Le scuole di ermeneutica biblica

Le varie chiese, riconoscendo l’importanza di seguire specifici princìpi per l’interpretazione della Bibbia, hanno espresso in epoche diverse scuole di pensiero che hanno elaborato metodologie diverse, basate su un’ottica ora realista, ora idealista, ora naturalista, ora pragmatista.

   La scuola letterale, storica, grammaticale. Questa scuola di pensiero appartiene al realismo. L’approccio al testo sacro è fatto sostenendo che esso vada considerato nel suo senso chiaro e comprensibile ogni volta che il testo stesso non dia indicazioni chiare che si tratti di linguaggio simbolico. Per esempio, quando in Lc 16:22 Yeshùa dice che “il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo”, l’introduzione del v. 19 (“C’era un uomo . . .”) e il contesto stesso mostrano che stava usando un’illustrazione inventata al momento; sarebbe sciocco qui interpretare alla lettera come se fosse un fatto storico; similmente, interpretare letteralmente che tale personaggio fittizio “fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo”, significherebbe non comprendere che questa è un’espressione ebraica per descrivere il favore divino verso quel povero della finzione scenica. Viceversa, non possiamo prendere in senso simbolico la scelta degli apostoli fatta da Yeshùa: erano uomini in carne e ossa, con un nome e una loro vita.

   Gli stessi scrittori delle Scritture Greche, citando dalle Scritture Ebraiche, prendono il testo a volte in modo letterale e a volte simbolico. Quando Paolo, in 1Cor 10:4, dice che gli ebrei nel deserto “bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo”, è ovvio che quella roccia non era letteralmente il messia: Paolo la chiama infatti “spirituale” parlando di bere in senso spirituale. Ma è letterale che quegli ebrei bevvero davvero da una roccia, perché “Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il suo bastone due volte, e ne uscì acqua in abbondanza; e la comunità e il suo bestiame bevvero”. – Nm 20:11.

   La scuola allegorica, simbolica. Questa scuola di pensiero appartiene all’idealismo. Essa cerca nel testo biblico un significato simbolico più profondo, scavando sotto la superficie della narrazione per scoprirvi un significato spiritualizzato che sarebbe quello vero. Quando nei primi secoli dominava la filosofia platonica, due cosiddetti padri della chiesa, Origène e Clemente Alessandrino, si distinsero asserendo che la Bibbia andava intesa non in modo letterale ma simbolico. Per fare un esempio, quando in Gn 14:18 è detto che “Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino” ad Abraamo, questa scuola vi vide una prefigurazione dell’eucaristia. Questo metodo interpretativo, però, fu respinto dai protestanti della Riforma del 16° secolo; Martin Lutero lo definì un flagello; Calvino lo considerò satanico. Che dire? L’applicazione sistematica di questo metodo pare davvero fuori luogo. Applicato all’Apocalisse, però, il metodo va adottato.

   La scuola critica. Questa scuola appartiene al naturalismo. Essa considera la Bibbia come un qualsiasi altro libro ovvero come un’opera letteraria. Vi applica quindi le metodologie critiche scientifiche che sole, secondo questa scuola, sarebbero la garanzia di una valutazione oggettiva, irreprensibile e realistica del testo. Sebbene ammantata di modernismo, non è detto che questa idea sia necessariamente più progredita e migliore. Segna anzi un regresso a una fase che i tessalonicesi avevano già superato, perché essi accettarono la Sacra Scrittura “non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio” (1Ts 2:13). Nonostante la pretesa di essere obiettiva, questa scuola è di fatto miope perché pone la ragione come autorità ultima per l’interpretazione del testo biblico. La Bibbia contiene “la sapienza di Dio misteriosa e nascosta”, “le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo” (1Cor 2:7,9). L’ispirazione della Bibbia è da questa scuola ritenuta fallibile perché espressione solo del tempo, il soprannaturale è spiegato solo con fenomeni naturali. Siamo quindi al relativismo. Il metodo critico si esprime con:

·         La critica delle forme, che cerca di comprendere il contesto originale in cui un determinato testo è nato: l’ambiente in cui il testo s’è formato sarebbe la chiave per comprenderlo. Si parla allora di generi letterari. Famoso esponente di questo metodo è R. Bultmann, che sostiene che il testo biblico sia modellato dall’ambiente culturale; così, ad esempio, i Salmi sono considerati testi che avrebbero come modello le composizioni usate nel mondo antico e i Vangeli riporterebbero solo miti creati dalle prime comunità dei discepoli sulla base della corrente sociale e culturale dell’epoca. La Bibbia è così ridotta a una testimonianza non storica ma semplicemente basata sulle credenze del tempo.

