Paolo non dice che si possa scegliere il giorno di culto

I detrattori del sabato amano citare il passo di Rm 14:5,6:

“Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio”.

   Leggendo con superficialità e soprattutto con la propria dottrina religiosa in mente, così a prima vista sembrerebbe che non faccia nessuna differenza per Dio quale giorno si scelga per il culto, ammesso che si possa scegliere un giorno. In realtà, questo passo non tratta dei giorni santi. Come sempre, il significato è dato dal contesto. Vediamolo.

   Il cap. 14 della lettera ai romani inizia con l’invito di Paolo ad “accogliete colui che è debole nella fede” (v. 1), raccomandando di farlo “non per sentenziare sui suoi scrupoli” (v. 1). Non tutti nella congregazione di Roma avevano di queste debolezze: Paolo parla, infatti, di “colui che”, dicendo che tutti devono accoglierlo senza emettere verdetti sulla sua debolezza. Queste persone deboli nella fede, convertite di recente dal paganesimo (“accogliete”), non avevano ancora una fede forte e si rifiutavano di mangiare carne; avendo “scrupoli”, preferivano essere vegetariani. Paolo spiega: “Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro che è debole, mangia verdure”. – V. 2.

   Perché questi “scrupoli” circa il mangiar carne? La maggior parte della carne venduta in città era stata offerta agli idoli. In 1Cor 8:13 Paolo arriva a dire: “Se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello”. E, proprio nel cap. 14 di Rm, al v. 21 afferma: “È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare”. Paolo non sta per niente sostenendo che i credenti debbano essere vegetariani, perché dice molto chiaramente che “tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato” (v. 20), per cui consiglia: “Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio” (v. 22); come dire: mangia pure carne, ma non davanti a chi è ancora debole nella fede. “Chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato”. – V. 23.

   Alcuni convertiti dal paganesimo e che quindi erano usciti dall’idolatria, avevano ancora alcune credenze superstiziose. Pensavano che gli idoli avessero effettivamente qualche potere sulle loro vite. “Alcuni, abituati finora all’idolo, mangiano di quella carne come se fosse una cosa sacrificata a un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata” (1Cor 8:7). Paolo li rassicura: “Quanto dunque al mangiare carni sacrificate agli idoli, sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non c’è che un Dio solo” (1Cor 8:4). Tuttavia, degli “scrupoli” permanevano presso alcuni fratelli romani.

   Ora la domanda è: perché Paolo nella sua discussione sul mangiar carne, menziona la questione dei giorni? “Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali” (Rm 14:5). La risposta è contenuta proprio all’interno dei versetti che stiamo esaminando:

“Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio”. – Rm 14:5,6.

   Non si trattava solo di alcuni convertiti che, ancora deboli nella fede, avevano paura di mangiare carne che era stata offerta agli idoli, ma c’era chi si asteneva abitualmente da particolari cibi praticando una sorta di digiuno o astensione di in determinati giorni. Tanto per fare un esempio, erano come gli odierni cattolici devoti che di venerdì si astengono dalle carni. Altri, invece, consideravano tutti i giorni uguali e mangiavano “di tutto”.

   La questione quindi coinvolgeva l’astensione da certi cibi in giorni particolari: “Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio” (Rm 14:6). Il pensiero paolino è più chiaro nel testo greco (che non ha la punteggiatura inserita dalle traduzioni):

ὁ φρονῶν τὴν ἡμέραν κυρίῳ φρονεῖ καὶ ὁ ἐσθίων κυρίῳ ἐσθίει εὐχαριστεῖ γὰρ τῷ θεῷ

o fronòn ten emèran kürìo fronèi kài o esthìon kürìo esthìei eucharistèi gar to theò

il ritenente il giorno per Signore ritiene e il mangiante per Signore mangia è grato infatti al Dio

