Appendice – Azazel

Nel precedente studio (Il Giorno delle Espiazioni) si è visto che la parola ebraica עֲזָאזֵל (asasèl) deriva da עז (es), “capra”, e dal verbo אזל (asàl), “andarsene”, e che ha a che fare con il capro, tirato a sorte, mandato via nel deserto dal sommo sacerdote nel Giorno delle Espiazioni. – Lv 16:3-31.

   Nel sistema giudaico Azazel è inteso come un angelo caduto, identificato con satana. In alcune fonti ebraiche, Azazel è un archetipo, il personaggio più misterioso extraumano, un essere soprannaturale.

   Ciò appare anche dai Rotoli del Morto, i manoscritti scoperti nel 1947 in una grotta d’Israele nei pressi del Mar Morto, di cui fanno parte anche i Manoscritti di Qumràn. In questi rotoli il nome Azazel compare alla linea 6 del manoscritto 4Q203, detto Libro dei Giganti, che tratta degli angeli caduti.

   Nell’apocrifo Libro di Enoc, si dice che sul Monte Hermon, nel settentrione di Israele, c’era un luogo di ritrovo di demòni; Azazel vi è menzionato (Enoc XIII). In quest’apocrifo Azazel è presentato come uno dei capi degli angeli ribelli prima del Diluvio (cfr. Gn 6:4; Gda 6; 2Pt 2:4) e si dice che insegnò agli uomini la guerra e la costruzione di spade e coltelli, e alle donne l’ornamento del corpo, l’acconciatura dei capelli e il trucco per il viso (1Enoc 8:1-3); è detto che insegnò anche i segreti della stregoneria e che corruppe i costumi, portando l’umanità alla malvagità. In Enoc è detto anche che Dio avrebbe incaricato l’arcangelo Raffaele di legarlo e tenerlo incatenato nella totale oscurità fino al giorno del giudizio (LXXVI, 1; IX, 6; X, 4-6). “Tutta la terra è stata corrotta dalle opere insegnate da Azazel e ogni peccato va attribuito a lui”. – 1Enoc 2:8.

   Nell’apocrifa Apocalisse di Abramo, Azazel è ritratto come un uccello immondo presentatosi quando “degli uccelli rapaci calarono sulle bestie morte, ma Abramo li scacciò” (Gn 15:11). Di quest’uccellaccio, nell’apocrifo è detto: “L’uccello immondo mi parlò e disse: ‘Che cosa stai facendo, Abramo, sull’altura santa, dove non si mangia o beve né vi è del cibo per gli uomini? Tutto sarà consumato dal fuoco e ti distruggerà’. E avvenne che quando vidi la lingua degli uccelli dissi all’angelo: ‘È questo, mio signore, cos’è?’ Ed egli disse: ‘Questa è una disgrazia – è Azazel!’ Ed egli disse a lui: ‘Vergogna, Azazel! La porzione di Abramo è in cielo, e la vostra è sulla terra . . . l’Eterno, il Potente, vi ha dato una dimora sulla terra. Attraverso di voi  . . . [vengono] ira e prove sulle generazioni degli uomini che vivono empiamente’”. – Apocalisse di Abramo 13:4-9.

    In alcuni scritti rabbinici, Azazel è visto come seduttore dell’umanità. Nel Midràsh Abkir è presentato come seduttore delle donne. Secondo il Pirkè di Rabbi Eliezer, il capro era offerto ad Azazel perché satana non impedisse il perdono dei peccati nel Giorno delle Espiazioni. – Tosefta Meghillàh 31 bis.

   Perfino nel cosiddetto cristianesimo, Azazel è identificato in vari modi. Il teologo Cirillo di Alessandria (4°-5° secolo), definito “dottore dell’incarnazione”, vide nel capro espiatorio un tipo di Yeshùa. Origène, teologo del 3° secolo, identificò Azazel con satana. – Contro Celso VI, 43.

   Nell’Islam, sebbene Azazel (in arabo عزازل, Azazìl) non sia nominato nel Corano, è presente nelle leggende islamiche.

