La preghiera insegnata da Yeshua

“Gesù era stato in disparte a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare’” (Lc 11:1). I discepoli di Yeshùa dovevano essere molto affascinati e colpiti dalla pratica di preghiera di Yeshùa. Così, uno di loro si spinse a chiedergli di insegnare loro a pregare come lui. Yeshùa rispose, come si legge nei versetti successivi (vv. 2-4), ma più che con le parole, Yeshùa insegnò con i fatti. Vediamo, comunque, alcuni insegnamenti di Yeshùa sulla preghiera.

   Le cose da non fare nella preghiera. Yeshùa ci a insegnato a non fare i parolai, parlando e parlando a vuoto: “Quando pregate, non usate tante parole come fanno i pagani: essi pensano che a furia di parlare Dio finirà per ascoltarli. Non fate come loro, perché Dio, vostro Padre, sa di che cosa avete bisogno, prima ancora che voi glielo chiediate” (Mt 6:7,8 PdS). Non si deve neppure pregare per farsi vedere: “Quando pregate, non fate come gli ipocriti che si mettono a pregare nelle sinagoghe o agli angoli delle piazze per farsi vedere dalla gente. Vi assicuro che questa è l’unica loro ricompensa”. – Mt 6:5 PdS.

  Cose da fare. Yeshùa ci ha insegnato a perdonare prima di accostarci alla preghiera: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate: perché anche Dio vostro Padre che è in cielo perdoni a voi i vostri peccati” (Mr 11:25, PdS). Ci ha insegnato a esser costanti nella preghiera, facendone una pratica regolare: “Bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18:1, PdS). Ci ha insegnato a pregare con fede: “Tutto quel che chiederete nella preghiera, se avrete fede, lo riceverete”. – Mt 21:22, PdS.

“Chiedete e riceverete. Cercate e troverete. Bussate e la porta vi sarà aperta. Perché, chiunque chiede riceve, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto. Chi di voi darebbe una pietra al figlio che gli chiede un pane? Chi gli darebbe un serpente se chiede un pesce? Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, a maggior ragione il Padre vostro che è in cielo darà cose buone a quelli che gliele chiedono!”. – Mt 7:7-11, PdS.

   Nell’insegnarci a pregare, Yeshùa ha tenuto conto della nostra debolezza, riconoscendo che possiamo avere gravi problemi e che questi non vanno evitati – quasi la preghiera fosse una specie di evasione dalla realtà – ma portati davanti a Dio. Neppure si deve rinunciare al nostro impegno personale, quasi dovesse accadere per magia che con la preghiera i problemi svaniscano d’incanto. La parabola dei talenti ci insegna che il sotterramento di una sola dote o risorsa che ci è stata data ci rende responsabili (Mt 25:14-30). Se la preghiera diventa un ripiego per sfuggire ai problemi – sul tipo “proviamo anche con Dio, non si sa mai”, come cantava una canzone -, essa non ha alcun valore.

   “Pregate di non entrare in tentazione” (Lc 22:40). Con questo insegnamento Yeshùa ci ha raccomandato di pregare per difenderci dal male. Ci sono situazioni in cui la nostra sola forza non basta e la nostra buona volontà non è sufficiente.

   Quando fu chiesto a Yeshùa di insegnare a pregare ai discepoli, egli fu pronto a rispondere e disse in modo pratico ciò che dovremmo dire a Dio in preghiera. Si tratta di una preghiera modello che possiamo prendere come schema ovvero come traccia; tale paradigma è il capolavoro di tutte le preghiere.