καὶ ὁ μὴ ἐσθίων κυρίῳ οὐκ ἐσθίει καὶ εὐχαριστεῖ τῷ θεῷ

kài o me esthìon kürìo uk esthìei kài eucharistèi to theò

e il non mangiante per Signore non mangia e è grato al Dio

   Il che, messo in italiano, suona: “Chi considera il giorno per il Signore [lo] considera [tale], e chi mangia per il Signore mangia: infatti è grato a Dio; e chi non mangia per il Signore non mangia ed è grato a Dio”. La frase iniziale “chi considera il giorno per il Signore [lo] considera” regge tutte e due le situazioni. Subito prima, Paolo aveva detto: “Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente” (v. 5). Nel testo greco manca l’articolo determinativo prima di “giorno”. Il greco è una lingua molto precisa e la mancanza dell’articolo indica che Paolo sta parlando di un giorno qualsiasi. Il testo originale è più chiaro: κρίνει ἡμέραν παρ’ ἡμέραν (krìnei emèran par’emèran), “giudica un giorno al contrario [παρά (parà) + accusativo] di un altro”. In pratica, una persona ritiene che un giorno sia più importante di un altro. Non si tratta qui di un giorno particolare, ma di quello che la persona considera per lui più importante. La mancanza di articolo determinativo esclude che si stia parlando del sabato, altrimenti il greco direbbe il giorno, non “un giorno”; per di più, chi ritiene “un giorno più di altro” è una persona, quella che fa questa stima; il sabato non sarebbe lasciato alla stima o preferenza della persona: non sarebbe la singola persona che potrebbe giudicarlo “più di altro”, perché il sabato è sabato, stabilito da Dio. Qui invece c’è chi stima un giorno più di un altro” e chi “stima tutti i giorni uguali”. Non si sta parlando quindi del sabato. Subito dopo, facendo riferimento al giorno che qualcuno ritiene più importante di altri, Paolo dice: “Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore”. Qui il greco usa l’articolo determinativo davanti a “giorno” perché il giorno di cui si parla è ora identificato: si tratta di quello che la persona ha scelto per considerarlo più importante ma anche di tutti i giorni ritenuti uguali da altri. Infatti, si noti che la frase “chi considera il giorno per il Signore [lo] considera [tale]” (testo greco) non viene ripetuta nella sua forma negativa (‘chi non considera il giorno’), segno che la frase regge tutte e due le situazioni seguenti. Paolo sta dicendo che un giorno particolare scelto da alcuni o tutti i giorni ritenuti uguali da altri, in ogni caso sono considerati “per il Signore”. Passa poi alle due situazioni: Chi in quel giorno (scelto a preferenza di altri oppure no) mangia di tutto, mangi pure; chi non lo fa, non lo faccia.

   In ogni caso, si tratta qui del mangiare. Il culto del sabato non è implicato. Il mangiare di tutto o l’astenersi da certi cibi riguardava qualsiasi giorno della settimana. Alcuni si astenevano dalla carne in certi giorni, altri la mangiavano quando volevano.

   Yeshùa disse riguardo al digiuno: “Quando digiunate, non abbiate un aspetto malinconico come gli ipocriti; poiché essi si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. Io vi dico in verità: questo è il premio che ne hanno. Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, affinché non appaia agli uomini che tu digiuni, ma al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa” (Mt 6:16-18). Ma i giudei e i pagani praticavano il digiuno (giudei) o un semi-digiuno (pagani) in determinati giorni della settimana o del mese.

