,13;8:16,18). Che tipo era? Com’era il suo mondo? Il suo mondo era diverso dal nostro sotto molti aspetti. Le malattie erano meno diffuse dopo “appena” 1.600 circa anni circa dalla caduta (Gn 3). Oggi ci troviamo a circa 6.000 dall’inizio del deterioramento umano; ad oggi si sono verificate, ad esempio, più mutazioni di virus e batteri. A quanto pare, l’uomo medio ai tempi della “signora Noè” diventava padre dopo aver vissuto un centinaio di anni; in effetti, egli viveva più di 900 anni. Quanto tempo le donne come la moglie di Noè dovevano attendere per essere in grado di procreare?

   I reperti fossili mostrano che gli animali e le piante erano più grandi rispetto a quelli dello stesso tipo che vivono oggi. È per questo che i giganti figurano nelle storie per bambini? Di certo non c’erano problemi razziali, perché le razze umane ancora non si erano formate.

   In molti modi, tuttavia, il mondo della moglie di Noè era simile al nostro. L’esplosione demografica avveniva. Varie stime sono state fatte dalla genealogia che appare al cap. 5 di Gn. Un calcolo prudenziale (basato su quattro bambini per famiglia in 18 generazioni dalla creazione al Diluvio) dà una popolazione di circa un miliardo di persone al tempo della moglie di Noè. Ciò è pari alla popolazione mondiale durante la prima metà del 19° secolo. Oggi la popolazione mondiale è di circa sette volte più grande.

   Nonostante la gente s’immagini grugniti animaleschi emessi da uomini delle caverne, l’umanità aveva già sviluppato molte abilità (Gn 4). La prima città era già stata costruita da Caino, figlio di Adamo. Con la settima generazione, c‘era la pastorizia (Gn 30:35,36), c’erano gli strumenti musicali (Gn 4:21;31:27), la metallurgia (Gn 4:22) e perfino la poesia (Gn 4:23,24), anche se questa rifletteva la violenza del tempo. Queste persone con abilità erano discese da Adamo, che era stato capace di dare un nome a tutti gli animali (Gn 2:19,20), e ciò prima ancora che sua moglie fosse stata creata per aiutarlo. Ciò avveniva prima che la sua mente fosse rovinata dal peccato. I nostri intelletti sono oggi senza dubbio molto offuscati dalle devastazioni del peccato. Contrariamente al parere di cosiddetti studiosi che sembrano sapere tutto, e secondo i quali quelli che vivevano tanto tempo fa erano dei trogloditi, la moglie di Noè era ben lontana dall’essere una selvaggia primitiva.

   Una delle più notevoli somiglianze tra il mondo prediluviano e il nostro è il peccato (Gn 6:5,11-13). Ciò che ci accomuna con quel mondo è anche la fatica di mantenersi separati dagli empi, specialmente nel matrimonio (Gn 6:1,2), e anche la schiavitù al peccato (Gn 6:5) e la violenza diffusa (Gn 6:11,12). Anche il mondo della moglie di Noè era tenuto d’occhio da Dio (Gn 6:5,6), proprio come il nostro. – Sl 94:9.

   Il mondo della moglie di Noè era sotto il giudizio di Dio. Il marito le aveva detto che Dio aveva deciso di distruggere l’umanità con l’acqua a causa dell’enorme diffusione del peccato (Gn 6:13,17). Dio aveva anche dato indicazioni specifiche a Noè per la costruzione di un’arca (che ben poco assomiglia alle illustrazioni che se ne fanno) per conservare in vita la sua famiglia e gli animali. – Gn 6:14-16.

   La moglie di Noè non ebbe certo problemi insormontabili: era ben consapevole che il suo Dio aveva creato la sua antenata Eva con capacità tali da essere un supporto per Adamo. Quegli eventi della creazione ed i dettagli del suo albero genealogico probabilmente erano registrati su tavolette che furono poi imbarcate nell’arca. Come Dio comunicava con Eva, così la moglie di Noè aveva il suo rapporto personale con il suo Creatore. Lei soddisfece pienamente il suo ruolo femminile. Nessuna donna, senza la fede, avrebbe potuto fare quello che lei ha fatto.