   In una certa visione tradizionale, dunque, due esseri fanno capo ai due capri di Lv 16: Dio e Azazel. I commenti rabbinici identificano Azazel con un angelo caduto. Il commento di Soncino (la prima Bibbia ebraica completa al mondo, stampata nel 1448 per opera di Ghershom Nathan Soncino) su Lv 16:8 dimostra che la parola Azazel era intesa dal giudaismo nel senso un forte o possente dio. In quest’ambito, l’etimologia di עֲזָאזֵל (asasèl) è ritenuta derivata da עזז (asàs), “forte”, e da אל (el), “dio”, venendo a significare “dio potente”.

   Il rabbino Rashi, uno dei più famosi commentatori medievali della Bibbia, dice che aveva a che fare con una rupe scoscesa. Il rabbino Ibn Ezra, uomo di lettere tra i più illustri ebrei medievali, spiega che la rupe scoscesa era un dirupo, da cui era scaraventato il capro espiatorio, vicino al Monte Sinày. Questa pratica di scagliare il capro in un precipizio, tuttavia, fu una variazione successiva che nulla aveva a che fare con le istruzioni bibliche. Non c’è dubbio che ciò fu fatto per impedire il ritorno del capro e, quindi, che i peccati della nazione ritornassero su Israele. In ogni caso, non era una prescrizione biblica; e, tra l’altro, andava contro la misericordia di Dio perché provocava un supplizio all’animale.

   Fu solo in un secondo tempo che ci fu la modifica della legge di Mosè. Il capro era condotto su per una montagna di nome Tzuk, situata a una distanza di viaggio di dieci ‘cammini di sabato’ o circa sei miglia e mezzo inglesi (una decina di km), da Gerusalemme. In questo luogo cominciava il deserto della Giudea e l’uomo che conduceva il capro era incaricato di spingere la povera bestia giù per il pendio sul fianco della montagna, che era così ripida che assicurava la morte immediata dell’animale, perché le sue ossa si rompevano nella caduta precipitosa. Il motivo di quest’usanza barbara era che in un’occasione il capro espiatorio era tornato a Gerusalemme dopo essere stato liberato, e ciò fu considerato come un presagio del male che tornava su Israele, così si volle impedire che la cosa si ripetesse in futuro, essendo certi della morte del capro espiatorio. Questa montagna oggigiorno è chiamata el-Muntar.

   Occorre dire, comunque, che nel giudaismo il capro inviato ad Azazel, considerato “dio potente” di questo mondo (2Cor 4:4), non era pensato in alcun modo come sacrificio agli idoli ma solo come liberazione dal peccato; infatti, il capro non era condotto in un santuario. La rimozione del peccato precipitando il capro in un precipizio può essere paragonata allo scagliare il diavolo nel lago di fuoco di Ap 20:1-10.

   Tutte queste evidenze storiche mostrano che il capro su cui erano fatti ricadere i peccati del popolo e che era mandato nel deserto, non poteva rappresentare Yeshùa. Tuttavia, c’è chi ha dato questa interpretazione.  

   Lo svizzero Heinrich Bullinger, teologo protestante del 16° secolo, ad esempio, sostiene che i due capri facciano riferimento a Yeshùa. Questa idea non può essere accolta del tutto.

   Vale la pena di affrontare bene, versetto per versetto, il testo biblico di Lv 16, in modo da comprendere ogni concetto. Useremo la versione TNM, perché tende più al letterale.

   Lv 16:1. “E Geova parlava a Mosè”. La forma “Geova” è derivata dal Testo Masoretico, che vocalizzò il tetragramma con le vocali di “Adonay” per far leggere così, dando origine alla forma senza senso “Jehovah”, da cui l’italiano Geova. Più corretto quindi riferirsi al testo biblico originale che ha solo יהוה (Yhvh). Ora, l’espressione “Yhvh parlò”, con cui inizia il versetto, ricorre in Lv trentacinque volte e in dieci modi diversi, che possiamo così riassumere:

