Il primo Comandamento

1 – “Io sono il Signore, il tuo Dio . . . Non avere altri dèi oltre a me”. – Es 20:2,3.

 

Questa solenne dichiarazione dirige tutta la fede verso Dio. “Io sono il Signore, il tuo Dio”: c’è qui tutta la realtà vera che dà significato all’universo intero, alla nostra vita, a noi stessi. Questa dichiarazione, così semplice eppure così grandiosa e maestosa, dovrebbe suscitare timore, un timore reverenziale. Siamo al cospetto di Dio, l’Unico e Vero Dio. Dio si rivela nella sua Legge: “Io sono il Signore”. E aggiunge: “Il tuo Dio”. Il cuore si colma.

   E trema di santo timore.

“Tutti gli Israeliti sentivano i tuoni e il suono del corno e vedevano i lampi e il monte fumante. Allora furono presi da paura e si tennero lontani. Dissero a Mosè:

   – Se sei tu a parlarci, potremo ascoltare; ma se Dio stesso ci parla, noi moriamo!

   Mosè rispose al popolo:

   – Non abbiate paura: Dio è venuto per mettervi alla prova, e perché riconosciate la sua autorità: così non commetterete peccati.

   Gli Israeliti si tennero lontani, mentre Mosè si avvicinò alla nube oscura dentro la quale Dio era presente”. – Es 20:18-21, PdS.

   La maestà e la santità di Dio sono strettamente collegate alla sua Legge, e la nostra ubbidienza alla sua Legge è il modo che abbiamo per riconoscere la sua sovranità: “Io sono il Signore vostro Dio; io vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto. Osservate dunque tutte le mie leggi e tutte le mie prescrizioni e mettetele in pratica. Io sono il Signore”. – Lv 19:36,37.

   Dio, già rivelandosi ad Abraamo, il capostipite del popolo ebraico, aveva dichiarato la sua onnipotenza e gli aveva ordinato di camminare alla sua presenza e di mantenersi integro: “Il Signore gli apparve e gli disse: ‘Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro”. – Gn 17:1.

Il Primo Comandamento e lo Shemà Israèl

   “Ascolta, Israele [שְׁמַע יִשְׂרָאֵל  (shemà Israèl)]: Il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore. Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore” (Dt 6:4-6). Dio è il nostro re; noi siamo legati alla sua Legge. Non possiamo fare ciò che sembra giusto ai noi: “Non farete come facciamo oggi qui, dove ognuno fa tutto quello che gli pare bene”. – Dt 12:8.

   Le religioni creano le loro teologie, decidendo come Dio debba comportarsi riguardo alla sua Legge, decretando perfino nei loro credi che la santa Legge di Dio sarebbe stata abolita. Dio però è risoluto e non muta mai: “Io, il Signore, non cambio” (Mal 3:6). La Legge di Dio è ora impressa nella mente dei veri credenti, è nel cuore e nell’anima, legata come filatteri tra i nostri occhi e sulle nostre mani: “Vi metterete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e ve le metterete sulla fronte in mezzo agli occhi” (Dt 11:18). È attraverso lo studio costante, la meditazione e la preghiera che ci manteniamo legati alla Legge di Dio.

   Solo chi parla senza riflettere crede che la libertà consista nel poter fare ciò che si vuole. L’essere umano non è libero di volare come gli uccelli, non è libero di stare sott’acqua come i pesci, non è libero di rimanere in vita senza bere e mangiare, non è libero di vivere ventiquattro ore al giorno senza dormire. L’essere umano non è neppure in grado di guardarsi la schiena da solo. La natura che Dio ha dato all’essere umano pone dei limiti, e si è liberi solo all’interno di quei limiti. La “libertà” tentata al di fuori dei limiti che ci sono imposti per natura può equivalere alla morte. Chi pretende di rimanere sott’acqua come i pesci, annega. Chi pretende di volare e si lancia da un precipizio, si sfracella al suolo. Se tutto ciò accade nel mondo fisico, perché mai non dovrebbe valere in ambito spirituale? I disubbidienti hanno l’impressione che per ciò che concerne la moralità e la spiritualità, non valga la legge di causa ed effetto. Ma è solo un’impressione. Siccome gli effetti per la disubbidienza alla Legge di Dio sembrano non arrivare, il trasgressore ne deduce che non arriveranno mai. All’inizio della storia umana, l’unico comandamento che fu dato, era: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” (Gn 2:17). La prima coppia disubbidì, eppure non morì quello stesso giorno. “Per il Signore un giorno è come mille anni” (2Pt 3:8); entro quel millennio morirono. “Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini”. – Rm 5:12.