·         La critica delle fonti, che è il tentativo di trovare le diverse fonti da cui si suppone che il testo sia stato composto. Tipico esempio di ciò è la rilettura di testi come Gn e Es come se fossero un accostamento di testi d’autori diversi, ciascuno con la sua propria teologia. Tali presunti autori diversi sono stati classificati con le sigle J (jahvista), E (elohista), D (deuteronomista), P (sacerdotale) RP (redazione sacerdotale), RJE (redazione mista), RD (redazione deuteronomista). Diamo un esempio pratico tratto da Es 7:20-22, in cui i caratteri diversi indicano le presunte fonti (RP, E, J, P): “Mosè e Aaronne fecero come il Signore aveva ordinato. Ed egli alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Fiume sotto gli occhi del faraone e sotto gli occhi dei suoi servitori; e tutte le acque che erano nel Fiume furono cambiate in sangue. I pesci che erano nel Fiume morirono e il Fiume fu inquinato, tanto che gli Egiziani non potevano più bere l’acqua del Fiume. Vi fu sangue in tutto il paese d’Egitto. Ma i maghi d’Egitto fecero la stessa cosa con le loro arti occulte, e il cuore del faraone si indurì: egli non diede ascolto a Mosè e ad Aaronne, come il Signore aveva predetto”. Questa presunta individuazione sembra davvero troppo esagerata. Si veda com’è portata all’estremo in Es 3:14: “Io sono mi ha mandato a voi” (RJE, RD), in cui nella stessa frase vengono addirittura distinte le parole. – Cfr. G. Auzou, Dalla servitù al servizio, Il libro dell’Esoso, EDB, Bologna, pagg. 39, 44.

·         Critica della redazione, che è il tentativo di ricostruire non solo le diverse fonti da cui si suppone che un testo biblico abbia avuto origine, ma anche quali possano essere stati i redattori che hanno compilato ed elaborato quel testo. Questo metodo studia i motivi degli autori ovvero perché hanno scritto e perché avrebbero cambiato il materiale introducendovi il loro messaggio. La critica della redazione cerca di chiarire quale sia il contributo personale di ogni scrittore biblico e i suoi orientamenti teologici. L’analisi pretende si trovare supposte tappe redazionali attraverso cui un testo biblico sarebbe passato.

·         Lo strutturalismo (semiotica) che afferma che sia la cultura a dare significato alle convenzioni letterarie. Il sistema culturale ovvero la struttura in cui testo sorge sarebbe quello che determina i significati. Per esempio, mettere la mano sotto la coscia di qualcuno è il gesto con cui si dava valore a un giuramento (Gn 24:2,3), ma questo gesto potrebbe non avere valore o perfino essere frainteso in un’altra cultura. Mentre lo strutturalismo può essere davvero utile, se portato all’estremo s’invalida da solo. Il racconto del Diluvio, ad esempio, è visto con lo strutturalismo semplicemente rispondente a un modello di racconto mitico presente in altri contesti culturali. La ragione diventa allora cieca, univoca e non prende in considerazione che le altre culture possano aver tramandato anche con loro miti ciò che fu un evento storico di cui avevano memoria comune.

·         Critica della risposta del lettore (cosiddetta “Scuola di Costanza”) con cui si arriva a considerare come il lettore del testo biblico sia lui stesso un creatore di significati. Le sue norme e le sue aspettative possono essere proiettate sul testo, che viene allora letto secondo regole che lui pensa siano senza errori e secondo attese che sono solo sue o del gruppo cui appartiene. Il lettore, con una sua iniziativa, colma i vuoti del testo creandone uno che interpreta o crede d’interpretare. Purtroppo, questa caratteristica è fonte di colossali errori. Un esempio pratico lo troviamo nell’interpretazione fatta dal gruppo dirigente americano dei Testimoni di Geova circa Gle 2, che descrive una piaga d’insetti. Ecco l’interpretazione: “Per logica [regole auto-stabilite], c’era da aspettarsi [aspettative proprie] che la profezia di Gioele avesse un ultimo adempimento nel tempo della fine. E così è stato! All’assemblea tenuta dagli Studenti Biblici a Cedar Point (Ohio, USA) dal 1° all’8 settembre 1919 . . .”. – Rivelazione: Il suo grandioso culmine è vicino!, cap. 22, § 5, pag. 143.

   Il decostruzionismo arriva ad affermare che non si possa mai veramente conoscere il significato oggettivo di un testo perché questo significherebbe molte cose differenti. Questa posizione è molto radicale e considera l’autore irrilevante, lasciando tutto il significato del testo biblico nelle mani del solo lettore. Tanti lettori, altrettanti significati. A questo punto – facciamo osservare – perché mai leggere la Bibbia? Non converrebbe scriversene una per conto proprio?

   La scuola devozionale. Questa scuola di pensiero appartiene al pragmatismo. L’approccio al testo biblico non è qui per cercarvi verità eterne ma per cercarvi verità personali che vadano bene per se stessi. L’enfasi è posta sull’applicazione e non sul significato vero del testo e sullo scopo per cui l’autore sacro ha dato il suo messaggio ispirato. Questo metodo è usato soprattutto nella mistica, usando la Bibbia per un’esperienza ascetica, per la devozione e per la preghiera. In questo pensiero la Scrittura non è considerata come oggetto di studio e come fonte di teologia dogmatica.

   La scuola esistenzialista. Questa scuola di pensiero s’avvicina al testo biblico per trarne una guida nella scelta esistenziale al fine d’avere una vita autentica. In verità, gli esistenzialisti impongono al testo biblico solo il proprio significato, che è soggettivo.