  1. “Yhvh parlò” a Mosè da solo. – Lv 5:14;6:1,19;8:1;14:1;22:26.
  2.  “Yhvh parlò” a Mosè affinché parlasse ad Aaronne. – Lv 16:1.
  3. “Yhvh parlò” a Mosè affinché parlasse ad Aaronne e ai suoi figli. – Lv 6:8,24,22:1.
  4.  “Yhvh parlò” a Mosè affinché parlasse ai sacerdoti, figli di Aaronne. – Lv 21:1.
  5.  “Yhvh parlò” a Mosè affinché parlasse ad Aaronne, ai suoi figli e a tutta Israele. – Lv 17:1; 21:16 (cfr. 21:24);22:17.
  6. “Yhvh parlò” a Mosè affinché parlasse ai figli d’Israele. – Lv 1:1;4:1;7:22,28;12:1;18:1;20:1;23:1,9,23; 24:1,13;25:1;27:1.
  7. “Yhvh parlò” a Mosè affinché parlasse a tutta Israele. – Lv 19:1.
  8. “Yhvh parlò” a Mosè e ad Aaronne insieme. – Lv 13:1;14:33.
  9.  “Yhvh parlò” a Mosè e ad Aaronne insieme affinché parlassero a tutta Israele. – Lv 11:1;15:1.
  10. “Yhvh parlò” ad Aaronne da solo. – Lv 10:8.

   In Lv 16:1,2 a Mosè viene ordinato di dire ad Aronne che non entri nel Santissimo se non quando è prescritto, e cioè nel Giorno delle Espiazioni “affinché non muoia”, perché Dio sarebbe apparso “in una nuvola sopra il coperchio” o propiziatorio. Si noti che al v. 1 è detto che Yhvh parlò a Mosè affinché parlasse ad Aaronne  “dopo la morte dei due figli di Aaronne che morirono per essersi avvicinati dinanzi a Geova”. L’“essersi avvicinati” davanti a Dio è chiarita nei manoscritti della LXX greca, della Pescitta Siriaca (Sy) e della Vulgata latina, che hanno “per aver presentato fuoco estraneo”. Il riferimento è a Lv 10:1,2: “Nadab e Abiu, figli d’Aaronne, presero ciascuno il suo turibolo, vi misero dentro del fuoco, vi posero sopra dell’incenso, e offrirono davanti al Signore del fuoco estraneo, diverso da ciò che egli aveva loro ordinato. Allora un fuoco uscì dalla presenza del Signore e li divorò; così morirono davanti al Signore”. L’espressione “davanti al Signore” indica che entrarono nel Santissimo, dove offrirono l’incenso davanti al coperchio dell’arca, il propiziatorio, su cui Dio appariva in una nuvola (Lv 16:2; cfr. 1Sam 4:4). – Cfr. Es 25:22;30:9; Nm 3:4.

   Lv 16:2. “E Geova diceva a Mosè: ‘Parla ad Aaronne tuo fratello, che non entri in qualsiasi tempo nel luogo santo dentro la cortina, di fronte al coperchio che è sopra l’Arca, affinché non muoia; poiché apparirò in una nuvola sopra il coperchio’”. Il “luogo santo dentro la cortina” è il Santo dei santi o Santissimo, la stanza più interna del Santuario.  L’ingiunzione è di non entrare lì “in qualsiasi [כָל (chol), “ogni”] tempo”. “Ordina a tuo fratello Aronne di non oltrepassare la tenda di separazione e di non penetrare nel luogo santissimo in cui si trovano l’arca e il suo coperchio sacro; se lo facesse rischierebbe di morire, quando mi manifesterò nella nube, al di sopra del coperchio dell’arca”. – PdS.

   Lv 16:3. “Aaronne deve entrare nel luogo santo con quanto segue: con un giovane toro come offerta per il peccato e un montone come olocausto”. Aaronne è incaricato di portare il sangue del giovenco per il sacrificio espiatorio e l’ariete per l’olocausto.