   Dio è paziente, ma non tollererà per sempre chi disubbidisce alla sua Legge. “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento” (2Pt 3:9). Promessa ed esclusione dalla promessa vanno di pari passo. “Disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio. Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere”. – Rm 2:4-6.

   La legge di Dio, con i suoi “devi” e “non devi”, sembra quanto di più lontano possa esserci dal concetto di libertà. Le prescrizioni sembrano limitarci, costringerci, perfino opprimerci. Eppure, la legge è considerata, in tutto il mondo, la migliore garanzia di libertà. Giacomo, oltre che “legge perfetta”, definisce la Legge di Dio come “la legge della libertà”. – Gc 1:25.

   In quanto ai limiti, questi non devono essere visti semplicemente come limiti: sono soprattutto guida e protezione. Ai bambini piccoli, i divieti dei genitori appaiono spesso come ingiusti e prevaricatori; è solo crescendo che ne comprendono la necessità. I cosiddetti guard rail, le barriere di contenimento, non sono davvero una sbarramento alla libertà di circolazione ma sono un dispositivo per la sicurezza degli automobilisti, barriere di ritenuta passiva idonea a contenere i veicoli all’interno della carreggiata con lo scopo di migliorare la sicurezza riducendo gli effetti degli incidenti dovuti a sbandamento.

   La Legge che Dio ci ha dato non ha lo scopo di limitare la nostra libertà. Anzi, la onora. La libertà è strettamente legata alla Legge di Dio, tanto che nel primo Comandamento Dio non solo si proclama Signore e nostro Dio, ma ricorda che ha donato la libertà: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù” (Es 20:2). È significativo che ciò venga detto all’inizio del Decalogo.

   Dio chiama a libertà. L’antico popolo d’Israele ebbe da Dio la libertà e nello stesso tempo la sua Legge. Senza la libertà, non sarebbe stato un popolo; senza la Legge non sarebbe stato il popolo di Dio. Oggi come allora, Dio chiama quelli che sono suoi alla libertà. Libertinismo e libertinaggio appartengono alle persone schiave dei loro capricci. “Voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne”. – Gal 5:13.

   Paolo era una persona veramente libera. Sfidando, egli domanda: “Perché sarebbe giudicata la mia libertà dalla coscienza altrui?” (1Cor 10:29). “Dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà” (2Cor 3:17). Egli chiama “intrusi, falsi fratelli” coloro che s’infiltrano di nascosto “per spiare la libertà che abbiamo” (Gal 2:4). Eppure, lui, l’uomo libero e fiero della propria libertà, si definisce “servo [δοῦλος (dùlos), “schiavo”] di Cristo Gesù” (Rm 1:1). Come può egli affermare che “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi” (Gal 5:1) e poi dire di essere schiavo di Yeshùa? La risposta la dà lui stesso: “L’amore di Cristo ci costringe”. – 2Cor 5:14.

   Il primo Comandamento proclama che Dio è il Signore e ci rammenta che egli ha donato la libertà. Poi comanda: “Non avere altri dèi oltre a me” (Es 20:3). Dio, che ha appena donato la libertà, se la sta forse riprendendo chiedendoci di essere sottomessi a lui? In verità, Dio ci sta chiedendo di fidarci di lui, il Signore, che è anche nostro Dio. “Non avere altri dèi” implica anche che non facciamo di noi stessi degli dèi. Siamo creature, non dèi.

   È possibile essere atei nel senso letterale della parola ovvero essere “senza Dio”? Sì e no. Sì, perché possiamo rifiutare Dio e la sua Legge; no, perché se rifiutiamo Dio, scegliamo, volenti o nolenti, altri dèi. Se l’essere umano si erge a unico giudice di se stesso e rifiuta ogni dipendenza da chiunque, fa di se stesso un dio. Se dipende dagli altri, per denaro o per amore o per altro, fa di tutto ciò, in certo qual modo, degli idoli. È impossibile non dipendere da qualcuno. Una scelta va fatta.

“Dedicatevi sinceramente al Signore e servitelo fedelmente. Togliete di mezzo a voi gli idoli che i vostri antenati hanno adorato in Mesopotamia e in Egitto. Servite soltanto il Signore. Se invece non volete servire il Signore, decidete oggi chi volete servire: o gli dèi che adoravano i vostri antenati al di là dell’Eufrate o gli dèi degli Amorrei in mezzo ai quali vivete. Io e la mia famiglia abbiamo deciso: serviremo il Signore!”. – Gs 24:14,15, PdS.