   Cosa fondamentale per fede, la moglie di Noè seppe fissare il suo sguardo sul mondo a venire dopo il Diluvio. Lei aveva vissuto e cresciuto la sua famiglia per più della metà della sua vita in un mondo che conosceva e che era destinato alla distruzione. Dovette educare i suoi tre figli Sem, Cam e Iafet perché vivessero in modo diverso dai loro compagni e perché si preparassero al mondo futuro. Lei non poteva permettersi di legarsi troppo al mondo che la circondava. Certamente dovette favorire una vita familiare molto stretta. Dovevano rimanere tutti vicini per stare sempre più lontani dalle credenze e dalle pratiche delle persone attorno a loro. Dovevano anche preparasi al momento in cui non ci sarebbe stato nessun altro al mondo se non loro. Durante i lunghi anni di lavoro e di attesa lei dovette avere fede e perseveranza, senza scoraggiarsi.

   Questa donna ebbe coraggio e determinazione. Queste erano qualità che indubbiamente possedeva, dato che riuscì a sostenere la sua posizione solitaria nel far fronte alla distruzione del mondo. Le ci volle forza spirituale per sopportare l’ostilità e il ridicolo. La sua sensibilità femminile fu probabilmente scossa dalle grida disperate che si levarono durante gli annegamenti. Grande pazienza e sopportazione dovette avere per rimanere chiusa con sette altri, insieme a moltissimi animali, per più di un anno. Solo il suo coraggio non comune poté permetterle di affrontare il panorama terrificante che le si presentò dalle montagne dell’Ararat, dove l’arca si arenò: un mondo totalmente trasformato, con i segni della morte e della distruzione.

   Di questa donna non sappiamo neppure il nome. Lei fu una delle donne più grandi che siano mai vissute. Non importa che il suo nome non sia stato registrato. Lei ha influenzato la storia del mondo per sempre.

   “Sappiate questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi e diranno: ‘Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione’. Ma costoro dimenticano volontariamente che nel passato, per effetto della parola di Dio, esistettero dei cieli e una terra tratta dall’acqua e sussistente in mezzo all’acqua; e che, per queste stesse cause, il mondo di allora, sommerso dall’acqua, perì; mentre i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli empi”. – 2Pt 3:3-7.

Moglie di Odiia (אִשְׁתֹּו, ishtò, “moglie di lui”)

“I figli della moglie di Odiia, sorella di Naam, furono: il padre di Cheila, il Garmeo, ed Estemoa, il Maacateo.” – 1Cron 4:19.

   Odiia, cognato di tale Naam, compare nella genealogia di Giuda. – 1Cron 4:1.

Moglie di Pilato (γυνὴ, günè, “donna”)

“Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: ‘Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua’”. – Mt 27:19.

   Pilato, procuratore romano della Giudea (Lc 3:1), siede in tribunale e sta giudicando Yeshùa. Pilato era il rappresentante dell’imperatore, era perciò la massima autorità di quella provincia romana; poteva applicare la pena di morte. Il Sinedrio, l’alta corte ebraica che aveva sede a Gerusalemme, aveva già condannato Yeshùa, ma l’ultima parola spettava al procuratore: era Pilato che doveva ratificare o respingere quella decisione (cfr. Mt 26:65, 66; Gv 18:31). Pilato non aveva una buona relazione con i giudei. – Cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XVIII, 55-59, 60-62; Filone, De legatione ad Caium, XXXVIII, 299-305.

   “Ogni festa di Pasqua il governatore era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva. Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba. Essendo dunque radunati, Pilato domandò loro: ‘Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?’ Perché egli sapeva che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 27:15-18). Fu a questo punto che “la moglie gli mandò a dire: ‘Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua’”.

   Il sogno fatto da questa donna era indubbiamente di origine divina: il suo scopo era quello di avvertire Pilato che quello che stava trattando era un caso tremendamente importante.

   La Bibbia non dice altro di questa donna. L’assurda religiosità umana creò poi una tradizione “cristiana”, dandole perfino un nome (che la Bibbia non menziona): Procula, Procla, Prokla, Perpetua o Claudia Procula a seconda delle traduzioni; il nome più usato è Claudia Procula. Costei fu addirittura riconosciuta santa nella tradizione orientale. Esistono perfino delle presunte Lettere di Procula, scoperte in un monastero belga a Bruges e conservate negli archivi del Vaticano. A tanto arriva la l’ignoranza della religiosità.