   Lv 16:4. “Deve indossare la lunga veste santa di lino, e le mutande di lino devono essere sulla sua carne, e deve cingersi con la fascia di lino e avvolgersi col turbante di lino. Sono vesti sante. E deve bagnare la sua carne nell’acqua e indossarle”. Questo vestimento di Aaronne simboleggia la funzione sacerdotale di Yeshùa. Si noti: sacerdotale. Yeshùa è non solo sommo sacerdote spirituale ma anche re. Tuttavia, quando fu sulla terra, egli svolse solo la funzione sacerdotale. Sarà re quando tornerà di nuovo sulla terra, alla sua seconda venuta. Come re avrà un’altra veste (Ap 1:13;6:2;14:14). Già il giudaismo prima di Yeshùa aveva compreso questa doppia funzione (di re e di sommo sacerdote) propria del messia. Ciò appare nel Documento di Damasco, una delle opere trovate in molti frammenti e copie nelle grotte di Qumràn. I frammenti che compongono il documento sono relativi a 4Q265-73, 5Q12, e 6Q15. Comunque, anche prima della scoperta fatta a Qumràn nel ventesimo secolo, quest’opera era già nota agli studiosi: due manoscritti erano stati trovati nel tardo 19° secolo nella collezione Genizah del Cairo, in una stanza adiacente alla sinagoga Ben Ezra a Fustat.

   Lv 16:5. “E dall’assemblea dei figli d’Israele deve prendere due capretti come offerta per il peccato e un montone come olocausto”. Il termine tradotto “capretti” è שְׂעִירֵי עִזִּים (seiyrè isìm), “capri pelosi” ovvero “caproni”. Diodati traduce “becchi”. Ciò è in armonia con la LXX greca che traduce χιμάρους (chimàrus), “becchi”, ovvero caproni, i maschi della capra, i montoni.

   Lv 16:6. “E Aaronne deve presentare il toro dell’offerta per il peccato, che è per se stesso, e deve fare espiazione a favore di se stesso e della sua casa”. Qui vediamo che il toro era offerto per espiare il peccato del sacerdozio. Questa era la prima fase.

   Lv 16:7,8. “E deve prendere i due capri e farli stare dinanzi a Geova all’ingresso della tenda di adunanza. E Aaronne deve estrarre le sorti sui due capri, una sorte per Geova e l’altra sorte per Azazel”. La parola “Azazel” è interpretata in due modi diversi. La King James Version traduce con “scapegoat” ovvero “capro espiatorio”. La LXX greca ha τῷ ἀποπομπαίῳ (to apopompàio), “per il mandato via”; la Vulgata latina ha “capro emissario”. Come già considerato, le etimologie cui si fa riferimento sono due:

  1. Derivazione da עז (es), “capra”, e dal verbo אזל (asàl), “andarsene”. Così la LXX, la Vulgata e la Bibbia del Re Giacomo.
  1. Derivazione da עזז (asàs), “forte”, e da אל (el), “dio”, venendo a significare “dio potente”. Chi traduce con “Azazel”, per di più con la maiuscola, avvalora suo malgrado questa interpretazione.

   Lv 16:9,10. “E Aaronne deve presentare il capro sul quale è venuta la sorte per Geova, e ne deve fare un’offerta per il peccato. Ma il capro sul quale è venuta la sorte per Azazel deve restare vivo dinanzi a Geova in modo da fare espiazione per esso, al fine di mandarlo via per Azazel nel deserto”. La sorte era probabilmente estratta mediante gli urìm e tumìm (Es 28:30), gli oggetti (forse due pietre) utilizzati per conoscere la volontà divina, perché questa era la modalità.

   Il v. 10 ripropone il problema dell’identificazione di “Azazel”, presentando di nuovo la questione dell’etimologia.        Si aggiunga che, stando alla congettura che ci sarebbe lo spostamento di due consonanti, un’altra possibile derivazione ci porterebbe al significato di “forza di Dio”; ma il tal caso si avrebbe una ז (s) di troppo, perché “forza di Dio” sarebbe עזאל (osèl). D’altra parte, l’ebraico עז (es), “capra”, ha a che fare con la radice di עזז (asàs), numero Strong 5810, “essere forte/robusto”.  Potrebbe esserci il concetto di eccessiva fiducia in sé. Ciò consentirebbe di spiegare meglio la distinzione che Yeshùa fa tra pecore e capre in Mt 25:31-34, emarginando le spavalde tronfie di sicumera.

   La cosa importante da notare è che questo capro non era sacrificato per l’espiazione. Piuttosto era designato per l’espiazione. Il testo biblico dice “in modo da fare espiazione per esso [עָלָיו (alàyu)]”; “per esso”, non ‘con esso’. Il caprone, infatti, “deve restare vivo” e poi essere mandato libero nel deserto. Non era ucciso: era lasciato andare a vagare nel deserto.

