I discepoli di Yeshùa e il sabato

Yeshùa, parlando con gli apostoli – dopo la sua risurrezione – di tutto ciò che lo riguardava, non fece alcun accenno all’abolizione del sabato o al cambiamento del giorno di riposo. – Lc 24:44-48.

   I Vangeli furono scritti dal 50-55 della nostra èra fin verso la fine del primo secolo e non presentano proprio alcun nuovo insegnamento riguardo al quarto Comandamento. Nel primo concilio gerosolimitano gli apostoli pervennero alla decisione (sotto la guida dello spirito santo) di non ritenere più vincolante la circoncisione (At 15:6-29). Quale migliore occasione di menzionare anche l’osservanza sabatica se questa fosse stata abolita? Dalla Bibbia s’impara non sono da quello che dice, ma anche da ciò che non dice.

   Onestamente, il cattolico A. Villien riconosce: “Gli apostoli non hanno emesso un decreto per rimpiazzare l’osservanza del sabato con quella della domenica; noi sappiamo al contrario che essi hanno continuato a frequentare il tempio e la sinagoga il giorno di sabato”. – Dictionaire Apologetique de la foi catholique, Beauchesne, Paris, 1914, “Dimache”, colonna 1088, citato da Paul Nouan, pag. 104; cfr. A. Villien, Historique des commandements de l’Église, in Revue du clergé français, 41 (1905) 563-584; 42 (1906) 309-336.

Il sabato fu rispettato dalla comunità dei discepoli di Yeshùa anche dopo la sua morte?

   La comunità delle origini (la chiesa dei discepoli di Yeshùa) fu composta, inizialmente, di soli ebrei. In seguito si aggiunsero a loro dei gentili (in questo modo erano chiamati i non ebrei) convertiti, costituendo così l’”Israele di Dio (Gal 6:16; cfr. Rm 2:28,29;9:6). È interessante notare come sia gli ebrei che avevano accettato il messia sia i gentili divenuti credenti si comportarono di fronte al quarto Comandamento.

   Parlando degli ebrei che avevano accettato Yeshùa, è però necessario chiarire prima un aspetto molto importante per correggere un errore comunemente accettato. Ci riferiamo all’abitudine comune di parlare di “conversione degli ebrei al Cristianesimo”. Per confutare quest’assurda idea tutta “cristiana” prenderemo in considerazione quello che viene ritenuto il più grande esempio della cosiddetta conversione (quasi proverbiale) dal giudaismo al cosiddetto Cristianesimo: Paolo.

   Paolo adorava il Dio Uno e Unico, il Dio degli ebrei. A quale altro Dio avrebbe mai potuto convertirsi se, accettando Yeshùa come messia, il Dio dell’ebreo Yeshùa era quello stesso Dio che Paolo già adorava? Analizzando il racconto dell’esperienza di Paolo sulla “strada per Damasco” scopriamo che egli ricevette una chiamata. Non ci fu proprio nessuna conversione, ma solo la sua accettazione di Yeshùa quale messia. Ci fu continuità. Il termine conversione (greco επιστροφη, epistrofè) compare una sola volta in tutto il cosiddetto Nuovo Testamento, e precisamente in At 15:3, dove lo stesso Paolo, proprio nel senso rabbinico del termine, racconta la conversione dei pagani al Dio d’Israele, esattamente come solevano fare anche i profeti. Paolo non si convertì mai. Sono due queste parole: “Ti confesso questo, che adoro il Dio dei miei padri, secondo la Via che essi chiamano setta, credendo in tutte le cose che sono scritte nella legge e nei profeti” (At 24:14). Paolo continuò ad adorare il Dio d’Israele, ma secondo la “Via”, quella di Yeshùa che pure era giudeo osservante.

   Com’è accaduto allora che si sia parlato di conversione di Paolo? È accaduto che la religione cristiana (non la fede biblica dell’Israele di Dio), sorta anni e anni dopo Paolo, ha voluto rileggere gli avvenimenti biblici dal proprio punto di vista: quello di una religione (ormai intrisa di paganesimo) staccata dall’insegnamento dell’ebreo Yeshùa. È ciò che è avvenuto e avviene tuttora con la rilettura a proprio modo della Scrittura, per cercarvi sostegni a dottrine che bibliche non sono mai state.