“Fate attenzione, oggi vi propongo la scelta tra vita e felicità da una parte, morte e sventura dall’altra. Per questo oggi vi ordino di amare il Signore, vostro Dio, di seguire la sua strada e di osservare i suoi ordini, le sue leggi e le sue norme. Così vivrete . . . Ma se allontanerete il vostro cuore da lui e gli disubbidirete, se cederete alla tentazione di inginocchiarvi davanti ad altri dèi e di rendere loro culto, già da oggi vi dichiaro che farete una brutta fine . . . Oggi il cielo e la terra mi sono testimoni: vi propongo la scelta tra vita e morte, tra benedizione e maledizione: scegliete dunque la vita, così voi e i vostri discendenti potrete vivere! Questo sarà possibile se amerete il Signore, vostro Dio, se gli darete ascolto e gli rimarrete fedeli. Solo lui, infatti, vi dà la vita”. – Dt 30:15-20, PdS.

   Molte cose possono prendere il posto di Dio e diventare per noi dèi, idoli. Non si tratta più di Baal, di Zeus o di Diana; costoro non hanno più seguaci. Oggi ci sono altri dèi, idoli sotto le mentite spoglie del denaro, del piacere sfrenato, del successo, del gioco, del sesso, dell’alcol, della droga, della religione, di mille altre attrattive. Un vero e proprio pantheon, che è il tempio di tutti gli dèi.

   Il passo è breve. In fondo, i vizi hanno alla base qualcosa che era buono e che è degenerato in perversione. La Bibbia non condanna il denaro, ma l’amore per il denaro (1Tm 6:10); non condanna il piacere, anzi (Ec 2:24), ma il piacere incontrollato. – 2tm 3:4.

   La Legge di Dio garantisce la vera libertà. “Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8:31,32). La Legge di Dio ci dona la verità su tutto: su di noi, sugli altri, sul peccato, sul volere di Dio. Sta a ciascuno scegliere chi sarà il suo dio. Il Dio vero, l’unico, raccomanda: “Non avere altri dèi oltre a me”. – Es 20:3.

La vera realizzazione di sé

   Comunemente, quella di Lc 15:11-32, è nota come la parabola del figliol prodigo. In verità, è la parabola della libertà.

“’Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse a suo padre: ‘Padre, dammi la mia parte d’eredità’. Allora il padre divise il patrimonio tra i due figli. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane vendette tutti i suoi beni e con i soldi ricavati se ne andò in un paese lontano. Là, si abbandonò a una vita disordinata e così spese tutti i suoi soldi. Ci fu poi in quella regione una grande carestia, e quel giovane non avendo più nulla si trovò in grave difficoltà. Andò da uno degli abitanti di quel paese e si mise alle sue dipendenze. Costui lo mandò nei campi a fare il guardiano dei maiali. Era talmente affamato che avrebbe voluto sfamarsi con le ghiande che si davano ai maiali, ma nessuno gliene dava.

   Allora si mise a riflettere sulla sua condizione e disse: ‘Tutti i dipendenti di mio padre hanno cibo in abbondanza. Io, invece, sto qui a morire di fame. Ritornerò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato contro Dio e contro di te. Non sono più degno di essere considerato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi dipendenti’.

   Si mise subito in cammino e ritornò da suo padre. Era ancora lontano dalla casa paterna, quando suo padre lo vide e, commosso, gli corse incontro. Lo abbracciò e lo baciò. Ma il figlio gli disse: ‘Padre, ho peccato contro Dio e contro di te. Non sono più degno di essere considerato tuo figlio’. Ma il padre ordinò subito ai suoi servi: ‘Presto, andate a prendere il vestito più bello e fateglielo indossare. Mettetegli l’anello al dito e dategli un paio di sandali. Poi prendete il vitello, quello che abbiamo ingrassato, e ammazzatelo. Dobbiamo festeggiare con un banchetto il suo ritorno, perché questo mio figlio era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l’ho ritrovato’. E cominciarono a far festa.