   “Voi dunque pregate così: ‘Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6:9). Già da questo inizio comprendiamo che la preghiera è un rapporto con Dio. Non si tratta di un’azione anonima. Noi ci rivolgiamo consapevolmente a Dio, il Dio altissimo, l’unico vero Dio. Prima di tutto, “chi si accosta a Dio deve credere che egli è” e, in secondo luogo, “che ricompensa tutti quelli che lo cercano” (Eb 11:6). Il nostro rivolgerci a Dio come Padre ci rammenta non solo la nostra dipendenza filiale da lui, ma ci mette con lui in intimità. Dio è anche Re: “Non c’è nessuno pari a te, Signore; tu sei grande, e grande in potenza è il tuo nome. Chi non ti temerebbe, re delle nazioni?” (Ger 10:6,7). Eppure noi ci rivolgiamo a lui come a un Padre. A tutti coloro che hanno accettato Yeshùa. “a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio” (Gv 1:12). Nella preghiera ci facciamo come bambini che si rivolgono a Dio chiamandolo padre, anzi abà, che era in nome confidenziale aramaico con cui i bambini ebrei si rivolgevano al loro padre, equivalente al nostro “babbo” o “papà”. “Voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»” (Rm 8:15). “Se vostro figlio vi chiede un pesce, voi gli dareste un serpente? Oppure se vi chiede un uovo, voi gli dareste uno scorpione? Dunque, voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli. A maggior ragione il Padre, che è in cielo, darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11:11-13, PdS). Dicendo “Padre” manifestiamo sicurezza, fiducia e abbandono. Possiamo affrontare qualsiasi problema, proprio come fece Yeshùa nel Getsemani, quando “Diceva: ‘Abbà, Padre!’”. – Mr 14:36.

   “Voi dunque pregate così: ‘Padre … sia santificato il tuo nome (Mt 6:9). Ogni preghiera dovrebbe iniziare sempre con la lode. Il nome rappresenta nella Bibbia la persona stessa. Nella nostra lode iniziale preghiamo che Dio sia glorificato, che sia accolto, benedetto, riconosciuto come degno di essere amato.

   “Voi dunque pregate così: ‘Padre … venga il tuo regno (Mt 6:9,10). È la richiesta che Dio abiti nella nostra mente e nel nostro cuore, regnandovi. Ma è anche la richiesta che il suo regno ovvero il suo santo governo venga presto a guidare tutta l’umanità e che si possa attuare così la sua volontà, come espresso subito dopo.

   “Voi dunque pregate così: ‘Padre … sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo (Mt 6:9,10). La santa volontà di Dio è già fatta in cielo, e noi preghiamo che allo stesso modo possa presto essere attuata anche sulla terra. Come Yeshùa, accettiamo la sua volontà e preghiamo: “Non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi”. – Mr 14:36.

   “Voi dunque pregate così: ‘Padre … Dacci oggi il nostro pane quotidiano (Mt 6:9,11). Dopo la lode e la richiesta che tutto avvenga secondo la sua santa volontà, possiamo chiedere per noi quanto ci serve. Chiediamo per oggi, per ciò che serve e ci basta per l’oggi, quotidianamente, “poiché non abbiamo portato nulla nel mondo, e non ne possiamo portare fuori nulla. Quindi, avendo nutrimento e di che coprirci, di queste cose saremo contenti” (1Tm 6:7,8, TNM). “La vostra condotta non sia dominata dall’amore del denaro; siate contenti delle cose che avete; perché Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò»”. – Eb 13:5; cfr. Dt 31:6,8.

   “Voi dunque pregate così: ‘Padre … Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori (Mt 6:9,12). Nel chiedere il suo sostegno non ci dimentichiamo di essere peccatori. Chiediamo allora umilmente a Dio di perdonare i nostri errori che ci fanno essere in debito con lui. “Come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” ci dà la misura con cui Dio ci può perdonare. Se non abbiamo perdonato chi ci ha offeso, non saremo perdonati; se abbiamo perdonato poco o con riserva, avremo lo stesso trattamento. Ecco perché occorre prima aver perdonato per essere perdonati: “Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”. – Mt 6:14,15.

   “Voi dunque pregate così: ‘Padre … Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno (Mt 6:9,13). Salvaci dal pericolo di tradirti, liberaci da ogni cosa che potrebbe allontanarci dal tuo amore, aiutaci e rimanere fedeli. “Nessuno, quand’è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte” (Gc 1:13-15). Dio ha promesso di soccorrerci quando siamo tentati e di darci modo di superare vittoriosamente ogni tentazione: “Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare”. – 1Cor 10:13.