   Il caso di Paolo – di come egli sia trattato dai cosiddetti cristiani – è rappresentativo. Si è addirittura cercato di attribuirgli un cambio di nome, sostenendo che prima della presunta “conversione” si chiamasse Saulo e, dopo, Paolo. Ma gli Atti degli apostoli considerano la cosa ben diversamente. Va soprattutto notato che Yeshùa non si rivolge mai al suo nuovo discepolo con un nome diverso dal suo nome di nascita, Shaùl (ebraico לואש, italianizzato in Saulo). E tantomeno lo chiamano con un altro nome gli ebrei di Damasco da lui visitati. Da dove viene dunque il nome Paolo? Ogni ebreo poteva avere allora (ma accade anche oggi), senza nessuna conseguenza per la sua fede, un altro nome che veniva usato nella società secolarizzata. Paolo, non dimentichiamolo, aveva anche la cittadinanza romana (At 22:27,28). E quando incontriamo il nome non ebreo di Paolo? In realtà, molto tardi, e precisamente in occasione del suo viaggio a Cipro. In At 13:9 leggiamo: “Saulo, che è anche Paolo”. Da notare: “Che è anche”. Da quel momento in poi gli Atti lo chiameranno sempre e solo Paolo. Perché? Perché lì a Cipro avvenne il suo primo incontro con dei funzionari romani, e da quel momento tutto è orientato al suo obiettivo di raggiungere Roma. – At 9:5;25:11,12,21.

   Quegli ebrei, dunque, che divennero discepoli di Yeshùa, accettandolo come il messia predetto, non si convertirono a un’altra religione, religione che poi sorse uno o due secoli dopo. E riguardo al sabato? Come avrebbero dovuto considerare il sabato quegli ebrei credenti in Yeshùa?

   Il sabato non era soltanto l’oggetto del quarto Comandamento. Dopo aver dato i Comandamenti al Sinày, la Scrittura dice che Dio “non aggiunse nulla” (Dt 5:22). Ed Es 24:8 conferma che quel patto era chiuso, stipulato, confermato: “Ecco il sangue del patto che il Signore ha fatto con voi”. Eppure, sette capitoli dopo, avviene qualcosa di particolare: Dio stipula con Israele un patto separato, un patto speciale tra lui e loro. Leggiamo in Es 31:16,17: “I figli di Israele osserveranno il sabato, celebrando il sabato di generazione in generazione, come un patto perpetuo. Esso è un segno perpetuo fra me e i figli di Israele” (ND). Un patto speciale, dunque. Così gli ebrei erano doppiamente obbligati riguardo al sabato: non solo dal Comandamento, ma – in più – personalmente come ebrei.

   La verità riguardo a questo speciale patto perpetuo tra Dio e Israele non può essere oscurato da artifici di traduzione, come fa la Traduzione del Nuovo Mondo che traduce “un patto a tempo indefinito”, insinuando l’idea che poteva anche finire, essendo “indefinito”. La parola ebraica usata nel testo biblico originale è םלוע (olàm). L’opera di consultazione Perspicacia nello Studio delle Scritture, degli stessi editori della citata Traduzione del Nuovo Mondo, alla voce “Tempo indefinito” giustifica la propria traduzione citando il lessicografo W. Gesenius: “[olàm:] tempo nascosto, cioè oscuro e lungo, di cui è incerto o indefinito il principio o la fine”. Gli fanno però dire più di quanto egli dica. Infatti, gli editori che lo citano proseguono affermando: “[olàm] spesso si riferisce a cose che hanno fine”. Poi, a conferma, viene detto: “Per esempio […]”. E qui ci si aspetterebbe di veder citati degli esempi scritturali. Invece (guarda caso): “Per esempio, il patto della Legge”. Si ricorre insomma a un falso ragionamento che offende la logica, scambiando l’ipotesi con la dimostrazione della  tesi. E si ricorre a una tautologia, esattamente come quella cui ricorre un evoluzionista che afferma che “sopravvivono i più forti” e, alla domanda su chi siano i più forti, risponde che “sono quelli che sopravvivono.” Come dire: olàm nella Bibbia spesso significa tempo indefinito che può avere fine. E dove avrebbe, nella Bibbia, questo significato? Parlando del patto della Legge. E perché lì avrebbe il senso di tempo che finisce? Perché viene usata la parola olàm. Quando si dice suonarsela e cantarsela da soli.