   Possiamo trarre un’altra possibile e interessante immagine dal capro espiatorio. La parola ebraica עז (es), “capra”, avendo a che fare con la radice di עזז (asàs), “essere forte/robusto”, richiama anche un auto-rafforzamento. Ora, dopo che “il capro che è toccato in sorte al Signore” era stato offerto “come sacrificio per il peccato” (Lv 16:9), il capro espiatorio era lasciato andare nel deserto. Yeshùa è certamente antìtipo del “capro che è toccato in sorte al Signore”. Per cogliere l’antìtipo dell’altro capro è utile riferirsi a Ap 12:10-17:

“Udii una gran voce nel cielo, che diceva: ‘Ora è venuta la salvezza e la potenza, il regno del nostro Dio, e il potere del suo Cristo, perché è stato gettato giù l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello, e con la parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla morte. Perciò rallegratevi, o cieli, e voi che abitate in essi! Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore, sapendo di aver poco tempo’. Quando il dragone si vide precipitato sulla terra, perseguitò la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma alla donna furono date le due ali della grande aquila affinché se ne volasse nel deserto, nel suo luogo, dov’è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo, lontana dalla presenza del serpente. Il serpente gettò acqua dalla sua bocca, come un fiume, dietro alla donna, per farla travolgere dalla corrente. Ma la terra soccorse la donna: aprì la bocca e inghiottì il fiume che il dragone aveva gettato fuori dalla sua bocca. Allora il dragone s’infuriò contro la donna e andò a far guerra a quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù”.

   Sia Yeshùa sia la sua chiesa sono stati predestinati prima della fondazione del mondo. Tale predestinazione potrebbe essere significata dal tirare a sorte sui due capri. “[Dio] ci elesse unitamente a lui [Yeshùa] prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e senza macchia dinanzi a lui” ( TNM; cfr. Mt 25:34; Gv 17:24). “Affinché fossimo santi e senza macchia”: ciò ci rammenta che Lv 16:10 dice: “In modo da fare espiazione per esso [עָלָיו (alàyu)]” (TNM) ovvero a favore del capro espiatorio.

   Questa comprensione fu ostacolata da diversi fattori storici. La traduzione greca della Bibbia, la LXX, fu patrocinata dal sovrano egizio Tolomeo VI Filometore, nel 2° secolo a. E. V.. Le conquiste di Alessandro Magno avevano portato l’Egitto nell’orbita del mondo greco, con la dinastia tolemaica. Il sistema greco non poteva concepire la sovranità del Dio d’Israele regolata dalla Toràh. Neppure la trinitaria e apostata chiesa romana, che richiedeva legge e ordine sotto il proprio dominio, poteva concepire una sovranità diversa; così il concetto biblico di Regno millenario fu eliminato perché contrastava con il governo romano e la chiesa di Roma. Le stesse autorità rabbiniche, che non accolsero Yeshùa come messia, rifiutarono l’interpretazione di due fasi successive riferite al sacrificio di Yeshùa e poi alla sua regalità, come rivelato in Apocalisse, che avevano già respinto .

   Così la comprensione fu impedita e la questione dei due capri non fu mai spiegata completamente. Non si comprese (e ancora non è compreso) che il capro espiatorio non era ucciso ma era liberato e che l’espiazione era fatta proprio “per esso [עָלָיו (alàyu)]”.

   Il deserto, nella Bibbia è simbolo del peccato e del male: “Quando lo spirito immondo esce da un uomo, si aggira per luoghi aridi” (Mt 12:43; cfr. Lc 11:24; cfr. Is 13:21;34:14; Ap 18:2). Lo stesso Yeshùa, dopo il battesimo, “fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. – Mt 4:1.