   Il figlio maggiore, intanto, si trovava nei campi. Al suo ritorno, quando fu vicino alla casa, sentì un suono di musiche e di danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa stava succedendo. Il servo gli rispose: ‘È ritornato tuo fratello, e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello, quello che abbiamo ingrassato, perché ha potuto riavere suo figlio sano e salvo’. Allora il fratello maggiore si sentì offeso e non voleva neppure entrare in casa. Suo padre usci e cercò di convincerlo a entrare.
Ma il figlio maggiore gli disse: ‘Da tanti anni io lavoro con te e non ho mai disubbidito a un tuo comando. Eppure tu non mi hai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici. Adesso, invece, torna a casa questo tuo figlio che ha sprecato i tuoi beni con le prostitute, e per lui tu fai ammazzare il vitello grasso’.

   Il padre gli rispose: ‘Figlio mio, tu stai sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo. Non potevo non essere contento e non far festa, perché questo tuo fratello era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l’ho ritrovato’”. – PdS.

   Qui si parla di una persona che finisce col sentirsi oppressa dalla vita che vive nella ristretta cerchia domestica. Se ci caliamo in questa parabola, che è una delle più belle di Yeshùa, la casa in cui questa persona insoddisfatta vive diviene luogo anche del proprio animo e della propria condizione interiore. È nella proprietà domestica che si svolge tutta la vita del giovane che non si accontenta. La casa è il recinto dentro di cui si concreta la limitazione. I limiti hanno sempre due facce. Dentro racchiudono lo spazio e precludono una libertà diversa; fuori, al di là, altri spazi da esplorare e altre libertà. Il giovane decide di varcare i limiti. Con un’espressione moderna, noi diremmo: decide di realizzare se stesso.

   Così, determina di prendere la vita nelle sue mani; vuol tentare l’avventura negli spazi aperti di una più ampia libertà. Chiede al padre di anticipargli la sua parte di eredità. La nuova situazione è piacevole: è inebriante il nuovo senso di libertà. Anche se, a ben pensarci, è illusoria. La sua nuova vita accade, infatti, grazie al denaro del genitore. Il padre ama il figlio come figlio, non desidera averlo come un servitore. Ecco perché lo lascia andare.

   Scopriremo poi, ma già s’intuisce, che quel padre rappresenta Dio; e che quel figlio desideroso di libertà, è ciascuno di noi. Dio non ci obbliga. Se vogliamo andarcene lontano da lui, Dio non ritira ciò che da un certo punto di vista ci spetta. Lui che “fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5:45) non ci priverà della vita e delle opportunità che vogliamo cogliere a modo nostro, si trattasse anche di scelte scellerate. Così, ci concede i suoi beni, come il genitore della parabola che concede l’eredità.

   Il giovane se va da quella casa che vedeva ormai come una pigione. Anche qui, a ben pensarci, non si trattava di una prigione. Il fatto stesso che poté uscirne dalla porta, provvisto anche di molto denaro, dimostra che prigione non era. Ora è libero. “Si abbandonò a una vita disordinata”. E allora? Non è forse questo il senso della libertà, con cui uno fa quello che vuole? Ora ha nuovi amici, che gli riempiono la vita. Sono così interessanti … e interessati. Gli mangiano tutto quel che ha. Alla fine, della sua strana libertà è divenuto schiavo. Fino al punto che sta per morire di fame e deve contendere le ghiande ai maiali.

   È a questo punto che si ricorda della casa paterna. “Allora si mise a riflettere sulla sua condizione e disse: ‘Tutti i dipendenti di mio padre hanno cibo in abbondanza. Io, invece, sto qui a morire di fame’”. I dipendenti, i servi di suo padre! Loro sì che stanno bene. Potesse esserlo lui pure un servo di suo padre! Lui che ne era e ne è figlio.

   Tornato in sé, ora non desidera altro che tornare a casa, dal padre, fosse anche per essere trattato come l’ultimo dei servi. Scoprirà che nella casa paterna lui può essere trattato solo come un figlio amato e onorato. Ciò che gli era sembrata libertà fuori dalla casa del padre, si era mostrata una schiavitù. La vera libertà l’aveva in quella che gli era sembrata una prigione.

   La nostra vera libertà e la piena realizzazione di noi stessi è nella casa del Padre. Qui siamo amati e onorati come figli. Qui condividiamo il suo progetto di vita, godendo del suo amore.

   “Voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: ‘Abbà! Padre!’” (Rm 8:15). “Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Gal 4:7). “Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell’ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta” (1Pt 1:14,15). Che cosa significa essere santi? C’è solo una definizione che conta, quella che Dio dà nella Bibbia: “Santi, quelli che osservano i comandamenti di Dio”. – Ap 14:12, TNM.