   Il senso della parola biblica olàm (in armonia con quanto detto da W. Gesenius) è ben spiegato da C. V. Orelli: “Un concetto che comincia là dove finisce la nostra capacità di percezione” (Die Hebräischen Synonyma der Zeit und Ewigkeit, Lipsia 1871, p. 70). Inoltre, uno dei massimi pensatori ebrei, Abraham Joshua Heschel, afferma che olàm è usato “nel senso di duraturo, come in berith ‘olàm, patto perpetuo (Gn 9:16)”. Se ancora ci fossero dubbi, è da notare che in Gn 9:16 Dio sta confermando un patto tra lui e l’umanità e promette che non distruggerà mai più l’umanità con un diluvio; e, dopo aver dato l’arcobaleno come segno, afferma: “Lo vedrò per ricordare il patto perpetuo fra Dio e ogni anima vivente.” Qui il testo originale ebraico ha quello stesso identico עולם ברית (berìt olàm) che si trova in Es 31:16. Per non contraddirsi, Traduzione del Nuovo Mondo è costretta a tradurre anche qui “patto a tempo indefinito” (il testo ebraico ha, infatti, la stessa identica espressione). Solo che qui si svela l’inganno. Non si può, infatti, argomentare che il “patto a tempo indefinito” di Dio con l’umanità dopo il Diluvio possa significare che il patto avrà una fine: sarebbe dare del bugiardo a Dio. L’unica conclusione sarebbe allora – dal punto di vista degli editori americani – che la stessa identica espressione avrebbe due significati diversi. Il significato diverso si avrebbe, ovviamente, solo quando la Bibbia parla della Legge. Siamo di nuovo alla tautologia.

   Riprendendo il discorso sul sabato, come si è visto, Dio stipulò un patto a parte con Israele sul sabato, oltre a quello della Legge. Che cosa significa questo? Significa che gli ebrei erano obbligati per tutte le loro generazioni, “in perpetuo”, a rispettare il sabato. Era un patto eterno tra loro e Dio. Che accadde allora quando accettarono Yeshùa come messia? Coloro che affermano che la Legge sarebbe stata abrogata con la morte di Yeshùa danno luogo ad una situazione imbarazzante in cui attribuiscono una equivoca imprevidenza a Dio. Non è così. No: non è così.

   Gli ebrei che credettero in Yeshùa continuarono a osservare il sabato. Erano obbligati dal patto eterno con Dio. Il sabato sarà sempre osservato. Una dimostrazione? Ecco la migliore: “’Come i nuovi cieli e la nuova terra che io sto per creare rimarranno stabili davanti a me’, dice il Signore, ‘così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome. Avverrà che, di novilunio in novilunio e di sabato in sabato, ogni carne verrà a prostrarsi davanti a me’, dice il Signore” (Is 66:22,23). Quanto dureranno i nuovi cieli e la nuova terrà che Dio creerà? Leolàm, per sempre. E per sempre durerà Israele. E per sempre sarà osservato il sabato.

   Dio chiamò nell’antichità Israele e diede loro dei doni: Paolo commenta questo fatto dicendo che “i doni e la chiamata di Dio non sono cose di cui egli si rammarichi” (Rm 11:29). Al ritorno di Yeshùa anche gli ebrei che ora non lo accettano come messia lo riconosceranno tale. Si avvereranno allora le parole profetiche di Dio: “Perdonerò il loro errore” (Ger 31:34). Dio è legato con un patto eterno a Israele, così forte che la Bibbia fa questo paragone: “Il Signore ha posto il sole come luce per il giorno, la luna e le stelle come luce per la notte; egli sconvolge il mare con gran fragore di onde, il suo nome è: Signore dell’universo. Come sono stabili le leggi della natura così sarà stabile la nazione del popolo di Israele, per sempre. Lo ha promesso il Signore”. – Ger 31:35,36.

   Che dire dei pagani, i gentili, che si erano convertiti (loro sì) al Dio di Israele e avevano creduto in Yeshùa? A differenza dei loro fratelli in fede giudei, sarebbero stati forse esonerati dall’osservare il sabato? Il buon senso già ci farebbe dire di no: Dio non usa due pesi e due misure. E Paolo conferma che ebrei e gentili che credono in Yeshùa sono tutti come uno solo in Cristo (Gal 3:28); egli dice ai credenti che erano stati pagani: “Se appartenete a Cristo, siete realmente seme di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Gal 3:29). Vediamo ora, comunque, delle prove scritturali che mostrano come l’osservanza del sabato è richiesta anche ai gentili.

   Yeshùa aveva detto che “il sabato è stato fatto per l’uomo” (Mr 2:27), quindi non per gli israeliti soltanto. Dio stesso dice: “Felice l’uomo mortale che fa questo […] osservando il sabato per non profanarlo” (Is 56:2). Ma lo straniero? Dio prosegue: “Lo straniero che si è unito al Signore non dica: ‘Certo, il Signore mi escluderà dal suo popolo!’” (Is 56:3); “Anche gli stranieri che si saranno uniti al Signore per servirlo, per amare il nome del Signore, per essere suoi servi, tutti quelli che osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e si atterranno al mio patto, io li condurrò sul mio monte santo e li rallegrerò nella mia casa di preghiera; i loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56:6,7). Tutto questo accade ora, perché il versetto 1 di Is 56 afferma: “La mia salvezza sta per venire e la mia giustizia per essere rivelata.” E Paolo dice: “Ecco, ora è il giorno della salvezza”. – 2Cor 6:2.