   Nella nostra preghiera, confidando nella sollecitudine e nella bontà paterna di Dio, è un po’ come se dicessimo, per usare un linguaggio moderno e giovanile: “Signore, vedi che sono proprio una frana? Aiutami!”. È quindi nella consapevolezza della nostra indegnità che ci accostiamo a Dio in preghiera. Yeshùa lo illustrò magistralmente con una stupenda parabola:

“Una volta c’erano due uomini: uno era fariseo e l’altro era un agente delle tasse. Un giorno salirono al Tempio per pregare. Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così tra sé: ‘O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini: ladri, imbroglioni, adùlteri. Io sono diverso anche da quell’agente delle tasse. Io digiuno due volte alla settimana e offro al Tempio la decima parte di quello che guadagno’. L’agente delle tasse invece si fermò indietro e non voleva neppure alzare lo sguardo al cielo. Anzi si batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me che sono un povero peccatore!’.  Vi assicuro che l’agente delle tasse tornò a casa perdonato; l’altro invece no. Perché, chi si esalta sarà abbassato; chi invece si abbassa sarà innalzato’”. – Lc 18:10-14, PdS.

   Per così dire, Dio ha dei punti deboli, come un padre buono e tenero. I suoi punti deboli sono tre.

   Quando Dio vede la nostra schiettezza e il nostro candore nel riconoscerci colpevoli e vergognosi, è mosso a profonda tenerezza, come commosso dalla nostra umiltà. L’agente delle tasse della parabola non fa solenni voti o promesse; non chiede neppure perdono, non osa neppure alzare lo sguardo al cielo e chiede pietà riconoscendosi indegno. E Yeshùa commenta: “Vi assicuro che l’agente delle tasse tornò a casa perdonato”.

  Il secondo punto debole di Dio è la nostra fede. Se siamo capaci di lanciare a Dio un grido di vera fede, la nostra fede fa miracoli: “Ogni cosa è possibile per chi crede” (Mr 9:23), “Chi dirà a questo monte: ‘Togliti di là e gettati nel mare’, se non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto. Perciò vi dico: tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute, e voi le otterrete” (Mr 11:23.24). Parrebbe quasi che la nostra fede possa essere onnipotente. In verità, è Dio che mette la sua onnipotenza a disposizione della nostra fede.

  Il terzo punto debole di Dio è nostra umiltà. Il nostro sprofondarci in un gesto di profonda umiltà commuove Dio perché ci ama e vede in noi un barlume di se stesso. Dio stesso è umile. Il salmista cantava a Dio: “La tua propria umiltà mi farà grande” (Sl 18:35, TNM). Forse è per timore di attribuire a Dio la qualità dell’umiltà che NR traduce con “bontà” e ND con “benignità”, eppure il testo biblico ha proprio עַנְוָה (anevàh), “umiltà” (nel Testo Masoretico è al v. 36). Non si confonda la modestia con l’umiltà. La modestia è la consapevolezza dei propri limiti, ma Dio non ha limiti e quindi la modestia non può in alcun modo riguardarlo. Dio però è umile, ed essere umili non significa affatto essere inferiori o sottomessi a qualcuno. “Chi è come il Signore, nostro Dio, in cielo e sulla terra? In alto ha il suo trono ma si china a guardare quaggiù” (Sl 113:5,6, PdS). Essendo umile lui stesso, per Dio l’umiltà è di grande valore. Benché egli non ci debba proprio nulla, nella sua bontà è pronto a mostrarci misericordia. Quando mostriamo di non confidare in noi stessi e facciamo affidamento su di lui, Dio si intenerisce verso di noi, “anzi, egli ci accorda una grazia maggiore; perciò la Scrittura dice: «Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili»”. – Gc 4:6; cfr. 1Pt 5:5.

   Il Sl 102 è un grande canto di affidamento a Dio:

“Preghiera di un povero che è stanco e sfoga davanti a Dio la sua angoscia.
Signore, ascolta la mia preghiera,
il mio grido giunga fino a te.
Non nascondermi il tuo volto,
quando mi colpisce la sventura.
Non chiudere il tuo orecchio;
quando t’invoco, fa’ presto: rispondimi!

”. – Sl 102:1-5, PdS.

   E il Sl 103 canta:

“Il Signore è bontà e misericordia;
è paziente, costante nell’amore.
Non rimane per sempre in lite con noi,
non conserva a lungo il suo rancore.
Non ci ha trattati secondo i nostri errori,
non ci ha ripagati secondo le nostre colpe.

Come il cielo è alto sulla terra,
grande è il suo amore per chi gli è fedele.
Come è lontano l’oriente dall’occidente,
egli allontana da noi le nostre colpe.
Come è buono un padre con i figli,
è tenero il Signore con i suoi fedeli.
Egli sa come siamo fatti,
non dimentica che noi siamo polvere”. – Sl 103:8-14, PdS.