  Gli ebrei abitualmente digiunavano “due volte la settimana” (Lc 18:12) e in giorni specifici di alcuni mesi (Zc 7:5), ma era una loro tradizione; ne osservavano quattro ogni anno (Zc 8:19): 1. Per ricordare l’assedio e la desolazione di Gerusalemme per opera dei babilonesi (2Re 25:2-4; Ger 52:5-7); 2. Per ricordare la distruzione del Tempio (2Re 25:8,9; Ger 52:12,13); 3. Per ricordare la desolazione d’Israele quando gli ebrei rimasti fuggirono in Egitto per timore dei babilonesi (2Re 25:22-26); 4. Per ricordare forse la data in cui, già in esilio in Babilonia, ricevettero l’infelice notizia della caduta di Gerusalemme (Ez 33:21) o forse per ricordare l’inizio dell’assedio di Gerusalemme posto da Nabucodonosor (2Re 25:1; Ger 39:1;52:4). La Bibbia, comunque, richiede il digiuno nello yòm kupurìm (יֹום כִּפֻּרִים), “il giorno delle espiazioni” (Lv 16:29-31;23:27; Nm 29:7): “Nel settimo mese, il decimo giorno del mese, vi umilierete e non farete nessun lavoro” (Lv 16:29), umiliazione è intesa come digiuno completo da Is 58:3, 5 e da Sl 35:13. È a questo digiuno che fa riferimento At 27:9. Si può poi ovviamente digiunare in qualsiasi giorno per motivi personali, per rendere più forte la preghiera. – At 13:2,3;14:23.

   I pagani erano chiaramente di opinioni diverse su quando astenersi da certi cibi. Nelle religioni pagane il digiuno era considerato un efficace metodo per entrare in contatto con le divinità, soprattutto nei riti d’iniziazione alle pratiche magiche e nelle forme più esoteriche e mistiche. Nel paganesimo si digiunava per il timore di essere attaccati da demoni. Per una trattazione sul digiuno nel paganesimo si veda la Hasting’s Encyclopedia of Religion and Ethics. Nella religione cattolica l’astinenza dalla carne è praticata due volte l’anno, nel cosiddetto “mercoledì delle ceneri” e nel cosiddetto “venerdì santo”, oltre che in tutti i singoli i venerdì dell’anno; la “Madonna di Medjugorie” ha chiesto il digiuno nel suo “messaggio” del 14 agosto 1984: “Vorrei che la gente in questi giorni pregasse con me. E che preghi il più possibile! Che inoltre digiuni il mercoledì e il venerdì; che ogni giorno reciti almeno il Rosario”. La  veggente Mirjana ha specificato: “La Madonna ci chiede di digiunare il mercoledì e il venerdì a pane e acqua”.

   In Is 58 si distingue il vero digiuno da quello falso: Dio si preoccupa se lo facciamo con un atteggiamento corretto e per le giuste ragioni. Paolo esorta i credenti a vivere in pace l’uno con l’altro, senza discutere o giudicare gli altri in merito a opinioni umane, che NR tradotte “scrupoli”, ma in greco (διαλογισμῶν, dialoghismòn) significa proprio “pensieri / ragionamenti umani”. – Rm 14:1.

   C’è infine una gran sciocchezza che viene detta da certi cosiddetti cristiani richiamandosi al passo di Rm 14:5: “Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali”. Siccome costoro sono convinti nella loro antiscritturale dottrina religiosa che il sabato non vada più osservato, amano dire che per loro ogni giorno è sabato. E magari credono di esprimere chissà quale profondo pensiero spirituale! Poveri loro. Questa è una grande stupidità. La Bibbia ci consiglia: “Non rispondere a nessuno stupido secondo la sua stoltezza, perché anche tu non divenga uguale a lui” (Pr 26:4, TNM), per cui risponderemo seriamente. Dire che ogni giorno è sabato è un’offesa che si fa a Dio che ha detto: “Hai sei giorni per fare ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato consacrato al Signore, tuo Dio” (Es 20:9,10, PdS). Dire che ogni giorno è sabato significa rendere il sabato un giorno qualunque. Il sabato è un giorno speciale. Sei giorni, dalla domenica al venerdì sono nostri, “ma il settimo giorno è il sabato consacrato al Signore”.

 

“Dio benedisse il settimo giorno e disse: ‘È mio!’”.

Gn 2:3, PdS.