    Dopo tre interi giorni che Yeshùa era morto, all’albeggiare del primo giorno della settimana (per noi la domenica), alcune sue discepole si recarono alla sua tomba. Il racconto dice: “Il sabato, naturalmente, si riposarono secondo il comandamento. Il primo giorno della settimana, andarono molto presto alla tomba” (Lc 23:56;24:1). Chi scrive è Luca, un gentile (Col 4:10,11,14), e scrive queste cose verso il 56-58 della nostra èra, ovvero dopo più di venticinque anni dopo la morte di Yeshùa. Non dovrebbe preoccuparsi di giustificare il riposo sabatico magari spiegando che ai quei tempi ancora vigeva, se questo non fosse stato più praticato? Non solo non lo fa, ma si preoccupa di specificare che le donne ubbidirono “secondo il comandamento”. Si noti però il suo commento: “Naturalmente, si riposarono secondo il comandamento”.

   Durante il terzo viaggio di Paolo (siamo ben oltre il 50 della nostra èra), poco più di due decenni dopo la morte di Yeshùa, Paolo rispetta il sabato con altri discepoli gentili. Vediamo l’episodio. Luca narra: “Il primo giorno della settimana [la nostra domenica], quando eravamo radunati per prendere un pasto, Paolo discorreva con loro [con i discepoli di Troas, una città portuale dell’Asia Minore, l’attuale Turchia], poiché sarebbe partito il giorno seguente; e prolungò il suo discorso fino a mezzanotte. E c’erano parecchie lampade” (At 20:7,8). Il “prendere un pasto” si riferiva alla cena (pasto serale), dato che Luca specifica che “c’erano parecchie lampade”; oltretutto dice che Paolo “prolungò il suo discorso fino a mezzanotte”. Era quindi sera, dopo il tramonto. Va ricordato che per gli ebrei il giorno terminava al tramonto e dopo il tramonto ne iniziava uno nuovo. Luca specifica che era “il primo giorno della settimana”. Era quindi appena trascorso il sabato quando si misero a tavola e c’erano molte lampade. Paolo parlava con i fratelli di Troas e si dilungò fino a mezzanotte. Ora vediamo cosa fecero i compagni di Paolo mentre lui si attardava a Troas: “Ora noi [Luca, che scrive, e altri compagni di Paolo], andati avanti sulla nave, salpammo per Asso, dove intendevamo prendere a bordo Paolo, poiché, dopo aver dato istruzioni in tal senso, egli stesso intendeva andare a piedi” (At 20:13). In pratica accadde questo: Paolo e i suoi compagni trascorsero il sabato con i credenti di Troas. Poi la sera, terminato il settimo giorno (sabato) e iniziato ormai il primo (nostra domenica, per loro giorno feriale e lavorativo), si misero a tavola e pranzarono e poi, secondo le istruzioni di Paolo, i suoi compagni partirono per nave alla volta di Asso e lui si trattenne a Troas per raggiungerli poi a piedi ad Asso. Tutti, di sabato, si erano fermati per il riposo.

   Altri riferimenti all’osservanza del sabato:

   “Essi [Paolo e i suoi compagni], entrati nella sinagoga in giorno di sabato, si misero a sedere. […] Or quando uscivano, la gente supplicava di parlare loro di queste cose il sabato seguente. […] Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per udire la parola”. – At 13:14, 42,44.

   “Il giorno di sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove pensavamo ci fosse un luogo di preghiera”. – At 16:13.

   Dopo essere giunto a Corinto, Paolo conosce Aquila e Priscilla, sua moglie. “E andò da loro e siccome erano dello stesso mestiere restò nella casa, e lavoravano, […], comunque, ogni sabato pronunciava un discorso nella sinagoga”. –  At 18:2-4.

   “Secondo la sua abitudine, Paolo entrò da loro e per tre sabati ragionò con loro dalla Scritture”. – At 17:2.

   Tutta la chiesa di Yeshùa osservò sempre la Legge. Come poteva essere diversamente? Parlando di sé e di Dio, Yeshùa disse che “il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non la vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente” (Gv 5:19). L’atteggiamento di Yeshùa verso la Legge di Dio (che i suoi discepoli devono imitare) era quindi quello stesso di Dio. E “il Signore si è compiaciuto, per amore della sua giustizia, di rendere la sua legge grande e magnifica”. – Is 42:21.

   Con quale diritto la cristianità ha cambiato o abolito il giorno di riposo? Essa si giustifica dicendo che Paolo ha dichiarato il sabato abolito e che i “cristiani” hanno incominciato a osservare la domenica dopo la risurrezione di Yeshùa. Quest’affermazione corrisponde alla verità della Bibbia? No, come vedremo nel prossimo studio.