   Il “grande e spaventevole deserto” (Dt 1:19), il “grande e terribile deserto, pieno di serpenti velenosi e di scorpioni, terra arida, senz’acqua” (Dt 8:15), “paese di solitudine e di crepacci . . . un paese di siccità e di ombra di morte” (Ger 2:6), simbolo malefico di peccato, doveva accogliere Azazel. In Lv 16:10 è detto che il capro doveva “restare vivo dinanzi a Geova in modo da fare espiazione per esso” (TNM), poi era libero di andarsene. Ora, dove c’è espiazione c’è anche perdono. Qui si vedono la misericordia e la bontà di Dio.

   La congregazione dei discepoli di Yeshùa è la sua chiesa nel deserto, per la quale si fa espiazione come sul secondo capro. “Sgozzerà il capro [quello “del Signore” – v. 8] del sacrificio per il peccato, che è per il popolo, e ne porterà il sangue di là dalla cortina” (Lv 16:15). Questo è il sacrificio di Yeshùa “per il popolo” di Dio; il suo sangue è portato alla presenza di Dio nel Santissimo; Yeshùa “è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna”. – Eb 9:12.

   I due capri rappresentano la completezza di Yeshùa e della riconciliazione dell’essere umano con Dio. Facendo espiazione per il secondo capro, Yeshùa dà la sua vita per la chiesa, perché “siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo” (Rm 5:10). Come il primo capro, Yeshùa è stato messo a morte nella carne. “Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui” (2Cor 5:21). Così, il secondo capro ha espiato, grazie a Yeshùa.

   “Quel capro [il secondo, lascato vivo] porterà su di sé tutte le loro iniquità [del popolo] in una regione solitaria; esso sarà lasciato andare nel deserto” (Lv 16:22). Il portare su di sé le iniquità va letto alla luce di Is 53:4: “Erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato”. L’espiazione avviene con il primo capro.

   Israele vagò nel deserto del peccato per quaranta anni prima di entrare nella Terra Promessa. Per i loro peccati, Dio aveva detto al popolo ebraico: “Porterete la pena delle vostre iniquità per quarant’anni” (Nm 14:34). In Eb 3:11 sono ricordate le parole di Dio: “Giurai nella mia ira: ‘Non entreranno nel mio riposo!’”.  “Chi furono quelli di cui Dio si disgustò per quarant’anni? Non furono quelli che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? A chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti?” (Eb 3:17,18). Ora, in Eb 4:1 è detto: “Stiamo dunque attenti: la promessa di entrare nel suo riposo è ancora valida”. Ciò indica che la chiesa sta ancora vangando nel deserto. Non si confonda il perdono dei peccati con la cancellazione delle sue conseguenze. Essere perdonati non significa non subire le conseguenze del peccato. “È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” (Eb 9:27). La chiesa ha “la comunione delle sue sofferenze”, quelle di Yeshùa, “divenendo conforme a lui nella sua morte”. – Flp 3:10.

   “L’uomo che avrà lasciato andare il capro destinato ad Azazel si laverà le vesti, laverà il suo corpo con acqua e dopo questo rientrerà nell’accampamento” (Lv 16:26). Qui si nota che chi aveva l’incarico di liberare il capro, doveva fare il bagno. Così, vediamo che dopo il sacrificio espiatorio di Yeshùa siamo in grado di mettere da parte i desideri carnali e, attraverso il bagno del battesimo, possiamo aspirare alla resurrezione. Nel deserto non si è completamente tagliati fuori da Dio.

   Questo deserto ha un simbolismo duplice. In primo luogo, si è tagliati fuori, essendo sotto l’avversario, ma, anche, simboleggia l’azione della rimozione del peccato.

“Io, io, sono colui che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni

e non mi ricorderò più dei tuoi peccati”. – Is 43:25.

“Io perdonerò la loro iniquità,

non mi ricorderò del loro peccato”. – Ger 31:34.

 

   Azazel, l’essere carico di peccati che vaga nel deserto satanico, è stato redento dall’“Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Gv 1:29), l’agnello pasquale, “la nostra Pasqua, cioè Cristo” (1Cor 5:7). L’agnello pasquale – si noti – poteva essere anche un capro: “Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre [“Potete prendere dai giovani montoni o dalle capre” (TNM)]”. – Es 12:5, CEI.

   Azazel non ci sarà più. Al suo posto c’è un nuovo essere con un nuovo nome (Ap 2:17), riconciliato con Dio.