Moglie di Potifar (אֵשֶׁת, èshet, “moglie di”)

“La moglie del padrone di Giuseppe gli mise gli occhi addosso e gli disse: ‘Unisciti a me!’”. – Gn 39:7.

   Questa donna era la moglie di Potifar, impiegato della corte egiziana, capo della guardia del corpo del faraone. Costui aveva acquistato Giuseppe, figlio di Giacobbe (Gn 35:24), dai mercanti madianiti cui i suoi fratelli l’avevano venduto (Gn 37:28; 39:1). Potifar gli affidò poi la sovrintendenza della sua casa. – Gn 30:4.

   La Bibbia annota che Potifar “non s’occupava più di nulla, tranne del cibo che mangiava” e che “Giuseppe era avvenente e di bell’aspetto” (Gn 39:6). Così, l’infedele moglie di Potifar “gli mise gli occhi addosso” offrendogli un’avventura sessuale. “Benché lei gliene parlasse ogni giorno, Giuseppe non acconsentì a unirsi né a stare con lei. Un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro; lì non c’era nessuno della gente di casa; allora lei lo afferrò per la veste e gli disse: ‘Unisciti a me!’”. – Gn 39:10,11.

   Non c’è donna più vendicativa di una donna rifiutata. “Quando lei vide che egli le aveva lasciato la veste in mano e che era fuggito, chiamò la gente di casa sua e disse: ‘Vedete, ci ha portato un Ebreo perché questi si prendesse gioco di noi; egli è venuto da me per unirsi a me, ma io ho gridato a gran voce. E com’egli ha udito che io alzavo la voce e gridavo, mi ha lasciato qui la sua veste ed è fuggito’. E si tenne accanto la veste di lui finché il suo padrone non tornò a casa. Allora gli parlò in questa maniera: ‘Quel servo ebreo che hai condotto in casa è venuto da me per prendersi gioco di me. Ma appena io ho alzato la voce e ho gridato, egli mi ha lasciato qui la sua veste ed è fuggito’. Quando il padrone di Giuseppe udì le parole di sua moglie che gli diceva: ‘Il tuo servo mi ha fatto questo!’ si accese d’ira. Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise nella prigione, nel luogo dove si tenevano chiusi i carcerati del re”. – Gn 39:13-20.

   Questa era una donna viziata e, a quanto pare, viziosa. Come egiziana godeva di molta libertà più di ogni altra donna del tempo, per cui si potrebbe dedurre che fosse felice. Ma questa conclusione si dimostra infondata perché la situazione reale era diversa. Si dice che le circostanze non fanno una persona, ma rivelano che tipo di persona sia. Questa massima calza a pennello alla moglie di Potifar.

   La moglie di Potifar, che a prima vista sembra possedere tutto ciò che una donna potrebbe desiderare, era vuota interiormente, non aveva uno scopo per vivere. Aveva del tempo libero e non sapeva come occuparlo, era sposata a un uomo che si era dedicato completamente al lavoro e che ora “non s’occupava più di nulla, tranne del cibo che mangiava”. Queste circostanze non suonerebbero nuove a molte donne di oggi. La Bibbia non ci dice se lei avesse dei bambini, ma se ce ne fossero stati ci verrebbe da immaginare che probabilmente sarebbero stati affidati alle cure di una governante. Forse era offesa per il fatto che il marito non le dava le attenzioni che avrebbe desiderato. Con una vita vuota si cerca uno scopo, un animo vuoto cerca soddisfazione.

   La moglie di Potifar alla fine mostrò i desideri che erano in lei o, se si preferisce, le sue mancanze. Non riuscendo a capire il carattere interiore di Giuseppe, la sua giustizia e la sua serenità, tutto ciò divenne per lei, unitamente alla bellezza fisica del giovane, motivo di attrazione. Giuseppe la intrigava in diversi modi. Tuttavia, non poteva proprio capire che ciò che aveva di speciale quest’uomo era la sua relazione con Dio. Dal suo comportamento è evidente che lei non aveva compreso il legame fra Giuseppe e il suo Dio; infatti, umiliò se stessa e Giuseppe non una volta sola, ma ripetutamente.

   Cercando il corpo di Giuseppe pensava di trovare non solo soddisfazione nel sesso, ma anche quell’appagamento emozionale che le mancava. Non sapeva che il desiderio che provava era prodotto solo dalla passione e che un eccitamento delle emozioni l’avrebbe lacerata, dato che non sarebbe stato radicato nell’amore e nella sicurezza del matrimonio. Il diventare una sola carne, per recare vera gioia duratura deve essere il risultato dell’amore e della decisione di costruire insieme una vita comune. Senza questi requisiti il sesso è solo passione che consuma, che può perfino degradare l’essere umano.

   Non è giusto sorvolare sui problemi della moglie di Potifar: erano seri. Tuttavia, essi non potevano trovare una soluzione nel sesso. La sensualità usata in questa maniera crea più problemi di quelli che si pensa di risolvere. Davvero, “chi commette un adulterio è privo di senno; chi fa questo vuol rovinare se stesso. Troverà ferite e disonore, la sua vergogna non sarà mai cancellata”. – Pr 6:32,33.

   Respinta da Giuseppe, lei divenne una furia e si vendicò pesantemente di lui. Ma Giuseppe non fu il perdente, lo fu lei. Di lei non sappiamo nient’altro, ma non ci è difficile immaginare che non mostrò pentimento né chiese mai perdono. Lei avrebbe potuto avere la vittoria su se stessa e sui suoi desideri se li avesse riconosciuti in tempo come peccato. Avrebbe potuto riguadagnare il controllo della sua mente e del suo corpo dopo la prima volta che Giuseppe l’aveva respinta. Avrebbe potuto domandare a Giuseppe del suo Dio, del Dio che guidava la sua vita. Avrebbe potuto riempire le sue ore preziose con vero profitto.

   L’ozio, si dice, è padre dei vizi. Questa donna trascurò uno dei doni più preziosi della vita: il tempo che ci è dato. L’ozio diventa così il terreno che nutre pensieri peccaminosi. Solo dopo aver ceduto ai suoi pensieri non buoni, mise in atto il peccato, poiché le azioni sono il frutto dei pensieri. I pensieri cattivi sono sorgente di cattive azioni.

   La tentazione alla quale cedette la moglie di Potifar non è fuori dal comune: milioni di persone, soprattutto donne, sono oggi tentate nella stessa maniera. La moglie di Potifar non seppe capire se stessa e le sue carenze: le subì semplicemente, permettendo alla prospettiva di chissà quale felicità di trasformarsi in peccato. Una donna che tradisce, tradisce prima di tutto se stessa.

   Alla fine, nessuna buona parola può essere detta di lei, se non una parola pietosa, perché ha vissuto senza lasciare alcuna buona impressione dietro di sé.

Moglie di Sem (נְשֵׁי, neshè, “donne”)

“Entrerai nell’arca: tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con te”. – Gn 6:18; cfr. 7:1,7.

   “Noè, Sem, Cam e Iafet, figli di Noè, la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi figli entrarono con loro nell’arca” (Gn 7:13). “Le acque salirono quindici cubiti al di sopra delle vette dei monti; le montagne furono coperte. Perì ogni essere vivente che si moveva sulla terra: uccelli, bestiame, animali selvatici, rettili di ogni sorta striscianti sulla terra e tutti gli uomini. Tutto quello che era sulla terra asciutta e aveva alito di vita nelle sue narici, morì. Tutti gli esseri che erano sulla faccia della terra furono sterminati: dall’uomo fino al bestiame, ai rettili, e agli uccelli del cielo; furono sterminati sulla terra; solo Noè scampò con quelli che erano con lui nell’arca”. – Gn 7:20-23.

   “Dio parlò allora a Noè dicendo: ‘Esci dall’arca tu, tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. Tutti gli animali che sono con te, di ogni specie, volatili, bestiame e tutti i rettili che strisciano sulla terra, falli uscire con te, perché possano disseminarsi sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa’. Noè uscì con i suoi figli, con sua moglie e con le mogli dei suoi figli. Tutti gli animali, tutti i rettili, tutti gli uccelli, tutto quello che si muove sulla terra, secondo le loro famiglie, uscirono dall’arca”. – Gn 8:15-19.

Moglie di un uomo (אִשָּׁה, ishàh, “donna”)

“Un ragazzo però li aveva visti e aveva avvisato Absalom; ma i due partirono di corsa e giunsero a Baurim a casa di un uomo che aveva nel suo cortile una cisterna”. – 2Sam 17:18.

   “I due” sono Gionatan e Aimaas, che segretamente devono passare informazioni al re Davide (v. 17). “Quelli [i due] vi si calarono [nella cisterna]; e la donna di casa prese una coperta, la distese sulla bocca della cisterna e vi sparse su del grano; così nessuno ne seppe nulla. I servi di Absalom vennero in casa di quella donna e chiesero: ‘Dove sono Aimaas e Gionatan?’ La donna rispose loro: ‘Hanno attraversato il ruscello’. Quelli si misero a cercarli; e, non potendoli trovare, tornarono a Gerusalemme. Appena se ne furono andati, i due uscirono dalla cisterna e andarono a informare il re Davide. Gli dissero: ‘Alzatevi e affrettatevi ad attraversare l’acqua; perché ecco qual è il consiglio che Aitofel ha dato a vostro danno”. – 2Sam 17:19-21.

   Qui la moglie di un uomo, “la donna di casa” di cui il testo parla, nascose i due alleati di Davide e sviò i loro inseguitori. Con la sua azione pronta e rapida, questa donna protesse gli uomini di Davide e permise al re stesso di sfuggire un’altra volta al complotto ordito contro di lui.

Moglie di uno dei discepoli dei profeti (אִשָּׁה, ishàh, “donna”)

“Una donna, moglie di uno dei discepoli dei profeti, si rivolse a Eliseo, e disse: ‘Mio marito, tuo servo, è morto; e tu sai che il tuo servo temeva il Signore. Il suo creditore è venuto per prendersi i miei due figli come schiavi’. Eliseo le disse: ‘Che devo fare per te? Dimmi, che cosa hai in casa?’ La donna rispose: ‘La tua serva non ha nulla in casa, tranne un vasetto d’olio’. Allora egli disse: ‘Va’ fuori, chiedi in prestito a tutti i tuoi vicini dei vasi vuoti; e non ne chiedere pochi. Poi torna, chiudi la porta dietro di te e i tuoi figli, e versa dell’olio in tutti quei vasi; e, a mano a mano che saranno pieni, falli mettere da parte. La donna se ne andò e si chiuse in casa con i suoi figli; questi le portavano i vasi, e lei vi versava l’olio. Quando i vasi furono pieni, disse a suo figlio: ‘Portami ancora un vaso’. Egli le rispose: ‘Non ci sono più vasi’. E l’olio si fermò. Allora lei andò e riferì tutto all’uomo di Dio, che le disse: ‘Va’ a vender l’olio, e paga il tuo debito; e di quel che resta sostèntati tu e i tuoi figli’”. – 2Re 4:1-7.

   Il marito di questa donna era stato un servo del Signore durante la sua vita, ma dopo la sua morte la sua famiglia non aveva più un sostentamento. Era un profeta: probabilmente non aveva uno stile di vita stabile con cui potesse guadagnare abbastanza per la sua famiglia. La sua situazione era simile alla situazione delle famiglie di molti missionari dei secoli scorsi. Eliseo alleviò la situazione di quella famiglia.

   Il testo biblico non dice “moglie di uno dei discepoli dei profeti”, come reso da NR, ma “donna dalle [= tra le] mogli dei figli dei profeti”: בְנֵי־הַנְּבִיאִים (benè-haneviìm). “Figli di” indica nella Bibbia una categoria. “Uno dei profumieri” di NR in Nee 3:8 è nella Bibbia “un figlio dei profumieri”, בֶּנ־הָרַקָּחִים (ben-haraqakhìm); gli “ex esiliati” di TNM in Esd 10:7 sono nella Bibbia “figli dell’esilio”, בְּנֵי הַגֹּולָה (benè hagolàh). Non si trattava quindi né di un discepolo né tantomeno di un figlio carnale dei profeti, ma di un membro della classe dei profeti.